Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Facciamo saltare il tappo!

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di Sergio Bellavita

 E’ sfuggita a molti la portata dello scontro che si è formalmente aperto sull’art.18 dello statuto dei diritti dei lavoratori. Certo c’è il tentativo di Renzi di coprire il fallimento della sua azione di governo, c’è sicuramente la pressione della Ue per le riforme strutturali, così come è reale la svolta che lo stesso Renzi vuole imporre sul piano politico al suo partito ed al sistema. Tuttavia la partita che si gioca è tutt’altro che politicista, tutt’altro che simbolica. Se quanto contenuto nel  Jobs Act venisse approvato l’effetto sulla condizione di vita di milioni di uomini e di donne sarebbe devastante. L’obbiettivo di fondo è aumentare lo sfruttamento, la ricattabilità e rendere il lavoro variabile dipendente assoluta dell’impresa, le modalità con cui viene perseguito sono criminali. Si pretende di cancellare il divieto di controllo a distanza dei lavoratori, perennemente tentato in tantissime grandi aziende ,sia attraverso i palmari e i dispositivi satellitari sulle auto per chi si occupa di impiantistica, manutenzione e installazione nei cantieri, sia con  le classiche telecamere da postazione fissa, molto spesso puntate sulle macchine del caffè e aree ristoro, quando non proprio direttamente sulla postazione di lavoro, costruendo cosi una condizione di costante intimidazione, specialmente se hai la consapevolezza che tutto ciò che fai può essere usato contro di te e non hai più alcuna tutela reale dal licenziamento. Solo chi ha lavorato in una fabbrica, in un call center, in un ufficio sa cosa vuol dire sentirsi spiati continuamente, sentirsi limitati nella propria libertà. Il demansionamento libero è una delle altre feroci volontà del governo. Si fa esplicito riferimento alle riorganizzazioni aziendali ma in realtà il confine con  la discriminazione è nullo perché tutte le aziende sono perennemente in riorganizzazione. Concedere la libertà di demansionare significa consegnare nelle mani del padrone un’arma di ricatto formidabile nei confronti di un lavoratore. Scendere nella gerarchia del lavoro può significare ritrovarsi sotto mobbing, costretti a mansioni manuali non sostenibili o in ruoli mortificanti. Una lesione profonda della dignità di uomini e donne  a cui ad oggi viene garantito il  mantenimento  della professionalità e delle competenze acquisite e riconosciute dall’azienda stessa. Infine, sempre sul demansionamento, dovrebbe essere evidente a tutti che anche il salario seguirà al ribasso la qualifica e le mansioni.  Il quadro dello sfruttamento e della ricattabilità si completa con il cosiddetto riordino degli ammortizzatori sociali. Dicitura tecnica per coprire la cancellazione vera e propria dello strumento. Gli ammortizzatori sociali perdono ogni funzione collettiva e solidale tra settori produttivi e lavoratori per passare ad un regime di carattere individuale inversamente proporzionale al bisogno. Così chi ha la sfortuna di vivere in un territorio colpito dalla crisi o chi ha già vissuto lunghi periodi di contribuzione figurativa dovuti a cassa integrazione,mobilità e disoccupazione e perché no anche maternità, riceverà, nel momento in cui diventasse disoccupato, molto meno di assegno di disoccupazione di chi solo sporadicamente si è imbattuto nella cassa integrazione.
E’ l’assurdo  trionfo del Fornero-pensiero che non a caso ha battezzato nel 2012 il nuovo ammortizzatore sociale, che prendeva il posto della mobilità,  “Assicurazione sociale per l’impiego”. Proprio come nell’assicurazione dell’auto il costo della polizza è legato al numero di sinistri, così nel sistema proposto dal Jobs Act più ricorri agli ammortizzatori sociali e più sarà basso il valore del tuo assegno di disoccupazione.
Infine il governo propone l’istituzione di un regime di salario minimo orario per coloro che non sono coperti dal contratto nazionale. Ma chi non è coperto dal contratto nazionale visto che formalmente esistono per tutte le categorie? Si immagina di dare un salario minimo a lavoratori con contratti capestro fintamente autonomi? E se è cosi perché semplicemente non si cancellano le tipologie contrattuali che consentono quell’abuso per applicare loro i contratti nazionali? La realtà è che ci si predispone, in sintonia con la Confindustria, a costruire le condizioni per cancellare ciò che resta del contratto nazionale, così anche l’ultimo pezzo di strumento collettivo e solidale di difesa del lavoro sparirà per lasciare spazio alla sola contrattazione individuale.
Non vi è alcuna parte positiva in questa legge delega, anche la più volte sbandierata estensione degli ammortizzatori sociali è una menzogna vera e propria se si considera che la cassa integrazione verrebbe cancellata ai lavoratori di aziende che vengono dismesse ( Fiat Termini Imerese, Irisbus ecc. ecc.).
Per queste ragioni non si può e non si deve né sottovalutare il Jobs Act né ridurlo semplicemente all’articolo 18, peraltro largamente cancellato nel suo pieno effetto deterrente dalla Fornero nel 2012. La legge delega rappresenta un disegno complessivo teso a rafforzare il processo di restaurazione del pieno dominio dell’impresa sul lavoro e il progressivo disimpegno dello stato in economia. Il mercato e l’impresa  regolerebbero  tutto in questo quadro: il salario, il livello di diritti, l’inquadramento professionale, la quantità dell’ammortizzatore sociale, l’età pensionabile e l’assegno di pensione, persino l’orario di lavoro e la fatica si piegherebbero ai dettami del mercato. Viene meno ogni elemento di regolazione, il lavoratore sarebbe sempre più solo davanti al mercato e all’impresa.
Bisogna prenderlo sul serio Renzi, il cambiamento violento di cui parla è assolutamente reale. Come può divenire la vita di milioni di uomini e donne costretti a lavori perennemente precari, sottopagati, sfruttati sino al midollo, licenziabili in qualsiasi momento, senza alcuna tutela sociale, costretti a tentare di lavorare in aziende caserme per oltre 43 anni per sperare di avere una misera pensione pubblica, a pagare affitti abnormi o mutui casa esorbitanti. Il vincolo su cui è stato costruito il modello sociale europeo è quello della primazia dell’uomo sul profitto, oggi, siamo al suo totale rovesciamento. Non è sufficiente denunciare che queste ricette economiche hanno fallito, lo sanno benissimo “lorsignori” che la loro azione di governo creerà nuova disoccupazione, impoverimento  e precarietà e che è destinata a peggiorare ulteriormente i conti pubblici perché mortificherà la domanda deprimendo l’economia. Per cambiare dovrebbero entrare in conflitto con i potentati economici, con la troika, con Confindustria. E questo davvero non lo hanno messo in conto. Non è l’ora del pietismo sulla condizione sociale, è l’ora di ri-costruire un grande movimento di massa contro le loro politiche. Un movimento che si liberi da ogni subordinazione ai partiti politici, che si emancipi da ogni ridicola vicinanza al centrosinistra ed alla Ue per aderire al conflitto vero, non alla sua rappresentazione mediatica. Il sindacato, la Fiom, la Cgil, il sindacalismo conflittuale e i movimenti sociali sono chiamati a impedire che questo modello si affermi. Lo scontro sul Jobs Act può rappresentare la chiave di volta. Lo sciopero della scuola, quello dei facchini ,la manifestazione Fiom che forse diverrà di tutta la Cgil, sebbene insufficiente rispetto al necessario sciopero generale,  e il 14 novembre con lo sciopero sociale potrebbero far saltare il tappo e aprire una nuova stagione di lotte. Proviamoci davvero!

23 settembre 2014

 



Tags: CGIL  FIOM