Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Il revival dello stalinismo

Il revival dello stalinismo

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Mercoledì 6 ottobre 2004 un gruppo di “difensori di Cuba” hanno disturbato in vario modo una presentazione del numero speciale di “Limes” dedicato a Cuba che si teneva nella Libreria Feltrinelli di via V. E. Orlando, vicino a piazza Esedra. Tra i bersagli principali della contestazione c’eravamo proprio io e Aldo Garzia, paradossalmente attaccati più del direttore di Limes Lucio Caracciolo. L’episodio sarebbe di modesta portata, e non varrebbe neppure la pena di parlarne. Ma dato che se ne è parlato, perfino in altre città, e diversi compagni, tra cui alcuni impegnati seriamente nella solidarietà con Cuba, mi hanno chiesto spiegazioni e informazioni, ho deciso di provare a darle, cercando di mettere a fuoco le ragioni di questo penoso revival dello stalinismo.

 

Mi sono domandato prima di tutto perché alla presentazione del mio libro (Breve storia di Cuba, Data News, Roma 2004) fatta alla Provincia di Roma erano presenti molti di quelli che ci hanno accusato di essere “foraggiati” dalla CIA, ma in quella occasione avevano solo mugugnato e non schiamazzato. Sono arrivato alla conclusione che allora erano intimiditi dal fatto che l’addetto culturale cubano Hugo Ramos aveva accettato di presentare il libro, facendolo in modo accettabile, polemizzando solo su aspetti decisamente marginali, probabilmente un po’ per interesse al rapporto con la Provincia di Roma, ma anche perché finora si è comportato in genere decentemente. In un dibattito a Milano, in cui c’erano rappresentanti della stessa fauna che giuravano sull’infallibilità di Castro, disse spontaneamente che anche Castro a volte si era sbagliato e che poi aveva saputo correggere gli errori fatti. Può sembrare banale, ma non facile da dire per un rappresentante ufficiale, davanti a una platea non migliore di quella di mercoledì 6 a Roma.

Invece il 6 gli “integralisti” sono arrivati tutti eccitati dal fatto che l’ambasciatrice aveva rifiutato di partecipare a un’iniziativa a Genzano della Fondazione Guevara in cui dovevo esserci anch’io, e aveva messo in circolazione in rete uno squallido attacco a un mio innocentissimo articolo sul “Calendario del popolo” (noto organo della CIA...). Presumibilmente l’ambasciatrice non aveva letto il mio articolo, ma solo le critiche ad esso di un tal Enzo Di Brango, che mi collocava tra quei “trotzkysti che, non avendo più l’Urss su cui sfogare i propri istinti, si fabbricano i nemici secondo le mode del tempo”. E se la prendono quindi oggi con la povera Cuba...

I contestatori sono arrivati soprattutto in modo organizzato secondo le tecniche che in Italia chiamiamo squadristiche, ma erano tipiche anche dello stalinismo (il vecchio Alfonso Leonetti mi aveva raccontato di quando nel 1935 era stato aggredito e cacciato come “fascista” dalla Salle Pleyel in cui si teneva la prima iniziativa unitaria antifascista dopo anni di “guerra al socialfascismo”).

Gli urlatori mercoledì si erano piazzati ai quattro angoli della sala; nelle prime file c’erano i tre o quattro in grado di intervenire tra cui anche un ex DP, Raul Mordenti, che da qualche anno si sta impegnando con molto zelo e altrettanta ignoranza in questi revival nostalgici. L’obiettivo era di rendere praticamente impossibile per noi parlare, per il pubblico ascoltare.

Un compagno ha osservato dopo la fine del dibattito che forse il principale bersaglio ero proprio io, dato che alcuni dei contestatori più accesi erano ricollegabili alla corrente criptostalinista del PRC (i “grassiani”) che ultimamente si è riavvicinata a Bertinotti attenuando i toni polemici: “ce l’hanno con i trotskisti non dogmatici come te, ha osservato, perché siete rimasti l’unica opposizione interna, a parte quella dogmatica e autoghettizzata di Ferrando e Grisolia”. Non so quanto sia fondata questa osservazione, ma mi sembra abbastanza verosimile. Naturalmente io escluderei comunque una responsabilità diretta del gruppo dirigente grassiano, se non quella di aver alimentato un clima culturale giustificazionista). Uno dei protagonisti, che è stato a lungo tra i dirigenti del servizio d’ordine del PCI e del PRC, e sembrava il vero regista dell’iniziativa ha perfino proclamato che mi farà espellere dal PRC! Mi pare ridicolo, ma rende l’idea delle loro intenzioni.

Che pena vedere che questi “nostalgici” non riescono a pensare a quanto poco è servito all’URSS e ai paesi assimilati l’aver ottenuto fino all’ultimo il 99,85% di voti su una lista unica, senza domandarsi quanto poco era comunista un partito da cui sono venuto fuori, con rarissime eccezioni, tutti i presidenti filocapitalisti delle repubbliche ex sovietiche, a partire da Eltsin e Putin! E continuano a raccontare la favola delle assemblee “popolari” che a Cuba sceglierebbero “liberamente” il miglior candidato unico. Come avveniva in URSS fino al 1989, anche a Cuba le assemblee popolari sono costituite da “rappresentanti” delle donne, dei sindacati, dei giovani, dell’esercito, dei veterani, ecc.. Né più né meno del “pubblico” ammesso ai “processi pubblici”, selezionato con cura per evitare la minima possibilità di dissenso o anche di testimonianza su quel che hanno detto davvero gli imputati. Come era a Mosca, a Budapest, a Praga...

Per giunta a Cuba non c’è neppure la possibilità di non votare, perché i famosi CDR (che Guevara definiva già nel 1962 come muy antipaticos al pueblo) esercitano una pressione enorme per costringere a votare. Solo per aver invitato al non voto d’altra parte furono processati e condannati Vladimir Roca e gli altri tre nel 1999...

 

Ma veniamo a “Limes”: è stata attaccata dai contestatori come rivista “massonica” (e perché non “giudaico-massonica”?), pagata naturalmente dalla CIA. Io ho sempre trovato molte cose utili e precise su questa rivista, accanto ad articoli di “opinionisti” del tutto discutibili. Ma corrisponde a una scelta precisa – che condivido - mantenere un carattere aperto e pluralista alla rivista. Ognuno può poi utilizzare altri strumenti per esprimere le sue opinioni.

Alcuni di questi “integralisti” gridavano a Garzia di scrivere invece che su “Limes” sul “manifesto”, di cui è stato a lungo redattore e corrispondente da Cuba, e a me di farlo su “Liberazione”. Se avessi potuto parlare con calma, avrei voluto raccontare le mie traversie con “Liberazione” che, per effetto delle lobbies interne, ha bloccato periodicamente molti scritti già concordati, tra cui quello sul dibattito a Cuba nel 1962 che ho poi riadattato un paio d’anni dopo per inviarlo al “Calendario del popolo” che mi chiedeva di scrivere qualcosa. Per effetto delle lobbies, su “Liberazione” sui problemi della storia del movimento operaio scrivono in genere non gli storici comunisti (che, per carità, non dovrebbero avere nessuno status privilegiato, ma almeno il diritto a scrivere su quello che hanno studiato per anni o nel mio caso decenni) , ma prevalentemente dirigenti politici o giornalisti senza troppe competenze, purché saldamente “giustificazionisti”, come Claudio Grassi (che ad esempio ha esaltato Thaelmann ignorando che era stato imposto da Stalin come segretario al partito tedesco, che lo aveva allontanato da quella carica perché aveva coperto una grave malversazione) o Maria R. Calderoni che scrive banalità su Cuba esaltando libri di nessun valore. Ma lasciamo perdere...

Naturalmente anche in questo numero di “Limes” ci sono cose discutibili e legittimamente criticabili (ma non era questo l’atteggiamento dei disturbatori, che anzi hanno reso più difficile a me e Garzia, in quel clima, di esprimerci più ampiamente in proposito).

Ad esempio non trovo nulla da eccepire sull’utilizzazione di scritti del dissenso interno recente, o anche di quello “storico” di Miami, tanto è vero che li ho utilizzati senza reticenze nel mio libro, quando fornivano dati precisi indicando le fonti. Tuttavia soprattutto Maurizio Stefanini lo ha fatto in modo discutibile, raccogliendo dagli anticastristi anche vari pettegolezzi; ha anche, penso per scarsa conoscenza, banalizzato un po’ la questione del rapporto spesso conflittuale con l’URSS. Anche le missioni “internazionaliste” erano di segno diverso tra loro, alcune non meritavano certo le virgolette usate da Stefanini, ed erano state concepite magari avventuristicamente ma non con l’accordo (e tanto meno per conto) della pavidissima URSS brezneviana. Questa poi è subentrata a cose fatte, ed è diventata indispensabile dal punto di vista logistico, con effetti nefasti su Cuba, come si è visto nel processo a Ochoa. Ma era un crimine appoggiare l’Angola minacciata dall’invasione dei mercenari e dello stesso Sudafrica? E si può decentemente parlare, come fa Stefanini, di “isola che invade l’Angola”?

Altra cosa quello che accadde dopo, con l’avallo alle scelte repressive del regime angolano nei confronti delle opposizioni maoiste, ecc, o quel che si è verificato in altri paesi dell’Africa. Ma anche nel caso del più che discutibile intervento in Etiopia, bisogna prendere atto che i cubani, a differenza dei sovietici, hanno rifiutato di combattere contro gli eritrei con cui, secondo diverse testimonianze dirette che ho ricevuto da cubani, avevano mantenuto relazioni relativamente amichevoli, per cui potevano attraversare senza incidenti le zone controllate dal FLE con le torrette dei carri armati aperte.

Credo che gli attacchi faziosi a questo numero di “Limes”, pur essendo frutto di un clima di intolleranza nei confronti di qualsiasi voce critica, siano state facilitati da qualche sottovalutazione (in diversi articoli) del peso dell’embargo, che può anche servire come alibi per Castro, ma c’è davvero e condiziona tutte le scelte... Anche l’articolo di Patterson, che pure contiene alcune osservazioni utili sul ridimensionamento di Castro dopo il fallimento della grande zafra del 1970-1971, fa poi un amalgama più che discutibile di casi diversissimi di presunte “vittime della purga”, in cui si mettono alla rinfusa Cienfuegos e Guevara, Huber Matos e Escalante... E poi parla di un Fidel Castro che “scelse al contrario il cosiddetto periodo speciale in tempo di pace”, responsabile di aver riportato il paese indietro (p. 130). Patterson dimentica semplicemente che quella politica, che pure ho criticato per diversi aspetti, non era il frutto di una scelta libera, ma una misura praticamente indispensabile per arginare la catastrofe provocata dalla brusca interruzione del 70% dell’intercambio con l’estero dovuta ai “crolli” del 1989-1991.

Qualche presa di distanza redazionale poteva ridurre l’effetto negativo di certe critiche troppo rancorose di alcuni emigrati (mi viene in mente Carlos Franqui, prezioso come fonte sulle vicende della rivoluzione, a cui partecipò, ma poi talmente inasprito da non essere più molto utilizzabile per i suoi giudizi).

Molti hanno attaccato in particolare l’editoriale, a mio parere senza grande fondamento, tranne per una frase che mi sembra effettivamente suscettibile di provocare equivoci e di ferire sensibilità: “gli Stati Uniti non hanno nessuna intenzione di invadere Cuba”. In questa forma può sembrare un’apertura di credito non motivata agli Stati Uniti. In realtà se si prende in esame quel che dicono Bush o Cheney o Otto Reich, non c’è dubbio che la cancellazione dell’anomalia cubana è una loro “intenzione”, anzi direi ossessione. Ma che lo possano fare è un’altra cosa. Gli ostacoli sono troppi, specialmente dopo il cosiddetto “dopoguerra” iracheno, e non a caso pochi giorni fa Colin Powell ha detto che Castro è un problema per i cubani, non per gli Stati Uniti.

In altro modo, più cauto, nel mio libro sostengo qualcosa di simile a quanto detto nell’editoriale (v. pp. 172-174), ricordando perché dal 1961 in poi non ci sono stati attacchi diretti a Cuba; perché si è scelto invece di invadere la minuscola Grenada e Panama; perché pur odiando molto più di quello iracheno il regime iraniano (che nel 1979 umiliò profondamente gli USA), è stato scelto come bersaglio non l’Iran ma l’Iraq di cui si erano già comprati i capi militari... Gli Stati Uniti, dopo l’esperienza della Corea e del Vietnam, preferiscono far la guerra a chi non è in grado di difendersi (e magari, come ora, prendono comunque batoste dalla popolazione, cosa che frena altre velleità...). Naturalmente, se ci fosse una crisi grave con visibili manifestazioni di scontento o una rottura nel gruppo dirigente gli Stati Uniti potrebbero approfittarne come fecero con Grenada, ma questo non giustifica il panico di fronte a una innocua petizione che chiede modeste riforme.

Comunque nel complesso questo numero di “Limes” mi è parso utile, a partire dagli articoli di Aldo Garzia (certo non anticubani!); alcuni articoli sono senz’altro interessanti, come quelli sui “negros” di De La Fuente e Sacco, o quello del “banchiere” italiano Magnani sul banchiere Guevara.

Buona anche la parte sulle fonti letterarie, che naturalmente non valuto così solo perché Danilo Manera ha inserito un mio breve racconto, che in realtà è un pezzettino di un romanzo che non finirò mai: avevo cominciato a scriverlo per raccontare in questo modo un po’ di quel che ho appreso in lunghi e scomodi soggiorni a Cuba, e che chi non la conosce davvero da vicino, perché vede l’isola solo da un pullman che lo porta dall’albergo Nacional al Tropicana e poi a a Varadero (il “tropicollage” su cui ironizza il cantautore Carlos Varela), stenterebbe a credere, se ne parlassi in un saggio “serio”.

Detto incidentalmente, conosco Cuba soprattutto come collaboratore di un progetto di solidarietà concreto, attraverso il quale ho potuto anche constatare che molti di coloro che si spacciano per gli unici solidali con l’isola, sono specializzati invece soprattutto nell’organizzare costosi viaggi basati su quel sistema di alberghi di lusso che è uno dei tanti sprechi insensati di Cuba.

Il progetto a cui ho partecipato finché mi è stato possibile, si basava invece su contatti diretti, ad esempio viaggi di medici italiani, che portavano aiuti al sistema sanitario (dissestato ma con un buon patrimonio umano) di una cittadina dell’Oriente (Niquero, che nel mancato romanzo e quindi nel raccontino apparso su “Limes” chiamo Platero), ed era caratterizzato da uno stile diverso rispetto ai viaggi di Italia-Cuba o de “la Villetta”, dato che i partecipanti italiani venivano alloggiati nelle case di cubani (medici con medici, ecc.) conoscendone e condividendone le difficoltà e i sacrifici del “periodo speciale”. Questo sistema era stato concordato con le autorità locali, a livello di Municipio e di Provincia, che assegnavano a ogni italiano presente quanto assicurato a un cubano dalla libreta (riso, fagioli, due panini al giorno) e incassavano centralmente un contributo in dollari della delegazione: nulla a che vedere dunque con il permesso dato all’Avana agli affittacamere privati. Dopo un po’ questo sistema, che faceva entrare tutti i nostri dollari nelle casse cubane invece che nelle società miste che gestiscono gli alberghi, è stato prima ostacolato, poi vietato dalle autorità, che hanno costruito nella cittadina un albergo destinato a ospitare gli italiani in agosto, e che naturalmente resta sottoutilizzato il resto dell’anno, perché Niquero non è una meta turistica. Su questo, di cose da raccontare ne avrei parecchie...

 

Perché ora si è sviluppata questa contestazione così violenta, senza paragoni con quella di poco più di un anno fa in un dibattito alla Camera del Lavoro di Milano e di un mese fa alla Provincia di Roma, se quello che ho scritto nel libro c’era già o era stato preannunciato in saggi e articoli? Mi sembra che la spiegazione vada ricercata non tanto in un mutamento della situazione cubana, ma in un moltiplicarsi delle manifestazioni italiane del revival dello stalinismo, anche su altri terreni. Ad esempio una volta che dopo anni in cui non avevo pubblicato nulla su “Liberazione” la redazione mi ha commissionato un articolo sulle premesse storiche lontane dell’attuale crisi della Cecenia, e lo ha effettivamente pubblicato, qualche squilibrato nostalgico della Jugoslavia ha protestato inviando in rete attacchi deliranti che mi presentavano come un complice di Brzezinski, Pannella e ...Himmler nello “squartare” la Russia, ed anche come fautore della “Grande Albania” (per avere a suo tempo criticato Milosevic per il suo insensato sciovinismo grande-serbo che ha innescato la dissoluzione della Jugoslavia!).

La chiave è la non eliminata eredità dello stalinismo. C’è una spirale perversa: nel PRC si fanno a volte attacchi (un po’astratti) allo stalinismo che toccano la sensibilità dei “nostalgici”, ma non si fa una sistematica opera di formazione e di ricostruzione della complessa storia del movimento comunista. Se qualcuno si azzarda su questo terreno viene bersagliato con insulti e denigrazioni caricaturali dai nostalgici integralisti.

Quando ho accennato a questo nel dibattito del 6 ottobre, ho avuto come risposta un boato, sia di chi nello stalinismo non si riconosceva, sia di chi considerava invece inammissibile considerarlo un fenomeno negativo (riuscivo a distinguere tra i diversi urli, a volta...).

In realtà la metodologia di questi esaltati contestatori è proprio quella dei processi staliniani (per fortuna senza il potere in mano...). Nessuno di loro ha mai letto una riga di un dissidente, ma solo le pagine di Internet in cui i dissidenti vengono criminalizzati. Tipica una signora che è intervenuta portando come “prova” del carattere mercenario dei condannati del 2003 un brano di una lettera di uno dei cosiddetti “cinque eroi” detenuti negli Stati Uniti dal 1999... Che prova può fornire, un uomo segregato da anni (ingiustamente, ma è altra questione) su quel che hanno fatto a Cuba i firmatari della petizione che chiedeva un diverso sistema elettorale?

Sintomatico anche l’atteggiamento di uno dei contestatori, che ha stravolto una mia frase banale sul 1962 come anno in cui si accelera la maturazione del pensiero di Guevara, che comincia ad essere da allora ben più ricco e dialettico rispetto a certi scritti un po’ ingenui del suo primo periodo di avvicinamento al marxismo, quando si firmava scherzosamente “Stalin II”, o metteva sullo stesso piano tra i “grandi marxisti”, ancora nel 1960, Chrusciov e Mao (che cominciavano invece ad accusarsi reciprocamente di “revisionismo” e di tradimento, avviando la feroce polemica cino-sovietica dei decenni successivi); costui ha continuato a rinfacciarmi gridando che io disprezzavo le presunte “ingenuità” del giovane Guevara, a cui loro erano molto attaccati... Una prova evidente che lo stesso pensiero di Guevara è per questi “integralisti” una specie di Bibbia o di Talmud, non da valutare in un contesto storico, ma da prendere come un tutto unico per estrarre delle citazioni, rifiutandosi di ammettere perfino la possibilità che ci siano state negli anni evoluzioni o trasformazioni. Un metodo tipicamente staliniano, che fu applicato dapprima, a partire dalla metà degli anni Venti, agli scritti di Lenin, poi divenne criterio costante e fu esteso a tutti i paesi (fino al caso paradossale del “Libretto rosso” delle citazioni del presidente Mao). Un criterio rifiutato, appunto, dall’ultimo Guevara, per se stesso, per Lenin, ecc. Ma chi vuole riflettere su quello che ha detto l’ultimo Guevara, e che pure non è rimasto tutto inedito?

 

Già nel 2003 si era sviluppato in rete un dibattito con pesanti attacchi nei miei confronti per la mia critica alle condanne dei dissidenti. In tale occasione era già emersa un’assurda giustificazione delle misure repressive: chi chiede un sistema elettorale diverso da quello attuale (tanto originale secondo Castro, ma in realtà identico a quello dell’URSS, della Romania di Ceausescu, ecc.) sarebbe complice delle “mafie di Miami”. Basterebbero 2.000 o 3.000 scontenti, facili da trovare, e con un po’ di dollari verrebbero aiutati a vincere le elezioni, hanno detto allora e qualcuno ha ripetuto nel “dibattito” alla Libreria Feltrinelli. Si è detto che se si fanno elezioni pluraliste i rivoluzionari le perdono sicuramente, come è accaduto in Nicaragua nel 1990. Peccato che costoro non ricordino che nel 1984 le elezioni erano ugualmente pluraliste, e i sandinisti, che pure anche allora avevano meno risorse della Chamorro e dell’opposizione, avevano vinto alla grande. Se nel 1990 i sandinisti hanno perso, non si deve al pluralismo ma ai loro errori economici e politici dell’ultimo periodo che avevano deluso la loro base sociale, ed erano il frutto anche di pressioni dei loro cattivi amici europei, dalla socialdemocrazia al PCI Questo argomento contro le elezioni, oltre ad essere pericolosissimo (allora dovremmo accettare una lista unica anche in Italia?) è stato smentito recentemente anche dal successo di Chavez, che pur essendo nettamente sfavorito sul terreno dei mass-media, ha vinto per la ottava volta! E ha vinto anche con l’appoggio di migliaia di medici e operatori cubani, che hanno contribuito al risanamento e quindi alla politicizzazione dei sobborghi (lo dico per sottolineare che a Cuba si conosce bene questa esperienza, e se ne potrebbero trarre conclusioni diverse da quella di considerare controrivoluzionario chi propone un diverso metodo elettorale).

La sfiducia nel popolo di questi neo-stalinisti, richiama alla mente l’aforisma di Brecht dopo l’insurrezione berlinese del 1953: se il popolo è scontento dei dirigenti, bisognerebbe cambiare il popolo...

Infantile poi l’interpretazione di tutto quel che accade negli Stati Uniti come frutto di un unico “progetto della CIA”. Non sanno quanti scontri interni hanno molte volte imposto un cambiamento di politica (dopo la Corea, con Eisenhower, dopo le prime batoste in Vietnam con Nixon...). Non si trattava infatti tanto della fittizia alternanza tra repubblicani o democratici, ma di scontri all’interno dei gruppi dirigenti complessivi, spesso tra Pentagono e Dipartimento di Stato, ma anche di questo con la stessa CIA. Invece per questi dinosauri tutto è parte di un unico demoniaco progetto...

La CIA viene vista come onnipotente, e le si attribuisce ad esempio il crollo dell’URSS: eppure la CIA e prima di lei altri servizi segreti, statunitensi o britannici, avevano provato per decenni a far crollare l’URSS, senza tuttavia riuscirci. Il crollo è stato la conseguenza di una crisi interna profonda. E poi, se bastassero le manovre di un servizio segreto, questi nostalgici dovrebbero domandarsi perché il KGB non è mai riuscito a combinare niente di simile in altri paesi!

 

Aldo Natoli scrisse una volta su Repubblica che aveva letto per la prima volta dopo molti decenni Buio a mezzogiorno di Arthur Koestler, perché quando era apparso per la prima volta era stato convinto che si trattasse di un libro anticomunista, e quindi da non aprire neppure. Pochi altri hanno avuto il coraggio di ammettere di aver ragionato così in passato (e tanti continuano a pensarla in questo modo). Ad esempio molti continuano a scandalizzarsi quando cito Arcipelago Gulag. Eppure, se le idee di Solženicyn e le sue interpretazioni del fenomeno sono discutibili o sbagliate, resta un libro fondamentale per la conoscenza di quella tragedia.

Pensavo ingenuamente che questi metodi e queste concezioni dopo il crollo del “socialismo reale” avessero meno spazio. Invece mi sbagliavo: dopo qualche periodo di disorientamento, i “nostalgici” del “socialismo reale” sono rivenuti fuori, e hanno finito per difendere il peggio di Cuba, aggrappandosi ad essa come all’unico relitto disponibile del grande naufragio. E ignorando le tante voci critiche che a Cuba ci sono, non solo tra i veri e propri “dissidenti”.

 

Comunque forse prendo troppo sul serio questi contestatori, dimenticando che il loro atteggiamento è del tutto irrazionale, di tipo religioso: “La loro visione cospiratoria del mondo riflette una nostalgia per una cosmologia trascendentale e una concezione premoderna di bene e male. La visione cospiratoria del mondo si basa su un’unica trama transtorica, una lotta manichea fra bene e male e l’inevitabile riduzione a capro espiatorio del nemico mitico. L’ambivalenza, la complessità della storia e la specificità delle circostanze moderne vengono pertanto eliminate. (...) La «casa», immaginano gli aderenti alla teoria cospiratoria estremista, è perennemente sotto assedio e deve essere difesa dai complotti del nemico”. Sono parole di Svetlana Boym, in Nostalgia. Saggi sul rimpianto del comunismo, a cura di Filip Modrzejewski e Monika Sznajderman, Bruno Mondadori, Milano, 2003, p. 51, che ho voluto rileggere dopo questo penoso episodio.

 

Un’ultima cosa: tutti i cubani di cui sono stati pubblicati articoli su “Limes” sono stati definiti come parte della “mafia di Miami”... Eppure Cuba ha valorizzato, giustamente, l’emergere di un’opposizione alle misure restrittive di Bush, che sono state contestate a Miami da un consistente settore di cubani dell’emigrazione. È la prima manifestazione critica in quell’ambiente. Ma qualcuno, che magari l’ha anche segnalata, poi se ne scorda e liquida come parte della “mafia di Miami” ogni cubano della Florida, anche se si oppone al bloqueo, e “complice” di essa ogni cubano dell’interno che mantenga rapporti con qualche organizzazione dell’emigrazione, senza entrare minimamente nel merito delle posizioni di ciascuno. Si direbbe che l’obiettivo sia: “tanti nemici, tanto onore...”.

Chi assume queste posizioni si irrita molto se sente qualche paragone tra Cuba e i regimi del socialismo reale (che non erano la stessa cosa, ma da cui sono state ricalcate non poche cose). Io invece ci penso spesso, ricordando che proprio l’ostilità preconcetta e faziosa del movimento operaio italiano nei confronti delle opposizioni nei paesi dell’Europa centro-orientale, e in particolare di Solidarnosc che nel 1981 mobilitava e organizzava dieci milioni di lavoratori, ha sospinto una parte notevole di suoi dirigenti, negli otto anni di clandestinità o di carcere, ad avvicinarsi agli unici che offrivano - per loro fini - aiuti: i sindacati statunitensi o tedeschi, entrambi legati organicamente al proprio imperialismo, e la stessa gerarchia vaticana di cui nell’estate del 1981 invece il primo congresso di Solidarnosc aveva respinto le pressioni, e che dopo la repressione era diventata invece indispensabile.

L’atteggiamento ostile e calunniatorio nei confronti dell’opposizione democratica cubana dell’interno, prima o poi rischia di gettarla nelle braccia della Chiesa cattolica, il cui principale esponente, Osvaldo Payá, non a caso non è stato toccato dalla repressione ma solo molestato con i soliti atti “spontanei” di ripudio... Poi, se accadrà, si dirà che era fatale, ma temo invece che si tratti di una di quelle profezie che si autoavverano...

 

Lecce, 12 ottobre 2004

 

 



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