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La vera eccellenza di Expo: gli arresti!

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di Piero Maestri da Communia

Se cominciassimo questo articolo con la semplice notizia "arrestati Primo Greganti e Gianstefano Frigerio", i meno giovani penserebbero di essere capitati su una cronaca degli anni '90 pubblicata per sbaglio. Invece siamo ancora lì e questi signori delle tangenti sono finiti in carcere insieme al "general manager" di Expo SpA Angelo Paris. L'accusa nei loro confronti è quella di turbativa d'asta e corruzione per appalti legati in particolare alle opere connesse a Expo2015. Ordinanze di custodia in carcere anche per l'ex parlamentare pdl Luigi Grillo, per l'intermediario Sergio Catozzo e l'imprenditore Enrico Maltauro. Ai domiciliari Antonio Rognoni, ex direttore generale di Infrastrutture Lombarde.

Come sempre ci interessa poco la cronaca giudiziaria se non perché scoperchia quello che a molti risultava già evidente: le opere "connesse ad Expo" sono spesso semplicemente un'occasione per far circolare denaro, per programmare una speculazione finanziaria e territoriale pagata con soldi pubblici e che provoca danni ambientali.
L'elemento che va sottolineato non è tanto l'esistenza di quella che la stessa Procura milanese definisce una "vera e propria cupola per condizionare gli appalti" - cupola anche abbastanza singolare perché fondata sul ruolo di mediazione di due vecchie volpi della cosiddetta "prima repubblica", alla faccia del rinnovamento - quanto la complicità di "tutte le parti politiche" (sono ancora parole della Procura) e l'ipocrisia di chi continua a presentarci l'Expo come opera necessaria e grande occasione di rilancio economico per la regione metropolitana lombarda e non solo.
La stessa "via d'acqua" - opera inutile e costosa che ancora ieri è stata confermata, anche se non sarà pronta per l'inizio dell'Expo (quindi perché mai deve essere fatta?) - è citata come esempio di appalto sottoposto al controllo della "cupola" e pilotato. Significativa quindi la presenza tra gli arrestati dell’"imprenditore" Enrico Maltauro, titolare dell'omonima impresa che dovrebbe realizzare proprio il canale di scolo dell'Expo chiamato "via d'acqua".

Expo2015 è ormai una frana che rischia di crollare sulla testa degli amministratori pubblici, sia quelli che lo hanno voluto dal principio (Pd e centrodestra milanesi), sia di quelli come il sindaco Pisapia che appena eletto dichiarava che lui non lo avrebbe voluto ma che avrebbe lavorato per farlo al meglio. E così rischia di trovarsi con il cerino in mano, inventandosi un Expo pulito che non esiste, un evento innovativo e aperto al mondo altrettanto inesistente.
Sappiamo che da oggi ci toccherà ascoltare per l'ennesima volta la litania delle "poche mele marce", mentre abbiamo già letto commenti furbini di consiglieri comunali in difficoltà che chiedono nei loro post su FB di “astenersi chi «l'avevamo detto»”. E invece noi lo diciamo proprio, siamo tra quelli che lo avevano detto da principio e lo hanno ribadito nei giorni della Mayday e dei NED: un altro Expo non è mai stato possibile, non è mai interessato a nessuno e nessuno ha mai lavorato per renderlo possibile.
Il solo Expo possibile è quello che produce cemento, debito, precarietà - e illegalità diffusa nel ceto politico e in quello imprenditoriale.
Chi sostiene l'Expo, sostiene questo.

Questa vicenda illumina però anche un altro aspetto, più generale. Se grandi opere e grandi eventi, così come l'insieme della spesa pubblica, sono un'occasione per speculazione e circolazione di denaro, nel caso in questione non siamo di fronte ad un tumore in un corpo sano, ma all'indissolubile e dannoso legame tra "imprenditori", manager di aziende pubbliche o concessionarie di servizi pubblici e ceto politico/amministrativo. In questo senso chi non vede cosa succede in casa propria (per esempio lo strapagato commissario straordinario di Expo, Sala) o è un incapace, e per questo andrebbe allontanato, o peggio è un garante del sistema. Magari non ha "rilevanza penale", ma certamente lo ha dal punto di vista politico.

 



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