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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Gregorio Piccin: Venti anni di “professionalità”

Gregorio Piccin: Venti anni di “professionalità”

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di Gregorio Piccin

 

Gregorio Piccin ha curato un libro molto attuale (Se dici guerra.Basi militari, tecnologie e profitti, Kappa Vu di Udine, acquistabile on line su www.kappavu.it), di cui riporto in appendice presentazione e indice. Colgo l’occasione per riprodurre un suo intervento apparso qualche giorno fa sul manifesto, su cui concordo largamente su tutto, a partire dalla denuncia dell’irresponsabilità della Pinotti, tranne che sulla definizione del conflitto ucraino. Dire che è stato “provocato ad arte proprio dalla Nato”, mi sembra un po’ parziale: il conflitto è stato provocato in misura pressoché uguale dalla Nato e dalla Russia. Ma è un osservazione al margine dell’articolo, che riguarda essenzialmente l’Italia e il tipo di esercito che si è formato da due decenni. (a.m. 11/5/14)

 

Se la guerra corrisponde alla pace, la neutralità non può che essere “di parte”. Così il ministro della difesa Pinotti, evidentemente pervasa dal neopensiero, propone candidamente l’Italia come portabandiera del peacekeeping in un conflitto, quello ucraino, provocato ad arte proprio dalla Nato di cui l’Italia stessa è membro fervente. Credo che un ragazzo al primo anno di scienze politiche potrebbe fare di meglio.

La ministra sembra non considerare minimamente il fatto che dopo il 1989 l’Italia è diventata un paese belligerante e pesantemente schierato, senza se e senza ma. Questa belligeranza si fonda su sei punti di forza: il persistente cieco atlantismo; la  cessione di sovranità a favore delle esigenze militari e strategiche statunitensi; la creazione di un esercito professionale da offrire come corpo di spedizione per le peggiori avventure; il ricorso ai mercenari o contractors che dir si voglia; la volontà di convertire Finmeccanica alla sola produzione militare; le “porte scorrevoli” attraverso le quali sempre più alti ufficiali passano dai comandi ai consigli di amministrazione. Il “che fare” di un pacifismo conseguente ed incisivo non può prescindere da una lettura chiara ed organica di questi aspetti né esimersi dall’individuare i punti deboli di questa catena per tentare di farli saltare e purtroppo mi sembra che la linea espressa all’Arena di Verona mostri, in questo senso, taluni limiti analitici e di proposta nonché una eccessiva fiducia nel libro bianco che la stessa Pinotti si appresta a varare. Il tema della riduzione delle spese militari (F35 compreso), se si risolve in se stesso, può persino trasformarsi in uno strumento utile a rendere più sostenibile la guerra stessa nel quadro di un grande corpo di spedizione europeo al traino degli interessi statunitensi o comunque del big businnes neocoloniale.

Le nostre forze armate sono state riorganizzate sul modello anglo-americano ed il reclutamento della truppa volontaria è  avvenuto attingendo dalla disoccupazione, tra le classi sociali più disagiate e non a caso principalmente nel mezzogiorno.

Da un punto di vista democratico e costituzionale ed in tempi di cavalcante autoritarismo istituzionale, questa dinamica concreta è sommamente pericolosa; anche perché si è deciso di trasformare la truppa in un corpo sociale sostanzialmente separato all’interno dell’organizzazione militare dello stato.

Il nuovo esercito professionale è stato concepito per fornire la cornice giuridica adeguata alla necessità di essere integrato nel sistema operativo Nato ed essere proiettato ovunque nel mondo in un nuovo contesto operativo multinazionale interforze.

L’esercito professionale trae il suo stesso senso d’esistere dall’essere impiegato come corpo di spedizione e occupazione con la missione di presidiare (e combattere in) territori situati al di fuori dei confini nazionali; da qui la necessità di una ferma volontaria di almeno quattro anni.

Non è più sufficiente proporre riduzioni di spesa, per quanto doverose, senza vincolarle alla proposta di una nuova e diversa forma di esercito. Non considerare la questione “perché gli eserciti andrebbero aboliti” è un grosso errore. Il modo in cui questi sono organizzati non è mai neutro e buono a fare qualsiasi cosa. Ad ogni tipo di organizzazione corrisponde un peculiare uso e l’uso (strutturalmente costosissimo) dell’esercito professionale non è di tipo difensivo/territoriale ma offensivo da spedizione (con o senza F35, con o senza paralleli “dipartimenti di difesa civile” e servizi civili obbligatori).

Per una politica di “riduzione del danno” e per disinnescare concretamente le nostre responsabilità di guerra sarebbe ragionevole studiare e promuovere la formazione di un nuovo esercito costituzionale, di leva ma con l’opzione dell’obiezione di coscienza, aperto a donne e uomini e che sia organizzato per integrare immediatamente importanti funzioni logistiche e di supporto alla Protezione civile ma oggettivamente e strutturalmente inservibile alla Nato. Andrebbe studiato un nuovo concetto di difesa territoriale/ambientale, da proporre anche in ambito europeo, che metta le forze armate nelle condizioni di gestire direttamente sia aspetti di manutenzione e messa in sicurezza sia soprattutto le ricorrenti e devastanti fasi d’emergenza (incendi, alluvioni, terremoti, dissesto idrogeologico) ossia le vere minacce alla sicurezza dei cittadini.

In questo quadro di nuove sinergie ci sarebbe tutto lo spazio anche per ripensare le strategie industriali di Finmeccanica.

 

Gregorio Piccin

Appendice

Perché questo libro.

Abbiamo cercato, in questo lavoro collettivo, di definire la parola guerra per restituirle tutti i suoi significati materiali. La guerra non è solamente quella guerreggiata, quella che annichilisce le vite di una umanità già sofferente per lo sfruttamento (sempre più senza limiti) di lavoro, risorse e ambiente. La guerra è, prima e dopo, il periodo di “pace” in cui viene scientificamente preparata, apparecchiata, organizzata ed infine inoculata e scatenata. In questo senso la guerra è davvero permanente e strutturale: la guerra e la pace coincidono. Di fronte a questa tremenda evidenza, l’approccio etico è sostanzialmente inutile perché la guerra è da molto tempo soltanto il risvolto più brutale di un modo di produrre e consumare che si regge su un’unica legge fondamentale: massimizzazione e militarizzazione del profitto. Dopo l’89 l’Italia è diventata un paese belligerante senza se e senza ma. Il persistente cieco atlantismo, la cessione di sovranità a favore delle esigenze militari e strategiche statunitensi, la creazione di un esercito professionale da offrire come corpo di spedizione per le peggiori avventure, la volontà di convertire Finmeccanica alla sola produzione militare, le porte scorrevoli attraverso le quali sempre più alti ufficiali passano dai comandi ai consigli di amministrazione, sono i cinque punti di forza su cui questa pericolosa e criminale belligeranza si fonda. Il “che fare” di un pacifismo conseguente ed incisivo non può prescindere da una lettura chiara ed organica di questi aspetti né esimersi dall’individuare i punti deboli di questa catena per tentare di farli saltare. Il tema della riduzione delle spese militari, se si risolve in se stesso, può persino trasformarsi in uno strumento utile a rendere più sostenibile la guerra stessa nel quadro di un grande corpo di spedizione europeo al servizio degli interessi statunitensi e del big businnes neocoloniale. Con questo libro vogliamo offrire al lettore la possibilità di confrontarsi con la complessità delle questioni che ci portano ad essere legati mani e piedi alle dinamiche della guerra permanente globale ben sapendo che questa situazione ci trasforma tutti, in quanto cittadini di un paese belligerante e “di parte”, in obiettivi strategici nostro malgrado.

Se dici guerra…

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Sommario

 

Tommaso Di Francesco

Introduzione.

Gregorio Piccin

Dal globale, al nazionale, al locale... e ritorno.

Giuseppe Casarrubea

La Nato e gli eserciti Stay-behind in Italia .

Manlio Dinucci

Il riorientamento strategico della Na to dopo la guerra fredda .

Antonio Mazzeo

Da nord a sud: le vecchie/nuove frontiere militari statunitensi in Italia.

Gregorio Piccin

A proposito di sovranità nazionale...

Intervista a Carlos Vallejo Lopez, ex-ambasciatore dell’Ecuador in Italia.

Alessandro Pascolini

Le armi nucleari nel contesto strategi co

attuale.

Rossana De Simone

Genesi del complesso militare industriale italiano e nuovo contesto europeo.

Gianni Alioti

Un punto di vista sindacale sulla produzione militare.

 



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