Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Tutti pazzi per Renzi

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di Antonio Moscato

Incredibile l’affollamento dei sostenitori illustri di Renzi, in questa finale arroventata della campagna elettorale. Prima di tutto è sceso in campo ancora una volta il presidente Napolitano, che ha tenuto un discorso alla comunità italiana in Svizzera (non ai ticinesi, né ai frontalieri, ma a chi ha spostato in quel paese la sua residenza fiscale) per raccomandare la calma e il rifiuto del populismo.

Subito dopo è intervenuto Marchionne, dicendosi “totalmente d’accordo con Napolitano: il populismo è un rischio reale”. Sicuramente avrà provocato entusiastici commenti tra tutti i lavoratori del gruppo FIAT che hanno beneficiato delle cure di Sergio Marchionne per “risanare” l’azienda…

Un bell’aiuto alla causa di Renzi lo ha dato anche il comandante Schettino (proprio quello della Concordia affondata all’Isola del Giglio) che è sceso anche lui in campo (o a terra) nella sua natia Meta di Sorrento per appoggiare il PD. Auguri, Matteo!

L’organo della Confindustria “Il Sole-24 ore” ha poi dedicato una particolare attenzione a Renzi (ben 12 pagine apologetiche del supplemento mensile IL), per aiutarlo in questa fase un po’ delicata di evidente sovraccarico di impegni elettorali, che determinano spesso ingorghi e strozzature. Renzi infatti appare diverso da come si presentava pochi mesi fa, e va sempre di corsa gridando come un esagitato perfino mentre sta per strada tra un comizio e l’altro (Crozza dovrà forse rivedere la sua imitazione, che è rimasta legata a una fase precedente del giovane leader).

La cosa curiosa è che Renzi continua a urlare contro il pericolo della barbarie di Grillo, senza accorgersi che Grillo (insieme a Casaleggio, che ha accantonato i toni apocalittici) ha invece scelto per questa fase toni più soft, e urla un po’ meno. Forse Matteo pensa che il segreto del successo del M5S fosse dovuto alle urla esagitate, mentre era legato prevalentemente al carattere repellente di chi ha governato l’Italia negli ultimi venti anni, senza che si potessero notare differenze sostanziali quando cambiava il premier. Lo stesso Berlusconi aveva sempre governato con accordi più o meno taciti con la sedicente opposizione. Poi sono venute le larghe intese, a volte non così larghe (a volte davvero “laide intese”), ma certo tali da avvalorare il mantra grillino: “sono tutti uguali”. Di questo si alimenta il M5S, oltre che delle efficaci denunzie di molti suoi deputati nei confronti di varie indecenti leggine infilate surrettiziamente in mezzo a decreti vari. Senza di loro non avremmo saputo del regalo alle banche e di tante altre porcherie.

 Fino a qualche giorno fa Renzi si era dimenticato del tutto di Berlusconi, considerato un elemento marginale in questa fase, e aveva concentrato il fuoco su Grillo. Poi ha dovuto cambiare tono, e ha scelto di accomunarlo al nemico principale, presentando i due avversari come pagliacci e buffoni da non votare. Peccato che è proprio con uno dei due buffoni che Renzi ha concordato la riforma elettorale truffaldina, che ha riciclato nell’Italicum il peggio del Porcellum. “Riforma” per giunta elaborata con metodo squisitamente monarchico, in un incontro privato a due.

Qualcuno dei difensori di Renzi tenta di sminuire la cosa osservando che l’approvazione definitiva dell’Italicum di fatto è stata fatta slittare di scadenza in scadenza, fino a dopo le elezioni, ed è per giunta tutt’altro che sicura. Ma la ragione è pessima: tutti i commentatori più seri danno per certo che se il risultato delle europee mettesse fuori dal ballottaggio Forza Italia, arrivata terza con grande distacco dalla seconda forza, l’Italicum, che era stato concepito per escludere il M5S, verrebbe accantonato definitivamente. Alla faccia della democrazia!

 Mi permetto di sospettare che sarebbe accantonato non solo l’Italicum: non mi meraviglierei di fronte al massimo rinvio possibile legalmente delle elezioni politiche, e neppure di fronte a una proroga ulteriore del parlamento oltre la scadenza naturale, naturalmente per evitare il “pericolo di una vittoria del populismo”.

Di questo si discute. Con classica ipocrisia italiana nelle ultime settimane prima del voto i sondaggi non si pubblicano, ma ad essi si allude, si accenna, si fanno riferimenti sempre meno oscuri nei commenti autorevoli degli opinion maker, per cui tutti sanno che nonostante le sue tante incoerenze e contraddizioni, il movimento di Grillo potrebbe essere il primo nelle europee (d’altra parte lo sarebbe stato anche nelle politiche dell’anno scorso, senza i voti delle circoscrizioni estere).

Grillo dovrebbe mangiarsi la lingua prima di fare sbruffonerie sulla certezza di vincere (hanno quasi sempre portato male a tutti quelli che le hanno fatte). Inoltre arrivare un po’ più avanti dell’altro schieramento (come doveva essere il mitico “scavalcamento” della DC, sognato a lungo dal PCI negli anni Settanta) non significa niente, se non c’è all’orizzonte una possibile alleanza con altri che porti a una vera maggioranza solida. Ma francamente la risposta di Renzi mi appare veramente inquietante e questa sì pericolosa per la democrazia: infatti Matteo Renzi ha dichiarato che se il PD non arriverà primo, non cambia niente, e lui non si dimetterà. Risponde al Parlamento, lui. Peccato che si tratti di un parlamento delegittimato perché è stato eletto con una legge elettorale infame (e risultata anche formalmente non costituzionale)! E Renzi, che come Berlusconi è bugiardo, e si dimentica regolarmente delle sue solenni promesse (agli elettori, ai sostenitori, a Letta), si ricordi che lui stesso non è stato eletto in parlamento…

Peccato che invece sia prassi costante che un governo che risulti privo di una maggioranza nel paese si dimetta. Lo capì nel 1931 perfino il re di Spagna Alfonso XIII, che abdicò, nonostante le sinistre avessero trionfato solo nelle grandi città dove si era votato regolarmente, mentre il governo manteneva una discreta maggioranza grazie alle regioni periferiche arretrate dove le elezioni erano state manipolate dai cacicchi di destra.

Mi dispiace se qualche compagno, accecato da un “antipopulismo” gemello di quell’antiberlusconismo che ha assicurato a Berlusconi una lunga vita politica, mi scambia per sostenitore di Grillo. Non lo sono. Semplicemente sono irritato dalla diffusa abitudine di considerarlo causa, e non riflesso dei mali dell’Italia. E di non capire che il M5S ha raccolto finora una massa consistente sottratta all’astensionismo rassegnato. Non rappresenta un’alternativa al sistema, certo, ma lo ha smosso almeno sul terreno politico. Per questo non posso condividere l’affermazione di Sandro Medici che sul Manifesto di oggi  sostiene “che, dalla nostra parte, vi sia troppo silenzio, e nessuna critica, alla campagna elettorale di Beppe Grillo”. Prima di tutto non mi sembra vero: quasi tutti sparano a zero su Grillo. Probabilmente Medici ce l’ha con la sua capolista Barbara Spinelli, che forse un po’ ingenuamente ha detto alcune cose ragionevoli sui problemi che a una nuova forza di sinistra pone l’esistenza stessa di un movimento come il M5S. La ragione è che Medici si concentra come tutti sulle rozzezze della “cultura” di Beppe Grillo, che è facile e doveroso criticare, e sul carattere diseducativo del suo corteggiamento del “senso comune” del paese e del suo autoritarismo, ma non prende in considerazione il lavoro serio e orientato per i nove decimi a sinistra che hanno fatto i giovani “cittadini” che operano nel Parlamento. Un lavoro che ha dei limiti che spesso ho sottolineato (assomiglia parecchio a quel che faceva il vecchio PCI prima di avvicinarsi alle anticamere del potere) ma che ha rappresentato una novità interessante dopo un lungo periodo di involuzione gravissima della funzione del parlamento. A volte si sono scontrati con i due "fondatori", ma sempre manifestando maggiore autonomia e spirito di iniziativa di quanto ce ne sia in altre parti del Parlamento. (a.m.22/5/14)