Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Israele: crimini condivisi

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Segnalo due scritti di taglio diversissimo, di cui uno del compagno antisionista israeliano Micha Warshawski, che risale a più di un mese fa, ma già registrava la profonda ulteriore involuzione di un largo settore di coloni, “selvaggi e incontrollabili” perché incoraggiati da un “governo di coloni”. L’altro di Lucio Caracciolo è apparso oggi su un quotidiano non certo ostile al sionismo come “la Repubblica”, ma segnala gli effetti catastrofici della politica di Israele e del suo principale alleato, gli Stati Uniti, con l’avallo del premio Nobel per la pace Barack Obama.

E tocca una questione scottante, assente dall’informazione di massa dei telegiornali: “l’atroce uccisione di Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel è stata subito attribuita da Netanyahu a Hamas”, mentre risulta che a “compiere quel crimine sono probabilmente stati alcuni killer della tribù dei Qawasameh, basata a Hebron, che si dedica da tempo a compiere attentati per screditare la leadership di Hamas ogni volta che questa cerca di costruirsi una qualche legittimità internazionale”. Caracciolo non dice esplicitamente per conto di chi si dedica a queste attività, e si limita a definirla comunque “una scheggia, non un referente militare della peraltro divisa leadership di Gaza”. E conclude che “la rappresaglia contro la Striscia non potrà dunque portare a risultati duraturi, perché i mille clan jihadisti non sono bersaglio da missile. Favorirà, al contrario, la radicalizzazione di altri giovani palestinesi. Spirale infinita”.

Ma l’attacco alla striscia è cominciata subito nonostante l’assenza della benché minima prova della responsabilità di Hamas, e la certezza che le bombe sarebbero cadute su civili in ogni caso sicuramente innocenti. Per chi non lo sapesse, i collegamenti tra i territori palestinesi occupati e la striscia di Gaza sono praticamente impossibili. Impensabile quindi che i rapitori dei tre si fossero rifugiati a Gaza.

Altre fonti (i pochi israeliani non travolti dal fanatismo e dall’incapacità di distinguere tra causa ed effetto), hanno accennato a un altro dato che rende non comparabili le uccisioni dei tre giovani coloni, e quella del giovanissimo Mohammed Hussein Abu Kheider, rapito proprio per torturarlo e bruciarlo vivo, dopo un altro tentativo di rapimento di un bambino, sventato dal pronto intervento della madre. I tre giovani coloni, Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel, erano stati rapiti non per ucciderli, ma per scambiarli con qualche centinaio di detenuti illegalmente nelle carceri israeliane, come era avvenuto con il caso Shalit.

In Israele sono stati processati gli agenti di polizia che avevano ricevuto una chiamata di allarme di uno dei tre, a cui i maldestri rapitori non avevano sequestrato uno dei cellulari. Gli agenti avevano pensato a uno scherzo di cattivo gusto, perché non avevano creduto al grido “ci hanno rapito”, interrotto da uno sparo, probabilmente di uno dei guardiani, che si erano poi dati alla fuga credendosi scoperti. Ne ha parlato tra gli altri Hamira Hass su Ha’aretz, ripresa poi da “Internazionale”.

Questi particolari sono stati taciuti dalla grande stampa e dalle TV, nonostante siano importanti per capire che la cosiddetta “risposta” di Israele non è una vendetta - sia pur sproporzionata – in risposta a un’azione spregevole, ma un atto deliberato per scardinare la precaria unità raggiunta tra le due principali fazioni palestinesi, a prescindere dalla realtà dei fatti accaduti.

Alla fine, un comunicato di Sinistra Anticapitalista apparso oggi.

Ma colgo l’occasione per segnalare nuovamente l’articolo di Antonio Mazzeo, apparso ieri sul mio sito e oggi su il manifesto, dedicato alla collaborazione militare italiana con l’esercito genocida di Israele: L'impegno dell'Italia per la pace... Il titolo ironico la ha fatto visitare poco…

(a.m. 10/7/14)

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I cosiddetti coloni “selvaggi e incontrollabili” sono il prolungamento del governo di coloni che sta guidando lo Stato di Israele”

Intervista*aMichael Warschawski

 

[Da alcuni mesi Israele conosce una recrudescenza di aggressioni contro i palestinesi da parte di militanti di destra, che hanno minacciato lo stesso pontefice alla vigilia della sua recente visita. Abbiamo chiesto al militante della sinistra anticolonialista israeliana Michel Warschawski di spiegare l’ascesa del fenomeno. – Redazione de L’Anticapitaliste]

 

In Israele è presente il fenomeno dell’estrema destra?

È difficile rispondere a questa domanda. Il governo in carica è esso stesso di estrema destra e questi gruppi, che vengono chiamati “Tag Me’hir”, sono i suoi figli legittimi. L’ideologia dei partiti politici al potere e la loro politica alimentano le azioni di questi gruppi.

 

Che cosa significa “Tag Me’hir”

Significa “il prezzo da pagare”… Ogni volta che il governo prende una misura che sembra frenare l’ardore colonizzatore, questi giovani non se la prendono con l’esercito occupante, ma fanno pagare i vicini contadini palestinesi, sradicando i loro ulivi, aggredendo quelli che cercano di lavorare la propria terra, rivendicata dai coloni, prendendo di mira le loro auto, le case, i luoghi di culto.

 

Perché attaccare luoghi di culto?

L’ideologia dei coloni è passata dal nazionalismo al messianismo, e rientra nel quadro di una guerra di civiltà. La guerra contro l’islam si poteva ancora “spiegare” con l’identificazione islam = terrorismo. Quella condotta contro i cristiani è completamente ideologica: tutto quel che non è ebreo è male. Niente di più elementare di questo…

 

Come spieghi allora la recente aggressione di militari alla colonia cosiddetta estremista di Yitshar?

Il potere intende conservare il monopolio della violenza o, perlomeno, riuscire a controllare le milizie dei coloni e sfruttarle. I giovani di Tag Me’hir sono diventati un Golem [Figura antropomorfa immaginaria della mitologia ebraica. Nell’ebraico moderno equivale anche a “robot” ] che oggi stenta a controllare. Le loro aggressioni contro i palestinesi fanno parte di una divisione dei compiti, in una strategia volta a terrorizzare la popolazione.

Il problema è che questi giovani si sono resi autonomi rispetto alle decisioni ufficiali dei coloni, e hanno varcato due linee rosse: da un lato, aggrediscono gli stessi palestinesi di Israele, soprattutto in Galilea e, dall’altro lato, devastano i luoghi di culto. Quest’ultima cosa reca grave danno all’immagine di Israele, specie quando si tratta di chiese.

 

Come reagisce la società israeliana?

La maggioranza non gradisce l’esazione di Tag Me’hir, per l’immagine di Israele che offrono, soprattutto in Occidente. Tuttavia, i raduni anti-Tag Me’hir mobilitano solo alcune centinaia di manifestanti: avendo chiuso gli occhi di fronte a quattro decenni di violenza antipalestinese nei territori occupati, l’opinione pubblica è vittima di un fenomeno di assuefazione: ci si abitua a questa violenza quotidiana per riuscire a vivere la propria quotidianità, una quotidianità che gira le spalle all’occupazione coloniale che, pure, si svolge a venti minuti da casa.

 

E i politici?

Se l’opinione pubblica resta divisa più o meno a metà, la direzione politica dello Stato, quanto a lei, è chiaramente di destra. Come spiegare il fossato tra il popolo e la sua rappresentanza politica? La risposta si trova nel voto massiccio per il nuovo partito Yesh Atid e nel suo leader Yair Lapid (19 deputati su 120), che ha saputo veleggiare sulle proteste di massa dell’estate 2011 e sulla voglia di cambiamento, specie fra i giovani.

Quando l’astro televisivo Yair Lapid si è presentato alle ultime elezioni è stato descritto dai mezzi di comunicazione di massa come di “centro sinistra”. In base alle poche opinioni politiche da lui espresse, nel migliore dei casi, Lapid è il centro-destra… Non c’è voluto molto per accorgersene: con i suoi 19 deputati, ha immediatamente costituito un blocco con il partito di estrema destra “Casa ebraica”, per entrare nel governo di destra di Netanyahu in posizione di forza. Successivamente, non ha fatto che moltiplicare le dichiarazioni razziste, nonché iniziative populiste nazionaliste.

 

Sembrerebbe che tu stia dicendo che tra il governo e i coloni c’è una divisione di compiti?

L’ultimo Rapporto di Amnesty International ci offre un abbozzo di risposta: “la mano lieve dell’esercito verso i coloni che impiegano la violenza contro i palestinesi, e l’eccessiva violenza dello stesso verso i palestinesi che manifestano contro la violenza israeliana, determinano una situazione in cui numerosi coloni sono convinti di potere aggredire palestinesi e distruggerne i beni senza temere di venire arrestati e processati per queste loro azioni”. La cosa, di fatto, va ben oltre: i cosiddetti coloni “selvaggi e incontrollabili” costituiscono il prolungamento del governo di coloni che dirige attualmente lo Stato ebraico.

 

Ma il governo ha perso il controllo del “Golem” da lui stesso costruito?

Infatti, perché quando l’estrema destra assale alcune chiese e minaccia di “far pagare il prezzo” ai cristiani, durante la visita di papa Francesco in Israele/Palestina, mette in serio imbarazzo il governo. È ciò che spiega il fatto che una serie di personaggi politici chiedano, da un po’ di tempo, di dichiarare i gruppi di Tag Me’hir un’organizzazione terrorista e di trattarli come tali. È poco verosimile, tuttavia, che il trio Netanihau-Yaalon-Bennett accetti di smarcarsi da quelli che si sono formati alla loro scuola, una scuola di odio razzista e di nazionalismo messianico.

 

Cha fare qui in Europa?

Soprattutto, non essere tentati da un’errata distinzione tra una “minoranza di coloni violenti” e un governo presunto ragionevole. Entrambi propongono il loro progetto coloniale in totale sincronizzazione. Di qui l’importanza della Campagna BDS [Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni] e di servirsi delle esazioni di Tag’Me’hir per rafforzare la delegittimazione dello Stato coloniale ebraico.

Articolo apparso sul settimanalel’Anticapitaliste il 22 maggio 2014.

Intervista a cura di Mireille Court

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La spirale infinita nel caos mediorientale

di Lucio Caracciolo

Parrebbe la solita storia. Hamas provoca, Israele risponde. Fitti lanci di razzi palestinesi da Gaza dapprima contro località israeliane di confine, poi verso le principali città, Gerusalemme e Tel Aviv incluse; aerei con la stella di Davide a sganciare missili “intelligenti” su Gaza, che producono decine di vittime civili; segue spedizione punitiva di Tsahal, stivali per terra nella Striscia. Salvo rientro alle basi entro un paio di settimane. Tutti pronti a ricominciare dopo congruo intervallo.

Ma lo scontro in corso è davvero una replica del tragico refrain scritto dai protagonisti fin dalla crisi del dicembre 2008? Non proprio. È cambiato il contesto. E stanno rapidamente mutando i rapporti di forza all’interno delle élite dirigenti (si fa per dire) palestinesi e della leadership israeliana.

Il contesto prima di tutto. Il Grande Medio Oriente si sta disintegrando. Dal Nordafrica al Levante e all’Afghanistan, trovare qualcosa che assomigli a uno Stato o anche solo a un numero di telefono contro cui vomitare minacce o con il quale tessere compromessi è impresa assai ardua. Le “primavere arabe” e le controrivoluzioni di marca saudita non hanno finora prodotto nuovi equilibri, ma guerre, miseria, precarietà. Valgano da paradigmi di questa Caoslandia il golpe egiziano con tentativo tuttora in corso di annegare nel sangue la Fratellanza musulmana; la disintegrazione della Libia; il massacro permanente sulle macerie della Siria; la mai spenta guerra civile in Iraq che in ultimo ha visto riemergere le tribù sunnite e i vedovi di Saddam, insieme ai jihadisti dell’Isis, inventori dell’improbabile “califfato” di Abu Bakr al-Baghdadi. Sullo sfondo il rischio che anche la Giordania, battuta da cotante onde sismiche, finisca per crollare.

Infine i tre massimi punti interrogativi: quanto e come potrà tenere l’Arabia Saudita, che stenta a riprendere il controllo dei “suoi” jihadisti e altri agenti scagliati contro il regime di al-Assad e gli sciiti iracheni di al-Maliki – oltre che dediti a liquidare i Fratelli musulmani dovunque siano – alla vigilia di una delicatissima successione al trono? Quale fine farà il disegno dell’Iran – o di parte dei suoi leader – di rientrare a pieno titolo nella partita internazionale sacrificando le proprie ambizioni nucleari sull’altare di un accordo con gli Stati Uniti? Per conseguenza: Obama vorrà portare fino in fondo il suo ritiro dal Medio Oriente, o sarà costretto a smentirsi per non perdere quel che resta della credibilità americana nella regione e nel mondo?

Nel campo palestinese, il riflesso dello tsunami regionale ha una conseguenza strategica: entrambe le sue leadership storiche sono in agonia. Per questo hanno dovuto inventare un improbabile “governo” di unità nazionale. Abu Mazen si era ridotto a fare il poliziotto per conto di Netanyahu, venendo per ciò remunerato e vezzeggiato da europei e americani. Ma la pax cisgiordana degli ultimi anni, culminata nel record del 2012 (zero morti israeliani in Giudea e Samaria), è stata minata dal recente assassinio di tre ragazzi israeliani e dalle rappresaglie che ne sono seguite. In questa vicenda è venuta in piena luce la crisi di Hamas, che ha perso il controllo di centinaia di gruppuscoli jihadisti o financo “lupi solitari” che agiscono in proprio ma sono in grado di condizionare le agende altrui, Israele incluso.

L’atroce uccisione di Eyal Yifrah, Gilad Shaar e Naftali Fraenkel è stata subito attribuita da Netanyahu a Hamas. Quanto meno, è una semplificazione. A compiere quel crimine sono probabilmente stati alcuni killer della tribù dei Qawasameh, basata a Hebron, che si dedica da tempo a compiere attentati per screditare la leadership di Hamas ogni volta che questa cerca di costruirsi una qualche legittimità internazionale. Una scheggia, non un referente militare della peraltro divisa leadership di Gaza. La rappresaglia contro la Striscia non potrà dunque portare a risultati duraturi, perché i mille clan jihadisti non sono bersaglio da missile. Favorirà, al contrario, la radicalizzazione di altri giovani palestinesi. Spirale infinita, ma non uguale a se stessa. A ogni giro di provocazione e rappresaglia, il gioco di violenze e controviolenze diventa più rischioso. La crisi potrà essere sedata, magari a lungo. Non risolta.

Fino a ieri Netanyahu non sembrava preoccupato da tale deriva. Anzi, nel foro interno la salutava in quanto conferma dell’inaffidabilità dei “terroristi” della Striscia appena riciclati come uomini di “governo” nel patetico abbraccio con Abu Mazen e con ciò che residua del Fatah. Oggi il primo ministro israeliano rischia di fare i conti con gli effetti imprevisti del machiavellismo con cui lui, come i suoi predecessori, ha pensato di chiudere la partita palestinese giocandone le fazioni una contro l’altra. Dopo aver cercato il basso profilo nella rappresaglia contro Hamas, la pressione dell’opinione pubblica, angosciata dalla continua pioggia di razzi, lo sta spingendo ad alzare il tiro. L’estrema destra lo accusa di passività, la coalizione di governo perde pezzi (Avigdor Lieberman) e il suo aspirante successore, Naftali Bennett, affila le armi. Risultato: quarantamila riservisti sono mobilitati e una nuova campagna di terra dentro Gaza sembra imminente.

Con quale obiettivo? Una soluzione radicale dovrebbe prevedere la rioccupazione della Striscia. Impossibile senza un bagno di sangue, con perdite considerevoli anche fra i soldati israeliani. Eppoi, l’ultima cosa che Gerusalemme vuole è riaccollarsi la responsabilità di quell’inferno da cui Sharon seppe smarcarsi quasi dieci anni fa.

La storia non si ripete. Massimo, fa rima. E illude. Tutti i contendenti pensano di recitare un copione scritto. Anche volendo, non possono. Dentro e intorno a casa, tutti hanno preso a correre all’impazzata. Verso dove, nessuno sa. Meno che mai quelli che pensano di saperlo. (10/7/14)

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Fermiamo la criminale aggressione ai palestinesi

Comunicato dell’Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista

Gli attacchi criminali dell’esercito e dell’aviazione israeliana su Gaza e la sua popolazione civile si susseguono uno dopo l’altro, e le autorità governative e militari di Tel Aviv dichiarano che questa nuova aggressione omicida è ben lungi dal concludersi. Ormai le vittime palestinesi non si contano più.

Benyamin Netanyahu e i suoi alleati di estrema destra si apprestano a lanciare un’offensiva di terra, con il pretesto di arrestare il lancio dei razzi pressoché innocui che partono dalla Striscia. Tutto ciò moltiplicherà i morti e le sofferenze tra i bambini, le donne e gli uomini palestinesi inermi.

In realtà l’obiettivo dei governanti israeliani è quello di schiacciare la volontà di resistenza di un popolo che vuole liberarsi da un’occupazione che dura da quasi 50 anni e di porre fine al fragile tentativo messo in atto dall’Autorità nazionale palestinese (ANP) e da Hamas di dare vita dopo anni e anni di lotte fratricide ad un governo di “unità nazionale”. Per fare questo si semina il terrore tra la popolazione civile.

Nel frattempo, in Cisgiordania, a Gerusalemme, ma anche nelle città abitate dai palestinesi di cittadinanza israeliana dilagano le vessazioni e le violenze messe in atto dalla polizia e dalle bande di coloni contro i giovani palestinesi, ritenuti collettivamente colpevoli del rapimento e dell’uccisione dei tre giovani coloni israeliani: un ragazzino palestinese, Mohammed Abu Khdeir, è stato barbaramente trucidato, molti altri sono stati selvaggiamente picchiati.

E’ il volto violento e razzista dello stato israeliano. I paesi occidentali, e in particolare quelli europei, tacciono e non condannano né si sognano di revocare o almeno sospendere i trattati commerciali stipulati con Israele.

Sinistra Anticapitalista sostiene tutte le iniziative volte a denunciare e a fermare la nuova aggressione criminale contro i palestinesi e fa appello ad una mobilitazione la più ampia e unitaria possibile di tutte e tutti coloro a cui sta a cuore la pace e la difesa dei diritti umani, democratici e nazionali del popolo palestinese.

 

10 luglio 2014

 

Esecutivo nazionale di Sinistra Anticapitalista

 

 





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