Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La fuga di Muti: diritti fondamentali o privilegi...

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Ormai da molti anni artisti e maestranze dei Teatri italiani subiscono un’aggressione da parte della politica e degli imprenditori che vorrebbero avere l'esclusiva della vetrina del mondo dello spettacolo e dei meravigliosi siti culturali distribuiti nel nostro paese. La vorrebbero solo per i loro interessi, giochi di potere… e perché no, anche per i loro profitti.  Solo così si spiega anche la vicenda del maestro Riccardo Muti che accusa il clima di incertezza nel quale si dovrebbe trovare a lavorare qualora mantenesse il proprio incarico nel Teatro dell'Opera di Roma.

Va detto che la dichiarazione di Muti è stata abbastanza sobria, ma è stata ripresa subito con toni esasperati dai maggiori quotidiani, che hanno fatto una rassegna dei “soprusi” sindacali.

Ma le cose non stanno così.

In realtà a Roma come in molti altri Teatri italiani si vive un clima di forte dissenso e malcontento tra coristi, orchestrali, artisti, collaboratori, impiegati e tecnici a causa del comportamento arrogante della governance politico imprenditoriale dei siti culturali che sanno solo chiedere sacrifici e rinunce salariali, estreme precarietà contrattuali. La sensazione dei lavoratori dello spettacolo è di una estrema mancanza di sicurezza, senza che nessuno dei colpevoli del dissesto economico ne paghi davvero le conseguenze.

 

Il Teatro continua ad essere una grande vetrina per la politica che amministra le città ma anche un costo da sostenere per la sua manutenzione  e per le maestranze impiegate, e anche per questo motivo è un luogo appetibile per i privati soprattutto se possono ricavarci dei profitti agevolati dai finanziamenti pubblici. Facciamo un esempio concreto.

Contrariamente a come vengono presentati, potrebbero essere definiti privilegi quelli che il gruppo dirigente del Consorzio Marche Spettacolo, composto da direttori dei maggiori teatri e da alcuni politici regionali, intende mantenere con la sua politica di drastici tagli alle stagioni liriche di Ancona e Jesi che colpiscono esclusivamente le maestranze ed i tecnici precari in particolare, attraverso un dimezzamento delle giornate lavorative al Teatro Pergolesi.

Dimezzamento realizzato con l'uso della parola magica “creare sinergia”, che vuol dire attuare collaborazioni con altre realtà teatrali del nord Italia attraverso la formula del "tutto compreso". Ossia artisti, scene e maestranze vengono trasferiti per un breve periodo nelle Marche ad un modico prezzo con conseguente minore lavoro per i dipendenti storici del Teatro Jesino che si sentono rispondere di essere dei privilegiati perché hanno potuto "conservare" il loro lavoro precario per molti anni... togliendolo ad altri! L'altro caso è quello di Ancona che ha portato all'azzeramento delle assunzioni nel capoluogo dorico, attraverso la fusione di più realtà teatrali cittadine tra cui il Teatro delle Muse, col pretesto del salvataggio economico del Teatro Stabile gestito direttamente dalla Regione Marche (che ha imposto la fusione), e che è indebitatissimo. Il suo debito è stato spalmato su tutti gli altri enti, e un “decreto cultura” targato PD ha portato al taglio del personale dipendente e alla conseguente "semplificazione" degli spettacoli con una notevole perdita qualitativa. Naturalmente tutti i responsabili delle malefatte e del dissesto economico(un gruppo di dirigenti e manager legato mani e piedi al PD)  sono rimasti ai loro posti…

Forse il clima non è dei migliori a Roma e può essere che Muti abbia anche qualche  ragione: a volte si sono trascurate le questioni di fondo e si sono fatte battaglie secondarie. A volte si è applicato troppo rigidamente qualche regolamento, può essere, ma la colpa della pessima situazione del Teatro dell'Opera e dei Teatri in generale è sicuramente delle amministrazioni che hanno guidato le città e che hanno avuto i loro interessi e tornaconti elettorali nelle gestioni "allegre " dei bilanci  (con compensi favolosi per le star e i manager, e risicati per musicisti e tecnici, spesso molto al di sotto della media europea). Ora intendono scaricare sulle maestranze la loro nefasta politica provocando la giusta e sacrosanta reazione che si esprime inevitabilmente  con  scioperi e proteste.

Sarebbe meglio che Riccardo Muti, artista di notevole spessore e sicuramente più utile al Teatro che non  Marino o chi per lui, invece di lamentarsi se i lavoratori reclamano dignità e rispetto, indirizzasse le sue lamentele più precisamente al ceto politico, come aveva saputo fare nel marzo 2011 in occasione della prima del Nabucco al Teatro dell’Opera, davanti al presidente della repubblica, quando aveva denunciato i tagli alla cultura, musica in testa, e aveva parlato del grigio futuro di una nazione che perde le radici storiche e la memoria.

Ma sono passati tre anni da quella denuncia, duri colpi sono stati inflitti intanto a molti teatri in Italia e in Europa (anche il Concertgebouw di Amsterdam minaccia di chiudere). Non vorremmo che questa nuova iniziativa del maestro Muti venga utilizzata per peggiorare la situazione, e colpire il patrimonio di esperienze accumulato dalle maestranze, facendo pagare loro la pessima gestione del settore e dell’intero paese.

 

[Questa breve nota è stata preparata da alcuni lavoratori dello spettacolo delle province di Ancona e Macerata]

 

 



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