Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Che ci facciamo in Africa?

Che ci facciamo in Africa?

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Ho spesso inserito sul mio sito articoli di Antonio Mazzeo, che ho sempre trovato molto utili per avere la dimensione della proiezione imperialista dell’Italia. L’ultimo era stato inserito una decina di giorni fa, Nessun taglio alle velleità imperialiste dell’Italia. Questo nuovo articolo può sembrare ripetitivo, ma non lo è. È un’altra utile tessera di un mosaico inquietante. L’Italia è indaffaratissima a mettere il naso in molti paesi, per vendere armi e/o contrattare mercenari, o per affiancare altri più sperimentati imperialismi (quello statunitense, o quello francese) nel bloccare dinamiche locali ritenute pericolose. Si veda l’articolo sempre di Antonio Mazzeo apparso pochi giorni fa sul sito di Sinistra Anticapitalista, che segnalava l’intesa con la Tunisia per i bassi servizi di blocco dei migranti precedentemente affidati alla Libia, prima che i nostri piloti collaborassero alla distruzione di quel paese: http://anticapitalista.org/2014/09/12/pattugliatori-italiani-alla-tunisia-per-fare-la-guerra-ai-migranti/.

Fate un esperimento. Provate a far identificare da un italiano qualsiasi, magari un militare, la Repubblica Centroafricana su una carta geografica, e magari chiedetegli qual è la capitale, cosa produce, che storia ha avuto, che reddito procapite ha, che moneta usa, ecc. Difficile avere una risposta. Né si preoccuperà molto per l’invio dei rambo della Folgore in quel paese: in fondo sono pochi, penserà.

Ma dato che lo scopo della missione è di rafforzare la presenza francese (e cinese) nello sfruttamento dell’uranio di quel paese, potrà capitare a qualche italiano che non sa nulla di esso di incontrare qualche terrorista che ha invece imparato dai nostri parà a sapere che c’è un paese che si chiama Italia. E magari pagherà lui per gli affari fatti da altri.

Lo stesso vale per le presenze di imprese come l’ENI, sempre accompagnate da forze militari “umanitarie”: ad esempio i morti di Nāṣiriya, in un fortino mal difendibile, si spiegano con un antefatto: nella spartizione del bottino iracheno quell’area spettava “di diritto” alla compagnia petrolifera italiana, che aveva interessi lì già al tempo di Saddam Hussein (e anzi c’erano contatti già dal tempo di Mussolini). Parlare dell’imperialismo italiano è quindi necessario, è anzi davvero indispensabile, almeno per capire perché da qualche parte qualche nostro connazionale, individualmente innocente, può trovarsi un giorno rapito o decapitato… (a.m.14/9/14)

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Paracadutisti italiani nell’inferno centrafricano

di Antonio Mazzeo

 

Nuovo intervento delle forze armate italiane in terra africana. Nei giorni scorsi si è concluso a Bangui, capitale della martoriata Repubblica Centrafricana, lo schieramento di una cinquantina di militari dell’Esercito che saranno integrati nella forza multinazionale dell’Unione Europea, attivata in loco lo scorso giugno (EUFOR RCA). Il personale italianoproviene dall’ Reggimento genio guastatoridella Brigata paracadutisti “Folgore”di Legnago (Verona) ed è stato schierato presso la base “Ucatex” di Bangui, mentre due ufficiali saranno impiegati presso il Comando generale operativo di Larissa (Grecia). La missione italiana nella Repubblica Centrafricana non si concluderà prima del 15 dicembre 2014 ed è stata finanziata con 2.987.065 euro grazie al decreto legge n. 109 dell’1 agosto scorso che ha prorogato sino alla fine dell’anno le sempre più numerose missioni internazionali delle forze armate e di polizia.

Secondo quanto comunicato dal Ministero della difesa, i parà avranno il compito di “garantire il supporto della mobilità delle forze europee, la ricognizione e il mantenimento degli assi di comunicazione, la bonifica di residuati bellici e la realizzazione di lavori infrastrutturali di base in favore di EUFOR, della popolazione e del governo locale”. Ai militari sarà affidato inoltre il monitoraggio delle attività di ricostruzione di un ponte, progetto finanziato dall’Ue e affidato a imprese locali. Il contingente italiano disporrà di un importante parco macchine operatrici del genio e di un congruo numero di veicoli blindati multiruolo “Lince” (Iveco), dotati di torretta remotizzata “Hitrole”.

La Repubblica Centrafricana, uno dei paesi più poveri del continente africano, è vittima da due anni di una sanguinosa guerra civile che ha già causato migliaia di vittime e più di un milione e trecentomila sfollati. Nel marzo 2013, una coalizione di forze a prevalenza islamica, denominata “Séléka”, che accusava il governo di non aver rispettato gli accordi di pace firmati nel 2007 e nel 2011, occupava Bangui e costringeva alla fuga il presidente (ex golpista) Francois Bozizé. Da allora il conflitto tra le diverse fazioni si è esteso a tutto il paese, mentre il nuovo governo di transizione guidato da Catherine Samba-Panza evidenzia fragilità e divisioni interne.

La componente militare dell’Unione Europea nella Repubblica Centrafricana è costituita attualmente da 750 unità di diverse nazioni e comprende anche una forza di polizia. Le attività di EUFOR RCA vengono svolte nel quadro dellarisoluzione Onu n. 2134del 28 gennaio 2014 e della decisione del Consiglio Europeodel 10 febbraio, che hanno autorizzato un’operazione militare transitoria di “stabilizzazione interna” in vista del pieno dispiegamento della missione MISCA(Mission internationale de soutien à la Centrafrique), varata dal Consiglio di Sicurezza dell’Onu nel dicembre 2013 e posta sotto l’autorità dell’Unione Africana. Entro la fine di quest’anno MISCA conterà su un contingente di circa 4.000 militari e 150 membri civili, provenienti principalmente da Burundi, Camerun, Ciad, Gabon e Repubblica del Congo. Secondo gli accordi assunti internazionalmente, il governo di transizione dovrebbe fissare lo svolgimento di nuove elezioni politiche entro il febbraio 2015, mentre la missione Onu-Ua dovrebbe assicurare lo stazionamento nella Repubblica Centrafricana di 12.000 effettivi entro la fine del prossimo anno.

Questo, almeno, sulla carta. In realtà è possibile che Bruxelles decida di estendere EUFOR RCA a buona parte del 2015, rafforzando il numero dei reparti impiegati. Come ammesso dall’ex Alta rappresentante per gli affari esteri e la sicurezza dell’Unione europea Catherine Ashton, “EUFOR RCA è stata voluta per sostenere lo sforzo politico-militare del governo francese, che ha inviato prontamente a Bangui più di 1.600 militari nell’ambito dell’Operazione Sangaris”. Un intervento, quello francese, che ha il merito di non occultare le sue reali finalità neocoloniali mentre invece l’Ue ha scelto l’ipocrita formula della “missione umanitaria”. La task force francese ha infatti come obiettivo chiave la protezione dei giacimenti di uranio di Bakouma (prefettura di Mbomou), di proprietà della transnazionale parigina Areva e della China Guandong Nuclear Power Company. Si tratta della principale miniera mondiale per l’estrazione del prezioso minerale, utilizzato in Francia per la produzione di energia e testate nucleari.

L’Unione Europea sta pure rafforzando gli aiuti economici-finanziari a favore delle autorità di governo di Bangui. Ad agosto, a conclusione del meeting dei ministri Ue della Cooperazione allo sviluppo di Firenze, è stato approvato un fondo pro-Repubblica Centrafricana di 64 milioni di euro che si aggiungono agli 84 milioni stanziati in precedenza dalla Commissione europea. Altri “aiuti” giungeranno da Stati Uniti (43 milioni di dollari), Banca Mondiale (100 milioni di dollari) e African Development Bank (75 milioni di dollari). Nel corso del 2014, l’Italia ha destinato complessivamente 2 milioni di euro per far fronte all’emergenza umanitaria nel paese centrafricano e finanziare due progetti, il primo nel settore della “protezione dell’infanzia e dell’istruzione” affidato all’UNICEF, e il secondo nel campo della “sanità e della sicurezza alimentare”, che sarà realizzato dalle ONG italiane già attive nella Repubblica Centroafricana. A febbraio, inoltre, il Dipartimento per la Cooperazione allo Sviluppo del Ministero degli Affari Esteri ha inviato a Bangui un aereo cargo contenente kit sanitari per un valore complessivo di centomila euro, da destinare agli sfollati dai combattimenti.

Buona parte delle attrezzature e degli “aiuti” a favore delle missioni Onu e Ue nella Repubblica Centrafricana, sono stati inviati dallo scalo aeroportuale di Brindisi, dove è ospitato dal 1994 il Centro Servizi Globale delle Nazioni Unite (UNGSC) che supporta le operazioni di “peacekeeping” e, dal 2000, la Base di pronto intervento umanitario (UNHRD), che opera a favore del World Food Program. Nello specifico, l’Aeronautica militare italiana, grazie al proprio distaccamento di Brindisi, ha fornito appoggio tecnico ai velivoli cargo “Boeing 747” della compagnia saudita Saudia Airlines e agli “Antonov 12” della compagnia Ukraine Air Alliance, che hanno fatto la spola tra l’aeroporto pugliese e quello di Bangui. Dopo i farmaci e il cibo, per l’Italia e l’Ue arriva l’ora d’intervenire nell’inferno centrafricano con i blindati e i parà.

Antonio Mazzeo



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