Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size

Opéra tragique

E-mail Stampa PDF

Considerazioni sui nuovi attacchi ai diritti dei lavoratori

Non è un episodio insignificante o pittoresco il licenziamento in blocco di orchestrali e coristi del teatro dell’Opera di Roma. La maggior parte dei commenti puntano a minimizzarlo o a presentarlo come una conseguenza inevitabile delle agitazioni che hanno spinto il maestro Riccardo Muti a lasciare il teatro. Lo avevo già commentato sul sito, lasciando la parola ad alcuni lavoratori dello spettacolo, in La fuga di Muti: diritti fondamentali o privilegi...

In realtà nessuno parla di alcuni dati elementari: il primo è che questa vicenda conferma che in Italia è facilissimo licenziare. Falsissimo che un imprenditore (metalmeccanico o chimico o dello spettacolo) debba tenersi a vita chi ha assunto, come ci raccontano ogni giorno i renziani d’assalto.

Il sovrintendente Carlo Fuortes dice che questo “non è un ricatto”, ma invece è proprio un ricatto in perfetto stile Marchionne: “Se non accettate, chiudiamo”. In ogni caso promette che la futura orchestra cooperativa “potrà” essere formata da parte o tutti i musicisti licenziati. Ovviamente se si mostreranno docili e rinunceranno alla difesa dei diritti acquisiti.

In sostanza, l’importante per il teatro è avere un filtro: non dovrà licenziare individualmente nessuno, ci penseranno i responsabili della cooperativa. Esattamente come nella logistica, nelle pulizie, e in moltissimi settori dell’industria, dove il caporalato è stato nobilitato ed esteso grazie al “Pacchetto Treu”, che prende il nome da quel famoso esponente della “sinistra” che oggi viene premiato da Renzi affidandogli la responsabilità importantissima di spremere ancora l’INPS, in veste di commissario straordinario.

Il meccanismo è semplice: la cooperativa, affidata a un manutengolo del committente, seleziona chi entra e chi resta fuori. Non sarebbe più riconoscibile un licenziamento discriminatorio, risulta solo una legittima e banale “mancata assunzione”…

Questo metodo l’avevo già conosciuto in Puglia, ad esempio quando l’imprenditore Filograna (vedi il Dossier su Un imprenditore salentino), dopo anni in cui aveva scritto sui cancelli delle sue fabbriche “Qui il sindacato non entra”, aveva affidato la responsabilità per le sue esternalizzazioni alla CGIL, accolta a braccia aperte proprio per questa funzione. Lo aveva fatto dopo una famosa cena a base di aragoste offerta a D’Alema in uno dei suoi ristoranti di Gallipoli, a cui era seguito il tesseramento in massa e quasi coatto alla CGIL. Poco dopo, l’annuncio della crisi, presentata come dovuta alla concorrenza dei paesi dell’Est… in cui già Filograna aveva spostato gran parte della produzione.

A convincere operaie e operai a rinunciare a un posto fisso diventato incerto, e a tentare la strada delle piccole aziende esternalizzate (con uomini di fiducia e macchinari forniti dallo stesso Filograna), era stata tra gli altri una sindacalista che poi ha fatto parecchia strada. È stata eletta deputata PD per tre legislature, ed è ora sottosegretario al lavoro e alle politiche sociali nel governo Renzi: Teresa Bellanova. Il bilancio di quell’operazione era stato lo smantellamento di fabbriche che avevano avuto in organico migliaia di operai, in parte esternalizzate in Albania e altri paesi dell’ex blocco sovietico, in parte smembrate in molte micro aziende scarsamente controllabili, in cui era facilissima la messa al bando dei lavoratori “non affidabili”, che ovviamente non avevano superato il nuovo periodo di prova nelle fabbrichette sparse tra garage e cantine in tutta la zona. Oggi questa stessa Bellanova è responsabile, sotto Poletti, delle politiche sociali, e dovrebbe tutelare anche i lavoratori dello spettacolo del Teatro dell’Opera licenziati in tronco!

I grandi quotidiani intanto si impegnano a fondo a presentare orchestrali e coristi come famelici parassiti, e denunciano casi limite di contrattazione integrativa, sorvolando sui tagli apportati da tempo ai bilanci (tranne che per i manager, le consulenze e i divi). E a proposito del significato emblematico di questa deregulation, si legga cosa dice il sovrintendente Fuortes a proposito della nuova orchestra, che dovrebbe essere pronta già a gennaio.

Alla intervistatrice del Messaggero che gli chiede se “ci sarà un bando”, Fuortes risponde tranquillamente che “data la specificità del servizio, non è obbligatorio applicare la legge sugli appalti”. Ecco un altro obbiettivo dell’operazione: sostituire al regolare e difficile concorso con cui i lavoratori licenziati erano stati assunti, un accordo sottobanco con chi si assumerà il compito sporco di selezionare chi accetta le nuove condizioni.

Anche questa apparentemente piccola vicenda, fa capire qual è l’obiettivo di tutte le misure proposte dal governo Renzi, siano esse quelle del Jobs Act, o sia la “buona scuola” basata sulla selezione dall’alto degli insegnanti di serie A e serie B, poderosa arma di ricatto e di divisione. Sono collegate tra loro, e tutte vanno combattute, senza farsi ingannare dalla propaganda sui “privilegi” da eliminare.

--- --- ---

Appendice

Su Poletti e la tradizione del PCI

Mi dispiace polemizzare così spesso col Manifesto, ma è difficile evitarlo. Sembra incredibile, ma oggi un articolo di un tal Giuseppe Buondonno scopre nel solo Poletti i primi sintomi di un mutamento del riferimento di classe del PD (a cui salvo errore Buondonno è o era iscritto fino a poco tempo fa e che rappresentava come assessore nella giunta di Fermo). Per farlo deve mitizzare il PCI di Togliatti. A questo assiduo collaboratore del Manifesto l’idea togliattiana del rapporto con i ceti medi (che comprendevano però furbescamente anche i padroni di aziende da 1.000 operai) sembra “parte integrante di un conflitto di classe e di una strategia di superamento della società capitalistica”. In realtà non si superava un bel niente, e si moltiplicavano i casi di collaborazione “suicida” allo smantellamento della forza della classe: ce ne sono stati moltissimi, in epoca recente e meno recente, e certo Poletti è stato scelto da Renzi per la ricca esperienza che ha fatto nella Lega delle Cooperative, che soprattutto in alcune regioni un tempo “rosse” è una vera organizzazione padronale senza scrupoli e senza alcuna traccia dell’ideologia originaria.

Tutta la storia del PCI e dei suoi continuatori fornisce esempi abbondanti. Il caso più conosciuto, anche se ci si sforza di farlo dimenticare da parte dei molti responsabili di quella sconfitta spacciata per vittoria, fu il soffocamento della lotta dei 37 giorni della FIAT nel 1980 e la conseguente imposizione - attraverso consultazioni truccate - di un accordo che smantellava la forza operaia. Ma si può risalire molto più indietro nel tempo. Ad esempio nel lontano 1945 Togliatti in persona si impegnò a far rientrare alla FIAT il manager Valletta, che gli operai avevano condannato a morte per la sua collaborazione con gli occupanti nazisti. Lo stesso accadde con migliaia di “quadri” fascisti che erano fuggiti al momento dell’insurrezione, quando gli operai avevano salvato la fabbrica dai tedeschi in ritirata che la dovevano distruggere…

Riprendo a questo proposito un brano dal libro Cento e uno anni di FIAT:

Ai primi di novembre del 1945 Togliatti si era già pronunciato nel comitato centrale del PCI a favore del ritorno di Valletta, ma si era recato poi anche al Congresso provinciale di Torino per convincere i comunisti locali a cambiare linea, alludendo chiaramente alla situazione creatasi alla FIAT:

“Un grande stabilimento dell’Italia del nord non è in grado di proseguire il lavoro, in quanto sono stati allontanati ben 1.200 esperti tecnici, e non sotto accuse di atrocità e collaborazionismo, ma semplicemente perché invisi alla massa. Questo è un grave errore, qui esulano motivi politici ed entrano in gioco le vecchie rivalità di carattere sindacale fra tecnici e operai. I lavoratori onesti e coscienti non devono inasprire tale dissidio, ma adoperarsi per un avvicinamento e una fratellanza delle categorie, non dimenticandosi che di provetti tecnici la vita italiana, oggi, ha un grandissimo bisogno.”[1]

Subito dopo Emilio Sereni rivolse un appello, pubblicato sull’Unità del 1° dicembre 1945, ai “tecnici” della FIAT, per rassicurarli che i comunisti volevano “vederli ritornare, richiamare al lavoro come fratelli del lavoro”, non esclusi quelli che “ieri, nell’atmosfera di oppressione creata dal fascismo, hanno lavorato per i padroni”. Ma quelli che venivano chiamati “tecnici” erano invece capi, che avevano avuto gravi responsabilità politiche in molti momenti, ed erano per questo odiati dai lavoratori.

La conseguenza di quello sforzo per far rientrare alla testa delle fabbriche padroni e manager, fu che questi, nel giro di pochissimi anni, a volte di mesi, deportarono nei “reparti confino” (anticamera del licenziamento) gran parte degli operai comunisti.

Io osservavo a questo proposito nel libro che la linea di collaborazione di classe passò per l’inesperienza delle nuove leve comuniste, e l’assenza di un’alternativa alla linea nazionale, che era avallata soprattutto dal prestigio di Togliatti, il quale non mancava mai di ricordare che veniva dall’URSS ed era l’interprete delle indicazioni del grande “partito fratello” e di Stalin. Ma anche per il fatto che, pur rinunciando a obiettivi strategici possibili per consolidare e rafforzare i rapporti di forza conquistati con la resistenza, almeno si erano contrattate misure compensative, come la scala mobile che adeguava almeno parzialmente i salari agli aumenti del costo della vita.

Ma, come ricostruì con brutale franchezza Giorgio Amendola, che fu a lungo ispiratore e maestro di Napolitano, risale comunque a quegli anni del secondo dopoguerra quel processo, che trasformò una grande forza comunista e antagonista nel principale baluardo dell’interesse nazionale. Ecco come la ricostruisce:

“Nelle giornate insurrezionali i padroni, gli industriali collaborazionisti, e anche molti altri che avevano colpe minori sulla coscienza, avevano abbandonato i loro posti. Gli operai, i tecnici, gli impiegati, raccolti intorno ai Comitati di Liberazione Nazionale di azienda, avevano assunto la direzione degli stabilimenti, non per instaurare un regime di classe con l’eliminazione dei proprietari, ma per assicurarne la gestione nell’interesse nazionale”. […] La diserzione dei padroni poneva alla classe operaia il compito di dirigere la ripresa produttiva, in una tragica situazione d’emergenza, e non per soddisfare solo i propri interessi di classe, ma per rispondere alle esigenze generali della Nazione”.[2]

Notare l’esplicita dichiarazione dello scopo: “non per instaurare un regime di classe con l’eliminazione dei proprietari, ma per assicurarne la gestione nell’interesse nazionale”. Per i dirigenti era questo, non così per la maggior parte dei lavoratori, e per questo padroni, capi e scherani vari erano fuggiti all’estero.

Sembra incredibile, ma su quello che continua a definirsi un “quotidiano comunista” si è passati dalla santificazione di Enrico Berlinguer al recupero di Togliatti, cancellando anni di critica marxista alla collaborazione di classe. Va detto che l’articolo di Buondonno poi conclude sperando che l’approdo di Civati alla manifestazione di Vendola, e la ritrovata unità sindacale per il 25, diano un segnale di svolta. Ma sarà impossibile qualsiasi inversione di tendenza, se non si capisce cos’è stato che ha distrutto l’immenso potenziale di lotta espresso dai lavoratori italiani durante la lotta contro il fascismo e poi di nuovo nel 1968-1969 e ancora per alcuni anni successivi. E se non si ricomincia a sostenere ogni forma di resistenza agli attacchi di padronato, manager e governo, senza farsi ingannare dalla propaganda che li presenta come corporativi o minoritari.

(a.m.3/10/14)



[1] V. Castronovo, op. cit., pp. 723-724.

[2] Giorgio Amendola, Lotta di classe e sviluppo economico, Editori Riuniti, Roma, pp. 30-32.