Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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L’uovo di Colombo ecosocialista e...

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... la responsabilità della sinistra politica o sindacale.

 

Tutti i partiti mettono la lotta contro il cambiamento climatico nel loro programma. Ciò non toglie che il riscaldamento si aggrava sempre più velocemente. Il ritmo di aumento della concentrazione di CO2 nell’atmosfera è passato dall’1% all’anno nel corso degli anni 1990, al 3% nel corso del decennio seguente. Ormai oscilla intorno al 2% … malgrado il marasma economico. Dove ci porta questo? Fatih Birol, economista capo dell’Agenzia Internazionale dell’Energia[IEA] risponde: «La tendenza attuale è perfettamente coerente con un aumento della temperatura di 6°C (da qui alla fine del secolo), che avrebbe conseguenze devastanti per il pianeta».

 

Fallimento neoliberista

 

L’aumento del livello degli oceani è la conseguenza più preoccupante. Secondo Anders Levermann, uno specialista in materia, un riscaldamento di 6°C lo innalzerà di … 12 [dodici] metri! Certo, l’aumento si stenderà su un arco di tempo da mille a duemila anni. Ma attenzione: 1°) niente potrà arrestare l’aumento, una volta avviato; 2°) non è escluso un aumento di un metro o più entro la fine del secolo; 3°) il fenomeno si invertirà soltanto nella prossima glaciazione (al più presto entro … 30.000 anni).

 

La politica climatica neoliberista condotta da 20 anni è un fallimento totale. Il suo principio: imporre un prezzo della CO2 per penalizzare l’uso dei combustibili fossili e favorire gli investimenti nelle fonti rinnovabili. In teoria questi aumenterebbero rapidamente fino a mille miliardi di dollari all’anno su scala mondiale, in modo che la transizione energetica si farebbe tranquillamente. Ma non funziona: malgrado i diritti di inquinare e le tasse sul carbonio, gli investimenti verdi sono diminuiti nel 2013 per il secondo anno consecutivo; in Europa sono crollati addirittura del 40%!

 

La spiegazione del riflusso è semplice: i capitali investiti nelle energie fossili e i finanzieri che gli fanno credito rifiutano qualsiasi riduzione dei loro profitti. Impegnati in una guerra di concorrenza senza quartiere, fanno pressione sugli Stati. E questi agiscono conformemente ai loro interessi, in nome della sacrosanta competitività.

 

E non cambierà tanto presto. In effetti, più è forte l’urgenza, più il prezzo della tonnellata di CO2 dovrebbe essereelevato per farvi fronte … e più l’industria (e i cittadini) vi si opporranno. Per avere un effetto sulle emissioni, ci vorrebbe come minimo una tassa di 2 Euro per litro di gasolio. È chiaro che questa susciterebbe una levata di scudi generalizzata. Bloomberg finance ne tirava recentemente la conclusione: «Partendo dal presupposto che il cambiamento climatico è inevitabile, il denaro intelligente (sic!) investe nelle società che trarranno profitto dal fatto che il pianeta diventa più caldo».[1]

 

Massima urgenza

 

Dire che c’è urgenza è dire poco. Al ritmo attuale, il bilancio carbonio disponibile – la quantità di combustibili fossili che l’umanità può ancora bruciare con due probabilità su tre che la temperatura del globo non aumenti di più di 2°C – sarà esaurito nel … 2032. In chiaro: restano meno di venti anni per sostituire il carbone, il petrolio e il gas naturale (che coprono l’80% dei nostri bisogni) con energie rinnovabili. Sopprimendo il nucleare, questa tecnologia da apprendisti stregoni.

 

È ancora possibile? Tecnicamente sì. Ma è un compito erculeo … e costoso . Implica: 1°) che il sistema energetico attuale sia rottamato prima del suo ammortamento (mentre il suo valore globale è stimato tra 15 e 20.000 miliardi di dollari; 2°) che la più grande parte delle riserve di combustibili fossili non siano mai sfruttate (mentre sono meno care e figurano all’attivo delle compagnie che ne sono proprietarie); 3°) che tutti i mezzi disponibili siano mobilitati, indipendentemente dai costi, al servizio della creazione di un nuovo sistema energetico efficiente, rinnovabile, decentralizzato, (ri)localizzato, diversificato e ricco di manodopera.  

 

La storia non conosce alcun precedente di una simile sfida. Ci si può tuttavia ispirare a qualche esperienza. Ad esempio, dopo Pearl Harbour gli Stati Uniti hanno compiuto un enorme sforzo per ristabilire la situazione. Come? Hanno forse creato un «mercato dei diritti» per dissuadere le imprese dall’investire nell’economia di pace? No. Hanno sviluppato il settore pubblico e pianificato l’economia di guerra. Per finanziarla hanno scremato gli utili capitalisti (ogni profitto superiore al 5% della cifra d’affari era considerato «eccessivo» e tassato all’80%).

 

«Cambiamento rivoluzionario»

 

Non si tratta evidentemente di raccomandare la guerra [2], ma di constatare che non si può affrontare un pericolo gravissimo e immediato senza prendere misure energiche e pianificate, che escono dai meccanismi del «libero mercato» e salassano i profitti capitalisti. Questa lezione si applica alla lotta per il clima. Come diceva recentemente il climatologo Kevin Anderson, «Dopo due decenni di bluff e menzogne, il bilancio carbonio di cui ancora disponiamo richiede un cambiamento rivoluzionario nell’egemonia politica ed economica».

 

Quale cambiamento? Non ci sono trentasei soluzioni. Per impedire la catastrofe, bisogna espropriare d’urgenza i settori dell’energia e del credito, poiché sono quelli che impediscono la transizione alle rinnovabili. È la condizione necessaria per essere in grado di prendere e finanziare le misure che si impongono in tutti i settori – abitazione, trasporti, industria, agricoltura,… – e di ridurre la produzione nella giustizia sociale. Le parole guida devono essere: beni comuni, regolamentazione, imprese pubbliche, decentramento, cooperazione, efficienza, durevolezza, ripartizione del lavoro e delle ricchezze, controllo e partecipazione.

 

Pronto, la sinistra?

 

La sinistra viene interpellata. Non parlo del social liberismo ma della vera sinistra, in particolare della sinistra sindacale. La politica neoliberista distrugge la società nella quale viviamo insieme alla Terra che lasceremo ai nostri figli. Voler scegliere tra «l’occupazione e la crescita» da un lato, o «il clima e la disoccupazione» dall’altro, è dunque assurdo. Bisogna uscire da queste alternative infernali e raccogliere le sfide sociali ed ecologiche insieme.

 

Certo, bisognerà battersi, la soluzione non uscirà come per incanto dalle urne. Ma non c’è altra soluzione … e il gioco vale la candela. Poiché il vasto piano anticapitalista necessario per evitare la catastrofe climatica può sopprimere la disoccupazione dando a tutte e tutti un reddito decente, una vita gradevole e un lavoro di qualità. Più globalmente, permetterà alla società di dare alla propria attività un senso collettivo degno della nostra specie e della sua intelligenza. È l’uovo di Colombo ecosocial(ista): bisogna agire con mano ferma per colpire là dove occorre.

 

Questa concezione anticapitalista dell’ecosocialismo è una delle specificità del messaggio della LCR [Ligue Communiste Révolutionnaire] sulle liste PTB-GO![Parti du Travail de Belgique-Gauche d’Ouverture].

 

Daniel Tanuro

Traduzione di Gigi Viglino                                                                    

 

[1] «Investors Embrace Climate Change, Chase Hotter Profits», Mar 7, 2013, nel sito di Bloomberg.[NdT]

[2] A questo ci pensano già da soli [NdT]

 

* Pubblicato sul sito della LCR (Belgio) sotto il titolo «L’œufde Colomb écosocialiste» http://www.lcr-lagauche.org/loeuf-de-colomb-ecosocialiste-2/

 



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