Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Una risposta alla campagna per far dimenticare Gaza

Una risposta alla campagna per far dimenticare Gaza

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«Che cos’è l’Islam politico, impropriamente chiamato fondamentalismo islamico? Quando sorge? Perché? È uguale in tutti i paesi? E qual è il progetto di Hamas?» Queste sono alcune delle domande – scrive Santiago Mayor - a cui è necessario rispondere per capire il conflitto palestino-israeliano e la situazione in Medio Oriente. Lo fa in un testo chiaro anche se un po’ schematico, particolarmente utile in un momento in cui, per far dimenticare Gaza, molti dei persuasori non occulti che monopolizzano la grande informazione, hanno cercato di associare Hamas all’ISIS o ad altri raggruppamenti che farebbero capo ad Al Qaeda in Mali o in Nigeria. Se Lorenzo Cremonesi sul “Corriere della sera” ha almeno aggiunto qualche “forse” o “pare” alle veline statunitensi e israeliane, lasciando all’impaginazione il compito di annegare le poche notizie su Gaza tra le emozionanti “non notizie” (gonfiate) sulle persecuzioni nel nord Iraq, Maurizio Molinari su “la Stampa” di ieri 11 agosto ha raggiunto vertici ineguagliati di malafede: si è domandato retoricamente come mai “Gerusalemme, Washington e Parigi abbiano come obiettivo il contenimento – e non la sconfitta – di declinazioni diverse del jihadismo sunnita che, da al Qaeda ad Hamas fino a ISIS, si propone di instaurare l’Islam fondamentalista come forma di governo di tutti i musulmani, richiamandosi al pensiero originario di Hasan al Banna, il fondatore dei Fratelli Musulmani egiziani.” E via di seguito, sparando grossolane considerazioni sulla “natura delle minacce che proliferano dal Maghreb agli stretti di Hormuz: a minacciare di travolgere il Mali, far implodere l’Iraq e portare il terrore a Tel Aviv non sono Stati tradizionali ma tribù di uomini armati accomunati da fedeltà ideologica e determinazione ad usare le armi”… e via fantasticando. Da parte della redazione del quotidiano torinese, si rinforza l’operazione con un’iconografia che, in assenza di documentazione diretta sulle stragi che sarebbero avvenute sui monti Sinjar, supplisce accostando immagini di vicende diversissime (l’Algeria degli scontri del 2005 tra il Fronte Polisario e le forze del Marocco, la Siria del dicembre 2013, e perfino il Ruanda del 1996), mentre due intere pagine successive curate dal solito Molinari (insieme all’ineffabile venditore di fumo Gianni Riotta) annegano esplicitamente la vicenda di Gaza in tutti i conflitti di ogni genere e tipo, dal colpo di Stato di al Sissi contro il presidente Morsi alle tensioni tra Cina e Tokio sulle isole Senkaku, accostandovi anche l’Afghanistan e Maidan… Stessa impostazione in altri grandi quotidiani. Il risultato è raggiunto: Gaza è dimenticata, Hamas catalogata tra i tagliatori di teste.

Ogni tanto a qualche corrispondente scappa un pezzetto di verità, che involontariamente smentisce il leimotiv dominante. Ad esempio in un’intervista di Francesco Semprini a Sabah Mikhail Barkho Korkis Al Deriki, capo delle “Brigate cristiane in Medio Oriente” su “la Stampa” dell’8 agosto, vengono fuori interessanti ammissioni. L’intervista, fatta naturalmente da New York, (come quasi sempre fanno questi “corrispondenti”, che descrivono il mondo da New York o Miami, e Gaza da Tel Aviv), finisce per chiarire qual è il riferimento programmatico di questo gruppo: le crociate. Infatti l’intervistato, tradotto da un pio salesiano, sostiene che “se al tempo delle crociate i cristiani non avessero alzato la spada, l’Islam poteva divorare l’Europa”. E il titolo ribadisce “È come al tempo delle crociate. Combatteremo gli estremisti”. E, rivelando l’influenza almeno indiretta del vittimismo della propaganda sionista, aggiunge: “È da duemila anni che siamo il popolo del martirio”. Inutile dire che in tutte le rievocazioni sui conflitti, non si è levata una voce per dire che sono state soprattutto le assurde, menzognere e criminali “imprese umanitarie” che hanno scardinato quell’area e preparato le catastrofi attuali… (a.m. 12/8/14)

Otto punti per capire la storia di Hamas e dell’Islam politico

di Santiago Mayor

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1. Quando nasce l’Islam politico?

Nel 1928 viene fondata la Fratellanza Musulmana in Egitto. Nel corso degli anni si è venuta espandendo in diversi paesi del mondo arabo. Questa è la prima organizzazione moderna che adotta l’Islam come base del suo progetto politico.

Nonostante la sua apparizione in un tempo così lontano e nonostante l’apporto fornito da diversi teorici nel corso del XX secolo, per decenni rimase relegata dai governi nazionalisti o filo-occidentali che hanno imperato nella regione. A causa delle persecuzioni, il suo lavoro fu essenzialmente sociale. L’irruzione massiccia e l’espansione dell’Islamismo si verificò poi a partire dal 1979, con l’arrivo al governo della rivoluzione iraniana.

2.  Quali sono i suoi principi?

L’Islam politico sostiene che i postulati dell’Islam e i suoi precetti sono applicabili a un programma politico integrale per la società. Da questo deriva la Sharia o legge islamica. Ma bisogna chiarire che non esiste un’unica maniera di interpretare il Corano e i suoi precetti, anche se è il libro sacro per tutti i musulmani. Questo si riflette a sua volta nelle diverse organizzazioni che promuovono l’islamismo.

La Sharia non è la stessa nel Sudan (dove si pratica la mutilazione genitale femminile) o in Nigeria (in cui una donna può perfino essere lapidata a morte per aver commesso adulterio), o invece in Iran, paese in cui le donne guidano automobili e partecipano alla vita universitaria.

Il francese François Burgat, dirigente politico e specialista di Medio Oriente, spiega un concetto elementare ma che va chiarito: “Sono le personalità islamiste che fanno l’islamismo e non il contrario”.  Inoltre aggiunge che “secondo la natura del terreno sociale in cui si sviluppa, delle forze politiche che se ne appropriano, e delle reazioni dei regimi, la corrente islamista si esprime con una molteplicità di toni e attraverso modi assai diversi. Nessuno di essi può diventare una chiave di lettura unica e atemporale.” Per questo è sbagliato affermare che Hamas in Palestina è lo stesso di Boko Haram in Nigeria o della Fratellanza Musulmana in Egitto.

3.  Quali settori sociali rappresenta l’Islam politico?

Con la rivoluzione iraniana del 1979 e il primo governo islamista della storia  fanno la loro irruzione nella politica settori sociali che erano stati emarginati in quell’angolo di mondo.

Il ricercatore francese Gilles Kepel si riferisce a questo quando sostiene che “il movimento islamista è duplice. Al suo interno troviamo la gioventù urbana povera, sorta dall’esplosione demografica del Terzo Mondo, dall’esodo rurale massiccio e che per la prima volta nella storia ha avuto accesso all’alfabetizzazione. A sua volta, Kepel spiega che ne fanno parte “la borghesia e le classi medie religiose che erano state emarginate al momento della decolonizzazione portata a termine dai militari o dalle dinastie che si erano impossessate del potere.”

Questo significa che l’islamismo ha un importante radicamento popolare, specialmente nella sua versione più radicalizzata, e anche nazionale. Ma questo non presuppone necessariamente un progetto politico legato a rivendicazioni popolari progressiste o di sinistra.

 4. Perché l’islamismo si è diviso in due correnti maggioritarie?

Ogni rivoluzione genera una specifica reazione, e il caso iraniano non ha rappresentato l’eccezione. L’arrivo al potere dell’Ayatollah Komeini nel 1979 provocò un rafforzamento dell’Islam politico ma anche una sua radicalizzazione in contrapposizione alle impostazioni riformiste della storica Fratellanza Musulmana. Così nel decennio ’80 appaiono o si rafforzano gruppi armati islamisti come gli Hizbollah nel Libano o Hamas in Palestina. Come risposta, la dinastia dell’Arabia Saudita emerge come riferimento contrapposto alla radicalità di questi movimenti. L’Islamismo conservatore ha finito così per essere finanziato da uno dei paesi più ricchi del mondo e dai suoi alleati strategici.

Per soffocare il tentativo di estendere la rivoluzione iraniana al resto del Medio Oriente, l’Arabia Saudita lanciò la sua “crociata”: la guerra dell’Afghanistan. La dinastia di Riad inviò migliaia di mujaheddin come combattenti internazionalisti per fermare l’espansione del comunismo sovietico. Da lì iniziò il legame del saudita Osama Bin Laden con i  talibani che poi governarono l’Afghanistan.

5. Come e perché sorge Hamas?

In questo contesto convulso del Medio Oriente, in cui l’Islam politico era in auge in tutto il decennio degli Ottanta, è nato Hamas (“Svegliare”, in arabo). Anche se le sue origini sono legate alla Fratellanza Musulmana egiziana e al lavoro sociale che questa svolgeva principalmente nella Striscia di Gaza, la nuova organizzazione ha espresso subito ed esprime ancora una delle versioni dell’islamismo radicalizzato sotto l’influenza della rivoluzione iraniana.

La prima Intifada (“sollevare la testa”) che cominciò nel 1987 e durò fino agli Accordi di Oslo del 1993, fu il contesto in cui emerse questo nuovo movimento politico-militare Durante quegli anni le popolazioni palestinesi di Gaza, Cisgiordania e Gerusalemme est si ribellarono contro l’occupazione israeliana.

6. Hamas è stato promosso da Israele?

Poche bugie sul conflitto palestinese-israeliano hanno avuto tanta diffusione e accettazione anche in ambienti occidentali progressisti. Come avevo detto poco prima, Hamas è nata dal lavoro sociale realizzato nelle moschee palestinesi, molto simile a quello della Fratellanza Musulmana in Egitto. Per decenni Israele permise la proliferazione del lavoro religioso islamico perché lo considerava inoffensivo e casomai un freno alla posizione laica, democratica e di liberazione nazionale dell’OLP. Da ciò nasce l’errore e anche il fraintendimento storico.

Fu questa costruzione sotterranea che permise ad Hamas di costruire una forte egemonia nella popolazione (soprattutto  a Gaza). La rivoluzione iraniana e la politicizzazione massiccia dell’Islam in Medio Oriente hanno proiettato questo lavoro sociale su un piano politico.

7 Che divergenze ci sono tra Hamas e l’OLP?

In primo luogo Hamas è un’organizzazione il cui obiettivo è quello di costruire uno Stato islamico nella regione storica della Palestina, mentre l’OLP è laica e pertanto si batte per uno Stato palestinese democratico più o meno di stile occidentale.

Un altro punto di divergenza nel corso degli anni Novanta riguardò il riconoscimento dello Stato di Israele in quanto tale. Dopo anni di lotta l’OLP optò per la via dei negoziati. Da questo nacquero gli accordi di Oslo del 1993, da cui nacque l’ANP (Autorità Nazionale Palestinese), governo dell’embrione di Stato che tuttavia non arrivò mai a costituirsi, a causa delle inadempienze di Israele.

Hamas da parte sua è nata ponendo nella sua carta organica la distruzione dello Stato di Israele. in base a questo ha respinto fin dall’inizio gli accordi di Oslo e la stessa ANP. Tuttavia questo atteggiamento iniziale si è trasformato nel tempo in direzione di posizioni più realistiche.

8. Qual è la politica attuale di Hamas?

Hamas aveva scelto inizialmente una linea di azione radicalizzata, che comprendeva anche la realizzazione di attentati suicidi tra il 1994 e il 2004 (dopo quell’anno non li ha più utilizzati, anche se nella propaganda israeliana se ne parla continuamente). Quella radicalizzazione, coincidente con la svolta dialogante dell’OLP, le permise di crescere e consolidarsi come un’alternativa diversa per il popolo palestinese.

Tuttavia la sua politica si è trasformata. Nell’anno 2001 Ahmed Yassin, massimo dirigente dell’organizzazione (che sarebbe stato assassinato da Israele nel 2004), aveva detto: “Non lottiamo contro popoli di altre religioni o contro gli ebrei perché sono ebrei. Lottiamo contro coloro che hanno occupato le nostre terre, si sono impossessati delle nostre proprietà, hanno trasformato le nostre famiglie in rifugiati, e hanno massacrato i nostri bambini e le nostre donne.”.

Nel 2006 Hamas si è presentata per la prima volta alle elezioni per l’ANP. In una prova elettorale tra le più democratiche della regione, Hamas risultò vincitrice. Ma la politica di Israele e degli Stati Uniti ha tentato di dividere i palestinesi e ha puntato alla delegittimazione del successo del gruppo islamico. Con un benevolo assenso di Al Fatah, l’organizzazione preponderante nell’OLP,  il governo palestinese si è diviso in due, Hamas a Gaza e l’OLP in Cisgiordania.

Questa divisione ha favorito e favorisce la politica israeliana che rifiuta la creazione di uno Stato palestinese autonomo e sovrano. Peraltro all’inizio di quest’anno Hamas e l’OLP avevano trovato un accordo sulla riunificazione del governo palestinese attraverso una amministrazione transitoria incaricata di preparare nuove elezioni. La decisione palestinese ha provocato l’ira del governo israeliano  che pochi mesi dopo ha iniziato l’offensiva che è ancora in corso.  (31/07/2014)

http://notas.org.ar/2014/07/31/ocho-puntos-islam-politico-historia-hamas/

 



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