Movimento Operaio

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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Gómez: Venezuela, la rivoluzione a un bivio

Gómez: Venezuela, la rivoluzione a un bivio

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La rivoluzione bolivariana tra “conciliazione” con il capitalismo

e rilancio della transizione al socialismo

Intervista del CADTM a Gonzalo Gómez

http://cadtm.org/Desde-Venezuela-Gonzalo-Gomez

 

María Elena Saludas (CADTM) – Qual è il tuo punto di vista sul momento che sta attraversando il Venezuela, sul governo e sulla popolazione?

 

Gonzalo Gómez (Aporrea) – Dal punto di vista politico, parlo come membro della corrente “Marea Socialista”, dal momento che Aporrea è un mezzo di comunicazione popolare guidato da una squadra pluralista, nel quadro della varietà di pensiero della rivoluzione bolivariana. 

 

 

Dopo la scomparsa fisica del Comandante Chávez, la borghesia e le sue espressioni politiche hanno creduto che fosse arrivato il momento per un balzo controrivoluzionario. Naturalmente, con gli auspici del settore imperialista. A questo collaborano i settori più reazionari e mafiosi della borghesia latinoamericana, come dimostrano i rapporti stretti della destra venezuelana con Uribe e con il paramilitarismo colombiano. Tutti costoro cercano di farla finita con il sistema sorto con la rivoluzione bolivariana, di rimettere in riga il Venezuela ribelle e di recuperare il completo controllo sulla rendita petrolifera, la principale fonte di divise e risorse del paese. In quanto classe, la borghesia ha questa intenzione, anche se non necessariamente tutti i suoi settori concordano sulle tattiche e i tempi. Naturalmente, i metodi si combinano oggettivamente, i  contrasti approdano a una sintesi, “bastone” e “carota” eseguono il loro ruolo rispettivo. In America Latina esiste infatti un altro fronte più conciliante e duttile, con i suoi promotori, che intende distruggere la rivoluzione bolivariana tramite la conciliazione, strappando concessioni, logorando il governo e instaurando una coalizione tra settori borghesi e membri della casta burocratica che si è andata formando nel corso del processo bolivariano.

Il colpo di “bastone”, la sollevazione violenta e il terrorismo paramilitare, serve alla borghesia per raccogliere i frutti della trattativa, con la “carota” della pace, al tavolo del negoziato con il governo di Nicolás Maduro. Il “bastone” e gli episodi di violenza proseguono, anche se non guadagnano spazio fra gli strati popolari della popolazione, e costituiscono sostanzialmente l’espressione esasperata di settori della piccola borghesia e della partecipazione mercenaria inoculata. Quello che è uscito dalla Conferenza di Pace e dai tavoli sono concessioni agli imprenditori, aumenti dei prezzi, facilitazioni per ottenere maggiori quantitativi di dollari e sfruttare fette maggiori della rendita petrolifera. Partendo da questi spazi gli oppositori insistono a voler smantellare conquiste della classe lavoratrice, dei contadini e dei settori popolari, ad esempio la garanzia del posto di lavoro e altri vantaggi ottenuti con la nuova Legge del Lavoro, peraltro ignorati ormai nella pratica dagli imprenditori e dalle autorità preposte.

Al tempo stesso, la direzione politica borghese cerca di far sì che il governo Maduro paghi i costi delle misure eventualmente adottate su richiesta del mondo imprenditoriale, per provocarne il crescente logoramento politico agli occhi del popolo. È chiaro che anche la destra deve pagare per la sua turpe offensiva un costo politico, che si esprime nel rifiuto della larga maggioranza della popolazione e dei suoi stessi elettori delle azioni più ripugnanti quali gli assassinii e le iniziative di violenza contro servizi pubblici, centri scolastici, sedi sanitarie, trasporto pubblico e beni patrimoniali, ecc.

 

CADTM – Molte campagne internazionali hanno demonizzato il presidente Hugo Chávez, per l’intera fase del suo mandato, dal colpo di Stato dell’11 aprile 2002 (quando poco mancò che venisse assassinato), il golpe petrolifero e tanti altri attacchi che, sicuramente, Chávez ha sfruttato per radicalizzare il proprio progetto politico. Credi che qualcosa di simile stia accadendo anche in questi momenti? In caso contrario, quali sono le differenze che presenta la congiuntura attuale?

 

G. G. - Sì. Effettivamente, i precedenti tentativi golpisti, vivo Chávez, essendo stati sconfitti dal popolo venezuelano, produssero progressi nel progetto politico, sia dal punto di vista democratico sia da quello delle conquiste materiali, economiche, sociali e in fatto di sovranità. Chávez si basò su questo per radicalizzare progressivamente il processo. E questo si verificò indipendentemente dal fatto che anche Chávez avesse aperto spazi di dialogo con la borghesia, ma con il popolo mobilitato che segnava l’agenda della discussione. Io vedo diversa la situazione di adesso, perché la pressione violenta della destra non è finita e le trattative si conducono a partire dalle richieste degli imprenditori, ad esempio i 12 punti dell’industriale Lorenzo Mendoza. Chávez era quello che fissava le regole del gioco mentre ora sento che non è così, perché non si sta discutendo di come gli imprenditori si riconcilino con il programma del governo, il “piano della Patria” e come ottenere che la destra rinunci alla violenza, ma si pone invece la condizione tacita che il governo conceda i vantaggi da loro richiesti, senza che il popolo sia direttamente consultato al riguardo.

Con Chávez e la rivoluzione bolivariana riuscimmo a sottrarre PDVSA a quella “meritocrazia” grazie alla quale la borghesia godeva parassitariamente della rendita petrolifera e l’instaurazione del controllo dei cambi riuscì per vari anni a riservare i dollari della rendita petrolifera per l’investimento nei programmi sociali del governo (Misiones) e in grandi opere infrastrutturali o in progetti di sviluppo industriale endogeno; negli ultimi anni, invece, soprattutto da quando  Chávez si era ammalato, la borghesia ha trovato il modo di aprirsi dei varchi e di riprendere il saccheggio della rendita, non senza l’aiuto di settori burocratizzati e corrotti del funzionariato di Stato e dell’apparato di governo.

E senza quei pilastri che sono il controllo della rendita petrolifera e quello dei dollari, crollano sostegni fondamentali per la transizione socialista, per l’edificazione di un’economia non capitalista, basata sulla proprietà sociale.

Il dato predominante adesso, nei colloqui di pace, sono gli accordi con settori capitalistici. E, in questo scenario, quella che manca è la voce concreta e la partecipazione del soggetto rivoluzionario al processo decisionale: la classe operaia e il popolo bolivariano. Chávez ci ha trasmesso il suo lascito e un programma per il quale votammo, e in uno dei suoi ultimi messaggi si era proposto di dare un ultimo colpo di timone per avanzare in modo deciso verso la transizione socialista, mentre ora si va imponendo un discorso diverso, che è quello della “coesistenza di modelli”; non si parla più di transizione al Socialismo del XXI secolo, ma di due sistemi, in cui in realtà ne esiste solo uno: quello capitalista, ancorché con regolamentazioni sociali, conquiste politiche ed elementi di sovranità strappati dalla rivoluzione.

Il governo non ha ceduto su questioni importanti, ad esempio di fronte alla richiesta di amnistia per i controrivoluzionari incorsi in gravi violazioni di diritti e in azioni di stampo fascista, ma la pressione della violenza e quella pressione politica, con l’aggiunta della cosiddetta “guerra economica”, sono un modo per mettere il governo con le spalle al muro, una stretta da cui ci si può liberare soltanto chiamando il popolo bolivariano alla più ampia e importante mobilitazione e animandolo con proposte vantaggiose per i suoi interessi e le sue aspettative.

 

CADTM Conosciamo i rilevanti miglioramenti sociali verificatisi negli ultimi quindici anni della rivoluzione bolivariana e siamo anche informati sui problemi economici acuitisi negli ultimi mesi (inflazione, scarsezza di prodotti basilari, tipo di cambio e fuga di capitali). Cosa pensi al riguardo? Che cosa si sta facendo e che cosa andrebbe fatto? Quali proposte sono in discussione nella sinistra e nel movimento popolare?

 

G. G. – Per un verso, siamo in presenza di una “sostenuta guerra economica”, che compie le sue stragi con l’accaparramento, la scandalosa speculazione, il contrabbando dell’estrazione [mineraria], la frode e la fuga di divise, tra le altre manifestazioni. Ma c’è anche il fatto che la corruzione e il freno burocratico alla trasformazione rivoluzionaria hanno impedito il progresso delle imprese di base e nuovi progetti di rottura con la logica capitalista, la proprietà sociale e comunitaria, il controllo operaio, la rivoluzione agraria… Anche qui, bisogna ammettere i problemi di organizzazione, di formazione politica e di partecipazione dei movimenti sociali e della classe operaia. Abbiamo una burocrazia che sembra più interessata a trarre vantaggi dalle transazioni dello Stato prigioniero della borghesia mettendosi d’accordo con questa, che non a portarlo realmente alla trasformazione rivoluzionaria.

“Marea Socialista” è andata proponendo che ci si deve muovere verso il “colpo di timone” e non verso “la coesistenza di modelli”. Insistiamo che occorre attenersi ai punti chiave costitutivi del processo rivoluzionario bolivariano, che dobbiamo ridare impulso al processo popolare costituente con cui è iniziata questa rivoluzione; infatti, ci sembra infatti che in realtà non siamo usciti dalla cosiddetta “democrazia rappresentativa” e che la partecipazione democratica e in prima persona, come pure il potere popolare, stiano diventando un mito, visto che il potere di decisione è concentrato nelle mani della burocrazia, e che questa propende in misura crescente per offrire maggior partecipazione alla borghesia che non all’esercizio della governabilità rivoluzionaria insieme alla classe lavoratrice e al popolo.

In vari documenti, pubblicati nel corso del 2013 e agli inizi del 2014, siamo venuti esponendo le nostre proposte come corrente politica di lavoratori, giovani e attivisti popolari, per la maggioranza militanti del PSUV, anche se manchiamo di spazi reali per discutere e prendere decisioni in seno al partito. Abbiamo proposto diversi punti principali, quali i seguenti: 1) il recupero salariale; 2) rendere effettiva la garanzia del posto di lavoro e tutta la Legge Organica del Lavoro conquistata con Chávez; 3) frenare l’autorizzazione degli aumenti di prezzi dei prodotti essenziali; 4) riattivare le “missioni sociali”; 5) porre fine alla persecuzione e criminalizzazione di lavoratori che si battono per le proprie rivendicazioni e i propri diritti, nel quadro della difesa del processo (lavoratori con i quali, a volte, il governo è più severo che non con la destra); 6) mantenere il controllo e la distribuzione progressiva dei dollari provenienti dalla rendita petrolifera, per cui denunciamo come l’introduzione del SICAD II e la modifica della Legge sugli illeciti cambiari aprano la porta all’appropriazione privata della nostra rendita petrolifera.

In campo economico, stiamo dicendo che non va concesso neanche un dollaro alla borghesia e che lo Stato deve monopolizzare l’intero commercio estero sotto controllo sociale e contro la corruzione, per diventare così l’unico importatore dei beni essenziali per il nostro popolo.

Il controllo sociale e anticorruzione è fondamentale, perché abbiamo il fenomeno della burocratizzazione, per cui c’è bisogno del controllo popolare e delle organizzazioni dei lavoratori. Proponiamo la centralizzazione nazionale con controllo sociale di tutti i dollari del paese, sia di quelli che entrano per il petrolio sia di quelli che sono depositati in fondi all’estero.

Affermiamo inoltre che deve esserci l’intervento sul sistema bancario privato, con controllo statale e sociale e con la partecipazione dei lavoratori delle banche, nonché il controllo centralizzato di tutti i fondi maneggiati dalla banca pubblica, negli stessi termini.

Secondo noi è molto urgente “recuperare la produzione statale di generi alimentari e prodotti di consumo indispensabili, riattivare e ripotenziare le imprese recuperate, consentendo il genuino esercizio del controllo operaio e popolare”. E, di fronte alle operazioni di accaparramento, speculazione o contrabbando di materie prime in cui sono coinvolte “grandi imprese private”, crediamo che queste vadano espropriate e poste sotto controllo operaio e popolare. Non vanno chiamati i capitalisti a “salvare” la produzione nazionale, come sembra stia facendo implicitamente il governo.

Il 14 febbraio 2014, all’inizio della comparsa delle “guarimbas”, abbiamo detto in un comunicato che “Marea socialista” dichiara decisamente il proprio impegno in difesa del processo bolivariano da qualsiasi tentativo di golpe, ancorché mascherato da manifestazioni in piazza di simpatizzanti della destra . E in quel comunicato la nostra corrente avverte che “continuando per questa strada di cedimento alle richieste dei capitalisti entreremmo in una situazione di arretramento e di irrecuperabile perdita di controllo”.

Abbiamo sostenuto che per “Marea Socialista” costituisce un errore grave e un pericolo oscillare in direzione delle misure richieste dalla destra invece di sostenere e approfondire misure come quelle applicate il 6 novembre del 2013, indispensabili per difendersi dalla Guerra Economica e dai piani golpisti promossi dalla borghesia, nel quadro delle elezioni comunali dell’8 D [8 dicembre 2013]; misure che hanno dato risultati economici e politici positivi, rafforzando in quel momento la posizione del governo e del popolo bolivariano.

Per questo invitiamo il governo del presidente Maduro a una correzione, “applicando misure anticapitaliste per garantire i rifornimenti, frenare l’incontrollato aumento dei prezzi e mettere in moto una nuova fase del processo bolivariano”, insieme ad altre misure per l’emergenza politica ed economica.

Non ci opponiamo a colloqui di pace, al dialogo, ma questo deve avvenire in base all’agenda della rivoluzione e con la partecipazione e consultazione effettiva del popolo, perché il popolo venezuelano ha votato a maggioranza per un governo e un programma che l’opposizione non può continuare a pretendere di disconoscere e di sabotare. Ed è qui che entra il tema dell’impunità che l’opposizione cerca di utilizzare di rimando contro il governo e contro il popolo, quando sono loro i responsabili di gravissimi guasti e di orribili crimini. Per questo diciamo che i capi politici e gli istigatori delle “guarimbas”, della violenza fascista, come Leopoldo Lopéz, María Corina Machado e il sindaco Antonio Ledezma devono essere processati e puniti con la prigione ma, oltre ad essi, anche i loro complici e finanziatori devono risarcire il paese per i danni causati, mediante la confisca dei loro beni e conti bancari, e devono indennizzare le vittime.

Le organizzazioni sociali e le correnti politiche della rivoluzione stanno discutendo sul che fare, su quale debba essere il corso del governo e del nostro processo rivoluzionario.

 

CADTM L’opposizione venezuelana sta utilizzando la violenza e la disinformazione per soppiantare il governo, democraticamente eletto, di Nicolás Maduro, con un governo di transizione. Quali sono le proposte dell’opposizione sul piano sociale, economico e politico? Hanno un elenco di rivendicazioni o un programma? Quali interessi hanno e chi sono coloro che stanno dietro a questo progetto?

 

G. G. – Quando si sono presentati alle elezioni presidenziali con il candidato sconfitto Capriles Radonsky, gli oppositori avevano un programma, noto come il Programma del MUD (la coalizione di destra), di taglio neoliberista; essi cercano però di mimetizzarsi e di dare al popolo bolivariano l’impressione che manterrebbero alcune delle sue principali conquiste, ad esempio i vantaggi delle Missioni. Tuttavia, appena si sollevano per disconoscere i risultati elettorali, si scagliano contro le Missioni, incendiando i moduli di Barrio Adentro e di Centri diagnostici integrali, o come fanno adesso, con le “guarimbas”, sono capaci di incendiare centri scolastici o di distribuzione di alimenti sussidiati per il popolo. Dopo il golpe di aprile del 2002, hanno decretato la sospensione di tutte le cariche dei poteri pubblici costituiti, violato clamorosamente la Costituzione, così come sono tornati a farlo ad ogni nuovo tentativo e con la violenza fascistoide; questo è ciò che fanno nella loro pratica quotidiana, come anche il loro comportamento filo-imperialista è quel che sta ad indicarci quale sia il loro programma, non quello che possono scrivere su carta o le dichiarazioni dei loro portavoce. Prima che spuntasse l’offensiva “guarimbera” un gruppo di illustri economisti borghesi presentò il proprio punto di vista sulla politica economica che avrebbe dovuto sostituire quella del governo, poi nella Conferenza di pace hanno presentato i 12 punti di Mendoza, che comprendono controriforme del lavoro, elementi di flessibilità lavorativa e di liberalizzazione economica in favore del capitale e a danno del lavoro.

Tutta l’opposizione borghese vorrebbe che Maduro se ne andasse, con le buone o con le cattive, così come lo vuole l’imperialismo. Alcuni però si rendono conto che il chavismo e una condizione di coscienza che è impossibile cancellare tutta in una volta sola. Percepiscono che si tratta di una tendenza storica profondamente radicata; connessa alla specifica identità nazionale e al bagaglio di idee bolivariano; legata a un insieme di conquiste sociali e politiche particolarmente apprezzate dal popolo; questo include l’eredità di Chávez e la sua forza simbolico-sentimentale, che ha ormai dimostrato la sua forza mobilitante il 13 aprile del 2002 e nella lotta contro lo sciopero-sabotaggio petrolifero, come pure nelle elezioni del 2012 e al funerale di Chávez nel 2013. Ancora oggi buona parte di quella forza è incanalata da Nicolás Maduro e da altri dirigenti chavisti, indipendentemente dalla discutibilità e dalle debolezze del governo. Ci sono quindi settori dell’opposizione borghese che si rendono conto che è solo penetrando e assimilando lo stesso chavismo, o meglio gli strati burocratici e imborghesiti di questo, che potrebbero assicurare la controriforma e successivamente la liquidazione della rivoluzione bolivariana. È questa l’alta strategia che si è messa in moto.

 

CADTM Il ruolo del Venezuela, con il governo di Hugo Chávez Frias e la sua prosecuzione con il presidente Nicolás Maduro, è stato ed è molto importante nel processo di Inserimento della Nostra America: la nascita dell’ALBA, di PETROCARIBE, della Banca del Sud, del SUCRE, ecc. Noi pensiamo che, se in Venezuela si arrivasse a un cambiamento dei rapporti di forza o se questo colpo di Stato si approfondisse, si verificherebbe un terribile arretramento dell’integrazione dei popoli. Che cosa pensa della situazione? Tra l’altro, ritiene che UNASUR stia realmente contribuendo al processo di soluzione del conflitto innescato? In che cosa consiste il cosiddetto dialogo di pace promosso dal governo, e quali sono secondo lei le sue prospettive?

 

G. G. – Ovviamente si tratterebbe di un arretramento terribile per l’inserimento dei popoli e per la piena indipendenza dell’America latina e del Caribe. Questo però non si decide solo in Venezuela. Vi è tutto un processo su scala globale che accompagna i colpi di Stato “istituzionali” in alcuni paesi, i cambiamenti che stanno avvenendo a Cuba, le trattative con le FARC, il nuovo avvicinamento di Correa alla BM e al FMI… Un processo in cui ci sono operatori che lavorano a fondo in favore della conciliazione interclassista, come avviene con Lula. L’UNASUR serve a contenere gli impeti dell’imperialismo e la rudezza della destra venezuelana, ma non va dimenticato che UNASUR raccoglie gli Stati e i governi borghesi latinoamericani (tra i quali ve ne sono alcuni che hanno ancora governi con caratteristiche antimperialiste e progressiste), ma non rappresenta lo spazio autonomo dei rispettivi popoli, né della classe operaia e contadina del Sud America. Quindi, anche se può essere utile a placare la destra venezuelana, può pure servire a moderare la rivoluzione bolivariana e a renderla innocua per le borghesie dominanti. Occorre cercare di sfruttare gli aspetti positivi insiti nell’esistenza di UNASUR a favore dei popoli, non delle oligarchie che imperano nei nostri paesi. Sul dialogo di pace in Venezuela mi sono già pronunciato sopra.

 

CADTM È tutto, grazie per averci concesso l’intervista. Ma ci farebbe piacere che fossi tu a chiudere con alcune tue riflessioni finali.

 

G. G. – Nel volantino o comunicato cui ho accennato sopra sosteniamo che siamo ancora in tempo per cambiare il corso della conciliazione con la borghesia, per frenare l’offensiva fascista e promuovere misure anticapitaliste decise attraverso la partecipazione democratica del popolo che vive del proprio lavoro. Per questo, occorre che il governo bolivariano, pressato da destra dalla borghesia e dall’imperialismo, senta come contrappeso la spinta della lotta dei lavoratori e degli strati popolari per mantenere il corso a sinistra. Per il momento, questi strati restano in attesa, osservando quel che fa il governo di Nicolás Maduro e con la loro capacità di mobilitazione ancora intatta, ancorché contenuta. Tuttavia, probabilmente piuttosto prima che poi, potrebbero cominciare a levarsi in difesa delle loro conquiste minacciate e lì si vedrà quale china prenderanno le cose in Venezuela. È su questo che stiamo puntando perché, invece di lasciare che si impegoli nelle reti della conciliazione, del burocratismo, della controriforma e dell’utopica “coesistenza” con il capitalismo, possiamo recuperare la rivoluzione bolivariana, affinché segua il corso della transizione al socialismo nel pieno esercizio della democrazia.

Traduzione di Titti Pierini



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