Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Una campagna inquietante

Una campagna inquietante

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Manca ancora un anno al centenario dell’entrata dell’Italia nella prima guerra mondiale, e le iniziative si moltiplicano, spesso sotto gli auspici del “Programma Ufficiale per la Commemorazione del Centenario” che fa capo alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. Il “Corriere della sera” insieme a RAIStoria e RaiEdu, ha lanciato a prezzo stracciato il primo numero di una serie di ben 20 DVD sul tema. Il primo è introdotto da Paolo Mieli, raccontato da Carlo Lucarelli, con interventi di Luciano Canfora, Mario Isnenghi, Giovanni De Luna. Tutti “di sinistra”, e tutti ridotti a semplici decorazioni che abbelliscono un’operazione non bella con qualche frase di pochi secondi, senza poter incidere sull’impostazione generale dell’iniziativa.

È vero che il primo DVD è dedicato alle premesse della guerra, al tramonto della Belle Epoque, alla spensieratezza di tutti coloro che non si rendevano conto della posta in gioco e del prezzo che si sarebbe pagato, ma già i motivi di preoccupazione sono molti. Si accenna solo di sfuggita alla rivoluzione russa del 1905, come episodio di colore, senza dire che era la risposta del movimento operaio russo alla criminale guerra russo-giapponese, che sperimentò le nuove armi e le nuove tecniche militari, e poteva far capire cosa sarebbe stata da quel momento ogni guerra: più del 10% dei soldati che vi parteciparono morirono in combattimento o per malattie. Nicola II l’aveva voluta per “dare una lezione a quei macachi gialli”, e per tener lontana la rivoluzione, ma la accelerò. Fu una prova generale della Grande guerra, e anche della rivoluzione del 1917 che spazzò via “Nicola l’ultimo”.

Tanto meno si spiega che la spedizione italiana in Libia, dimostrando l’acutezza della crisi turca, fu la “scintilla” che innescò le guerre balcaniche, premessa a loro volta della guerra mondiale.

Non credo di avere la pazienza e gli euro per comprare le altre 19 puntate, tanto più che è annunciata (in concorrenza, ma verosimilmente non più utile) un’analoga prossima iniziativa del gruppo la Repubblica-l’Espresso, probabilmente dello stesso genere. Tuttavia credo sia utile segnalare alcune caratteristiche comuni a un po’ tutte le iniziative “celebrative”, che avevo già cominciato a denunciare in alcuni articoli più recenti, come Anniversari e "ricorrenze"  o Il tricolore sui forconi.

Ad esempio in un denso numero di “Limes”, 2014-1914 – l’eredità dei grandi imperi, accanto ad alcuni articoli di un qualche interesse su singoli Stati eredi degli imperi crollati alla fine della Grande Guerra o su paesi come il Giappone che furono anch’essi protagonisti di quel conflitto, ma di cui si parla raramente, ci sono diversi saggi che riguardano l’Italia, tra cui una lunga intervista a Mario Isnenghi, che mi ha colpito e preoccupato. Mario Isnenghi, da solo o insieme al più radicale Giorgio Rochat, ha rappresentato per molti decenni il massimo esperto di storia militare, ma anche un prezioso punto di riferimento per la sinistra, e per me come storico. Non è che abbia cambiato fronte, per carità, è tuttora presidente dell’IVESER (Istituto veneziano per la storia della resistenza e la storia contemporanea), di cui ho segnalato alcune interessanti iniziative. Ma in questo caso esplicita un orientamento nuovo, espresso già nella prefazione all’ultima edizione (la settima!) del suo Mito della grande guerra: in polemica con “gli storici francesi, o francesizzanti, che della Grande guerra tendono a vedere solo l’assurdo, il nonsenso, l’inutile strage appunto”, Isnenghi raccomanda di non dimenticare che “c’era anche chi in quella guerra vedeva moventi e scopi, cioè un senso". (Ivi, p.145). Ma chi potrebbe negarlo? Il problema è quella minoranza interventista che vedeva “il senso” della guerra, si sbagliava di molto nel considerarla finalizzata al completamento dell’unità nazionale, anzi alla “costruzione della nazione italiana”. A meno che il progetto, e lo era effettivamente in diversi casi, non fosse semplicemente quello di assecondare l’industria degli armamenti, e di puntare a conquiste territoriali di zone che non erano né storicamente né etnicamente italiane…

Forse sono condizionato dal mio rifiuto del militarismo, a cui mi ero ribellato già in famiglia dove era ben rappresentato, ma anche da una mia esperienza diretta: durante la tesi di laurea e poi mentre preparavo la pubblicazione del mio primo libro sui movimenti religiosi di protesta, agli inizi degli anni Sessanta, avevo vissuto tra i contadini dell’Amiata che custodivano l’archivio di Davide Lazzaretti e dei suoi principali seguaci, e avevo incontrato diversi di loro che rivendicavano apertamente il loro passato di “disertori”, motivandolo così: “Ci avevano detto che dovevamo andare a liberare i nostri fratelli oppressi, ma abbiamo scoperto che non volevano essere liberati, e stavano meglio di noi, per questo quando abbiamo avuto l’occasione, siamo andati via”.

Non si vergognavano minimamente, lo ritenevano giusto, e spesso erano iscritti al PCI o anche al PSI, che non erano diventati “patriottici” come sono oggi i loro eredi, anche se i dirigenti su questo tema erano già più reticenti. Ed erano stati moltissimi, a centinaia di migliaia, che avevano fatto questa scelta, nonostante il partito socialista di allora avesse assunto l’ipocrita e furbesca parola d’ordine “Né aderire né sabotare”, che permetteva di non opporsi al la dinamica che dall’agosto 1914 portava quasi fatalmente al “radioso maggio” 1915, e consentiva di mantenere una certa sintonia con il governo.

I tanti che gettarono il fucile durante la rotta di Caporetto, approfittando dello smarrimento e del panico degli ufficiali superiori in fuga (quella sì ignominiosa, dopo tante esortazioni belliciste e tante minacce ai fanti esitanti di fronte all’assurdità del macello), e quelli che lo tentarono precedentemente, in numeri minori ma con rischi maggiori, lo avevano fatto quindi  senza che ci fosse una sola organizzazione che li incoraggiasse e li sostenesse. Ma avevano ragione loro, non chi parlava di “costruzione della nazione italiana”.

Quello che sfugge è che fu proprio la diserzione di un movimento socialista fino allora rispettabile e anche eroico a indebolire le proteste, che pure vi furono in tutti gli eserciti, anche se represse più o meno spietatamente, e soprattutto tenute accuratamente nascoste. Bisognerà aspettare gli anni Sessanta per sapere che in una parte non trascurabile delle forze francesi, tra il maggio e il giugno 1917, c’erano stati ben 250 casi di ammutinamento in 65 divisioni (due terzi di quelle esistenti). Quasi sempre si trattava di reggimenti di fanteria in seconda linea, che nel momento in cui ricevevano l’ordine di tornare in linea protestavano violentemente, malmenando gli ufficiali (ma in genere non uccidendoli), sparando in aria, cantando l’Internazionale, issando a volte uno straccio rosso. Quasi sempre, tuttavia, la protesta finiva in un giorno e i rapporti degli ufficiali a contatto con la truppa assicuravano che non c’era stata traccia di propaganda sovversiva o di organizzazione esterna. Al contrario, i generali non avevano dubbi nell’attribuire i disordini agli agitatori socialisti o pagati dai tedeschi, e alla debolezza del governo verso i “nemici interni”. La stessa allucinazione di Cadorna.  

 

In quel modo gli ammutinati non potevano vincere, certo, ma prima di tutto è bene ricordare che ottennero comunque un netto miglioramento delle condizioni di vita e una riduzione degli attacchi suicidi a posizioni imprendibili, analogamente a quel che ottennero i fanti italiani dopo Caporetto e la sostituzione di Cadorna con Diaz.  Quel modo spontaneo e disordinato era comunque non “fatale”, ma la logica conseguenza della criminale diserzione del movimento socialista dai suoi compiti, per non parlare del pacifismo finito quasi ovunque allineato al proprio imperialismo fin dal primo momento.

 

La guerra fu la conseguenza di enormi errori di valutazione delle classi dirigenti civili e militari, ma divenne inevitabile solo per la sparizione dalla scena politica dei socialisti, che avevano giurato fino a pochi giorni prima che avrebbero impedito la guerra con lo sciopero generale, e invece la giustificarono e sostennero. E se tra le conseguenze della guerra ci fu il fascismo in Italia e poi in Germania, non fu certo una fatalità, ma la conseguenza di come le direzioni socialiste, ormai indissolubilmente legate al proprio imperialismo, si impegnarono a simulare l’appoggio alle insurrezioni popolari che avevano spazzato via i due imperi centrali e che “volevano fare come la Russia”, per poterle deviare in un vicolo cieco. Forse più suicida e criminale la socialdemocrazia austriaca, che nel 1919 rifiutò di sostenere concretamente la rivoluzione dei Consigli operai in Baviera e in Ungheria, e fermò il grande potenziale della classe operaia nella stessa Austria, preparando il terreno per l’Anschlussdi Hitler. Vedi sul sito molti articoli miei, e il recente La crisi del 1929 e l'ascesa del fascismo

Tutto questo non trova posto nella “narrazione” attuale di Isnenghi, che viceversa trova perfino inopportuno che ci sia una “visione odierna delle guerra come crudele assurdità” (ma chi avrebbe questa visione?) che “presuppone che tutti i generali siano assassini sanguinari”. La ragione è sconvolgente: a Insenghi pare interessante e positivo che Cadorna, “quello delle stragi e delle fucilazioni”, fosse “circondato da suore e da terziarie” e avesse ripristinato i cappellani militari; era per giunta legatissimo a padre Agostino Gemelli, e aveva tra i suoi progetti nientemeno che la “consacrazione al Sacro Cuore di Gesù dell’intero Esercito italiano”. Nientemeno! 

Mi sembra che si possa parlare di un altro caso di smarrimento dei parametri di sinistra. Tanto è vero che nella proposta finale di Isnenghi c’è quella di ribattezzare il 4 novembre come “giorno della vittoria” e non giorno delle Forze Armate o della fine della guerra. Non ci si deve vergognare “di considerare la vittoria una vittoria.”

E finisce per riprendere una frase di Guido Dorso, sul Popolo d’Italia: “Noi cacceremo avanti, a pedate nel sedere, chi non vuol fare la guerra”. Isnenghi ammette che “un tempo queste parole [lo] scandalizzavano”, ma oggi non più, perché ha capito che “purtroppo le società, anche nei regimi democratici, devono fare i conti con il fatto che le maggioranze non hanno sempre ragione.”. È vero ma applicato al progetto di Dorso, e quindi alla grande menzogna che servì a far accettare la guerra, fa venire i brividi. 

Per fortuna, subito dopo questa inquietante rimozione di un passato di storico antimilitarista da parte di Mario Isnenghi, ci possiamo consolare con le solite impertinenze del generale Fabio Mini, che denuncia “chi ha sacrificato il rispetto e la dignità di migliaia di soldati firmando contratti miliardari e veri e propri atti di vassallaggio sperando di diventare  segretario generale della NATO, deve cercarsi un altro posto e magari riflettere sui danni provocati. E sulle menzogne propinate ai soldati per motivarli e convincerli ad assumere rischi e sacrifici inopportuni”. Meno male. Anche la ricostruzione della Grande guerra è più che condivisibile e denuncia arricchimenti di privati e indebitamento del paese, prima di passare a una lunga recensione del libro di memorie del futuro generale Erwin Rommel, che operò a Caporetto come giovane tenente.

Ma è sul presente che batte ancora questo generale atipico. Infatti denuncia come “una delle menzogne più sfacciate” che si introducano sistemi d’arma sicuri, con rischi nulli per il personale. Falso. “In realtà le Forze armate moderne stanno cercando di sottrarsi alle responsabilità internazionali affidando a compagnie private di mercenari alcuni compiti un tempo riservati esclusivamente alle istituzioni militari statali. Inoltre, stanno preparando piccoli e grandi eserciti di sicari, senza identità, senza contrassegni, invisibili e non rintracciabili. […] Gente per nulla diversi dai sicari di mafia e camorra…”

Mi fermo qui. Speriamo che non ci sia di nuovo qualcuno che vuole prendere a pedate chi rifiutala guerra. Ogni guerra, ma certo in ogni caso quella descritta da Fabio Mini…

 (17/5/14) Antonio Moscato



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