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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Il Venezuela nella tormenta

Il Venezuela nella tormenta

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di Roberto Montoya

da Viento Sur

 

 

Logoramento del processo bolivariano e “golpe morbido”

 

Contro ogni previsione della destra venezuelana, il chavismo non è finito con la morte di Hugo Chávez. A distanza di oltre quindici anni dal primo successo elettorale di Chávez, il chavismo è ancora al potere. Ha affrontato 19 scadenze elettorali perdendone soltanto una. È riuscito a sopravvivere al colpo di Stato del 2002, alla brutale serrata petrolifera di quell’anno, durata fino al gennaio del 2003, lasciando una perdita di 30 miliardi di dollari, e un’implacabile persecuzione mediatica nazionale e internazionale, in cui continuano ad avere un ruolo rilevante i principali mezzi di comunicazione dello Stato spagnolo.

Il Chávismo resta in piedi… ancorché provato. Nell’anno e poco più trascorso dalla morte di Chávez, l’economia si è enormemente deteriorata, per la crisi mondiale ma anche per errori di gestione: sono rallentate, in certi casi drasticamente, alcune delle principali grandi riforme sociali; l’indice di povertà, che si era ridotto della metà nel primo decennio, ha cominciato a crescere di nuovo; e il processo sembra logorato, senza risolvere i problemi strutturali del Venezuela. Il socialismo del XXI secolo non va avanti.

 

E la destra si imbaldanzisce, è impaziente, è convinta che colpendo sempre più forte può riuscire ad abbattere il governo, ma ha sempre meno fiducia nelle elezioni. Il settore più recalcitrante dell’opposizione non vuole certo aspettare il 2015, la scadenza di metà mandato presidenziale, quando – secondo quanto stabilisce la Costituzione Bolivariana (e nessun’altra al mondo) – avrebbe la possibilità di reclamare un referendum di revoca. Ha fretta di recuperare il totale della grande porzione della rendita petrolifera di cui aveva goduto per decenni, sebbene le sia stata ridotta piuttosto limitatamente. Il referendum di revoca, di natura vincolante, consentirebbe la caduta fulminea del governo Maduro per via costituzionale. Nel 2004, solo due anni dopo il fallito colpo di Stato e il sabotaggio petrolifero, l’opposizione ricorse a questo diritto, riconosciuto nella Costituzione, senza però riuscire a mettere insieme il numero di voti sufficienti a far fuori Chávez.

Questo non può sopportarlo il nucleo più oltranzista della variegata coalizione di opposizione, la Mesa de la Unidad Democrática (Tavolo dell’Unità democratica – MUD) guidata da María Corina Machado e Leopoldo López, decidendo di tornare ai loro trascorsi golpisti. Entrambi provengono da famiglie dell’oligarchia venezuelana, come Capriles. Leopoldo López è figlio di un’alta dirigente del Gruppo Cisneros. Ex sindaco di Chacao, una zona prospera dell’Est di Caracas, gli è stato vietato nel 2008 di aspirare a cariche pubbliche fino al 2014, dopo essere stato accusato di gravi irregolarità amministrative nel corso della sua gestione di sindaco. Membro inizialmente del partito Primero Justicia (Prima la giustizia) di Henrique Capriles, alla fine ne è uscito per dar vita al partito Voluntad Popular (Volontà popolare).

Da parte sua, Corina Machado, laureata come ingegnere industriale all’Università Cattolica, con master nel Programma di Leader Mondiali dell’Università di Yale, figlia del potente imprenditore dell’acciaio Henrique Machado Zuloaga, è leader e deputata dell’associazione Súmate (Unisciti), quella che nel 2004 convocò il referendum per la revoca di Chávez. L’anno dopo veniva ricevuta alla Casa Bianca da George W. Bush.

Corina Machado si è rifiutata di partecipare al tavolo di dialogo proposto da Maduro, fornendo in un’intervista a El País questa spiegazione: “Non consentiremo che il cosiddetto dialogo costituisca una trappola, un nuovo tradimento per smobilitare la protesta perché il regime prenda tempo e recuperi la sua legittimazione internazionale”.

Negli anni successivi al suo fallito golpe del 2002, l’opposizione rimase divisa e belligerante nei confronti del governo Chávez, giungendo al boicottaggio elettorale nel 2005, scelta che si trasformò in un boomerang, consentendo a Chávez il pieno controllo del parlamento.

Dopo aspre lotte intestine, finalmente a febbraio del 2012 i 23 partiti che compongono la MUD tennero elezioni primarie aperte – organizzate e finanziate dallo Stato, anche qui come stabilisce la Costituzione Bolivariana – da cui risultò Henrique Capriles come candidato alla presidenza.

L’opposizione mutò allora il suo discorso, tranquillizzò i settori popolari promettendo che, arrivando al potere, non avrebbero azzerato le riforme che avevano consentito loro di ottenere diritti sociali negati per decenni. L’opposizione vendette questa sua facciata democratica all’interno del paese e fuori, si proletarizzò; Capriles cambiò immagine ai suoi assessori, cercò di far dimenticare la sua appartenenza a una delle famiglie più ricche e potenti del paese – proprietaria della Catena Capriles di mezzi di comunicazione di massa, della catena di cinematografi Cinex e di grandi società immobiliari – e cercò di imitare Chávez.

Cambiò i propri abiti e cominciò a indossare, come il presidente, berretti e felpe con i colori della bandiera venezuelana, imparò a sfruttare astutamente e a danno del governo ogni errore, ogni ritardo nell’applicazione delle riforme, ogni rovescio economico, ognuno degli abbondanti insulti e denigrazioni che gli dedicavano i dirigenti del governo.

Capriles riuscì in questo modo a sottrarre voti al chavismo, ma perse ugualmente le elezioni dell’ottobre 2012, nonostante la malattia straziasse il presidente e gli impedisse di andare in giro per il paese e di tenere comizi come faceva il suo avversario. Quella sconfitta scatenò le prime dure critiche all’interno della coalizione di opposizione sul modo in cui Capriles aveva condotta la sua campagna elettorale. Nonostante questo il MUD lo confermò come suo candidato unitario di fronte alle nuove elezioni svoltesi nell’aprile del 2013, dopo la morte di Chávez.

Con Chávez fuori scena, Capriles credeva ormai di vedere il potere a portata di mano, si sentiva già insediato al Palazzo di Miraflores, a smantellare a poco a poco tutto quel che il sistema bolivariano aveva strappato alla vecchia borghesia venezuelana dal 1999 in poi.

Capriles ha invece perso un’altra volta. Riuscì a sottrarre 600.000 voti al chavismo e perse per pochissimo, l’1,5%, ma perse. Vani furono i suoi tentativi di non riconoscere il risultato.

 

Alimentare la violenza per provocare la caduta di Maduro

 

In seno al MUD crebbero le critiche a Capriles. Il settore più di destra sostenne già allora che il malessere di piazza doveva aumentare di più, doveva generalizzarsi per poter essere capitalizzato dalla coalizione d’opposizione. Corina Machado e Leopoldo López pretesero da Capriles che non accettasse il risultato e convocasse i suoi milioni di votanti a uscire in piazza fino ad ottenere il crollo di Maduro. Vari governi, tra cui quello di Obama, di Rajoy, l’UE, tardarono a riconoscere il risultato di Maduro, in attesa che l’opposizione mettesse in atto e promuovesse una controffensiva e si potesse invertire la situazione. Obama deve ancora riconoscerlo.

Capriles però, spalleggiato da altri settori più moderati della MUD, respinse la pressione della sua ala più dura e antidemocratica e ripiegò, tuttavia in seno alla coalizione l’ebollizione continuò a ravvivarsi.

E la rivolta interna sarebbe alla fine scoppiata dopo una nuova sconfitta elettorale. Nel dicembre 2013, la MUD perdeva di nuovo alle elezioni comunali, di fronte ai candidati del governativo PSUV e dei suoi alleati. . Anche se l’opposizione riuscì a strappare ai governativi città importanti come Barinas, Barquisimeto, Maturín o Valencia, e a mantenere anche la carica di sindaco di Caracas e Maracaibo, i candidati del PSUV e degli alleati di questo nella coalizione Grande Polo Patriottico (GPP) e un pugno di candidature chaviste alternative ottennero il controllo di 255 dei 337 comuni.

Fu a partire da questa ulteriore sconfitta che si accelerò il golpe blando che stava prendendo corpo ormai da tempo, una variante dello stesso metodo già praticato in Honduras per far cadere il governo Zelaya, in Paraguay per fare altrettanto con il presidente Lugo, e che si tentò in Bolivia contro Evo Morales, anche se fallendo.

La grande borghesia venezuelana, altrettanto ultraliberista e filo imperialista di quella cilena che agli inizi degli anni Settanta boicottò con durezza il presidente Allende per anni, aprendo la porta al colpo di Stato di Pinochet del 1973, ha sincronizzato i tempi con il suo braccio politico, con l’inasprimento dell’opposizione parlamentare. Utilizzando le sue armi di sempre, l’occultamento di merci, i mancati rifornimenti, le speculazioni con le divise, non solo per avvantaggiarsi economicamente, ma anche per aggravare il disagio sociale.

Corina Machado e Leopoldo López decisero di scavalcare la direzione di Capriles lo scorso 23 gennaio, battezzando la loro offensiva La Salida (L’uscita, [di Maduro]).

Cavalcando le rivendicazioni studentesche delle zone più ricche e il malessere sociale per la penuria, un’inflazione del 54% e l’insicurezza nelle città, chiamarono la popolazione alla mobilitazione generale e indefinita. Lasciarono da parte le forme parlamentari e avviarono un’aperta politica per incalzare ed abbattere il governo, un golpe blando… almeno finora.

Si scatenò la violenza di piazza, alle pietre e bottiglie Molotov iniziali si unirono le armi da fuoco, l’uso di franchi tiratori, l’abbattimento di alberi per formare barricate e installare le “guayas” (fili spinati fissati da un marciapiede all’altro davanti alle barricate, all’altezza del collo dei motociclisti), che provocarono la decapitazione di varie persone. Tra i morti ci sono stati sia manifestanti d’opposizione sia membri dei “collettivi” (circoli di base chavisti), membri della Polizia Nazionale Bolivariana, della Guardia Nazionale Bolivariana, o guidatori di veicoli che non sono riusciti a schivare in tempo le “guarimbas” (barricate).

Tramite le reti sociali l’opposizione ha fatto circolare denunce di un numero di presunti crimini commessi da forze chaviste e dei corpi di sicurezza ben superiore ai casi denunciati alla fine di fronte ai tribunali. Del pari ha fatto circolare numerose foto di repressione poliziesca che in realtà non corrispondevano agli scontri venezuelani ma erano di altri paesi, quali l’Ucraina e addirittura di Aleppo, in Siria.

Il governo ha pubblicamente mostrato decine delle foto originali con rispettive didascalie, accanto a didascalie di foto falsificate per accrescere l’ira della gente e provocare la denuncia internazionale. Solo una manciata di mezzi di comunicazione internazionali si è fatta eco delle denunce del governo su quei grossolani montaggi fotografici.[1]In alcuni casi i manipolatori delle foto con Photoshop si sono persino dimenticati di cancellare dalle spalle della polizia la poco castigliana scritta “Police”. Tuttavia, le foto truccate hanno sortito il loro effetto, numerosi strumenti di comunicazione locali e stranieri le hanno riprodotte.

La Procura generale dello Stato ha aperto in alcuni casi un’indagine su abusi commessi da più di 20 membri della Guardia Nazionale Bolivariana e dal Sebin (Servizi segreti). Maduro, da parte sua, ha pubblicamente sconfessato la violenza di “gruppi che si dicono chavisti”, negando il ricorso a qualunque gruppo parapoliziesco da parte dello Stato.

In compenso, dal lato dell’opposizione non si è avuta alcuna critica alla violenza organizzata ed estrema praticata nelle strade da oppositori, non pochi dei quali muniti di armi da fuoco.

Dopo la carcerazione di López, la leadership di Corina è salita come la schiuma, e ha messo apertamente in discussione Capriles, che è passato in secondo piano. Il suo obiettivo è chiaramente quello di provocare una situazione insostenibile per arrivare a una sorta di “caracazo”, che permetta di allontanare Maduro dal potere. L’esempio ucraino li ha stimolati a seguire questa strada, mettendo di fatto in questione la leadership di Henrique Capriles nella MUD.

I principali scontri di piazza verificatisi in Venezuela lo scorso febbraio-marzo coincidevano esattamente con la data in cui, 25 anni prima, si era verificato il popolare Caracazo, iniziato il 27 febbraio 1989 e terminato l’8 marzo, soffocato nel sangue dal governo del socialdemocratico Carlos Andrés Pérez. Ci furono centinaia di morti.

Tuttavia, la grande differenza sta nel fatto che il Caracazo fu realmente un’insurrezione popolare spontanea dei più umili e sfavoriti del paese contro le cruente misure di austerità imposte dal governo Pérez e dal FMI, mentre le proteste del 2014, pur avendovi partecipato anche settori popolari scontenti, sono state istigate dai settori più potenti dell’alta borghesia ultraliberista e parassitaria e dalla loro rappresentanza politica, la MUD, con interessi esattamente antagonisti rispetto a quelli che diedero vita al Caracazo.

 

Senza trasformazioni strutturali il processo si impantana

 

Né Chavez né Maduro hanno abbattuto il sistema di produzione o le strutture di fondo del capitalismo. I principali interessi dell’oligarchia tradizionale venezuelana si sono finora visti colpiti solo da nazionalizzazioni di determinate industrie di rilevanza strategica, dal controllo sulle loro speculazioni con le divise, da un’aumentata pressione fiscale o dalla riforma del lavoro. Per loro però tutto questo è già troppo, è intollerabile.

Per questi potenti settori che controllano l’importazione – in un paese che importa quasi tutto tranne il petrolio – e la distribuzione, Chávez era un comunista, e anche Maduro lo è, così come lo è lo stesso Obama per il Tea Party. Non riescono ad accettare che il governo cerchi di controllare – peraltro non molto efficacemente – il macro-gioco speculativo che hanno sempre fatto con le divise che lo Stato concede loro a un cambio preferenziale per poter importare qualsiasi tipo di prodotto. Si tratta di un’operazione costante, per miliardi dollari, che negli anni ha procurato loro pingui profitti, allo stesso modo dei grandi esportatori di soia in Argentina.

Sia in Venezuela sia in Argentina, il controllo di questa mole di denaro e il suo impiego speculativo scatena il mercato nero di divise e consente di sfruttare a loro piacimento come arma la distribuzione di merci e il rifornimento di prodotti.

Entrambi i governi hanno adottato analoghe misure per affrontare questo fenomeno che mina l’economia, colpisce la quotazione delle rispettive monete nazionali, aumenta i prezzi che paga il consumatore e suscita perciò grande malessere sociale e rabbia popolare.

Nel caso del Venezuela, la Commissione di Amministrazione delle Divise (CADIVI), l’organismo tenuto ad autorizzare la vendita di divise a prezzo preferenziale agli imprenditori privati, assegna a tal fine dai 120 ai 150 milioni di dollari al giorno, ben più che all’epoca di Chávez. Le stesse autorità ammettono che almeno il 20% di questa massa di soldi finisce nelle mani di gente che non li utilizza per quella che dovrebbe essere la loro destinazione, ma li impiega per cambiarli in bolivares sul mercato nero, ricavandone sette volte il valore pagato allo Stato per quei dollari, o li mandano nei paradisi fiscali.

Ora si richiede che importatori e distributori dimostrino quale uso abbiano fatto delle divise concesse loro a prezzo preferenziale, quanto hanno aspettato per utilizzarle allo scopo previsto, e anche quanto tempo è passato per l’ingresso delle merci nel circuito distributivo e per il loro arrivo sui mercati e i grandi magazzini. E sia in Venezuela sia in Argentina sono state imposte sanzioni ai principali distributori che immagazzinavano merci per provocare assenza di rifornimenti e rincarare sempre più i prezzi delle merci.

Il governo venezuelano ha imposto anche sanzioni a numerose imprese, supermercati e negozi – molti dei quali spagnoli – che hanno risposto a ciascuna delle tante svalutazioni del bolivar succedutesi in questi anni con aumenti dei prezzi dei loro prodotti in una percentuale molto superiore al calo della moneta. Le autorità chiamano inoltre gli stessi consumatori a denunciare abusi nei prezzi di negozi e supermercati, facendo il numero gratuito 0800-SABOTAJE (sabotaggio).

Sono stati mobilitati migliaia di pubblici funzionari e anche di soldati per il controllo periodico dei prezzi applicati nei negozi.

Maduro ha inoltre ordinato, nel dicembre del 2013, la creazione dell’Organismo Superiore dell’Economia, un nuovo ente con cui vuole affrontare in modo più efficace la guerra economica aperta con questi settori, anche se molti temono che serva soltanto ad ingrossare la già gigantesca struttura burocratica statale. Alla corruzione e inefficienza degli organi che debbono controllare a chi si concedano queste divise a prezzo preferenziale e come e per che cosa le si utilizzino si aggiunge il fatto che parte di questi beneficiari sono filogovernativi, rientrano nella boliburguesía, quella borghesia che andata crescendo al riparo del chavismo nel corso degli ultimi quindici anni. Sia Chávez negli ultimi anni sia Maduro da quando è al potere hanno preso misure contro alcuni dei potenti personaggi della propria boliburguesía, che defraudavano lo Stato con metodi analoghi a quelli della grande borghesia.

Tuttavia, la misure adottate sono state circoscritte, attente a non provocare uno scontro aperto con certi baroni del PSUV che trafficano con quei settori e li proteggono. Sono molte le famiglie che coesistono nel PSUV, e Maduro cerca di svolgere un ruolo bonapartistico evitando scontri e rotture che potrebbero indebolirlo e lasciarlo in balia di una potente opposizione, con all’estero padrini ancor più potenti.

Una simile situazione è ben nota in Venezuela, e suscita critiche crescenti in seno al PSU tra i settori più onesti e tendenze interne più di sinistra come “Marea Socialista”.

Senza approfondire il processo bolivariano, così come voleva Chávez ed è rimasto scritto nel cosiddetto Programma della Patria 2013-2019, Maduro si limita a rappezzare la crisi e l’instabilità politica e sociale, mentre a causa dei problemi economici arretra gradualmente su alcuni degli importanti progressi fatti in questo paese dal 1998 e che costituiscono il capitale principale del chavismo.

Non si sono fatti passi concreti per farla progressivamente finita con una politica estrattivista e basata sulla rendita in cui il petrolio è tutto, e le riforme, le ambiziose “missioni”, si sviluppano o rallentano – quando non si paralizzano direttamente – in funzione degli alterni andamenti del mercato mondiale. E il prezzo mondiale del barile di petrolio è sceso dai 114 euro nel 2008 ai 71 nel 2013. Da una produzione di 3,3 milioni di barili al giorno del 1999 si è scesi in soli quattro anni a 2,5 milioni, e circa 1 milione si vende a prezzi preferenziali a Cuba e ai 17 paesi che fanno parte di Petrocaribe. L’opposizione si indigna per il fatto che il Venezuela offra 103.000 barili al giorno ai paesi di Petrocaribe – il 43% del totale dell’energia di cui hanno bisogno – la metà dei quali possono pagare a scadenze fino a 25 anni, e promette che azzererà questi accordi una volta arrivata al potere.

La stessa crescente autonomizzazione energetica degli Stati Uniti grazie alla brutale perforazione dell’Alaska e all’espansione della devastante e inquinante tecnica del fracking comporterà una riduzione degli acquisti di petrolio venezuelano da parte di questo paese nei prossimi anni. Nonostante il dichiarato obiettivo di Chávez di incentivare e diversificare la produzione industriale nazionale, poco si è realizzato in questa direzione. Come poco si è avanzati rispetto a un altro grande obiettivo di Chávez: quello di raggiungere la sovranità alimentare. La maggior parte delle grandi estensioni di terre confiscate dal chavismo per stimolare il ritorno nei campi di migliaia e migliaia di persone organizzate in cooperative e stabilire un canale per la vendita dei loro prodotti tramite reti distributive controllate dallo Stato ha perso completamente slancio, come tante campagne nazionali che si vanno fermando per strada. C’è più terra che gente per lavorare queste terre confiscate e la gestione patisce seri problemi. La sovranità alimentare, per ora, resta soltanto un progetto.

E, non ponendosi neppure seriamente l’obiettivo della nazionalizzazione del processo di importazione e di distribuzione delle merci, il governo si limita a rispondere a ogni singola manovra speculativa e destabilizzante di quella grande borghesia parassitaria, che cerca di resistere persino alla più timida misura riformista di Maduro.

 

Cambiamento favorevole in America Latina e nell’area caraibica

 

Il governo bolivariano si troverebbe in una situazione ancora peggiore se l’opposizione potesse contare sul sostegno internazionale che ottenne nel 2002 per realizzare il colpo di Stato e il sabotaggio petrolifero. L’incidenza che sono andati assumendo da allora gli organismi regionali, in larga misura grazie all’impulso dato da Hugo Chávez è tornato a notarsi di fronte all’attuale crisi venezuelana.

Nonostante il tentativo statunitense di far condannare dall’OEA (Organizzazione degli Stati Americani) il governo venezuelano, la dichiarazione approvata da questo organismo con il sostegno di 29 dei suoi Stati membri – hanno votato contro solo gli Stati Uniti, il Canada e Panama – ha dato esplicito appoggio al Venezuela e agli sforzi del suo governo “a favore del dialogo e della pace”. Corina Machado è rimasta frustrata dalla dichiarazione, dopo avere assistito alla riunione dell’OEA per “raccontare la verità”, partecipando come membro della delegazione panamense, fatto insolito che ha provocato la rottura dei rapporti diplomatici del Venezuela con Panama.

Il governo di Maduro ha anche ricevuto un sostegno esplicito da UNASUR (Unione delle Nazioni Sudamericane), come del MERCOSUR, l’organismo che ha condannato “i tentativi di destabilizzare l’ordine democratico”, e della CELAC (Comunità degli Stati latinoamericani e dei Caraibi), che ha incoraggiato Maduro a “continuare gli sforzi per facilitare un dialogo tra tutte le forze politiche”.

Il governo venezuelano è coperto oggi come mai in passato dalla quasi totalità dei paesi della regione, un capitale di grande valore. Il suo futuro adesso dipende non solo da come saprà affrontare il durissimo attacco che portano aventi nei suoi confronti la grande borghesia venezuelana e i suoi rappresentanti politici, ma anche, e principalmente, dal suo coraggio nel tentare di approfondire e radicalizzare il processo con cambi strutturali. Il futuro del movimento bolivariano si gioca nella risoluzione di questo dilemma.

 

Traduzione di Titti Pierini, dalla rivista Viento Sur

 



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