Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Solitudine di Gaza

Solitudine di Gaza

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Ascoltare i commenti radiotelevisivi, e gli interventi nei dibattiti sulla situazione in Palestina è deprimente. Non pochi commentatori ripetono antiche sciocchezze diventate luoghi comuni indiscutibili. L’ultima che ho sentito in una rassegna stampa radiofonica parlava candidamente di “Europa faro della civiltà” precisando che quando “noi” stampavamo libri, “gli altri” erano ancora selvaggi”. Lo diceva un’ascoltatrice, ma il giornalista della Stampa che coordinava la trasmissione si congratulava per la profondità del suo pensiero…

 Come stupirsi allora delle esternazioni del candidato alla presidenza della Federazione Italiana Gioco Calcio, Tavecchio, che immagina gli africani come primitivi capaci solo di mangiare banane, ignorando che cinque secoli fa le ricchezze di Timbuctù sbalordivano un viaggiatore olandese, che la considerava più bella e prospera della sua Amsterdam?

La causa palestinese soffre di riflesso di questi pregiudizi, perché è l’ultimo irriducibile baluardo della resistenza alla colonizzazione; è vittima soprattutto della più totale ignoranza del fatto che la situazione in tutto il mondo è stata modificata negli ultimi secoli solo grazie alla violenza e alla superiorità militare, non per uno “scontro di civiltà”.

La Palestina soffre ancora le conseguenze della “Grande Guerra”, i cui veri scopi furono chiariti proprio negli accordi “di pace” che spartirono il mondo coloniale tra le potenze vincitrici. Alla Gran Bretagna “toccò”, tra l’altro, l’area tra la Palestina l’Egitto e l’attuale Iraq, che fu malamente assemblato unendo tre realtà che erano sempre state separate, i vilayet di Basra, sciita, di Bagdad, sunnita, e di Mosul, curdo, annesso agli altri due solo perché ricco di petrolio e quindi appetito dalla Gran Bretagna.

Ancora un secolo fa, nel 1914, gli ebrei in Palestina erano solo 85.000 e, nonostante l’appoggio della Gran Bretagna, che aveva promesso con la dichiarazione Balfour di consentire la creazione di un “focolare ebraico” in quell’area, nel 1929 non raggiungevano i 160.000, su una popolazione complessiva di circa mezzo milione.

È da quella invasione, appoggiata e utilizzata da una potenza imperialista, che comincia il dramma della Palestina. Non fu un “eterno odio” tra ebrei ed islamici, come ripetono ogni giorno cialtroni ignoranti in TV e sui giornali, ma l’inizio di un’oppressione coloniale che si aggrava dal 1929-1933, quando l’ascesa di Hitler spinge anche molti capitalisti ebrei a emigrare. Nel periodo tra il 1881 (primi pogrom in Russia) e il 1929,  inizio della crisi economica mondiale, su quattro milioni di ebrei in fuga dall’Europa orientale, solo 120.000 erano andati in Palestina, il grosso era andato negli Stati Uniti [la vera “Terra promessa”, che ne assorbì tre milioni] e in America Latina. Dall’inizio della “Grande Crisi” tutti i paesi chiusero però le porte a ogni immigrazione (non solo quella ebraica) e anche i benestanti ebrei che dovettero lasciare la Germania finirono per recarsi (con i loro capitali) nell’unica parte del mondo che in quel momento poteva accoglierli: la Palestina, dove acquistarono terre, porti, reti di trasporti, ecc., scacciandone i palestinesi.

Di fronte alle proteste palestinesi, esplose nella rivolta del 1936-1939, i sionisti affiancarono la polizia e le truppe britanniche nella repressione. E cominciarono la loro tattica di espulsione, che si concretizzerà successivamente nella cacciata di gran parte degli abitanti palestinesi dal 78 % del loro territorio. È in questo contesto che Gaza passa dagli 80.000 abitanti del 1914 agli attuali 1.800.000, figli di rifugiati scacciati da ogni parte della Palestina, ammucchiati in campi che sono Guantanamo a cielo aperto. Galere da cui non possono più scappare, verso nessuna parte.

Paulo Freire ha detto efficacemente: "All'instaurarsi di un rapporto di oppressione, la violenza ha già avuto inizio. Mai nella storia la violenza è partita dagli oppressi. . Non ci sarebbero gli oppressi se non ci fosse stata prima una violenza per stabilire la loro sottomissione". Questo è quello che viene sempre dimenticato: non si può cominciare a esaminare torti e ragioni dall’ultimo o penultimo colpo sparato, bisogna capire cosa c’è stato a monte.

A monte in Palestina c’è una colonizzazione dapprima strisciante, poi sempre più aggressiva, puntellata da massacri deliberati di civili, da Deyr Yassin nel 1947 a quello di vari villaggi durante l’aggressione all’Egitto nel 1956 (insieme ai colonialisti franco-britannici), e poi durante la guerra di occupazione del 1967 e in tante altre occasioni successive. Massacri che avevano lo scopo prevalente non di punire i responsabili di qualche crimine, ma di spingere a un nuovo esodo, un’espulsione, eufemisticamente chiamata transfert. Anche storici israeliani sionisti ma corretti, hanno ricostruito il carattere deliberato della cacciata dei palestinesi, durante la varie fasi delle guerre del 1947-1949, utilizzando le tregue temporanee per organizzare meglio l’espulsione.

La più grande bugia presenta per giunta gli ebrei come i discendenti degli antichi abitanti della Palestina, mentre la maggior parte di essi sono discendenti di convertiti alla religione ebraica, con tratti somatici nordeuropei, o africani tra i falashà dell’Etiopia, o indiani in India, o cinesi a Hong Kong. Prima del sionismo, non c’era un popolo, c’erano molti e diversi appartenenti a una religione, in larga misura frutto di conversioni. Intanto altri ebrei (quelli non dediti al commercio ma all’agricoltura o guerrieri) si convertivano al cristianesimo o all’Islam in Palestina o in Egitto. In ogni caso, prima della costruzione del sionismo, i rapporti tra ebrei e arabi in tutto il mondo arabo islamico erano buoni o comunque di pacifica coesistenza, è stato il sionismo e l’espulsione dei palestinesi a scavare il solco. Su questo si veda l’ampia ricostruzione storica in: Ebrei e palestinesi nella storia: miti e realtà

Ma di bugie se ne dicono tante altre, di tutti i tipi, in primo luogo mettendo sullo stesso piano la spaventosa potenza distruttiva di Israele con i poco più che simbolici razzi palestinesi senza guida elettronica o sensori per infrarossi, e quindi inefficaci se non come testimonianza della irriducibilità dei palestinesi. La chiusura dell’aeroporto di Tel Aviv è stata una sceneggiata, nessun missile a disposizione dei palestinesi poteva colpire un aereo.

Un'altra ignobile menzogna è quella degli “scudi umani”, costruita dicendo che le armi di Hamas stanno in mezzo ai civili. Alcuni oppositori israeliani hanno ricordato che anche a Tel Aviv i comandi militari e quelli del Mossad stanno tra università e Ospedali, come potrebbe essere diversamente a Gaza, dove la striscia in molti punti non è più larga di 6 km, di cui tre di zona che gli israeliani hanno fatto evacuare? Dove potrebbero portare le armi? O si pensa che non abbiano in assoluto il diritto a difendersi? E dove può andare la popolazione civile? L’israeliana Amira Hass ha detto che “contrariamente a quanto divulgato dalla propaganda israeliana, Hamas non sta costringendo gli abitanti della Striscia di Gaza a restare nelle loro case, né ad andarsene. La decisione spetta a loro. «Se dobbiamo morire - dicono - è più dignitoso morire a casa che mentre fuggiamo».”

Ma queste menzogne vengono ripetute continuamente da tanti giornalisti ignoranti. Molti attribuiscono poi ad Hamas ogni cosa che accade a Gaza, dimenticando che non è l’unica forza politica e militare presente, e che diversi gruppi considerano casomai Hamas troppo conciliante, e sono quindi anche pronti a rifiutare le tregue, pur essendo inadeguatamente armati. Cosa accadrà domani? I dirigenti israeliani hanno umiliato e rifiutato ogni gesto di buona disponibilità di Arafat prima e di Abu Mazen dopo, e si sono ritrovati con la crescita di Hamas: cosa può accadere domani, se riusciranno a distruggere Hamas mentre tentava la strada della ricostruzione dell’unità palestinese insieme ai moderati dell’OLP? Rinvio per questo agli ultimi due articoli inseriti:  Gideon Levy : fragole o sangue?  e in particolare quello di Gilbert Achcar: “Un’offensiva contro la riconciliazione palestinese”

Ma vorrei concludere segnalando un’altra reticenza sulla condizione attuale di Gaza. È isolata, si dice, ma non si spiega che è la conseguenza non tanto di colpe di Hamas, ma in primo luogo del colpo militare del generale egiziano amico di Israele e fantoccio degli Stati Uniti al Sissi, che non solo ha deposto il presidente eletto Morsi, ma ha comminato centinaia di condanne a morte a esponenti dei Fratelli Musulmani per consolidare il proprio potere. E al Sissi fa il cane da guardia che completa l’assedio ai palestinesi nel piccolo pezzo di frontiera tra l’Egitto e Gaza a Rafah.

L’isolamento è la inevitabile conseguenza delle complicità europee con il grande protettore di Israele (in evidente malafede, come si è visto col “fuori onda” di Kerry), il governo degli Stati Uniti.

Ho parlato più volte della collaborazione militare dell’Italia con Israele, attraverso Finmeccanica, ma anche centri di ricerca inseriti in diverse università, ma l’Italia non è sola. Perfino la Russia di Putin, che alcuni sciocchi di sinistra credono sia un baluardo dei popoli contro lo strapotere degli Stati Uniti, ha come la Cina ottime relazioni con Israele. Già l’URSS staliniana era stata inizialmente e assurdamente favorevole a Israele credendo che i suoi dirigenti  per la loro origine esteuropea fossero potenzialmente suoi alleati (nel 1948 riconobbe de jure Israele prima degli USA!), ma ora c’è di peggio: Putin ha rilasciato da tempo dichiarazioni di “comprensione per le ragioni difensive di Israele”, in cambio di un atteggiamento morbido di Tel Aviv sul caso dell’aereo abbattuto in Ucraina dai suoi mercenari, e ha tentato di stabile un’intesa anche col generale al Sissi.

D’altra parte anche l’occidente che fa la voce grossa per quell’aereo abbattuto, e minaccia sanzioni poco più che simboliche, non rinuncia a fornire intanto alla Russia navi da guerra (la Francia) o altre armi (la Gran Bretagna). Tra imperialisti ci si intende sempre, si commerciano armi  anche fino a un momento prima di usarle. È successo alla vigilia della Prima Guerra Mondiale e durante tutte le crisi tra le due Guerre Mondiali, fino all’ultimo, sempre per “Real Politik”.

Gaza è sola, ma va a suo onore, pensando a quelli che la imprigionano e la massacrano, e ai tanti che guardano dall’altra parte, o si limitano a dire parole vuote, formulando inconsistenti auspici di pace. Sono tanti, a partire dal segretario generale delle Nazioni Unite, simbolo dell’impotenza e della viltà della cosiddetta “comunità internazionale.

(a.m.27/7/14)



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