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Scuola: pericolo invalsi

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di Chiara Carratù

Sinistra Anticapitalista

Nei giorni scorsi, a partire dal 6 maggio, è iniziata nelle scuole la “somministrazione” dei test Invalsi. Le classi coinvolte nella prova sono le seconde e le quinte della scuola Primaria che il 6 maggio hanno svolto la prova preliminare di lettura (solo le classi seconde) e la prova di italiano e il 7 maggio quella di matematica con, solo per le classi quinte, la somministrazione del Questionario studente. Il 13 maggio, toccherà alle classi seconde della secondaria di secondo grado con la prova di Italiano, di Matematica e il Questionario studente. Per la secondaria di primo grado l’appuntamento è il 19 giugno con la prova nazionale messa a punto proprio per l’esame di licenza media. Gli studenti interessati sono stati circa 568.000 in seconda primaria e circa 561.000 in quinta primaria mentre ne saranno coinvolti circa 594.000 nelle terze della secondaria di primo grado e circa 562.000 nelle seconde della scuola superiore.

Le prove Invalsi da quando sono state introdotte sono al centro di polemiche e di vere e proprie divergenze che vedono contrapposti, attraverso l’azione dei dirigenti scolastici, il Ministero e i docenti che si rifiutano di somministrarle, di correggerle e di tabularle.

Gli insegnanti decisi ad intraprendere la battaglia contro l’Invalsi vengono supportati solo dai sindacati di base (Cobas e CUB in primis) che ogni anno convocano uno sciopero nazionale in coincidenza con le fatidiche date di somministrazione dei test. Tuttavia l’area del dissenso si sta allargando a studenti e genitori che, man mano che acquisiscono informazioni sull’utilità, lo scopo e l’uso dei test, diventano sempre più insofferenti verso questo tipo di prova.

Diversi sono i comunicati di sindacati e associazioni contrarie alla somministrazione di questi test e che invitano gli insegnanti allo sciopero e gli studenti e i genitori al boicottaggio.

La pericolosità cui si fa cenno nel titolo di questo articolo è contenuta nei compiti dell’Istituto stesso ma per smascherare l’ideologia che si nasconde dietro questo sistema di valutazione è necessario guardare a cosa accade realmente nelle scuole non solo al momento della somministrazione delle prove ma anche prima e dopo e cosa determina tutto questo nella didattica.

Sul sito nazionale dell’Invalsi si può leggere che questo istituto è un ente di ricerca di diritto pubblico che gestisce il sistema di valutazione nazionale (SNV); tra i suoi compiti ci sono ad esempio “verifiche periodiche e sistematiche sulle conoscenze e abilità degli studenti e sulla qualità complessiva dell’offerta formativa delle istituzioni di istruzione e formazione professionale, rilevazioni necessarie per la valutazione del valore aggiunto realizzato dalle scuole, la predisposizione di modelli da mettere a disposizione delle autonomie scolastiche ai fini dell’elaborazione della terza prova a conclusione dei percorsi dell’istruzione secondaria superiore, la formazione del personale docente e dirigente della scuola, connessa ai processi di valutazione e di autovalutazione delle istituzioni scolastiche e la formulazione di proposte per la piena attuazione del sistema di valutazione dei dirigenti scolastici, definendo le procedure da seguire per la loro valutazione, formulando proposte per la formazione dei componenti del team di valutazione e realizzando il monitoraggio sullo sviluppo e sugli esiti del sistema di valutazione”.

L’Invalsi è arrivato così sui banchi di scuola sull’onda di un leitmotiv che più o meno dice: “è necessaria una valutazione delle scuole, del personale che opera al suo interno e delle competenze degli allievi al fine di favorire un processo meritocratico che premi chi realmente lavora e che individuai le forme migliori di didattica”. Bisogna essere chiari: dietro queste parole si nasconde un intento ben preciso che è quello di usare questo strumento in maniera strutturale per privatizzare la scuola e stravolgere quella che storicamente è stata la funzione della scuola pubblica italiana. È per questo motivo che i test Invalsi sono molto pericolosi e fanno male alla scuola pubblica nel suo complesso.

A questo proposito i siti internet dei sindacati di base (vedi Cobas e Cub) sono un’ottima fonte di controinformazione; è così che apprendiamo che sono diversi i motivi per cui bisogna opporsi ai test Invalsi:

  1. le prove non sono anonime:in alcuni documenti dell’Istituto si parla di “ancoraggio”, cioè le prove seguiranno gli studenti in un percorso che li accompagnerà fino all’inserimento nel mondo del lavoro. È per questo motivo che ad ogni studente viene attribuito un codice che è applicato sul fascicolo della prova e che ogni scuola conserva un elenco in cui ad ogni codice corrisponde il nome dell’allievo.
  2. esiste un “questionario studente”in cui vengono richiesti ai ragazzi e ai bambini dati sensibili e, in alcuni casi, assolutamente delicati come ad esempio se hanno subito atti di bullismo, se si sentono esclusi o se hanno subito furti. Vengono chieste inoltre informazioni sulla propria vita personale come ad esempio se si ha una camera tutta per sé o anche quanti bagni ci sono in casa. I risultati dei quiz vengono poi incrociati con la situazione economico – sociale della famiglia; infatti ai ragazzi viene consegnato un foglio da compilare a cura dei genitori in cui, oltre ai dati anagrafici, viene chiesto il titolo di studio e la professione di entrambi. Tali dati vengono custoditi dalla scuola ed entrano a far parte dell’anagrafe studente.
  3. Il test Invalsi non favorisce l’inclusione:bambini e ragazzi dislessici, portatori di handicap o con particolari problemi devono essere allontanati dalla classe: essi di regola vengono esclusi dalla prova e se la scuola dovesse decidere di ammetterli bisogna assicurarsi che non disturbino il protocollo di somministrazione visto che non è prevista accanto a loro la presenza dell’insegnante di sostegno. Inoltre chi somministra il test, come scritto nell’apposito manuale, non può dare alcun tipo di suggerimento e si arriva all’assurdo del divieto di uscita dall’aula anche per andare in bagno per tutto il tempo del test (circa 3 ore).
  4. I test non sono rispettosi dei tempi di apprendimento dei bambini e ne minano l’emotività: proporre nella seconda classe della scuola primaria (7 anni) una prova di lettura rigidamente cronometrata e uguale per tutti significa non rispettare i tempi di apprendimento dei bambini che sono diversi per ognuno. Tutto questo poi lede la loro emotività al punto che, nelle scuole inglesi, molti psicopedagogisti riconoscono lo “stress da test”.
  5. Esasperano la competizione:spingono gli studenti a rivaleggiare tra loro; rompono la collaborazione tra insegnanti che anziché scambiarsi buone pratiche d’insegnamento sono spinti sempre di più a mettersi in competizione per dimostrare la loro bravura.
  6. Gli Invalsi sono la premessa alla valutazione e alla gerarchizzazione salariale dei docenti e sono un attacco alla libertà d’insegnamento:non è un caso né il tentativo dell’ultimo autunno di togliere gli scatti di anzianità agli insegnanti di ruolo né che la ministra Giannini, come già Gelmini, Profumo e Carrozza, concentri i propri interventi sulla centralità della meritocrazia e della valutazione per ridare slancio alla tanto bistratta professione dell’insegnante. In un sistema così concepito va da sé che non verrà premiato il docente migliore, bensì quello che si adatterà più agilmente a questo tipo di didattica. Infatti bisogna tener presente che il mai abbandonato progetto di legge Aprea, nella parte dedicata alla valutazione del lavoro degli insegnanti, prevede la diversificazione delle carriere (cioè degli stipendi) e uno dei parametri per arrivare a questo scopo è “l’efficacia dell’azione didattica e formativa” (valutata proprio attraverso i test Invalsi).
  7. Mettono in competizione le scuole tra loro:logica vorrebbe che, in seguito all’analisi dei dati, le scuole che nei test sono risultate più deboli dovrebbero ricevere più finanziamenti; invece si verifica esattamente il contrario! Ad esempio nell’anno scolastico 2009/10 i risultati peggiori di molte scuole del Sud Italia sono stati associati non alle caratteristiche strutturali dei singoli sistemi scolastici ma alla più alta diseguaglianza sociale e di reddito che caratterizza le regioni del Sud rispetto a quelle del Nord. La logica di questo tipo di lettura della realtà nasconde la volontà di lasciare indietro chi è già in una situazione di disagio economico e socioculturale e di non intervenire efficacemente per diminuire la dispersione scolastica. Infatti, l’ultimo provvedimento della Ministra Carrozza sulla dispersione scolastica favorisce le scuole del Nord Italia piuttosto che quelle del Sud destinando più risorse economiche alle prime nonostante le seconde abbiano un indice di dispersione più alto. Una politica siffatta crea scuole di serie A, serie B e serie C in continua competizione tra loro.
  8. Gli Invalsi sono un dispendio di denaro pubblico:mentre ci viene detto che ci sono poche risorse per le scuole pubbliche e che quelle poche bisogna erogarle in maniera oculata, si spendono per gli Invalsi ben 14.000.000 di euro solo per quest’anno scolastico (è lo stesso Istituto a dichiarare questa cifra!) esclusi gli stipendi dei dirigenti dell’Istituto stesso (da 92.500 euro per dirigenti di II fascia ai 120.000 euro l’anno per dirigenti i di I fascia per finire con 152.000 euro del Direttore Generale).
  9. Le prove Invalsi abbassano la qualità della didattica e a lungo andare determineranno la formazione di allievi sempre ignoranti: i docenti sono quasi obbligati a modellare la loro programmazione in modo da addestrare il più possibile la loro classe alla modalità a quiz; così ad esempio, vengono inseriti in elenco libri specifici, crescono le prove a crocette, aumenta il tempo dedicato all’allenamento sui quiz e lo statuto delle discipline viene trasformato dall’interno. Nel giro di qualche anno le materie interessate dall’Invalsi hanno cambiato natura: pensiamo ad esempio alla prova di italiano dove il tema ha perso centralità a favore della comprensione del testo; ad una prova in grado di restituire, più di ogni altra, la complessità dello studente in termini di competenze, saperi e soggettività, si preferisce ormai una prova completamente decontestualizzata, ossia un brano che pur essendo scelto tra i testi d’autore, non riporta nulla né della poetica di quell’autore né del momento storico in cui è vissuto. Anche la matematica si sta rapidamente riducendo ad un molto più applicativo problem solving, minando appunto lo statuto stesso della disciplina.

È proprio contro questo modello di scuola che ogni anno si mobilitano migliaia di insegnanti, studenti e genitori! Sempre dai siti dei sindacati di base apprendiamo che esistono diversi modi per resistere e per opporsi: innanzitutto lo sciopero in coincidenza con la somministrazione delle prove che, anche quest’anno, è stato convocato dai sindacati di base e poi il boicottaggio. È possibile sia non andare a scuola che andare con una diffida che impone la non somministrazione dei quiz (solo i ragazzi di terza media non possono opporsi al test e non possono essere assenti perché l’Invalsi è ormai entrato a far parte della valutazione dell’esame di licenza media e senza il quale non si supera l’esame).

Il Ministero ha provato a mettere fine alle proteste usando lo strumento della legge per annullare ogni forma di opposizione: l’articolo 51 del recente decreto legge n. 5 sulle semplificazioni chiarisce infatti che per le scuole la partecipazione alle rilevazioni va intesa come “attività ordinaria”. “La norma- si legge nella relazione tecnica allegata al provvedimento -si propone di far sì che le rilevazioni nazionali degli apprendimenti siano effettuate dal 100% delle istituzioni scolastiche, mentre oggi, in assenza di uno specifico obbligo, circa il 5% delle scuole rifiuta con vari motivi di svolgerle; il rimanente 95% le svolge già oggi come attività ordinaria, senza necessità di remunerazione aggiuntiva per il personale coinvolto”.

Anche Anna Maria Ajello, neo presidente dell’Istituto, ha scritto una lettera pubblica indirizzata a tutti i docenti per richiamare la loro attenzione sull’importanza della valutazione in modo da riconoscere le pratiche didattiche più efficaci.

Tutto questo però non è servito a fermare la resistenza di docenti, insegnanti e genitori decisi a contrastare l’Invalsi in ogni modo. Questa battaglia ha molte potenzialità e potrebbe essere davvero vincente segnando un punto a favore di chi lotta per la scuola pubblica a patto che chi resiste non venga lasciato solo e che alla opposizione contro i test Invalsi si affianchi un più ampio movimento in difesa della scuola pubblica nel suo complesso. Una svolta decisa alle mobilitazioni verrebbe se la CGIL SCUOLA abbandonasse la sua posizione ambigua e si schierasse accanto ai sindacati di base. Nell’epoca dell’austerità e del fiscal compact, i proclami di contrarietà all’Invalsi non bastano specie se poi, come fa la CGIL, ci si dichiara comunque pronti a discutere sulla valutazione e sui metodi da usare per attuarla. Questa posizione rischia addirittura di essere controproducente per l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici della scuola che in molti casi partono dal presupposto che comunque un metodo di valutazione debba esserci, che comunque esistono molti fannulloni e che comunque le risorse sono poche.

Bisogna combattere questi tipo di approccio sia perché le risorse ci sono (più volte su questo sito abbiamo pubblicato articoli il cui scopo è smascherare l’enorme truffa che si sta giocando sulla pelle della classe lavoratrice puntando la luce sull’enorme trasferimento di risorse che dal lavoro si sposta ai profitti, facendo pagare, attraverso privatizzazioni e compressione dei diritti, proprio ai più deboli l’enorme peso della crisi economica; nella fattispecie basti pensare al continuo trasferimento di fondi dallo Stato alle scuole private per le quali non si parla mai di razionalizzazione della spesa e sembra non esistere crisi) sia perché per iniziare a parlare di meritocrazia bisognerebbe restituire alle scuole tutte le risorse tolte in questi anni, riassumere tutto il personale licenziato e tutto quello che manca per assicurare un buon funzionamento del sistema, diminuire il numero degli allievi per classe per permettere un insegnamento davvero di qualità, rimettere mano alla didattica e centrarla non sulla necessità del mercato del lavoro ma sulle necessità degli allievi, riqualificare strutturalmente tutti gli edifici scolastici, rafforzare il diritto allo studio attraverso il reale abbattimento di tutti gli ostacoli sociali o economici per chi ha questo problema e tutelare, con percorsi ad hoc, chi è colpito da malattie professionali per niente riconosciute come tali, come ad esempio il burnout (termine che indica le persone sottoposte a doppio stress, quello individuale e quello delle persone di cui sono responsabili).

Il rischio è che questa battaglia che vede la partecipazione di tanta gente agguerrita, se lasciata isolata, possa essere stroncata del tutto attraverso l’inserimento nel contratto collettivo degli insegnanti (per il quale da tempo si parla di rinnovo) dell’obbligo della valutazione tra le mansioni del docente e dell’obbligo per gli studenti di sostenere i test anche come prova obbligatoria negli esami di fine corso senza il cui superamento non si ottiene il diploma. Il Ministero non è disposto a fare marcia indietro e non si arrenderà facilmente: il dimissionario governo Monti, ad esempio, trovò il tempo di varare il Sistema di Valutazione Nazionale (SNV) in cui grande peso hanno i quiz. Il regolamento di attuazione del provvedimento è il coronamento di un percorso cominciato nel luglio 2001 con la costituzione di un gruppo di lavoro voluto dall’allora ministro Letizia Moratti, proseguito poi con i ministri Giuseppe Fioroni e Mariastella Gelmini. Esso permette un allineamento dell’Italia agli altri Paesi Europei sul versante della valutazione dei sistemi formativi pubblici e consente di rispondere agli impegni assunti nel 2011 dall’Italia con l’Unione Europea, in vista della programmazione dei fondi strutturali 2014/2020. Il S.N.V. si basa sull’attività dell’Invalsi che avrà il compito di redigere i protocolli di valutazione.

È in quel regolamento che è stato scritto che le istituzioni scolastiche “saranno soggette a periodiche rilevazioni nazionali sugli apprendimenti sulle competenze degli studenti, su base censuaria nelle classi seconda e quinta della scuola primaria, prima e terza della scuola secondaria di primo grado e seconda e quinta della scuola secondaria superiore” ma se fino ad oggi l’Invalsi non è diventato terza prova agli esami di Stato e non è stato ancora inserito nella prima della secondaria di primo grado è dovuto proprio alla tenacia dei sindacati di base e alla forza di chi continua ad opporvisi e a credere in una formazione pubblica e di qualità. L’unica strada percorribile, contro la forza e la pervicacia dei diversi governi che si sono succeduti in questi anni, è quella di rafforzare questo percorso di lotta e di allargarlo il più possibile a tutti/e quelli/e che hanno a cuore il destino della scuola pubblica.