Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Anniversari e "ricorrenze"

Anniversari e "ricorrenze"

E-mail Stampa PDF

di Antonio Moscato

Mancano ancora tre mesi all’anniversario dell’inizio della Prima Guerra Mondiale e diventano sempre più frequenti gli articoli celebrativi, e le traduzioni affrettate di libri apparsi in vari paesi. Ma su questi tenterò di fare una rassegna abbastanza ampia di quelli che meritano di essere segnalati per una ragione o per un’altra. Intanto vorrei segnalare, tra i tanti articoli rituali, alcuni più complessi e relativamente utili, identificando tuttavia un leitmotiv ricorrente che non dipende solo dall’accettazione dei suggerimenti dei committenti (che pure traspaiono spesso) ma da un’involuzione diffusa dell’intelligencija che fu di sinistra: tutti si dimenticano della rivoluzione, che rappresentò l’unica alternativa al grande massacro, e la ricordano solo come una (sgradevole) conseguenza delle vicende belliche. Mi aveva già inorridito la leggerezza con cui ne aveva parlato perfino Eric Hobsbawm, rivelando a volte una sostanziale incomprensione della dialettica tra guerra e rivoluzione: arriva al punto di considerare quest’ultima sostanzialmente una sciagura, o un “errore grave” come “la divisione permanente del movimento socialista internazionale". [Eric Hobsbawm, Il secolo breve, Rizzoli, Milano, 1995, p. 88]. Hobsbawm ripete più volte espressioni come “gli sconfitti furono trascinati nella rivoluzione” (p. 44) o “la Germania costrinse la Russia a uscire dalla guerra, a sprofondare nella rivoluzione” (p. 42), che riflettono il suo approdo dopo il 1989 alla conclusione fatalistica: “forse nel 1917 era meglio non prendere il potere”. Di domandarsi perché l’URSS fosse finita così miseramente, neanche a parlarne, ma non era solo, era in foltissima compagnia… Premetto che l’involuzione di Hobsbawm mi pesa particolarmente, perché lo avevo considerato un maestro nei miei anni di formazione come storico.

La spiegazione è che Hobsbawm, che giustamente da quel conflitto aveva fatto partire un’intera epoca, aveva scritto il suo libro più celebrato quando era ormai segnato dal riflusso del movimento comunista ufficiale in cui aveva disciplinatamente militato per tutta la vita. Un atteggiamento comprensibile in chi aveva assimilato alle vere rivoluzioni del 1917-1919 la riproduzione del modello stalinista russo nei territori conquistati militarmente nel 1945… Se un così grande storico aveva finito per accettare luoghi comuni banalizzanti, possiamo capire perché è difficile trovare spiegazioni convincenti in altri meno grandi e ancor più sensibili al riflusso ideologico della sinistra.

Ad esempio Marcello Flores, uno storico attento e buon conoscitore del fenomeno staliniano, si adegua inconsciamente al clima prevalente che ricerca in uno Stato o in un altro la responsabilità principale se non esclusiva del conflitto. In un articolo sulle atrocità che accompagnarono quel conflitto apparso in un interessante dossier del supplemento culturale del “Corriere della sera” dell’11 u.s. Flores traccia un bilancio abbastanza realistico degli orrori, anche se si concentra soprattutto su quelli compiuti dalle truppe tedesche in Belgio e Francia, e da turchi e bulgari, alleati degli imperi centrali, con qualche accenno solo alla deportazione di 300.000 tedeschi del Volga da parte del governo zarista, che anticipava le analoghe misure staliniane durante la seconda guerra mondiale e già allora non rimase isolata. Flores ammette in conclusione che “di alcuni di questi delitti si erano rese responsabili anche le potenze vincitrici”, e che questo, oltre alla comprensibile “opposizione americana alla definizione stessa di crimini contro l’umanità e all’instaurazione di un tribunale internazionale”, impedì che questi crimini fossero puniti anche quando erano stati commessi dagli sconfitti.

Vero, ma mi stupisce in Flores il silenzio sul fatto che anche l’Italia aveva responsabilità del genere. Nel maggio giugno del 1915 tra le ragioni del mancato sfondamento in direzione di Trieste ci fu che le truppe italiane, mal servite da un cattivo servizio di informazioni (convinto che la popolazione, prevalentemente slovena, stesse per insorgere), si dedicarono a catturare ostaggi, arrestare parroci presunti sostenitori dell’Austria, fucilare i sospetti e poi addirittura a deportare ben 70.000 abitanti per la sola colpa di essere sloveni. [Ne parlano brevemente sia il libro di Mario Isnenghi e Giorgio Rochat, La grande guerra. 1914-1918, La Nuova Italia, Firenze, 2000, p. 155, sia quello di Piero Melograni, Storia politica della Grande Guerra. 1915-1918, pp. 28-29.]

Una vicenda abitualmente taciuta o minimizzata ma che fa capire da come parta lontano il conflitto etnico che il fascismo aggravò e che nel 1943 esplose con la prima ondata di vendette e di uso delle foibe.

Anche il più importante articolo del ricco dossier del “Corriere” curato da Antonio Carioti, quello di Sergio Romano, sottovaluta il ruolo di chi si oppose alla guerra, e ad esempio minimizza o considera il frutto di un ancora insufficiente adattamento alla logica del conflitto gli episodi di fraternizzazione del primo Natale in trincea. In realtà episodi del genere ci furono spesso, silenziosi, per non incorrere nella repressione dall’alto. Si direbbe che anche chi descrive le repressioni e le violenze sulle popolazioni, o su soldati nemici feriti, dimentichi quanta violenza, in tutti gli eserciti, senza eccezione, ci fu sui propri soldati.

Cadorna, ad esempio, aveva teorizzato: “Per attacco brillante si calcola quanti uomini la mitragliatrice può abbattere e si lancia all’attacco un numero di uomini superiore: qualcuno giungerà alla mitragliatrice” e aveva spiegato che "le sole munizioni che non mi mancano sono gli uomini”. Per utilizzare meglio queste “munizioni”, Cadorna spiegava: "Il superiore ha il sacro potere di passare immediatamente per le armi i recalcitranti ed i vigliacchi", e che "Chi tenti ignominiosamente di arrendersi e di retrocedere, sarà raggiunto prima che si infami dalla giustizia sommaria del piombo delle linee retrostanti e da quella dei carabinieri incaricati di vigilare alle spalle delle truppe, sempre quando non sia freddato da quello dell’ufficiale". Ma non erano teorizzazioni del solo Cadorna: in tutti gli eserciti dei due schieramenti gli alti comandi ragionavano così.

Il pregio principale dell’articolo di Romano è di rifiutare quella “storiografia della colpa” che peraltro è ben rappresentata nel Dossier dall’articolo del britannico Max Hastings, che non ha dubbi sulla necessità di “fermare i tedeschi”, cortesemente smentito da Tommaso Piffer, che si rifà alle tesi opposte di Niall Ferguson, pure riconducendole a un atteggiamento britannico ostile all’UE a trazione tedesca. Ferguson è uno scozzese autore di un grosso saggio, Il grido dei morti (Mondadori, 2014)animato da un così forte spirito dissacratorio soprattutto sulle tesi che giustificarono l’intervento britannico, che alla fine si potrebbe dubitare che la guerra fosse stata voluta da qualcuno. In ogni caso tutti questi autori ignorano o ridimensionano o sottovalutano la rivoluzione tedesca, e a maggior ragione il ruolo infame della socialdemocrazia di Scheidemann e Noske, che lavorò per deviarla e se necessario soffocarla nel sangue.

E anche l’articolo di Paolo Rastelli (Leoni in battaglia agli ordini di asini), per molti aspetti interessante nella ricostruzione degli errori dei comandi britannici (e non solo) prosegue poi registrando argomenti giustificazionisti (“Ma che alternative avevano i comandanti dell’epoca?”) e fatalistici: “Così i generali non potevano fare altro che lanciare offensive su offensive, cercando di logorare le forze del nemico più di quanto logorassero le proprie.” Rastelli sfiora solo il problema accennando a Caporetto e agli ammutinamenti francesi del 1917, come un “punto di rottura”, fortunatamente superato. Nessuno ha il sospetto che quelle forme di protesta spontanee e prive di organizzazione rivelavano un potenziale di lotta che avrebbe potuto (e dovuto) essere organizzato e utilizzato nel 1914 da un movimento socialista che in tutta l’Europa aveva invece buttato alle ortiche tutti i suoi documenti e propositi di lotta contro la guerra, aveva riso dell’atteggiamento intransigente di Lenin e si era schierato zelantemente al servizio del proprio imperialismo.

 

PS Il riaffiorare del dibattito odierno tra autori nuovamente schierati su una linea di giustificazione del proprio paese nelle vicende di cento anni fa, con argomenti singolarmente "ricorrenti", mi sembra utile per far capire perché oggi non si può accettare di schierarsi  per le tesi che assolvono la Russia o l’Ucraina dalle loro colpe rispettive. Non è “equidistanza” rifiutarsi di confrontare i singoli crimini commessi dalle due parti, è al contrario una “lontananza” da entrambe le logiche nazionalistiche e dalla ricerca di soluzioni militari non facilmente delimitabili che possono innescare conflitti ben maggiori. Come cento anni fa, se si guarda agli Stati, hanno torto tutti, ma è diverso se si guarda alle forze che in ciascun paese si oppongono alla dinamica di guerra. Guai a disprezzarle perché sono minoritarie, come Kerensky disprezzava Lenin, che considerava un folle disinformato. “Gli andrò a parlare io, per spiegargli la Russia che dall’esilio non riesce a capire”, diceva appena seppe dei primi discorsi in cui Lenin aveva esposto i temi che aveva anticipato nelle Lettere da lontano e nelle Tesi di aprile. In quel momento e ancora per qualche mese i bolscevichi furono nettamente minoritari, anche sulla questione della guerra rispetto ai socialisti rivoluzionari di Kerensky. Ma chi dei due aveva ragione?

(a.m.12/5/14)



You are here Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Anniversari e "ricorrenze"