Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Polemiche sul Venezuela e dibattito venezuelano

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Ho tardato a commentare la situazione del Venezuela, per attendere elementi in più per valutarla. Certo è facile respingere le solite demonizzazioni, basate a volte su falsi (foto di persone pestate dalla polizia, in Spagna o Cile) a cui le destra più trogloditica ricorre spesso. Certo è facile indignarsi per l’arroganza di Michelle Bachelet, che “ripudia la violenza” e ne denuncia come unico e solo responsabile Maduro, prescrivendo che il Venezuela “deve realizzare un plebiscito”, mentre la Costituzione bolivariana lo prescrive solo a metà mandato, se si raccolgono le firme necessarie. Facile indignarsi, ma non sorprendersi: la Bachelet è di sinistra quanto Matteo renzi…

Magari avessimo noi uno strumento del genere, e magari l’avesse avuto il Cile, che si è tenuto Pinochet fino alla sua fine naturale sottraendolo a ogni giudizio anche per decisione della Bachelet, che era ministro della Difesa, e che oggi prescrive al Venezuela cure non richieste, ignorando le modalità precise definite dalla sua costituzione, e assecondando così i furori dell’opposizione.

Questo è facile. Ma il problema è più complesso. Difendere Maduro dalle aggressioni della destra non vuol dire essere convinti che la strada seguita dal governo bolivariano per affrontarle sia la più efficace.  Molti sostenitori di Maduro in Venezuela temono che di fronte all’attacco della destra più estremista compaia la tentazione di fare accordi con altri settori che oggi si presentano più moderati, e che ottengono concessioni pericolose per lo stato d’animo dei chavisti più preoccupati per il carovita, l’insicurezza di molte zone del paese, i profitti assicurati a multinazionali e impresari locali.

Ad esempio non piace che mentre si verificavano gli scontri con gli studenti, il presidente Nicolás Maduro annunciava che aveva ricevuto un messaggio di appoggio dal magnate Gustavo Cisneros, un uomo che ha un capitale valutato a 4,4 miliardi di dollari e che appoggiò senza reticenze il golpe del 2002. Tra le sue imprese, Venevisión, Miss Venezuela, Digitel, e i Leones del Caracas, oltre a diverse partecipazioni a multinazionali delle telecomunicazioni. Un uomo che ha avuto un ruolo di primo piano negli ultimi 40 anni, e che è stato legato a tutti i governi, e che è stato amico di Rafael Caldera, Carlos Andrés Pérez e Rómulo Betancourt. Anche a livello internazionale è stato sempre vicino a uomini come lo spagnolo Felipe Gonzalez, o David Rockefeller, per non parlare di George Bush padre e Henry Kissinger. Secondo la rivista Forbes, è tra i 100 miliardari più importanti a livello mondiale. Come mai esprime la sua solidarietà a un governo che si dice “socialista”?

Ma la domanda può essere allargata ad altri casi. Miguel Angel Hernández,  Segretario Generale del Partito Socialismo y Libertad (PSL) osserva che Cisneros non è un eccezione, un caso isolato. Il giornale borghese El Nacional  aveva ripreso un articolo della BBC Mundo che si domandava: “Perché le multinazionali non se ne vanno dal Venezuela?” Il redattore si stupiva che in un paese in cui il governo attacca mediaticamente la borghesia tutti i giorni, rimangano moltissime imprese multinazionali, simbolo del capitalismo più rapace. La spiegazione sta nei margini di cui il paese dispone grazie alla enorme rendita petrolifera. Nonostante gli ostacoli burocratici lamentati dalle imprese, c’è molto spazio per fare buoni affari. Se il costo di produzione per barile è 10 volte minore del prezzo che si ottiene vendendo il petrolio sul mercato mondiale, il differenziale è messo in larga misura a disposizione di tutte le imprese, che hanno aumentato nell’ultimo decennio la loro quota di profitti rispetto a quella che va in salari. Per giunta a un paese petrolifero, il credito esterno è sempre aperto, e se un’impresa si ritira, ce n’è sempre un'altra pronta a subentrare.

In ogni caso spesso altri manager di multinazionali (come Coca Cola Venezuela, Repsol, Chevron, Total e ENI) hanno espresso la loro soddisfazione per il comportamento del governo venezuelano.

Proprio mentre erano in corso le proteste studentesche, Repsol ha firmato un accordo con PDVSA per un miliardo e 200 milioni di dollari per sviluppare l’impresa mista Petroquiriquire, un accordo che ricalca quelli fatti con la cinese CMPC (per 4 miliardi di dollari), la Chevron di due miliardi di dollari, con Gazprom di un miliardo e un altro con ENI per 1 miliardo e 760 milioni di dollari.

Altri accordi sono stati fatti con imprese di altri settori, dalla Nestlé alla Samsung e alla Peugeot, a dimostrazione che si tratta di una scelta strategica del governo, non limitata al solo settore petrolifero. È comprensibile che ci sia chi dubita che il “Socialismo del XXI secolo” sia solo uno slogan.

 

Se si esplorano i siti bolivariani del Venezuela, si scopre che sono in molti a preoccuparsi.

Rinvio ad alcuni di questi, ma ce ne sono moltissimi altri. Uno, più netto, è di Marea socialista, che si autodefinisce Corriente de militantes del PSUV. E si presenta con lo slogan: ¡Ni Burocracia Ni Capital, Socialismo y más Revolución! (www.mareasocialista.org)

L’articolo più recente, successivo agli scontri, si pone i compiti della lotta alla destra:

http://www.aporrea.org/trabajadores/a182015.html . Marea socialista chiede un controllo centralizzato del commercio estero, delle banche private e di quella pubblica. Se si vuole combattere veramente la destra, bisogna impedire che possa capitalizzare il malcontento anche di settori della popolazione che hanno votato in passato per Chávez, e che non sono necessariamente convinti controrivoluzionari. Il paese è spaccato a metà, quasi esattamente, da sempre. Certo, tra i manifestanti più arrabbiati non si vedevano altro che bianchi benestanti, ma già Fidel Castro aveva raccomandato a Chávez di non considerare nemici tutti quelli che non votavano per lui.

Un altro testo è di una nota avvocata, Minnori Martínez, ed è centrato sulla lotta alla corruzione, che è uno dei problemi più sentiti: http://www.aporrea.org/actualidad/a182120.html, ed elenca trenta problemi o debolezze della rivoluzione.

Sono entrambi testi in discussione in Venezuela, e che non si nascondono i punti deboli della rivoluzione bolivariana, proprio perché si riallacciano alle ultime indicazioni allarmate dello stesso Chávez. D’altra parte, sullo stesso tema, avevamo pubblicato di recente sul sito molti articoli, tra cui: Venezuela - Minacciata la Rivoluzione bolivariana eIn Venezuela guerra aperta contro il lascito di Chávez. È importante seguire con attenzione la situazione, non facile, senza fermarsi alla sola denuncia delle calunnie e delle falsificazioni dei grandi mass media, che oltre a tutto sono una costante, in tutti i paesi.

(a.m.18/2/14)

PS Ieri, 18 febbraio, importante svolta nella situazione venezuelana, con la marcia di 100.000 lavoratori fino al palazzo presidenziale a sostegno di Maduro. Ma in molte situazioni permangono tensione e preoccupazioni per il comportamento di settori dell’apparato statale e dello stesso governo di fronte alle lotte e alle rivendicazioni dei lavoratori. Un’ampia rassegna in: http://www.aporrea.org/trabajadores

 

 

 



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