Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Religioni e barbarie

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La demonizzazione dell’Islam si fonda sull’ignoranza

 

Il viaggio di Silvio Berlusconi in Israele (con annessa escursione – con gli occhi bendati per non vedere il muro - nella Palestina occupata), lo abbiamo commentato ieri nel pezzo che introduceva la conferenza di Michael Warshawski. Mi ha colpito però che – pur nella sua irresponsabilità che lo ha portato a dire cose diametralmente opposte a distanza di due ore – il premier ha evitato di toccare i temi religiosi, e di fare la consueta demonizzazione dell’Islam cara a tanti suoi ministri. Troppo importanti gli affari dei capitalisti italiani con la maggioranza degli Stati arabi (generosamente definiti “democratici” per correggere la definizione fatta a Gerusalemme di Israele come unica democrazia del Medio Oriente).

Berlusconi si è limitato alla solita ridicola esaltazione delle “comuni radici giudaico cristiane”. Che squallore! Per questo ho pensato di riproporre uno scritto di qualche anno fa su queste tematiche. (a.m. 4/2/2010)

Ogni guerra moderna è stata accompagnata da una campagna di intossicazione dell’opinione pubblica con una propaganda sui crimini dell’avversario: ad esempio nel 1915, per vincere le resistenze socialiste all’entrata in guerra dell’Italia, furono descritte con minuzia di particolari terribili atrocità delle truppe tedesche nei confronti della popolazione civile dei paesi occupati, in particolare del Belgio, dove a migliaia di bambini sarebbero stati tagliati mani o piedi. Inutile dire che al termine della guerra non fu trovato neppure uno dei mutilatini descritti.[1]

Una delle conseguenze paradossali della verifica del carattere truffaldino della propaganda antitedesca durante la Grande Guerra fu che quando arrivarono le prime notizie sul tremendo sterminio degli ebrei durante la Seconda Guerra Mondiale ci fu chi finì per dubitare della fondatezza delle accuse.[2]

Crimini di guerra e calunnie

Oggi la lotta crescente degli iracheni contro l’invasione della coalizione imperialista e quella pluridecennale dei palestinesi contro l’occupazione della loro terra e la privazione dei loro diritti, sono sistematicamente calunniate, come tutte le guerre di liberazione da una dominazione coloniale: i morti di chi resiste non sono conteggiati, ogni forma di lotta, anche la più legittima dal punto di vista del diritto internazionale come un attacco ai militari occupanti, viene etichettata come “terrorismo”.

Lo stesso accade per la sventurata Cecenia, martirizzata come mai era stata nei duecentotrenta anni della sua tenace resistenza all’occupazione russa: i suoi combattenti vengono ascritti in blocco, contro ogni verosimiglianza, alla fantomatica rete di Bin Laden. Si nega, spesso, da tutta la destra, ma anche da alcuni settori della sinistra, il diritto al riconoscimento della loro lotta come “resistenza”[3]

Paradossalmente alcuni oppositori israeliani al sionismo come Michel Warshawsky e Ilan Pappe hanno osservato che oggi si fanno ai palestinesi accuse identiche a quelle che la stampa britannica muoveva negli anni Quaranta proprio ai sionisti, come quella di “mandare avanti i bambini”.[4]

Ma ora in Medio Oriente con ci sono solo le resistenze alle occupazioni ma si combatte, non certo per iniziativa delle popolazioni locali, anche una guerra di religione. L’odio e il disprezzo nei confronti della cultura arabo-islamica inculcato ai propri militari dalla propaganda degli invasori si è manifestato in vario modo, dagli oltraggi deliberati ai prigionieri di Abu Graib a cui è stata imposto di insultare Allah ed esaltare Cristo, o anche di mangiare carne di maiale e di bere alcool. Ma soprattutto nei mass media vengono riproposti alcuni stereotipi ben sperimentati.

Il precedente sono le mostruose accuse mosse contro gli ebrei nel medioevo, che ricalcavano spesso letteralmente quelle che fornivano la base ideologica alla persecuzione dei cristiani, e che conosciamo infatti soprattutto attraverso le confutazioni degli “apologisti” cristiani come Tertulliano o Lattanzio. I cristiani erano accusati di ogni genere di crimine, comprese, incredibilmente, smodate licenze sessuali: una delle leggende era che dopo il pasto eucaristico venissero spente le luci e si accoppiassero indiscriminatamente anche tra fratelli e sorelle. Ovviamente era un grossolano e non involontario fraintendimento del termine fratello e sorella con cui i cristiani si salutavano. In altri casi anche l’agape diventava un rituale in cui veniva adorato e mangiato un bambino, ovviamente deformando le notizie sulla venerazione di Gesù bambino e confondendole con le formule sulla comunione con il sangue e il corpo di Cristo.

Esattamente le stesse calunnie vennero poi rivolte dai cristiani, una volta inseriti nel potere politico, agli ebrei, a cui si attribuiva una smisurata potenza sessuale e una libidine rivolta alle donne cristiane (si vietavano quindi i contatti col resto della popolazione...), ma soprattutto l’omicidio rituale di un bambino. Se rivolta ai cristiani quest’ultima accusa poteva avere all’origine una grossolana interpretazione “materialistica” del banchetto eucaristico, nei confronti degli ebrei era totalmente inverosimile, perché la loro religione imponeva perfino di consumare le carni degli animali consentiti dalle minuziosissime norme rituali, solo se assolutamente svuotate da ogni goccia di sangue e da tutti gli organi interni: Figuriamoci se potevano bere il sangue e mangiare il cuore di un bambino sacrificato! Eppure, anche se non era difficile sapere che nessun ebreo avrebbe mai mangiato perfino un capretto che non fosse stato ritualmente dissanguato (e a maggior ragione non ne avrebbe mai toccato gli organi interni), l’ultimo processo contro un ebreo accusato di omicidio rituale di un bambino cristiano si svolse nel XX secolo![5]

Dalla giudeofobia all’islamofobia

Oggi il bersaglio è cambiato, e la criminalizzazione– almeno nei paesi della “coalizione” imperialista – colpisce la religione islamica. L’accusa è particolarmente insidiosa perché si appoggia su una spaventosa ignoranza. Ho verificato più volte durante i miei corsi che neppure l’uno per cento di coloro che si dichiarano cristiani ha mai letto la Bibbia: figuriamoci il Corano! Ho provato ogni anno a fare l’esperimento di leggere durante una lezione brani dei due libri sacri, senza indicare da quale dei due fosse tratto ogni passo e invitando a identificarli: in genere dopo la lettura di alcune pagine dell’Antico Testamento gli studenti erano sicuri che quella religione dell’odio fosse “quella di Bin Laden”, mentre non riuscivano a capacitarsi che nel Corano si manifestasse il rispetto per Maria e lo stesso Gesù. E una volta saputa la provenienza chiedevano stupiti: ma l’Islam non è la religione dell’intolleranza?

Eppure l’intolleranza cristiana ha radici antiche: Dante raffigura Maometto conficcato a capofitto nel più profondo dell’inferno, e molti pittori hanno rappresentato inesistenti e inverosimili crimini ebraici come la profanazione delle ostie consacrate (il famoso “Miracolo di Bolsena” rappresentato tra l’altro da Raffaello...). Inverosimili ma utili per creare un risentimento antiebraico. D’altra parte, basterebbe domandarsi perché tra l’XI e il XVI secolo gli ebrei scacciati dall’Europa cristiana si sono recati in gran parte proprio nel mondo islamico.

L’italiano medio non lo sa. Al di là del concentrato paranoico di odio antiarabo della Fallaci, ogni giorno qualsiasi atto di quella barbarie che accompagna inevitabilmente una guerra durissima viene attribuito alla religione islamica, senza tener conto minimamente almeno delle esplicite condanne pronunciate in molte occasioni dalle autorità religiose locali.

 

Vediamo il caso della decapitazione dell’ostaggio statunitense Nick Berg. Ci sono moltissimi dubbi sulla vicenda: dubbi sull’identità di coloro che hanno esibito il macabro trofeo, sugli obiettivi che si proponevano (un ricatto?), sulle ragioni per cui Berg era stato precedentemente arrestato a Bagdad dalla polizia militare statunitense, sul suo ruolo e sui contatti che aveva avuto, ecc. Alcuni hanno espresso perplessità perfino sulla messa in scena con cui, quasi un mese dopo la sua cattura, è stata annunciata l’esecuzione (in particolare alcuni hanno ipotizzato, in base al poco sangue visibile, che la vittima fosse già morta da tempo, e fosse stata tirata fuori da un refrigeratore per decapitarla davanti a una telecamera). Tuttavia la maggior parte dei giornali italiani hanno attribuito la sua morte all’origine ebraica (“ucciso perché ebreo”...), e “Libero” ha riprodotto la foto più macabra sotto il titolo “La civiltà islamica”, e con una didascalia che recitava “Allah è grande”...

Inutile ricordare che autorevoli esponenti islamici iracheni e di altri paesi hanno ribadito una condanna durissima della mutilazione e degli stessi sequestri, e hanno sostenuto che la religione non c’entra in episodi come questi, che anzi condanna. La maggior parte di chi non sa nulla di questo ha ricevuto l’ennesimo messaggio di demonizzazione dell’Islam.

A proposito di teste tagliate

Casomai ci sarebbe da domandarsi da dove è venuta l’idea di esibire la testa di un avversario ucciso: dai cacciatori di teste del Borneo? Macché, tutta la storia della dominazione coloniale europea è costellata di immagini di teste o di altre parti tagliate e conficcate sulle picche e sui pali, in Cina, in Vietnam, in tante regioni dell’Africa, sempre ad opera dei “civilizzatori”, e per educare chi si voleva civilizzare...

D’altra parte anche nella repressione del movimento operaio in Europa ci sono state deliberate esibizioni di crudeltà: ad esempio il leggendario guerrigliero comunista greco Aris Veluchiotis, sconfessato e abbandonato dal suo stesso partito per aver rifiutato il disarmo dei partigiani previsto dall’accordo di Varkiza del gennaio 1945, fu braccato e sconfitto dai mercenari organizzati dai britannici, e la sua testa fu esibita poi per giorni e giorni su un palo a Trikkala.

Naturalmente la storia coloniale dei movimenti di liberazione è ignorata dalla maggior parte degli italiani, non perché manchino le informazioni: esiste una discreta documentazione non solo fotografica, ma anche basata su pregevoli incisioni, dato che quando la scarsa sensibilità delle lastre fotografiche permetteva solo foto con tempi molto lunghi, ed escludeva le istantanee, ogni spedizione aveva al seguito un disegnatore.

Già durante la conquista italiana della Libia le foto comunque c’erano in abbondanza (al Markhaz al Jihad di Tripoli, il centro dedicato alla raccolta e conservazione della documentazione sulla guerra, ne sono conservate moltissime, spesso terribili, ma tutte scattate dalle truppe italiane)[6]. Il problema è che non vengono riprodotte quasi mai in Italia, e i nostri numerosi crimini in quel paese sono praticamente ignorati.

La decapitazione nei libri sacri...

Ma forse è meglio andare a vedere qualche altro precedente religioso fuori dal Corano. Proprio la Bibbia fornisce parecchi esempi. Va notato tra l’altro che l’Antico Testamento descrive il primo “kamikaze” della storia, Sansone, che fa morire con sé ben 3000 filistei tra cui donne e fanciulli (Giudici, 16, 26-30). Il testo sacro esalta Sansone, perché “ne uccise molti più morendo che non ne avesse uccisi da vivo”). Ma veniamo alle teste tagliate.

Davide, appena colpito Golia con la sua fionda, si precipitò ad afferrare la spada del gigante caduto, “la sguainò e lo finì staccandogli il capo”, che poi viene esibito in molte città. Davide giunge “con in mano il capo del Filisteo al cospetto del re Saul”. (1° Re, 17, 50-57).

L’Antico Testamento è pieno di esempi dettagliatissimi di mutilazioni e uccisioni. Anche il re Saul, dopo essere caduto in combattimento, viene decapitato e la sua testa portata in giro per atterrire i suoi sudditi (1° Re, 31, 8-10). Era evidentemente un metodo abituale.

Un intero libro è dedicato poi all’eroina Giuditta, bellissima ragazza ebrea che si introduce nell’accampamento dell’assiro generale Oloferne, seducendolo e ubriacandolo.[7] E ovviamente torna tra gli ebrei portando in un cesto la testa tagliata della sua vittima, che viene poi esibita sulle mura di Betulia, gettando lo sconforto tra gli assiri.

E allora smettiamola di parlare di barbarie islamica per usanze che affondano le loro radici in comportamenti accettati e codificati da secoli. Da respingere, ma in blocco, e non mettendoli in conto a una sola delle religioni che discendono da quella biblica.

Lo ricordiamo non certo per demonizzare gli ebrei per la barbarie esaltata nel loro libro sacro (che è però anche quello dei cristiani tutti, e anche dagli islamici è rispettato perché riconosciuto come ispirato).

Ci preoccupa invece che due secoli dopo la critica illuminista e dopo un lungo periodo di relativo laicismo, assistiamo a un recupero del testo biblico su tutti i piani, compreso quello grottesco della rivalutazione del creazionismo contro l’evoluzionismo, iniziato negli stati più oscurantisti del nord America e poi riproposto qui da noi dall’incredibile Moratti.

Per reagire bisognerebbe riproporre una lettura delle tantissime pagine bibliche che riflettono i costumi barbarici di un popolo che si fa largo tra gli altri con la violenza e il fanatismo, imponendo (e chiedendo per questo l’appoggio del proprio Dio, contrapposto a quello degli altri popoli) punizioni collettive di ogni genere. Fin dall’inizio della conquista della Palestina, quando vi giunge nel 1200 avanti Cristo un popolo proveniente dalla Caldea (l’attuale Iraq) e formatosi in Egitto mescolandosi con altri nuclei di varia provenienza, nei brevi periodi in cui ha dominato su quella terra, ha praticato su larga scala lo sterminio dei nemici, la conquista come bottino delle donne del nemico.[8] Anche i costumi all’interno della comunità degli eletti sono duri e spietati, soprattutto nei confronti delle donne: lo stupro viene riconosciuto solo se si può provare che la donna non poteva resistere né chiedere aiuto, altrimenti viene considerata complice di adulterio e... destinata alla lapidazione![9] Ma non era la “barbarie islamica” a prevedere la lapidazione?

La Bibbia contiene anche molte norme mostruose sull’impurità della donna, da cui bisogna stare alla larga sia quando ha normali mestruazioni, sia e soprattutto se ha perdite di sangue dopo la fine delle mestruazioni. Una deroga ai rigidi divieti sull’impurità (ad esempio un rapporto sessuale con una donna in uno stato definito “immondo”) può essere punito anche con la morte, alla pari dei rapporti sessuali con animali, o con consanguinei, ecc.

Lo spirito di sopraffazione che aleggia nell’Antico Testamento emerge più chiaramente nei libri che descrivono l’unico regno ebraico (ancorché inequivocabilmente vassallo dell’Impero romano) che in tremila e più anni vi fu su quella terra, a parte il breve periodo di Davide e Salomone, quello dei Maccabei. Dopo tanti secoli di dominazioni straniere (egiziane, assire, babilonesi, persiane...) i Maccabei dovettero reintrodurre a forza l’osservanza della legge mosaica, che era stata dimenticata, provvedendo perfino a circoncisioni forzate... 

Nulla di eccezionale 2000 o 3000 anni fa, erano norme in vigore presso molti popoli diversi. Ma oggi? Come si fa a dare valore a un simile guazzabuglio, ignorando che riflette solo il livello morale e culturale di un tempo lontano, e attribuendogli invece un valore perenne e universale?

Altre conversioni forzate

Ma forse sbaglio a collocare solo nel passato quelle pratiche di sopraffazione: la pulizia etnica croata sotto il protetto dell’Italia Ante Pavelic, durante la seconda guerra mondiale, prevedeva ad esempio la conversione forzata al cattolicesimo di serbi e slavi islamizzati, con la benedizione di mons. Stepinac, oggi santificato da Giovanni Paolo II, e dei pii padri francescani che reggevano il lager di Krakujevac. E che differenza c’è tra un battesimo forzato e una circoncisione imposta con le armi?

Paradossalmente alla stessa logica dell’imposizione di un comportamento religioso diverso può ricollegarsi l’episodio a cui abbiamo giù accennato: alcuni prigionieri iracheni sono stati costretti a violare le norme alimentari islamiche.

Sempre più spesso sentiamo attribuire a presunti moventi religiosi quelli che sono accidentali reazioni violente a una violenza: ad esempio si è detto, sempre per mettere l’episodio in conto alla famigerata “civiltà islamica”, che i giovani palestinesi di Gaza avrebbero fatto a pezzi alcuni soldati israeliani. In realtà questi erano stati fatti a pezzi dall’esplosione di una mina, che aveva fatto saltare l’enorme quantitativo di esplosivo che trasportavano nell’autoblindo e che in parte era già stato usato per distruggere decine di abitazioni e di negozi col pretesto di possibili tunnel per il contrabbando con l’Egitto. L’esultanza per la morte dei loro persecutori può aver portato quei giovani a esibire non solo i frammenti del blindato ma anche qualche brandello di divisa insanguinata, ma la religione non c’entrava affatto. Era l’entusiasmo per la verifica che i supercorazzati oppressori erano mortali anche loro che ha portato a esibire come trofei i resti del nemico che sembrava onnipotente (come aveva fatto Davide per sottolineare la sconfitta del temuto Golia...)

Non era un linciaggio, ma vogliamo ricordare i casi in cui alla caduta del fascismo l’ira popolare si accanì crudelmente su spie e carcerieri? E l’esibizione dei corpi di Mussolini, della Petacci e di altri gerarchi nel luogo dove erano stati uccisi pochi mesi prima dei giovani partigiani (ed erano stati lasciati esposti a lungo i corpi), provocò certo inquietudine e disgusto anche in alcuni noti antifascisti, ma non era forse una risposta cruenta a tanta violenza precedente? Non c’entravano né religioni né ideologie: era lo sfogo irrazionale e crudele di chi aveva tanto sofferto e non sapeva trovare altra punizione che il contrappasso.

Un recente libro, il terzo, dello storico israeliano Benny Morris ha documentato, basandosi solo su fonti scritte sioniste, alcuni degli orrori che prepararono e accompagnarono l’espulsione dei palestinesi dalla loro terra.[10]

Tra questi, con suo imbarazzo e stupore, anche diversi stupri di donne e ragazze palestinesi da parte di soldati e poliziotti sionisti. Per usare lo stesso metodo applicato da chi attribuisce alla religione islamica lo scempio dei cadaveri dei soldati uccisi, dovremmo attribuire il crimine all’educazione fornita dai precedenti biblici. Ma sarebbe assurdo e infondato. Quelle violenze, quelle uccisioni di inermi (compresi bambini piccolissimi) avevano un’altra origine, un’altra logica, quella della “pulizia etnica”, del terrore e dell’umiliazione per spingere alla fuga. Tra l’altro al momento della proclamazione dello Stato di Israele la maggior parte dei suoi dirigenti e dei suoi soldati non erano credenti: erano spesso i laburisti, tradizionalmente laici, a distinguersi in queste imprese feroci. Niente di religioso, dunque, nel 1948. Era “solo” la logica della guerra etnica, della guerra per svuotare la terra prescelta.

Che ruolo ha oggi la religione?

Ma se non è giusto ricondurre a una matrice religiosa atti che hanno altra motivazione (a partire da quelli barbari con cui a volte si risponde alla barbarie dell’oppressione), non possiamo neppure rinunciare ad alcune considerazioni sul ruolo della religione nel nostro tempo. Le tre grandi religioni monoteistiche sono nate in tempi lontani, e hanno nei loro libri sacri stratificazioni diverse, che spesso rivelano la loro origine all’interno di società arretrate e barbare. L’Antico Testamento, che è un libro sacro anche per i cristiani ed è anzi privilegiato dalle sette fondamentaliste e protestanti diffuse negli Stati Uniti, esalta in molte sue parti l’intolleranza e la ferocia, e suggerisce comportamenti inaccettabili. Eppure, anche se la maggior parte dei cattolici italiani non lo ha mai letto, è parte integrante della Bibbia, che viene presentata come un apporto essenziale alla nostra civiltà, come uno dei valori fondanti della cultura europea. Bisognerebbe leggerlo un po’ di più, naturalmente in modo critico. Altrimenti si rischia di vedere cancellati due secoli di conquiste laiche, avviate dall’illuminismo.

Anche nella società islamica le correnti integraliste e radicali negli ultimi decenni hanno cominciato a soppiantare quelle tradizionalmente più tolleranti, e soprattutto quelle modernizzatrici e tendenti a una riforma. Paesi laicissimi come la Palestina o l’Algeria hanno visto emergere organizzazioni che utilizzano per la loro affermazione una lettura rozza e schematica del Corano, e che tendono a sostituire le organizzazioni politiche non religiose, o le costringono a islamizzarsi.

In Israele poi, come abbiamo accennato, il riferimento religioso era marginalissimo durante la prima colonizzazione e la guerra contro i britannici e i palestinesi (che già prima dell’ultimo libro di Morris si sapeva costellata di atroci violenze),[11] ma diventerà successivamente preponderante, dato che solo basandosi su una presunta promessa divina si poteva tentare di trovare una giustificazione all’espulsione di chi abitava quella terra da tempo immemorabile.[12]  Oggi nello Stato di Israele i partiti religiosi hanno un ruolo determinante, e tentano anche di imporre con la violenza il rispetto forzato del riposo del sabato e delle norme alimentari (attaccando i negozi che vendono carne di maiale, o gli autobus che circolano il sabato).

E in Europa? Almeno in Italia ci sono sintomi inquietanti di regresso, a partire da quello di una specie di delega - da parte di gran parte delle forze politiche dei due schieramenti – di un ruolo morale superiore al vecchio e retrogrado pontefice che dal Vaticano pronuncia oracoli sibillini sulla pace (evitando sempre di prendere posizioni nette e offendendo le vittime a cui si fanno le stesse raccomandazioni che si rivolgono ai carnefici). A volte ci domandiamo in quali altri paesi si affida il compito di aprire i telegiornali a un analogo Ayatollah...

22/5/04

Antonio Moscato

 

 

 



[1] Paradossalmente la menzogna di guerra presentava il Belgio vittima di atrocità simili a quelle (reali e non di fantasia) praticate nei confronti dalla popolazione congolese, e docuemtate anche fotograficamente nel famoso pamphlet di Mark Twain, Il soliloquio di re Leopoldo.

[2] Il genocidio appariva  inverosimile, perché era il primo compiuto da europei nei confronti di altri europei: evidentemente si dimenticavano i tanti altri genocidi compiuti da tutte  le truppe degli imperi coloniali nei confronti dei popoli recalcitranti. Come oggi, i morti con la pelle di un colore anche lievemente diverso dal nostro non vengono conteggiati, né rappresentati. o ricordati.

[3] Antonio Sema, in un utile articolo su La resistenza senza volto rivela i limiti della potenza americana, apparso su “Limes”, n° 1/2004, Progetto Jihad, ha osservato che mentre i media anglosassoni non esitano a chiamare la guerriglia come resistance, in Italia il termine è tabù: Sema cita Paolo Mieli e Gad Lerner per lo zelo con cui sostengono che in Iraq “c’è terrorismo e non resistenza”, ma analoghe affermazioni si trovano anche in alcuni esponenti dell’ala del PRC zelantemente approdata alla nonviolenza, come il nuovo coordinatore dei Giovani  Comunisti, Michele De Palma.

[4] In realtà ogni movimento di liberazione coinvolge e mobilita le giovanissime generazioni, e ciò valeva anche per la resistenza sionista alla dominazione britannica, che veniva percepita come assolutamente ostile, senza tenere conto minimamente della situazione ben peggiore dei palestinesi.

 

[5] Il processo a Mendel Bejlis, un operaio ebreo accusato di aver ucciso un bambino russo per  berne il sangue si tenne nella Russia zarista nel 1913. Nel corso del processo fu provato che la polizia sapeva bene da tempo che  i veri responsabili dell’uccisione del ragazzo erano invece dei criminali comuni (uno dei quali confidente dell’Ochrana), e che il movente era l’eliminazione di un involontario testimone, ma aveva continuato ad occultare prove e a sostenere una campagna isterica contro tutti gli ebrei. Grazie al sostegno di una parte dell’opinione pubblica e di un buon collegio di avvocati Bejlis alla fine fu assolto.

[6] Evidentemente la pulsione a rappresentare le proprie imprese criminali e sadiche non è una specificità dei mercenari semianalfabeti che costituiscono oggi in Iraq il grosso delle truppe statunitensi, anche se la diffusione delle macchine digitali e la possibilità di spedire agli amici via internet la documentazione delle bravate hanno reso più facile la circolazione delle informazioni.

[7] In realtà tutto il libro, come gran parte della Bibbia, non ha alcun fondamento storico: Oloferne (su cui non esiste nessuna documentazione di altro genere) sarebbe stato il capo della milizia di Nabucodonosor, personaggio realmente esistito, ma presentato come re assiro, mentre notoriamente era babilonese. Non ci interessa minimamente se nella realtà  un Oloferne sia esistito, e una Giuditta lo abbia decapitato: quello che conta è che il gesto della bellissima ragazza ebrea è stato presentato come un modello ed esaltato dedicandole un intero libro. Il suo gesto ha colpito moltissimi pittori del rinascimento, che hanno rappresentato Giuditta discinta e con in mano la testa sanguinante del generale.

[8] Si veda Deuteronomio, 21, 10-14 per le norme sulle donne prede belliche.

[9] Nello stesso libro, 22, 23-29, si specifica che se lo stupro è accaduto in città la ragazza è sempre colpevole perché evidentemente non si è fatta sentire e quindi era consenziente... Norme che assomigliano alla sentenza della Cassazione che escludeva lo stupro per  una donna con i jeans, asserendo che tale indumento non può essere tolto senza la collaborazione della donna.

[10] Benny Morris, 1948. Israele e Palestina tra guerra e pace, Rizzoli, Milano, 2004

[11]  Dalle angurie esplosive depositate su un carretto nei mercatini palestinesi alle autobomba nei garage, per finire con l’esibizione di corpi di soldati britannici impiccati in pubblico e con cariche esplosive predisposte per colpire chi tentava di toglierli dal cappio, la lotta dei sionisti  per impossessarsi della Palestina ha praticato ogni forma di terrorismo (i palestinesi, a cui tutti predicano la mansuetudine e la rinuncia alla lotta armata, non dimenticano l’esempio di come è stata tolta loro la terra).

[12] Rinvio a uno dei miei libri più recenti sull’argomento per ricostruire un dato ignorato dalla propaganda filosionista: chi ha cacciato i palestinesi dalla terra in cui vivevano da millenni (tra l’altro molti di loro erano discendenti di ebrei convertitisi all’Islam)  erano discendenti di europei convertitisi all’ebraismo per motivi religiosi o economici o nei primi secoli dopo la fine dell’impero romano, ed erano sostanzialmente estranei alle vicende di quelle terre, in cui arrivarono perché scacciati da vicende tutte europee. Antonio Moscato, Cinzia Nachira, Israele sull’orlo dell’abisso, Sapere 2000, Roma, 2002.