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Attualità e Polemiche --> Il dibattito sul "socialismo reale" --> Anarchici e bolscevichi nella rivoluzione russa

Anarchici e bolscevichi nella rivoluzione russa

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di Antonio Moscato

In una lunga e complessa lettera ai comunisti tedeschi dell’agosto 1921 Lenin commentava le recenti scissioni da destra e da sinistra del partito comunista tedesco (KPD), sdrammatizzandole e collocandole in un contesto di assestamento dell’Internazionale:

Fino a quando non si saranno organizzati, almeno nei paesi principale, dei partiti comunisti abbastanza forti, abbastanza esperti, abbastanza influenti, bisognerà tollerare che elementi semianarchici partecipino ai nostri congressi internazionali e, fino a un certo punto, ciò è anche utile. È utile in quanto tali elementi sono un evidente “esempio premonitore” per i comunisti inesperti e, anche, in quanto essi stessi sono ancora in grado di imparare.[i]

È evidente che Lenin – anche se qui allude alla sinistra comunista uscita dal KPD - considera gli anarchici parte dello stesso movimento rivoluzionario, e pur non rinunciando alle polemiche soprattutto nei confronti del loro astratto rifiuto di qualsiasi compromesso o arretramento tattico, ribadisce la sua fiducia in una possibile convergenza.

L’anarchismo si scinde in tutto il mondo - e non da ieri, ma dall’inizio della guerra imperialista del 1914-1918 – in due correnti: la corrente sovietica e la corrente antisovietica; la corrente che è favorevole alla dittatura del proletariato e la corrente che è contro di essa. A questo processo di scissione dell’anarchismo bisogna lasciare il tempo di maturare. […]È tuttavia ovvio che gli elementi semianarchici possono e devono essere tollerati soltanto in una certa misura. In Germania li abbiamo tollerati per molto tempo. [Ibidem]

È ovvio che in questo caso il riferimento era a quella componente del movimento spartachista che aveva messo in minoranza Rosa Luxemburg e Karl Liebknecht nello stesso congresso di fondazione rifiutando aprioristicamente la partecipazione alle elezioni e la militanza nei grandi sindacati di massa. In altri scritti di quel periodo fecondissimo iniziato con il secondo congresso dell’Internazionale (che in realtà fu il primo vero congresso) Lenin era ritornato sull’argomento, senza rinunciare a severe polemiche nei confronti di quegli “anarchici” (associati a sindacalisti e ultrasinistri) che, dopo aver fulminato il parlamentarismo dei socialisti imborghesiti, finivano per approdare a un’analoga carriera borghese, arrivando a sostenere la partecipazione alla guerra imperialista.

Ma si trattava comunque di riferimenti a tendenze internazionali che si manifestavano soprattutto – osservava Lenin - nei paesi senza una tradizione di grandi rivoluzioni, o in cui l’esperienza di lontane rivoluzioni era quasi completamente dimenticata. E si ribadiva comunque una comprensione per la loro oscillazione verso l’anarchismo, “in odio contro l’opportunismo della vecchia socialdemocrazia”.

In realtà Lenin, in questa lettera e nel suo saggio su L’estremismo malattia infantile del comunismo, raramente faceva riferimento diretto al rapporto tra bolscevichi e anarchici nella rivoluzione russa. Eppure si trattava di un rapporto stretto e importante. Parecchi anarchici facevano parte della Guardia Rossa, ed erano stati eletti in diversi soviet, tra cui quello di Kronštadt che tanta parte ebbe in vari momenti della rivoluzione, non solo nell’insurrezione del 25 ottobre (7 novembre). Era a esempio un anarchico, Anatoli Železnjak, il marinaio che guidava le guardie rosse che posero termine alla prima ed ultima sessione dell’Assemblea costituente.

D’altra parte non pochi anarchici erano stati presenti, insieme a settori bolscevichi impazienti, nelle mobilitazioni che erano culminate nel tentativo di semi-insurrezione prematura delle “giornate di luglio”, che offrì al governo provvisorio un’occasione preziosa per reprimere il partito bolscevico, arrestando gran parte del gruppo dirigente e costringendo Lenin alla clandestinità e poi all’esilio in Finlandia. Sintomatico dell’atteggiamento di Lenin che, nonostante dissentisse dall’iniziativa e la criticasse in sede di partito, si guardò bene dallo sconfessarla pubblicamente o dall’attribuirla a provocatori (come avrebbero fatto successivamente tanti suoi indegni epigoni), per evitare di rompere con quei militanti.

Se gli accenni diretti alla presenza degli anarchici nella rivoluzione sono scarsi, non si deve a pregiudizi settari, ma semplicemente al fatto che il loro ruolo era modesto e il loro numero esiguo. Ad esempio nel Congresso panrusso dei soviet che si apre la sera stessa della presa del Palazzo d’Inverno c’erano 5 anarchici su 562 delegati presenti (di cui 382 bolscevichi, 70 socialrivoluzionari di sinistra, 19 SR di altre tendenze, 21 menscevichi “difensisti”, 15 menscevichi “internazionalisti”, ecc. ). L’esiguità della loro presenza si spiegava in parte col rifiuto di qualsiasi tipo di elezioni, anche di delegati revocabili, da parte degli anarchici più intransigenti, in parte con una loro sostanziale marginalità nella lotta di classe di quella fase.

Molte notizie sulla progressiva rottura tra i raggruppamenti libertari e la rivoluzione sono state fornite, oltre che dalla pubblicistica anarchica (Volin, Paul Avrich, Pëtr Aršinov, Emma Goldman), che ha riproposto costantemente la stessa linea interpretativa vittimista, da uno dei più celebri anarchici conquistati dalla rivoluzione russa, Victor Serge.

Serge non minimizza il ruolo degli anarchici tra il febbraio e l’ottobre, ma spiega bene il loro declino:

Malgrado la loro confusione ideologica, la maggior parte di essi si era battuta bene in Ottobre. Il loro movimento, dopo la vittoria proletaria, aveva avuto uno sviluppo eccezionale: nessun potere faceva resistenza alla loro azione; essi procedevano senza alcun controllo alla requisizione di alloggi; il partito bolscevico trattava con la loro organizzazione da pari a pari; essi avevano a Mosca un grande quotidiano, l’«Anarchia».[ii]

Anche a Pietrogrado un giornale sindacalista-libertario aveva in certi momenti fatto concorrenza alla «Pravda» bolscevica, ma – secondo Serge - “non disparve che per colpa dei suoi redattori, divisi sul problema della guerra rivoluzionaria”.[iii]

Infatti la maggior parte degli anarchici avevano respinto l’armistizio e poi soprattutto la pace di Brest Litovsk con argomenti simili a quelli dei SR e dei comunisti di sinistra, e avevano condiviso l’illusione di una possibile ripetizione della guerra rivoluzionaria sul modello della repubblica francese del 1793. Infatti dal febbraio 1918 la stampa anarchica aveva inasprito i toni, ripetendo le accuse a Lenin “agente dell’imperialismo tedesco” mosse da tutte le altre correnti socialdemocratiche e social rivoluzionarie, e della stessa stampa borghese che era ancora legale. Alcuni esponenti prestigiosi come Volin erano partiti per il fronte, per tentare - invano - di costituire dei gruppi partigiani con i resti dell’esercito, e intanto bollavano i bolscevichi come “Caini, Giuda, traditori”. Di Lenin dicevano che aveva “costruito il suo trono d’Ottobre” sulle loro ossa. Schierati al fianco dei social rivoluzionari, ne approvavano gli attentati che uccisero esponenti bolscevichi come Volodarskij e Uritskij e ferirono lo stesso Lenin. “Noi siamo contro i soviet, in linea di principio, perché siamo contro ogni Stato”, scrivevano i fratelli Gordin il 7 aprile, e aggiungevano: “Ci attribuiscono l’intenzione di rovesciare i bolscevichi. Assurdo! Non volevamo neppure rovesciare i menscevichi”.

È questo il contesto che spinse la Čeka a disarmare la Guardia Nera anarchica nella notte tra l’11 e il 12 aprile 1918.  Victor Serge descrive le “forze anarchiche, divise in una serie di gruppi, sottogruppi, tendenze e sottotendenze che andavano dall’individualismo al sindacalismo” e che “comprendevano diverse migliaia di uomini, per la maggior parte armati”.

La demagogia sincera dei protagonisti libertari incontrava una buona accoglienza tra gli elementi arretrati della popolazione. Uno stato maggiore nero aveva la direzione di queste forze che costituivano una specie di Stato armato – irresponsabile, incontrollato, incontrollabile – all’interno dello Stato. Gli stessi anarchici ammettevano che tra di essi prosperavano elementi sospetti, avventurieri, criminali di diritto comune, controrivoluzionari, dato che i principî libertari non permettevano di chiudere la porta delle organizzazioni di fronte a chicchessia o di sottoporre qualcuno a un controllo reale.[iv]

Una parte degli stessi anarchici avvertiva il pericolo e sentiva la necessità di “epurare” i loro ambienti, cosa praticamente impossibile senza autorità né organizzazione disciplinata. Il giornale «Anarchia» a volte pubblicava avvisi importanti di questo genere:

“Consiglio della Federazione anarchica. Si verificano abusi deplorevoli. Degli sconosciuti, presentandosi a nome della Federazione, procedono ad arresti e ad estorsioni di fondi. La Federazione dichiara di non tollerare alcuna requisizione a fini di arricchimento personale.”

Oppure si assicurava che ogni azione fatta a nome dello Stato maggiore della Guardia Nera era valida solo se garantita da un mandato firmato da tre membri e dalla presenza fisica di almeno uno di essi. Tuttavia il problema principale non era il banditismo individuale mimetizzato sotto veste anarchica, ma l’infiltrazione di monarchici e Guardie Bianche, che fu confermata successivamente dalle memorie di un generale lettone, Hopper, che aveva usato le case e gli alberghi occupati dagli anarchici come alloggi per varie decine di Guardie Bianche di passaggio per Mosca, usando come garante un capitano che richiamava il tipo letterario dell’anarchico...

Per questo Serge non ha dubbi nell’approvare l’operazione di polizia decisa da Feliks Dzeržinskij, anche se comportò qualche decina tra morti e feriti sia tra i čekisti, sia tra gli anarchici che in alcune delle loro roccaforti tentarono di resistere per ore. Da un lato la considera un’operazione indispensabile per proteggere Mosca da possibili colpi di Stato “neri” che avrebbero facilitato le Guardie Bianche che si stavano riorganizzando, approfittando della indulgenza della rivoluzione, che aveva rilasciato liberi dopo la loro resa la maggior parte dei difensori del vecchio regime, a partire dal generale Kornilov; dall’altra sottolinea che dopo la retata tutti gli organi di stampa anarchici poterono continuare le pubblicazioni. La repressione d’altra parte era stata innescata formalmente da una pericolosa “espropriazione” dell’auto personale del colonnello Raymond Robins, ufficialmente rappresentante della Croce Rossa americana, ma in realtà prezioso tramite non ufficiale con il governo degli Stati Uniti, e colpiva quindi non le idee, ma la costituzione di un gruppo armato dai confini incerti e dai programmi ambigui.

Il maggiore storico dell’anarchismo russo, Paul Avrich, conferma indirettamente che gli arresti dell’aprile 1918 non avevano soppresso il movimento. La repressione aveva raggiunto il culmine “solo dopo il bombardamento del quartier generale comunista a Mosca nel settembre 1919”. I cosiddetti “Anarchici Clandestini”, insieme a militanti socialisti rivoluzionari di sinistra, il 27 settembre di quell’anno avevano assaltato a colpi di granate la sede del comitato di Mosca del partito comunista, durante una sessione plenaria del comitato. C’erano stati 12 morti e 55 feriti, tra cui alcuni molto noti, come Nicolaj Bucharin, il direttore della «Pravda» Emelian Jaroslavskij, e Juri Steklov, direttore delle «Izvestija». Anche se molti esponenti libertari si erano dissociati, i comunicati incendiari che annunciavano “l’inizio di un’era della dinamite”, che sarebbe finita solo “con la distruzione del dispotismo”, provocarono una nuova massiccia ondata di arresti. Alcuni militanti si fecero saltare in aria appena si presentò la Čeka nella dacia che avevano requisita, altri furono processati.

I bolscevichi erano allarmati soprattutto dal legame stabilito tra questi settori anarchici e una parte dei social rivoluzionari, facilitati da una tradizione analoga di terrorismo individuale, e dall’intesa che avevano trovato fin dai giorni delle trattative di Brest Litovsk su una valutazione del comportamento di Lenin in chiave di tradimento e di servizi prestati alla Germania. Non a caso pressoché tutto il movimento anarchico aveva plaudito all’assassinio del rappresentante tedesco von Mirbach, e anche ai tentativi insurrezionali che lo avevano accompagnato. Ma la preoccupazione dei bolscevichi non si era tradotta in una repressione generalizzata.

Una figura prestigiosa dell’anarchismo russo, il principe Pëtr Aleksandrovic Kropotkin, ad esempio, aveva conservato non solo la libertà, ma aveva continuato a scrivere al “caro Vladimir Ilič” esprimendo critiche severe a varie misure economiche e politiche prese dal governo sovietico. Kropotkin aveva un passato glorioso, ma come altri anarchici si era screditato nel 1914 e anche negli anni successivi di guerra, perché si era schierato a favore dell’Intesa, sostenendo la necessità di abbattere l’impero tedesco e smembrare la Germania. Aveva finito poi, quasi ottantenne, per appoggiare la rivoluzione d’ottobre, scrivendo appelli per difenderla rivolti ai lavoratori delle potenze imperialiste che sostenevano i Bianchi. I suoi argomenti sono interessanti, e hanno contribuito all’immagine internazionale della rivoluzione russa, che presentava così:

Prima di tutto, i lavoratori del mondo civile e i loro amici appartenenti ad altre classi, dovrebbero indurre il [loro] governo ad abbandonare del tutto l’idea di un intervento armato negli affari della Russia – aperto od occulto, militare o in forma di sovvenzioni ad altre nazioni.

La Russia sta vivendo ora una rivoluzione della stessa vastità e importanza di quella sperimentata nel 1639-1648 dalla nazione inglese e nel 1789-1794 dalla Francia; e ogni nazione dovrebbe rifiutarsi di giocarvi il ruolo vergognoso che la Gran Bretagna, la Prussia, l’Austria e la Russia giocarono nella rivoluzione francese.

Inoltre bisogna tener presente che la rivoluzione russa – che tenta di costruire una società in cui il prodotto degli sforzi congiunti dei lavoratori, delle capacità tecniche e delle conoscenze scientifiche vada interamente a beneficio della comunità – non è un mero incidente nella lotta tra i partiti. È qualcosa che la propaganda comunista e socialista stavano preparando da quasi un secolo, fin dai tempi di Robert Owen, di Saint Simon e di Fourier; e benché il tentativo di instaurare la nuova società attraverso la dittatura di un unico partito sia apparentemente destinato al fallimento, bisogna tuttavia riconoscere che la rivoluzione ha già introdotto nella nostra vita quotidiane idee nuove riguardo ai diritti dei lavoratori, alla loro vera posizione nella società, ai doveri di ogni cittadino: idee ormai incancellabili.[v]

Questo riconoscimento della portata e del significato della rivoluzione non escludeva che Kropotkin esprimesse critiche severe nei confronti di molte scelte del governo sovietico.[vi]  A volte basate sulla convinzione che i problemi dell’approvvigionamento, della penuria e dell’aumento dei prezzi dipendessero da un’ossessione centralista e della “smania di comandare degli uomini di partito, che sono per la maggior parte comunisti senza esperienza (gli ideologi di vecchio stampo operano soprattutto nei centri più grandi)”, col risultato di distruggere “l’influenza e la forza creativa di queste vantate istituzioni, i soviet”.[vii] Critiche di questo genere erano poco utili, perché Lenin era ben cosciente dell’inadeguatezza delle forze disponibili, e angosciato dai compiti ineludibili imposti dalla guerra civile. Ma comunque erano critiche che potevano essere fatte liberamente, ancora nel marzo 1920.

In un’altra lettera al “caro Vladimir Ilič” del dicembre dello stesso anno Kropotkin attaccava invece una misura annunciata ufficialmente sulle «Izvestija» e sulla «Pravda»: “il governo sovietico ha deciso di prendere come ostaggi alcuni socialisti rivoluzionari dei gruppi di Savinkov e di Černov, così come alcune guardie bianche del centro nazionale tattico e alcuni ufficiali di Vrangel’ e, in caso di attentato alla vita dei leaders dei soviet, di giustiziare «senza pietà» questi ostaggi.” La lettera proseguiva con esempi di rivoluzionari come Luise Michel, Malatesta o Voltairine de Cleyre che avevano difeso chi aveva tentato di ucciderli o avevano rifiutato di accusarli, e faceva appello alla coscienza rivoluzionaria dei bolscevichi:

Io credo che ai migliori di voi il futuro del comunismo stia più a cuore della vita stessa e che pensando a questo futuro rinuncerete a questi provvedimenti. Con tutti i suoi gravi difetti – e io, come sai, li vedo bene – la rivoluzione d’ottobre ha provocato un enorme cambiamento. Ha dimostrato che una rivoluzione sociale non è impossibile, come avevano cominciato a pensare nell’Europa occidentale. E, con tutti i suoi difetti, produrrà un mutamento verso l’uguaglianza, che nessun tentativo di tornare al passato potrà eliminare.[viii]

Kropotkin ricordava a Lenin che “proprio atti di questo genere compiuti da rivoluzionari del passato hanno reso più difficile l’esperimento comunista”. Ma dimenticava semplicemente che queste misure erano una risposta difficilmente sostituibile ad attacchi spietati. Una analoga misura (anzi anche più grave, dato che prevedeva fossero presi come ostaggi i familiari dei sospettati) era stata presa quando alcuni alti ufficiali zaristi inseriti come “specialisti” nell’Armata Rossa avevano trasmesso importanti segreti militari al quartier generale dei Bianchi. Trotskij aveva spiegato più volte che l’obiettivo del terrore non era quello di distruggere nemici potenziali, ma di obbligare gli incerti a servire lo Stato rivoluzionario nei momenti più difficili. E aveva ricordato che nella guerra civile qualsiasi pena al di sotto della morte raramente esercita un effetto preventivo. Per questo il ricorso a questa misura estrema era stato più volte eliminato e poi reintrodotto nei momenti più drammatici della lotta, quando la sopravvivenza stessa dei soviet era in pericolo.

Comunque Kropotkin nonostante le sue critiche non sempre obiettive, era circondato dal rispetto dei bolscevichi per il suo passato. Come altre personalità ritenute indispensabili alla rivoluzione (ad esempio lo scienziato Ivan Pavlov, per i suoi meriti di studioso dei riflessi condizionati, e nonostante la sua aspra polemica con i comunisti e con il marxismo),[ix] Pëtr Kropotkin beneficiava di un trattamento alimentare speciale, con razioni doppie di quelle disponibili per tutti in quei tempi di carestia. Al suo funerale parteciparono molte migliaia di persone, tra cui diversi anarchici detenuti, che ottennero il permesso di uscire dal carcere quel giorno, 13 febbraio 1921. La casa natale di Kropotkin, un grande palazzo nel quartiere aristocratico di Mosca, venne in quell’occasione restituita alla vedova per farne, con l’aiuto di alcuni studiosi anarchici, un museo per custodire i suoi libri, i carteggi e i ricordi personali. Mancava solo un mese all’insurrezione di Kronštadt…

Può sembrare strano non aver ancora neppure accennato alla rivolta di Kronštadt, ma non è casuale: anche se è al centro delle polemiche e dei miti anarchici, in realtà gli anarchici non vi  ebbero nessun ruolo significativo, come ammette Paul Avrich, il maggiore storico dell’anarchismo, oltre che autore di uno dei libri più importanti su quell’episodio.

Kronštadt aveva avuto una storia di latente radicalismo che risaliva alla rivoluzione del 1905. La rivolta del marzo 1921, come le precedenti insurrezioni del 1905 e del 1917, fu una sollevazione spontanea e non provocata – come spesso si dice – dagli anarchici o da qualche altro singolo partito o gruppo. I suoi partecipanti erano radicali d’ogni tendenza: bolscevichi, social-rivoluzionari, anarchici e molti che non avevano alcuna affiliazione di partito. Gli anarchici che avevano svolto a Kronštadt un ruolo di primo piano nel 1917, non si trovavano più sul luogo quattro anni più tardi.[x]

Alcuni come Železnjak o Bleikhman erano morti nella guerra civile, ed altri erano impegnati nell’Armata Rossa su vari fronti. Ma, soprattutto, concludeva Avrich, “lo spirito dell’anarchismo, che era stato così potente a Kronštadt durante la Rivoluzione del 1917, era quasi scomparso”.[xi]

La polemica portata avanti per anni dagli anarchici sulla repressione nei loro confronti non era molto più fondata della loro appropriazione della paternità della rivolta, che in realtà aveva coinvolto largamente marinai comunisti e soprattutto “senza partito” della fortezza e delle navi ancorate nel suo porto, e rifletteva il diffuso malcontento per la carestia e le distorsioni provocate dal “comunismo di guerra”. Un malcontento presente in gran parte del mondo contadino (da cui provenivano molte delle reclute che avevano rimpiazzato la vecchia guardia del 1917, a mano a mano che veniva chiamata a dirigere le unità dell’Armata Rossa) e a cui il X Congresso del partito stava tentando di rispondere introducendo la NEP.

Altra tesi infondata diffusa da più parti, ma particolarmente viva tra gli anarchici, è quella di un ruolo diretto e particolarmente spietato di Trotskij, che in realtà pur condividendo la responsabilità con tutto il gruppo dirigente, non partecipò neppure all’attacco, e tantomeno alle misure punitive attuate dalla Čeka nelle settimane e nei mesi successivi, che tra l’altro non erano rivolte contro il movimento anarchico, ma avevano una logica di vendetta sugli insorti, che si presumeva avessero fatto correre un rischio gravissimo alla rivoluzione. (vedi sul sito Trotskij e Kronštadt).

Altra tesi infondata diffusa da più parti, ma particolarmente viva tra gli anarchici, è quella di un ruolo diretto e particolarmente spietato di Trotskij, che in realtà pur condividendo la responsabilità con tutto il gruppo dirigente, non partecipò neppure all’attacco, e tantomeno alle misure punitive attuate dalla Čeka nelle settimane e nei mesi successivi, che tra l’altro non erano rivolte contro il movimento anarchico, ma avevano una logica di vendetta sugli insorti, che si presumeva avessero fatto correre un rischio gravissimo alla rivoluzione.

Tutti i dirigenti comunisti, effettivamente, erano convinti che la rivolta fosse strettamente collegata alle centrali dei Bianchi in esilio, che si erano già vantate molte volte di avere legami con la guarnigione della fortezza, e che si temeva potessero arrivare in soccorso a Kronštadt con la flotta del Mar Nero “ospitata” dalla Francia nella base tunisina di Biserta. Il panico aveva travolto tutto il gruppo dirigente, che aveva dimenticato che gli organi dei Bianchi all’estero erano poco credibili, dato che ad esempio avevano annunciato spesso il successo di inesistenti attentati a Lenin. Il fatto che dopo la fuga alcuni dei membri del comitato avessero scritto a Vrangel’ per offrire i loro servizi, peraltro conosciuto successivamente, non doveva impedire di riconoscere il carattere spontaneo e improvvisato della rivolta.

La spietatezza e i tempi differiti della repressione provocarono comunque un salto qualitativo nell’involuzione della società sovietica. Se i caduti durante l’attacco si equivalevano tra gli assalitori e i difensori, ed anzi nella prima fase le perdite erano state maggiori tra gli attaccanti, facilmente colpiti dalle artiglierie protette dalle mura fortificate, il danno politico e morale maggiore fu provocato proprio dalla lunga coda di processi e di esecuzioni sommarie che si protrasse per mesi, a pericolo scampato, e che fu facilitata dagli archivi abbandonati dai dirigenti dell’insurrezione al momento della loro fuga in Finlandia. Spesso si fucilava chi aveva soltanto votato una risoluzione o aveva annunciato di dare le dimissioni dal partito comunista. [xii]

Un discorso a parte merita il fenomeno delle formazioni contadine di Nestor Machno, che il movimento anarchico considera parte dei suoi successi, e che in realtà, indipendentemente dall’assimilazione di alcune idee anarchiche da parte del “piccolo padre” di Guliai Pole durante la sua lunga detenzione prima del 1917, va interpretato nel quadro dei difficili rapporti tra il potere sovietico e i contadini a partire dal 1918. Le formazioni machnoviste, come molte altre milizie “verdi” (cioè né bianche né rosse…), si allearono in diversi periodi con l’Armata Rossa, ma in altri la combatterono aspramente: questa e non la prevenzione ideologica fu la ragione dei conflitti che si determinarono. Ma il machnovismo è parte della storia della guerra civile in Ucraina e nella Russia meridionale, più che di quella dell’anarchismo, che ne ha fatto una sua bandiera e un suo mito.

Una tragica separazione

La separazione tra il movimento libertario e quello comunista fu dannosa per entrambi. Le tendenze alla burocratizzazione e alla riduzione dei soviet a vuoti contenitori fu accelerata dalla repressione degli anarchici. Alcuni di loro continuarono a partecipare alla rivoluzione a diversi livelli e fino a tutto il 1921 avevano ottenuto qualche rappresentante eletto nei soviet, ma il grosso respingeva in blocco il potere sovietico, immaginando che fosse definitivamente e deliberatamente corrotto dalla volontà di imporre ovunque i “commissari” comunisti. Ignoravano gli allarmi continui dei principali esponenti bolscevichi di fronte agli stessi processi che essi denunciavano.

Lenin ad esempio tra il X e l’XI Congresso del partito comunista aveva raccomandato di ridurre fortemente il numero degli iscritti al partito, eliminando gli arrivisti e soprattutto i menscevichi arrivati – ben mimetizzati – dopo la fine della guerra civile, e interessati a collocarsi in posizioni chiave in un “partito di governo”. Già in un articolo sulla «Pravda» del 21 settembre 1921 aveva scritto che bisognava “epurare il partito da circa il 99% di tutti i menscevichi che hanno aderito al partito comunista dopo il 1918, cioè da quando la vittoria dei bolscevichi è diventata prima probabile e poi certa. Bisogna epurare il partito dagli imbroglioni, dai burocrati, dai disonesti, dai comunisti incostanti e dai menscevichi che hanno ridipinto la «facciata», ma sono rimasti menscevichi nell’animo.”[xiii]

Lenin tornava più ampiamente sulla questione nel rapporto all’XI congresso del PCR (b) del 27 marzo 1922, affermando che ai comunisti non era il potere che mancava: “La forza economica fondamentale è nelle nostre mani. Tutte le grandi aziende con un peso decisivo, le ferrovie, ecc., sono nelle nostre mani”.

Che cosa manca allora? È chiaro, manca la cultura tra i comunisti che hanno funzioni dirigenti. Prendiamo Mosca – in cui vi sono 4.700 comunisti responsabili – e prendiamo questa macchina burocratica, questa massa. Chi guida e chi è guidato? […] A dire il vero, non sono essi che guidano, ma sono guidati. Qui è accaduto qualcosa di simile a quello che ci raccontavano nelle lezioni di storia quando eravamo bambini. […] Talvolta un popolo ne conquista un altro, e il popolo che ha conquistato è il dominatore, mentre quello che è stato conquistato è il vinto. […] Ma cosa accade della cultura di questi popoli? […] Se il popolo conquistatore ha un livello culturale superiore a quello del popolo vinto, impone a quest’ultimo la propria cultura; se è il contrario, avviene che il popolo vinto impone la propria cultura al vincitore.”[xiv]

Lungi dal teorizzare la superiorità dei comunisti, e imporli in ogni situazione, Lenin era quindi preoccupato della inadeguatezza dei quadri comunisti cresciuti a dismisura dopo la vittoria, ed era convinto che - ad esempio - i 4.700 comunisti della capitale fossero stati “sottomessi da una cultura estranea”, quella dell’apparato zarista. Un apparato che aveva una “cultura meschina, ma tuttavia superiore alla nostra”. E si domandava:

Sapranno i comunisti che occupano posti di responsabilità nella Repubblica federale russa e nel partito comunista capire che non sanno dirigere? Che credono di guidare e in realtà sono guidati? Se lo capiranno impareranno certamente, perché è possibile imparare; ma per far questo bisogna studiare, e da noi non si studia. Si sventolano ordini e decreti a destra e a sinistra, e il risultato è del tutto diverso da quello che si vorrebbe.[xv]

Quanto era lontano il vero Lenin da quello che gli anarchici immaginavano, tutto teso a sostituire la democrazia sovietica con “commissari” comunisti scelti solo in base alla tessera! Anche Trotskij, che è diventato nella propaganda anarchica la causa di ogni male, in realtà si preoccupava tanto del disordine e del rifiuto di ogni disciplina, o del ricorso al saccheggio come normale fonte di approvvigionamento di certi reparti dell’Armata Rossa, quanto del comportamento di molti comunisti.[xvi]

Bisogna dire che c’è comunista e comunista. Dopo che il partito comunista ha preso il potere, parecchi operai e contadini sprovvisti di una vera concezione comunista e dell’indispensabile tempra rivoluzionaria sono entrati nei suoi ranghi. […] E non è tutto: elementi corrotti e arrivisti si uniscono ai comunisti, contando su questo nome per ottenere sempre e dappertutto privilegi. Questi pseudo-comunisti sono la peggiore piaga nel corpo dell’armata. Focolai infatti si formano intorno a loro. Per risanare l’armata, è indispensabile eseguire prima un repulisti nelle cellule comuniste. […] Il partito non ha bisogno di comunisti che, quando bisogna battersi, assumono soltanto un atteggiamento demagogico. È meglio avere meno comunisti nella cellula, ma che siano compagni sicuri, che restino al loro posto nei momenti difficili.[xvii]

Le tensioni con gli anarchici e in particolare con Machno quindi non erano dovute alla pretesa dei dirigenti comunisti e in particolare di Trotskij di “imporre a ogni costo il dominio del partito” nell’Armata Rossa, ma alla necessità assoluta di combattere il dilettantismo e l’improvvisazione “guerrigliera”, pericolosa di fronte a un esercito “Bianco” guidato da ufficiali di grande preparazione militare temprati dalla Grande Guerra. Non a caso uno dei punti di maggiore attrito riguardava l’uso degli “specialisti”, cioè di quegli ufficiali disposti a mettere al servizio del nuovo potere sovietico le loro competenze “tecniche”, sia sul piano dell’utilizzazione dell’artiglieria, dell’aviazione o della flotta, che non poteva essere improvvisata da militanti combattivi ma privi di una preparazione specifica, sia su quello dell’organizzazione dell’esercito e della elaborazione di piani strategici. Alcuni giovani ufficiali dell’esercito zarista d’altra parte avevano aderito sinceramente alla rivoluzione perché disgustati dalla insensatezza della Guerra Mondiale, altri per patriottismo e indignazione di fronte all’aperta ingerenza straniera a sostegno dei controrivoluzionari “Bianchi”; qualcuno invece soltanto per avere assicurato uno stipendio. Ma era impossibile farne a meno. In ogni caso a fianco di ognuno di essi Trotskij aveva voluto un commissario comunista, che assicurava il rapporto con la truppa, e teneva sotto controllo quegli ufficiali che potevano essere sospettati di attendere solo l’occasione per passare al nemico. Il commissario politico intanto si formava per divenire ufficiale. La propaganda anarchica, a volte in ambigua alleanza con la fronda di un gruppo di ufficiali “comunisti” del fronte sud legati a Stalin come Voroscilov e Budionnij, che attaccavano gli specialisti per colpire l’odiato Trotskij, presentava invece l’utilizzazione di ufficiali di carriera come la prova di un tentativo di restaurazione capitalistica. Era un’accusa assurda e priva di fondamenti: nessun ufficiale ebbe un ruolo nella progressiva involuzione dell’URSS (non a caso Stalin negli anni Trenta li colpì con una purga spaventosa, che alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale privò l’esercito della grande maggioranza degli ufficiali superiori formatisi nella dura scuola della guerra civile).

Ma quella polemica faziosa rese più profondo il solco che impedì ogni ravvicinamento tra la maggioranza del partito e gli anarchici. Presto la repressione colpì non solo le altre tendenze del movimento operaio, ma anche e soprattutto gli elementi più critici all’interno del partito comunista.[xviii]Era inevitabile a quel punto che la sospensione “temporanea” del diritto di formare frazioni nel partito, decisa sotto l’effetto psicologico della rivolta di Kronštadt e di quelle contadine che in quello stesso 1921 esplodevano in varie parti della Russia e dell’Ucraina, diventasse permanente e soffocasse ogni dialettica interna. La minaccia dell’espulsione peserà da allora in poi come una condanna a morte per ogni dissenso organizzato: fuori del partito divenuto “monolitico”, non c’era più quello spazio che aveva permesso rotture e ricomposizioni nei quindici anni che avevano preceduto la rivoluzione.

Inoltre la storia dei primi anni verrà riscritta infinite volte nel periodo staliniano, ottenendo l’effetto di cancellare la ricchezza e la complessità della rivoluzione, sostituendola con una ricostruzione fittizia che proiettava indietro il ferreo controllo del partito monolitico, ricostruzione che ha permesso a intere generazioni di comunisti educati a quella scuola in tutto il mondo di non riconoscere le vere rivoluzioni, perché non corrispondevano a quello schema fittizio.

Per questo è importante riscoprire la ricchezza di quel processo, ed è importante che oggi a Cuba, l’unico paese che ha resistito al crollo e all’involuzione del resto del movimento comunista, ma conserva ancora le tracce della lunga influenza sovietica, sia iniziata una ricerca delle vere radici di quella originale rivoluzione dietro gli schemi mutuati dal “socialismo reale”, e ci sia una riscoperta e una rivendicazione di una componente libertaria che fu occultata per anni, e che si collega facilmente a quella che ha conservato vivo il ricordo del pensiero originale di Guevara anche negli anni in cui era ridotto a pura icona commerciabile.



[i] Nell’edizione italiana delle Opere di Lenin, la lettera si trova nel vol. 32, p. 485-495, Editori Riuniti, Roma, 1967 (il passo citato è a p. 487).

[ii] Victor Serge, L’anno primo della rivoluzione russa, Einaudi, Torino, 1967, p. 200.

[iii] Ibidem

[iv] Ivi, p. 201

[v] Pëtr Kropotkin, Messaggio ai lavoratori dell’occidente, in Paul Avrich, Gli anarchici nella rivoluzione russa, La salamandra, Milano, 1976, pp. 191-197. Il testo era stato scritto il 10 giugno 1920, ed era stato consegnato a una delegazione britannica che lo aveva visitato a Dmitrov (British Labour Delegation to Russia 1920. Report, London 1920).

[vi] Forse non quelle che avrebbe voluto Emma Goldman, che in un resoconto di due sue visite a Dmitrov lamentava la reticenza del vecchio rivoluzionario, e lo descriveva come assorbito esclusivamente dalla stesura di un trattato sull’Etica. Emma Goldman, La sconfitta della rivoluzione russa e le sue cause, La salamandra, Milano, 1977, pp. 49-58.

[vii] In P. Avrich, op. cit., pp. 186-189.

[viii] Ivi, pp. 189-191.

[ix] V. I. Lenin, Opere, cit., vol. 32, p. 56.

[x] Paul Avrich, L’altra anima della rivoluzione. Storia del movimento anarchico russo, Edizioni Antistato, Milano, 1978, p. 269.

[xi] Ibidem.

[xii] Una ricostruzione equilibrata della rivolta di Kronštadt è in Jean-Jacques Marie, Kronštadt 1921. Il soviet dei marinai contro il governo sovietico, Utet, Torino, 2007 (edizione originale francese presso Arthème Fayard). Meno convincente il libro di Israel Getzler, L’epopea di Kronštadt, Einaudi, Torino, 1982, che ha il pregio di ricostruire la storia precedente della fortezza fin dal 1905, ma sorvola sul mutamento della composizione della guarnigione e degli equipaggi delle navi, che nel 1921 non erano più che in minima parte quelli del 1917.

[xiii] V. I. Lenin, Opere, cit., vol. 33, pp. 28-29.

[xiv] Ivi, pp. 261-262

[xv] Ivi, p. 262

[xvi] La conferma viene dalla ricchissima documentazione sulla guerra civile, curata per scrupolo storico, non per scopi propagandistici, da una commissione di storici fin dal 1922. I documenti erano raccolti in ben cinque grandi volumi, di cui Pierre Naville curò la prima edizione in francese nel 1967, ridotta a due volumi. In italiano ne uscì uno solo (di 800 pagine) nel 1971.

[xvii] Lev Trotzki, Scritti militari.1. La rivoluzione armata, Feltrinelli, Milano, 1971, pp. 545-547.

[xviii] Negli anni Trenta circolava una storiella su una famiglia a cui nella notte bussano gli agenti del KGP, ma che non si preoccupa: agli agenti dicono che devono aver sbagliato piano: “I comunisti stanno al piano di sopra”… La racconta Roy Medvedev, per spiegare l’alta incidenza di ebrei nelle retate degli anni Trenta: erano più colpiti di altri gruppi perché tra loro c’era una percentuale più alta di vecchi comunisti rispetto ai russi.



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