Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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GAZA E IL GHETTO DI VARSAVIA

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 di Maurizio Peggio

(dalla sua pagina personale di Facebook)

Ho condiviso subito questo breve articolo di Maurizio Peggio perché coglie bene l’analogia tra la condizione degli abitanti di Gaza e quelli del ghetto di Varsavia, che mi era venuta in mente più volte in questi giorni. Meno convincente la “testimonianza” di Guido Olimpio, nei cui confronti ho da tempo una forte diffidenza. È il super specialista di “terrorismo” del Corriere della sera e fornisce sempre dati fin troppo minuziosi in genere di fonte israeliana. Non so (e anzi non credo) che siano stati proprio mille minatori a lavorare per otto ore ciascuno ai tunnel, e credo che questa notizia faccia parte della rappresentazione israeliana del pericolo palestinese. Moltissimi tunnel, scavati da tempo, erano nella parte della striscia confinante con l’Egitto e servivano semplicemente per nutrire la popolazione. E comunque era un sacrosanto diritto degli assediati di cercare di rompere l’assedio. Ma questo è un aspetto secondario. È giusto che in Israele qualcuno rifletta su questo capovolgimento di ruoli. E fanno bene, finché ne hanno la forza, i gazawi a rispondere con i loro missili simbolici alla tremenda forza dei bombardamenti mirati, per far capire che anche questa aggressione è inutile come le precedenti: non è il complesso di Masada (cioè un impulso suicida) ad animare i combattenti di Hamas, ma la convinzione che prima o poi l’ingiustizia e la barbarie saranno sconfitte. (a.m. 4/8/14)

 

Ho letto sul Corriere della Sera di ieri l’articolo di Guido Olimpio dal titolo “La strategia incompiuta” riferito a quello a che viene evidenziato come un sostanzialmente fallimento dell’offensiva israeliana su Gaza. I guerriglieri di Hamas hanno sorpreso i soldati dell’Idf infliggendo loro perdite superiori alle aspettative. Riguardo ai tunnel Olimpio scrive: “a Tel Aviv non si attendevano un reticolo così ampio: sofisticati, estesi per chilometri, costruiti in cemento, con biforcazioni e uscite multiple. Ora i generali ammettono: li abbiamo sottostimati nonostante già un rapporto del 2006 ne indicasse la pericolosità. Lo Shin Bet e l’Aman, il servizio segreto militare hanno fornito la «fotografia» precisa? Solo in parte. Eppure sapevano che Hamas aveva impiegato oltre mille minatori divisi in squadre da 8 a 16, con turni di otto ore ciascuno per realizzare gallerie in grado di arrivare in territorio israeliano”. Quando poi è iniziata l’operazione di terra i soldati di Tsahal si sono trovati a fronteggiare una resistenza accanita da parte di militanti ben addestrati e motivati, in grado di mettere in campo stratagemmi estremamente efficaci. Anche le audaci sortite nel territorio dello Stato ebraico sono state una sorpresa per i soldati israeliani. “Un video di Hamas lo ha documentato. I guerriglieri, travestiti da soldati, sono sbucati dalla derivazione di un tunnel la cui sezione principale era stata distrutta. O si pensava che lo fosse. I mujahedin si sono avvicinati ad un piccolo complesso dominato da una torretta. Nessuno li ha fermati. I militari di guardia si sono fatti sorprendere. Le immagini hanno mostrato come gli uomini di Hamas siano entrati da un cancello lasciato aperto ed abbiano fatto fuoco sul nemico che dormiva. Dal filmato si ricava il sospetto che la routine delle posizioni attorno a Gaza possa essere talvolta pericolosa: ti abitui, perdi la «sensibilità» e viene meno lo stato d’allerta. Sui media israeliani gli esperti hanno parlato di «problema di disciplina» unito ad una colpevole disattenzione. E’ però anche vero che proprio questo tipo di installazioni fisse sono il bersaglio preferito di formazioni di insorti. Gli israeliani lo hanno imparato a loro spese durante l’occupazione della fascia di sicurezza nel Libano sud, quando i loro bunker erano presi di mira dai missili Hezbollah”. Dunque anche Olimpio evidenzia un certo cedimento “morale” che mina il mito di invincibilità che finora ha circonfuso le forze armate di Israele. I soldati israeliani sarebbero meno motivati dei loro nemici sul campo, meno capaci di sopportare la paura, le perdite dei loro commilitoni, la disciplina ferrea che in guerra talora fa la differenza fra la vittoria e la sconfitta, fra la vita o la morte, come secondo Olimpio è accaduto ai soldati di Nahal Oz. Questa per Israele è una novità: finora aveva fatto assegnamento su soldati dotati ben addestrati e dotati di armamenti ultramoderni e micidiali, ma sopratutto aveva potuto contare sulla loro motivazione, su una capacità di abnegazione totale da parte di chi si sentiva parte di una comunità fortemente coesa e minacciata di estinzione. Era così perché Israele era nato come uno Stato formato da una minoranza perseguitata in Europa che nelle vicende della seconda guerra mondiale aveva visto la distruzione del suo mondo e che si sentiva condannato a crearne subito un altro. Questo mondo nuovo, nel mito sionista originario, voleva fondere il mito del ritorno alla Terra Promessa con un organizzazione sociale che rispondesse alle istanze sociali del movimento operaio in Europa Orientale. Gli ebrei di Russia, Ucraina, Polonia e degli altri paesi erano fortemente influenzati dalle idee socialiste e dalla formazione politica che molti di loro avevano tratto dalla militanza nel Bund. Per attrarli in Palestina non si poteva convincerli che fosse conveniente lavorare sotto padrone nello Stato ebraico. Bisognava convincerli che una nuova organizzazione economica, fortemente improntata al collettivismo dei Kibbutz fosse lì pronta ad accoglierli, inserendoli in una comunità che avrebbe almeno mitigato le differenze di classe. Questa idea che gli israeliani avevano di Israele è durata a lungo, ma da almeno tre decenni ha subito un’eclissi che in seguito l’ha portata a una totale cancellazione. Se non si capisce questo, non si capisce cosa sia la destra israeliana, con il suo avido affarismo, la sua corruzione e la sua mancanza di senso della realtà, al punto di non capire che quanto ha fatto a Gaza sta mettendo Israele in un vicolo cieco dal quale non uscirà mai più. Israele è uno Stato capitalista come tutti gli altri e non può dissimulare questa realtà agli occhi dei suoi lavoratori che col tempo riacquisteranno la consapevolezza della loro realtà di sfruttati. E non sappiamo fino a quando saranno disposti a farsi riportare i figli di 20 anni nelle bare per avere combattuto contro il guerriglieri dei tunnel nel getto di Gaza a beneficio esclusivo della direzione politica reazionaria e sanguinaria dello Stato di Israele. Hamas è un’organizzazione oscurantista e reazionaria, la cui direzione è comunque borghese, corrotta e avida, ma i giovani che combattono nei tunnel, forti per motivazione e coraggio, ma sprovvisti di une visione di classe internazionalista, sono condannati a guerreggiare dalle oggettive condizioni di vita all’interno di una grande prigione che accumula sempre più analogie con le condizioni in cui si trovava il Ghetto di Varsavia prima della “soluzione finale”.

I soldati israeliani che combattono con scarso convincimento a Gaza, si trovano in una situazione capovolta rispetto a quella di quel Marek Edelman che guidò la rivolta del Ghetto di Varsavia. In un certo senso è come se il fantasma degli insorti del Ghetto apparisse nei loro incubi guardandoli con stupore e indignazione e il ragazzo loro coetaneo palestinese che bombardano nei tunnel assomigliasse a Marek Edelman che una volta sconfitto, fuggì attraverso la rete fognaria e trovò la salvezza uscendo da un tombino.

Maurizio Peggio

 

Fonte: http://www.facebook.com/maurizio.peggio/posts/10152386888487054?comment_id=10152387131887054&offset=0&total_comments=18&notif_t=feed_comment_reply