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Almeyra: La “primavera araba” nella fase attuale

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di Guillermo Almeyra

La tappa attuale della cosiddetta “primavera araba” sembra dare ragione a quelli che hanno paura dei cambiamenti sociali. Ma le insurrezioni dei popoli non sono eterne nè i processi che avviano sono rettilinei, né evolvono costantemente verso una sempre maggiore democratizzazione delle società. Sono esplosioni eccezionali che modificano violentemente i rapporti di forza tra le classi e i settori sociali lasciando un sedimento di conquiste e di cambi di mentalità. Sono caratterizzati da riflussi e zigzag che possono durare decenni. La repubblica francese del 1793, per esempio, fu in pochi decenni sostituita dall’impero napoleonico e, dopo questo, dalla restaurazione monarchica che crollò di fronte alle rivoluzioni del 1830 e del 1848 che aprirono nuovamente la strada alla repubblica...

Le società con una forte base contadina e a volte tribale sono molto lontane dall’essere monolitiche. Sono variegate e, per quanto siano capitaliste, hanno caratteristiche peculiari determinate dalla storia particolare di ogni regione, dalle loro tradizioni culturali e politiche, dall’esistenza o meno di una centralizzazione attraverso diversi tipi di Stato, dal permanere di regionalismi consolidati, da differenti gradi di sviluppo storico, economico e culturale, dalla composizione etnica di ogni paese e di ogni regione, e dai modi diversi in cui in ciascun territorio si combattono varie religioni e culture.

In questi paesi il peso sproporzionato di un apparato statale essenzialmente repressivo e burocratico determina una tendenza a comportamenti autocratici, rafforzati dalla dipendenza dal capitale straniero e dalle grandi potenze, che incidono nell’economia e nella politica “nazionale” molto più delle debolissime classi capitaliste locali.

Nella lotta per modernizzare il paese grazie a una nuova Rivoluzione francese, rovesciando le autocrazie corrotte e repressive si mobilitano sempre per primi i settori moderni urbani (studenti, giovani disoccupati, operai sindacalizzati e classi medie colpite dalla crisi economica), come è già accaduto in Tunisia contro Ben Alì.

Questi settori trascinano rapidamente con sé parte della borghesia commerciale e altri malcontenti di vario tipo. La ribellione ha unito le proteste tribali, regionali, religiose perché le autocrazie (dallo Shah di Persia a Mubaraq in Egitto, dal tunisino Ben Alì al libico Gheddafi) progettavano una modernizzazione dall’alto tecnocratica e capitalista, fondamentalmente laica, che si urtava con le tradizioni comunitarie e solidali e di aiuto reciproco associate da secoli nella regione a una radicata forma religiosa, islamica o anche cristiano copta, nel caso dell’Egitto.

Data la debolezza dello Stato centrale, l’Islam ha anche tessuto una rete comunitaria basata su molteplici legami (scuole e università coraniche, dispensari, circoli di mutua assistenza) che è in una certa misura parallela allo Stato e che per certi aspetti lo penetra e infiltra. La gerarchia borghese e conservatrice di questa comunità trascina in questo modo numerosi strati rurali e anche i settori urbani più poveri.

La prima ondata democratizzatrice riesce a rovesciare la dittatura mettendosi alla testa dell’intera nazione in questa lotta. Tuttavia, priva di direzione e di un proprio programma a causa della debolezza del movimento operaio e alla mancanza di tradizioni politiche rivoluzionarie , pur riuscendo a influenzare i gradi inferiori dell’esercito, non riesce a liquidarlo né a costruire un nuovo Stato. Ciò permette la ricostruzione dei comandi militari, ripuliti dagli esponenti più odiati della vecchia autocrazia, e dà all’esercito un ruolo di mediazione, mentre concede tempo per la ricostruzione dell’“ordine” capitalista con l’intervento dell’imperialismo, che tenta di rafforzare il nuovo gruppo dirigente per evitare che possa essere scavalcato a sinistra.

La successiva “normalizzazione” attraverso elezioni, in un contesto in cui non ci sono veri partiti a parte quelli tradizionali della borghesia commerciale, o gruppi con alcune funzioni di partito come le gerarchie religiose e la burocrazia sindacale, prepara un riflusso sociale che si basa sui settori più arretrati della popolazione, lascia in minoranza coloro che hanno rovesciato la dittatura e li obbliga a cercare alleati in settori nazionalisti dell’esercito o nelle borghesie liberali e commerciali, laiche o cristiane.

In certi paesi come l’Egitto, con maggiori tradizioni statali fin da Mehmet Alì agli inizi del XIX secolo, ciò porta a un governo militare, neoliberista e appoggiato dall’imperialismo, la cui stessa esistenza divide i settori democratici e progressisti, dato che una parte di questi credono che il potere militare li difenda dal governo teocratico dei Fratelli Musulmani. In questo modo tutto sembra portare alla ricostruzione del potere e dello Stato che la prima ondata democratica aveva gravemente colpito... fino a quando la crisi porterà i rivoluzionari a elaborare un programma e una strategia.

Questo permetterà loro di stabilire nuove alleanze che includano una parte dei contadini e approfittino della frattura creatasi nel campo capitalista in seguito ai conflitti tra i militari (con il loro gruppo di appoggio) e i settori commerciali e liberali della borghesia, o gruppi regionali o religiosi, come sono i cristiani copti, che hanno una base urbana tradizionale.  

La “primavera” non muore: può anche dare il via a un nuovo processo, caratterizzato dalla instabilità permanente, con un “pareggio” tra classi e sottosettori sociali, e da nuove spinte e possibili esplosioni sociali a medio termine. Nel frattempo, il primo piano della scena sarà occupato dalle forze repressive, dall’imperialismo e dalle forze religiose reazionarie che, in nome della gloriosa storia araba, vorrebbero canalizzare il rifiuto del capitalismo da parte delle masse contadine offrendo come futuro la prospettiva medievale di un nuovo califfato. Ma sotto questa facciata, sta scavando la vecchia talpa...

 Guillermo Almeyra

(a.m. 11/8/14)



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