Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Warshawski su Israele

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DELITTO E CASTIGO DI ISRAELE

Michel Warshawski

 

La visita in Israele di Berlusconi con una corte di ministri, sottosegretari e belle ragazze non meriterebbe troppi commenti: tuttavia la farsa delle dichiarazioni commosse del premier sulla Shoah, mi ha spinto a proporre sul sito una recentissima messa a punto sul destino di Israele tracciata da Michael Warshawski, membro fondatore dell’AIT (Alternative Information Center di Gerusalemme), durante una conferenza tenuta a Madrid il 22 gennaio, di cui la rivista Sin Permiso  ha pubblicato una trascrizione.

L'accenno di Warshawski alla volgarità dell'attuale gruppo dirigente israeliano (“non si era mai visto nel paese un governo composto da gente tanto rozza e brutale, da elementi così corrotti da somigliare a una banda di gangster, di delinquenti di basso rango; neppure all’epoca di Sharon, un uomo di destra, un «guerriero» che perlomeno aveva una qualche visione politica”) mi è sembrata utile per capire l'affinità profonda tra i due governi, pieni di criminali, e caratterizzati dal cinismo e dalla menzogna sistematica.

Ridicola poi la proposta di Berlusconi di far entrare formalmente Israele in Europa, che è stata accolta entusiasticamente dal boia Netanyahu per il suo valore simbolico, ma che ogni persona seria (ad esempio in Italia Sergio Romano) considera una sparata puramente propagandistica. Lo ha sottolineato ad esempio un intellettuale della destra israeliana, il politologo Gerard Steinberg, direttore del Dipartimento di studi politici dell’università Bar Ilan di Tel Aviv (anch’essa orientata a destra) in un’intervista rilasciata a Eric Salerno su “Il Messaggero” del 3 febbraio. Steinberg ha detto che la proposta (tra l’altro già fatta in passato da vari esponenti politici del centrosinistra come Prodi, D’Alema e Fassino), non è possibile perché “Israele nasce come Stato per gli ebrei, e non può rischiare di perdere la sua identità in quel calderone” (cioè l’Europa…). La ragione è che l’Europa ha”deciso di eliminare le diversità”, mentre lo Stato di Israele le vuole perpetuare. Ma anche che Israele, “costretta” a stare sempre in guerra, non potrebbe accettare un controllo esterno sul suo operato.

Va detto che le preoccupazioni di Steinberg sono eccessive: l’Unione europea ha sempre chiuso gli occhi su ogni crimine di Israele, e l’interscambio economico con l’Europa è abbondante (oltre che truffaldino, dato che spesso spaccia per israeliani prodotti palestinesi venduti dai coloni illegali), e integrato da notevoli accordi militari, particolarmente proficui proprio con l’Italia.

Berlusconi naturalmente non se ne cura, è contento dell’accoglienza ricevuta ed è stato capace perfino di dare una lezione a Netanyahu: ha preso la parola prima che egli potesse rispondere a una giornalista israeliana che gli chiedeva conto di uno scandalo che aveva coinvolto sua moglie Sara, e ha insultato la stampa in generale che “avvelena i pozzi”. Ancor peggio è stata trattata un’inviata della RAI.

Ma questo è colore. L’altro aspetto della visita riguarda l’Iran. Le dichiarazioni di Berlusconi sull’embargo non si concretizzeranno (troppe aziende italiane sono interessate a commerciare con un paese di cui siamo il primo cliente e fornitore), ma hanno dato un avallo propagandistico a Israele, che continua a scalpitare aspettando (da Washington, non da Roma, ovviamente…) il via libera per qualche bombardamento mirato, magari atomico. E questo nel giorno in cui Mahmoud Ahmadinejad si dichiarava disponibile ad inviare all’estero l’uranio da arricchire. Ma che importa a Netanyahu, e soprattutto a Berlusconi? Tanto più che, confermando la sua ignoranza, ha parlato di appoggiare decisamente l’opposizione iraniana, senza sapere che le divergenze di Musawi col presidente riguardano la politica interna, mentre non ci sono – almeno finora – opinioni diverse sul diritto del paese a dotarsi del nucleare e sulla condanna della politica di Israele.

Tornando a Warshawski, mi è parso utile il suo intervento anche perché rilancia con decisione la proposta del BDS (Boicottaggio, Disinvestimenti, Sanzioni), che in Italia è stata praticamente ignorata da gran parte della sinistra anche sedicente “radicale”, come ha confermato la scarsissima attenzione a un giro italiano dell’attuale presidente dell’AIC, Sergio Yahni.  (a.m. 3/2/2010)

 P.S. A proposito della dichiarazione di Berlusconi sulla necessità di sostenere l'opposizione in Iran, devo segnalare che su Limes on line Lucio Caracciolo aggiunge un argomento che mi sembra importante: “Non sarà facile. Innanzitutto perché l'«onda verde» sembra in fase di ristagno”. […] Inoltre “non è detto che la nostra volontà di aiutare in qualche modo gli oppositori possa essere realmente di sostegno alla loro battaglia. Nel clima di nazionalismo parossistico in cui si trova oggi l'Iran, essere in odore d'intelligenza con l'Occidente può essere uno svantaggio, più che una risorsa.”

Ma Lucio Caracciolo aggiunge un altro elemento su cui bisogna insistere: “I prossimi mesi saranno decisivi. Se le sanzioni non ci saranno o saranno inefficaci, è possibile che non solo in Israele, ma anche negli Stati Uniti torni a farsi sentire il partito del bombardamento, come unica alternativa alla bomba atomica iraniana. In quel contesto, evidentemente, noi italiani avremmo poco da dire. Ma certamente saremmo tra i primi a subire direttamente e indirettamente le conseguenze di una guerra. I nostri uomini in Libano e Afghanistan sono, di fatto, sotto un ambiguo ombrello di protezione iraniano. È ovvio che, in caso di conflitto, questa protezione cadrà. I nostri contingenti sarebbero probabilmente oggetto delle prime rappresaglie iraniane. Ma non è detto che queste considerazioni siano state presenti a Berlusconi nel momento in cui si lanciava nell'offensiva verbale contro Teheran.”

 

 

Il primo delitto

 

Partiamo dal delitto: credo che ne siate stati tutti testimoni; in tutto il mondo e nell’intero pianeta si è potuto assistervi dal vivo e in diretta televisiva. Non c’era bisogno di conoscere bene la zona e neppure di essere interessati al conflitto. Tutti, uomini e donne, nell’emisfero settentrionale o meridionale, hanno potuto vedere con i propri occhi. Domani si presenta in questa sede To Shoot an Elephant[1], pellicola girata da Alberto Arce insieme a una squadra di giornalisti non professionisti, con cui abbiamo avuto il piacere di collaborare sul campo nell’Alternative Information Center (ACI), e che denuncia a chiare lettere la brutalità dell’aggressione.

Nei giorni stessi dell’aggressione di Gaza è risultata evidentissima l’intensità della sofferenza provocata. Ora si dovrebbe ricavare il bilancio, sanguinoso bilancio, di quel che è successo un anno fa in quella zona. Si è data, infatti, l’impressione che l’attacco non fosse guidato da alcun motivo specifico e che mancasse il tempo per trovargli delle giustificazioni. Ricercarle ora è ragionevole, per ricavarne elementi per rispondere; sarebbe auspicabile che la violenza fosse stata funzionale, anche se possono esserci forme di violenza che non lo sono.

Voglio dire che a Gaza abbiamo assistito a una violenza che non sembrava destinata ad ottenere un risultato concreto, a rispondere a una qualche finalità, a un obbiettivo chiaramente definito. Forse per questo non ho altra soluzione che ricorrere alle dichiarazioni della ministra degli Esteri, Tzipi Livni, che ha dichiarato: «Se questo dimostra qualcosa, è che ci possiamo comportare da pazzi». Che possiamo, cioè, commettere qualsasi pazzia, che non ci fermeremo davanti a niente, davanti a nessun confine, a nessun limite, a nessuna considerazione. Era questo il messaggio, e dobbiamo cercare di decifrarne il contenuto.

Cercherò dunque di fornire qualche elemento di risposta, visto che non ho una risposta. Parliamo dunque di Gaza, in primo luogo. Che cos’è Gaza? E, più ancora, che cosa è Gaza per l’opinione pubblica israeliana? Non dico per il governo israeliano, ma per l’opinione pubblica israeliana. Gaza non è un paese né un luogo con oltre due milioni di persone, con uomini, donne, vecchi, bambini, sani o malati, stupidi o intelligenti; non è una società, e nemmeno un paesaggio o un territorio: tutt’al più, Gaza è una cosa… un qualcosa, un’entità.

Quando ero più giovane, negli anni ’60, in ebraico si usava l’espressione «vattene a Gaza!» al posto di «va’ al diavolo!», «va’ all’Inferno!». Ed è questo qualcosa che Israele definisce ufficialmente come «entità terrorista ostile». Come ho già detto, non un luogo né una società e non certo un raggruppamento di essere umani, ma una minaccia. E naturalmente, di fronte a una minaccia qualunque governo israeliano responsabile, che si apprezzi, ha non il diritto ma il dovere di intervenire per sopprimerla. Gaza è una bomba e, davanti a una bomba, quello che va fatto è eliminarla, disinnescarla. o evitare che esploda.

Se passiamo dalle dichiarazioni politiche all’inconscio israeliano, Gaza è anche qualcosa di più: è il ricordo del 1948, un enorme, immenso campo profughi che ci riporta sotto gli occhi le immagini di coloro che abbiamo espulso nel 1948. Ed è, proprio per questo, un duplice motivo di amarezza: quella per questo ricordo e, per ciò stesso, del suo possibile ritorno, un’amarezza che resterà finché Gaza continuerà ad essere quello che è oggi.

Ma torniamo al terreno politico, perché Gaza è stata anche l’ultimo esempio di «intervento preventivo globale permanente» dei dirigenti «neocon», nell’accezione israeliana e statunitense. Ricordatevi che l’attacco è avvenuto quando Obama era già stato eletto presidente, ma non aveva ancora preso possesso della carica. Così, il governo israeliano inviava un messaggio al nuovo dirigente, chiarendo bene che non era finita la «guerra globale contro il terrore» di cui siamo protagonisti importanti, piacesse o meno all’amministrazione entrante.

Ricordiamoci che la retorica di Obama conteneva elementi potenzialmente suscettibili di spaventare Israele. Obama stava usando – e questo già da mesi prima del suo discorso del Cairo – termini quali «pacificazione», «multilateralismo», ecc. Bisognava quindi tenere ben fermo quanto esprimeva Tzipi Livni, presunto elemento moderato del gruppo dirigente politico di Israele: “attenzione che siamo dei pazzi e possiamo compiere qualsiasi follia”. L’attacco contro Gaza ne era la nitida dimostrazione.

Il secondo aspetto da considerare, che implica una svolta decisiva, è che l’aggressione è stata appoggiata dal complesso della società israeliana, tranne rare limitate eccezioni. Ora può sembrare così, ma allora non era ancora evidente. Durante gli anni ’50 e ’60, il sostegno alle guerre di Israele era generalizzato, da parte dell’intera società. Era davvero una società totalitaria. Non perché tollerasse un regime di oppressione politica, ma perché non esistevano fessure in quel sostegno, meno ancora nella società politica, fatte salve come al solito alcune voci molto minoritarie, e i partiti arabi.

Ma negli anni ’80 si è registrato un cambiamento spettacolare, provocato dalla guerra del Libano, e per ragioni che non ho qui il tempo di affrontare dettagliatamente. Quello che, comunque, si può verificare, è che nel 1982 Israele scagliò un attacco contro il Libano, suo vicino, che finì per produrre una tremenda frattura in seno alla società israeliana, al centro stesso di questa, dal sostegno dell’opinione pubblica fino allo stesso esercito. E soprattutto aprì il varco a un dibattito esistenziale profondo, su tutta una serie di questioni: che cos’è Israele? quale ruolo dovrebbe avere la religione in questo Stato? quale Israele può esistere in Medio Oriente? questa nazione può essere una democrazia ebrea?, ecc., ecc., ecc.

L’aggressione del Libano rese, soprattutto, possibile la comparsa di un movimento per la pace, che a un determinato momento arrivò a rappresentare una certa maggioranza della società israeliana. Un movimento composto da una varietà di posizioni e di opzioni, ma che nell’insieme fu enormemente positivo. Ricordiamo che costrinse l’esercito israeliano ad abbandonare finalmente il Libano, forzò al riconoscimento dell’OLP e all’apertura di negoziati.

Non a caso un insigne giornalista diceva di questo clima di intensa divisione interna della società israeliana che aveva costituito una virtuale «guerra civile». Senza esagerare fino a questo punto, certamente c’è stata una spaccatura profonda.

Le reazioni della maggioranza dell’opinione pubblica israeliana negli ultimi anni, viceversa, sono state contraddistinte dal tentativo di tornare a creare il clima di unità nazionale perduto in conseguenza del conflitto libanese. E, in effetti, il mandato di Ehud Barak, vari anni dopo l’assassinio di Rabin, è stato proprio questo: lo sforzo di restaurare lo spirito di unità, ma forgiato nella lotta, non certo per volontà di attirare gli elettori della destra ma, viceversa, per convincere il proprio elettorato a spalleggiare la politica di occupazione e di aggressione; per portare a termine una sorta di riconquista di tutto ciò che, pur minimo o limitato, avessero ottenuto i palestinesi. Non solo i territori, le città, i municipi, i campi, ma qualsiasi risultato simbolico, cosa che imponeva anche di far retrocedere alla casella di partenza il cosiddetto «processo di pace». Come forma di recupero della base di consenso nazionale in Israele, perché appoggiasse appieno l’aggressione contro Gaza-

 

Castighi vari

 

Ora, dopo aver parlato dei delitti, è il momento di parlare del castigo. Castigo per chi? Per cominciare, per la frangia moderata dell’elettorato israeliano. Il risultato delle ultime elezioni è che, attualmente, lo spettro politico israeliano si divide nell’estrema destra e nella destra più estrema ancora (ogni tanto penso che Barak appartenga a quest’ultima, ma è meglio non entrare nei dettagli). Non c’è più una sinistra in Israele, neanche nell’accezione israeliana di «sinistra»: è evaporata senza lasciare tracce.

In un suo addolorato articolo, Gideon Levy, uno dei notisti critici più lucidi e rispettati di Israele, è arrivato alla conclusione che la sinistra fosse svanita per molti anni, e che ce ne sarebbero voluti dieci, venti o più, almeno due generazioni, per ricostruirla e rigenerarla. Che non c’era da sperare in posizioni critiche – salvo quelle marginalissime e quelle degli arabi israeliani – che mettessero in dubbio la politica di Israele.

Altro castigo, uno dei tanti, è l’attuale governo: non si era mai visto nel paese un governo composto da gente tanto rozza e brutale, da elementi così corrotti da somigliare a una banda di gangster, di delinquenti di basso rango; neppure all’epoca di Sharon, un uomo di destra, un «guerriero» che perlomeno aveva una qualche visione politica.

Il valore centrale di questo governo è la rozzezza, e questo lo rende estremamente pericoloso. Alcuni di voi ricorderanno quel comico episodio recente, quando fu convocato l’ambasciatore turco per affibbiargli un cicchetto, e che il nostro viceministro degli esteri, altro personaggio stupido e volgare [Danny Avalon], si vantava di averlo umiliato: lo costringemmo a presentarsi al ministero, facendolo sedere su una sedia più bassa di quella dei suoi interlocutori, e con la sola nostra bandiera sul tavolo, impartendogli lezioni sulla malvagità del suo governo. Questo con la Turchia, che è il nostro principale alleato strategico nella zona, un paese centrale per la NATO, un paese che insieme a Israele a all’Iran – fino alla caduta dello Scià, chiaramente – costituiva un trio fondamentale per la politica occidentale. Naturalmente, un paio di giorni dopo, il nostro governo si vide costretto a presentare le scuse, ma quel che resta è la sensazione che possiamo giocare a nostro piacimento a interpretare il ruolo di bullo di quartiere, di delinquente del vicinato, tanto coraggioso se si tratta di assassinare anche donne e bambini. E questo costituisce un problema nella regione, poiché i vicini, che condividono il quartiere, si sono resi conto del pericolo che costituiamo, in quanto elemento destabilizzatore.

Dobbiamo, dunque, essere pessimisti sulla prospettiva della possibilità di disattivare l’aggressore, di pacificare la zona, in un senso geografico più vasto? Su questo sì che ho qualcosa di stimolante da dirvi.

In primo luogo, credo che non dobbiamo sottovalutare l’importanza della mobilitazione. La mobilitazione contro la guerra di Gaza è stata ingente, colossale… in tutto il mondo. E stiamo parlando di una mobilitazione spontanea, prima ancora che si mettessero in moto l’apparato dei partiti e le organizzazioni di solidarietà. La gente è scesa in strada appena saputa la notizia e avendo visto le immagini, dando vita a manifestazioni tra le più affollate dall’ultimo attacco al Libano. Per giunta, se ascoltiamo il polso della piazza araba, dell’intero universo musulmano, ossia dei paesi che circondano Israele, anche qui abbiamo assistito a una mobilitazione senza precedenti. Una protesta contro quel vicino che rende invivibile il quartiere, contro quel disadattato che non lascia in pace nessuno dei residenti.

Parliamo di qualcosa che mette in una condizione assai delicata i governi della zona, arabi e/o musulmani, che negli ultimi anni hanno moltiplicato generosamente le loro offerte di trattative, di riannodare rapporti pacifici. Improvvisamente, questi governi si sono trovati di fronte all’impossibilità di giustificare questa politica agli occhi delle rispettive popolazioni. Governi che si erano offerti di voltare pagina, di lasciarsi alle spalle – pur non dimenticando – la Nakba, così come tante guerre, morti ed umiliazioni, quale risposta potevano dare di fronte all’ultimo massacro?

Perché – e questo vale sia per i paesi arabi, sia per quelli europei, dove pure le mobilitazioni sono state massicce - abbiamo anche assistito alla totale assenza di politica da parte delle istanze governative. All’Unione Europea piace parlare della mancanza di democrazia nel mondo arabo. Ma dove stava in quei momenti la democrazia – anche in Europa – quando a un’opinione sociale maggioritaria corrispondeva l’inattività dei governi? Dov’era la democrazia, quando i sondaggi europei andavano confermando sistematicamente che negli ultimi 25 anni in seno all’UE esiste una vasta maggioranza che intende garantire i diritti fondamentali della popolazione palestinese? Non parliamo di una frangia dell’opinione pubblica anti-israeliana, non è il caso, ma di una maggioranza che esige chiaramente la fine della repressione e della colonizzazione da parte di Israele.

È curioso che durante le settimane dell’aggressione di Gaza un importante politico europeo, Bernard Kouchner, ministro francese degli Esteri e dei rapporti con l’Europa, non abbia detto una sola parola degna di menzione. Eppure, più di qualche settimana dopo cercava di entrare a Gaza e, per farlo, ha sollecitato il permesso da parte delle autorità israeliane. Parliamo di qualcuno che non ha manifestato divergenze, né ha fatto critiche, né ha pronunciato condanne, non ha richiesto sanzioni. Si è limitato a sollecitare una visita a Gaza dopo l’attacco.

Come c’era da aspettarsi, gli israeliani lo hanno umiliato negandogli l’ingresso, cosa che non ha cambiato di certo il suo atteggiamento, quello di un ministro importante e impotente di un paese forte dell’UE: Kouchner se ne tornato in Europa zitto e sottomesso, con la coda tra le gambe.

 

Buona notizia in tre lettere:BDS

 

Adesso, dopo tutto, ho sì una buonissima notizia da darvi, e la possiamo riassumere in tre lettere: BDS. Che cos’è questo BDS che ha suscitato una campagna internazionale così rilevante? Semplicemente la sigla di: Boicottaggio, Disinvestimento, Sanzioni.

Per la prima volta ci troviamo di fronte all’appello unanime dell’insieme della società palestinese, di personalità, organizzazioni, sindacati, partiti politici, in favore di una strategia di BDS. Si ricordi che stiamo parlando di un meccanismo già utilizzato con successo nel caso dell’apartheid sudafricana più di vent’anni or sono. E potremmo dire che gli effetti, per ottenere i quali là ci vollero dieci anni, nel caso palestinese si sono ottenuti in un periodo assai più breve, tra i tre e i cinque anni.

Per la prima volta abbiamo a disposizione un’arma chiaramente controffensiva, che non si limita all’informazione, all’agitazione, alla denuncia dell’enormità della sofferenza e dell’ingiustizia. Nell’attuale situazione, la strategia di BDS è una maniera per imporre, per fare in modo, che Israele paghi un prezzo per la sua politica. È un’eccellente, una magnifica campagna, che offre l’opportunità di agire a tutti, a ciascuno di noi. Nel caso delle sanzioni, facendo pressione affinché le impongano i governi, le istituzioni internazionali o comunitarie.

Per quanto riguarda i disinvestimenti, immagino di non stare parlando a un uditorio di ricchi investitori, ma questo non significa che non si possa esercitare una pressione efficace, per iniziativa personale o tramite altri organismi: ad esempio, i sindacati – mi viene in mente il caso norvegese – o le chiese, molte delle quali hanno rapporti con imprese israeliane, o commerciano con Israele.

Infine, sono molti i progetti di intervento, ma il più diretto e abbordabile per noi è il boicottaggio, che riguarda, ad esempio, il rapporto con il nostro supermercato, che ci spingerà a non acquistare arance di Giaffa o avogados “Carmel”. Una campagna che spetta a noi diffondere nella nostra cerchia più o meno larga, perché questi prodotti israeliani sono macchiati di sangue e intrisi di sofferenza.

BDS significa mandare un messaggio chiaro allo Stato di Israele e alla stessa società israeliana: finché non avrà un comportamento civile nel vicinato del Medio Oriente, non rispetterà la Convenzione di Ginevra o le risoluzioni dell’ONU, pagherà un prezzo elevato e glielo faremo pagare tutti.

In fondo, il mio messaggio è questo: non abbiate paura e applicate il BDS, anche se vi risponderanno con accuse di antisemitismo, che non è l’unica menzogna che possiate aspettarvi. Israele dirà che rispetta la Convenzione di Ginevra e cercherà di convincerci che si attiene alla politica dell’UE.

L’antisemitismo è l’ultima risorsa che rimane all’armamentario degli argomenti filoisraeliani. Ed è oltretutto una forma di ricatto consistente nel dire: “Non azzardarti ad aprire bocca perché, se ti viene in mente di accusarci di crimini di guerra o di violazioni dei diritti umani, darti dell’antisemita è la prima cosa che faremo. Sì, sappiamo che non parlate dei palestinesi, che sono solo un pretesto, e sotto sotto intuiamo una vecchia aria che già conosciamo, quella vecchissima filosofia europea che vuole sterminare tutti gli ebrei senza lasciarne vivo neanche uno”

Ma noi non ci faremo stringere in questo angolo. Capisco che c’è molta gente che è sensibile al solo fatto che si faccia un’associazione del genere, come a volte mi hanno detto dei giornalisti: “non è solo che io non sono un antisemita, ma è che non voglio neanche che si insinui che lo sia”.

D’accordo, ma facciamo due cose: fermiamoci un momento e chiediamoci, ognuno di noi: “Sarei un antisemita?” Riflettiamo un po’ e facciamoci l’esame di coscienza, esaminiamo i meandri dei nostri atteggiamenti mentali: “Odio gli ebrei ed auguro loro del male perché sono ebrei?”. “Posso avere su questo lo stesso modo di pensare che ho verso i cinesi o i negri?”.

Una volta fatto questo, diciamo chiaro di fronte a tutti che non tolleriamo nessun tentativo di ricatto, perché la nostra risposta sarà solo, per dirlo chiaro e tondo: “Vaffa…”.

 

 

Risposte ad alcune domande dei presenti

 

Vorrei rispondere alla domanda su quale è il potere dei coloni in Israele oggi. Rispondo che quello dei coloni oggi è il principale gruppo di pressione dell’ultimo decennio sul governo di Israele; non uno dei più importanti, ma il più importante, come poteva esserlo prima il complesso militare israeliano o l’esercito. Insomma, non si tratta del fatto che siano più influenti, ma che sono oggi quelli che fanno politica. Sono il governo e stanno in tutte le istituzioni. In altri termini: oggi il governo israeliano rappresenta le aspirazioni e le esigenze di chi risiede negli insediamenti. Proprio per questo, potremmo dire, c’è una crisi nelle stesse istituzioni dei coloni.

Rispetto allo stato attuale del movimento anticoloniale, contro l’occupazione, mi piacerebbe tornare al commento di Gideon Levy sulle due generazioni che servirebbero a ricostruirlo. Non sono d’accordo con un’affermazione così, di cui mi sembra temeraria la maniera di considerare il tempo. Due generazioni? Le cose si muovono molto più in fretta. Chi può dirci cosa sarà il mondo entro pochi decenni, che potere manterranno gli Stati Uniti, quale ruolo avranno la Cina e l’India, cosa farà la stessa Europa con la sua incapacità di definire una politica coerente? Impossibile fare previsioni così irrealistiche visto come passa il tempo.

Per questo dico anche che non bisogna lasciarsi paralizzare dalle accuse di antisemitismo; non ci si deve spaventare per le grida dello spavaldo del quartiere che va dicendo: “Non sarà il mondo a ordinarci che cosa dobbiamo fare”, facendo eco all’arroganza di Golda Meir quando proclamò: «Non importa quello che dice il mondo, la sola cosa che importa è quello che decidiamo noi ebrei”. Sporca menzogna.

La verità è che Israele è un paese estremamente piccolo ed estremamente dipendente, tanto per cominciare dipendete soprattutto dagli Stati Uniti e dall’Europa; e voglio sottolineare che, per quanto riguarda i rapporti commerciali, il partner più importante è l’UE, socio commerciale che assorbe un terzo delle esportazioni israeliane. Qui abbiamo, perciò strumenti per esercitare pressioni sui governi e le infrastrutture europee, perché facciano la loro parte con Israele.

Infine, consentitemi un paio di conclusioni, e un’osservazione sul BDS (notate che anche in Israele facciamo campagna, promuovendo il boicottaggio dall’interno).

In primo luogo, al boicottaggio, disinvestimento e sanzioni va aggiunta la lotta all’impunità: molto BDS e nessuna impunità. Deve essere parte delle sanzioni ufficiali l’esigenza di portare in tribunale i responsabili di crimini di guerra o di crimini contro l’umanità in Israele. Voglio ricordare che tra poco si riunirà a Barcellona il Tribunale Russell ed è molto importante che abbia la massima risonanza, in Spagna e da tutte le parti. Questo rientra in una campagna molto più ampia, al pari di quella cui abbiamo assistito di fronte al Tribunale Penale Internazionale per i criminali del Ruanda, della Bosnia_Erzegovina o di altre parti della ex Yugoslavia. Speriamo che lo stesso avvenga prima o poi con Israele.

In secondo luogo, è di grande importanza affrontare questa campagna come uno sforzo di lungo respiro. Perché abbiano successo, le sanzioni e altre misure richiedono una condizione: devono funzionare a lunga scadenza. Le vittorie non si ottengono domani, né si deve sperare che lo abbiano entro tre mesi, passati i quali crolleremo delusi. Dobbiamo adattare il ritmo delle nostre aspettative e operare in un arco di tempo molto più lungo. Significa che smetteremo di essere campioni dello sprint e diventeremo corridori su distanze medio-lunghe, corridori di fondo.

Grazie.

 

(Traduzione di Titti Pierini)



[1] Pellicola israeliana di Alberto Arce e Mohammad Rujailah, il cui titolo si basa su un’opera di G. Orwell, To Schoot an Elephant raccoglie di prima mano e dall’interno della Striscia di Gaza l’esperienza della popolazione civile sottoposta al supplizio dei bombardamenti e dell’invasione israeliana (per maggiori informazioni: www.toshootanelephant.com).