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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Michel Husson: Note sull’imperialismo contemporaneo

Michel Husson: Note sull’imperialismo contemporaneo

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La mondializzazione rimette in discussione gli approcci classici all’imperialismo? È questo l’interrogativo che funge da filo conduttore dell’articolo, che comprende due parti più ampie, la prima delle quali presenta una breve rassegna di queste teorie, mentre la seconda cerca di individuare i tratti specifici della mondializzazione che ne rendono indispensabile un aggiornamento teorico e concettuale. Si tratta di riflessioni provvisorie che puntano soprattutto ad abbozzare gli assi di questo aggiornamento. (m.h.). Questo testo, che deve apparire sul prossimo numero dei Nouveaux cahiers du socialisme, ha stimolato indirettamente il dibattito nel Bureau della Quarta Internazionale, di cui ho riportato sul sito i primi due interventi in Un dibattito della Quarta Internazionale sull'imperialismo .(a.m.)

 

La teoria classica dell’imperialismo

 

Il termine imperialismo non compariva in Marx, ma emergeva con il lavoro di Hobson uscito nel 1902.[1] Darebbe in seguito stato ripreso dai marxisti degli inizi del XX secolo. Il concetto non sta tuttavia ad indicare la teoria dello sfruttamento dei paesi del Terzo Mondo, ma rinvia piuttosto all’analisi delle contraddizioni dei paesi capitalistici e a una teoria dell’economia mondiale i cui elementi costitutivi si trovano già in Marx.

Nel Manifesto del Partito Comunista, Marx pone in rilievo che «con lo sfruttamento del mercato mondiale, la borghesia imprime un carattere cosmopolita alla produzione e al consumo» e, nel Capitale, sosterrà con molta chiarezza: «La base del modo  di produzione capitalistico è costituita dal mercato mondiale stesso».[2] Nelle analisi del Capitale, la funzione del commercio internazionale consiste principalmente nella controtendenza che fornisce alla caduta del saggio di profitto: «capitali investiti nel commercio estero sono in grado di produrre un saggio di profitto più elevato perché in primo luogo qui si entra in concorrenza con paesi con minori facilità di produzione mercantile».[3] E Marx pone l’accento sul fatto che vi è trasferimento di valore: «Il paese favorito riceve in compenso più lavoro di quanto non ne abbia offerto in cambio, benché questa differenza, questo surplus, come nello scambio tra capitale e lavoro, sia intascato da una singola classe».[4]

Per Lenin, Bucharin e Rosa Luxemburg, non si tratta in partenza di analizzare quello che oggi chiameremmo il rapporto Nord-Sud: il problema teorico in discussione riguarda le condizioni interne di funzionamento del capitalismo. Dopo la “grande depressione”, durata dal 1873 al 1895, in effetti, il capitalismo torna ad avere una crescita più dinamica, conoscendo al contempo sostanziali mutamenti. Tutta una serie di teorici, tra cui Bernstein e quelli che Lenin chiamerà i marxisti legali proporranno un’interpretazione degli schemi di riproduzione che dimostrano la possibilità di uno sviluppo illimitato del capitalismo sulla sola base del mercato interno. Il problema che si pone è dunque quello di capire il funzionamento del capitalismo a un determinato stadio della sua storia. È rispetto a questa problematica che verrà introdotto il concetto di imperialismo e che i paesi coloniali o semicoloniali avranno una funzione specifica nell’analisi teorica.

Alle ottimistiche previsioni di un Bernstein sulla dinamica del capitalismo, Rosa Luxemburg contrappone una lettura diversa degli schemi di riproduzione. L’argomento si può riassumere abbastanza semplicemente. Con l’accumulazione del capitale, la composizione organica tende ad aumentare, proprio mentre il capitalismo cerca di contenere la crescita dei salari. In queste condizioni, tenendo ferma l’ipotesi attribuita a Marx secondo cui «i capitalisti e gli operai sono gli unici consumatori», la riproduzione del capitale diventa impossibile. Rosa Luxemburg respinge infatti le tesi di Tugan-Baranovsky che cercava di dimostrare come l’espansione capitalistica fosse possibile in base a uno sviluppo senza fine della sezione mezzi di produzione. Recupera un’intuizione fondamentale di Marx secondo cui «la produzione di capitale costante non avviene mai di per sé, ma soltanto perché se ne impiega di più nelle sfere di produzione che producono per il consumo individuale».[5] Per la Luxemburg, la riproduzione del capitale ha bisogno quindi, «come condizione prima, di una cerchia di acquirenti che si situino al di fuori della società capitalista».[6]

Questa idea, come già detto, era presente in Marx, che segnalava nel Manifesto: «spinta dal bisogno di sbocchi sempre più vasti per i propri prodotti, la borghesia invade tutta la sfera del globo». Questa concezione, che implica che la realizzazione del plusvalore ha  permanentemente bisogno dell’apertura di mercati esteri, spiega bene il periodo dell’espansione imperialista, in cui i paesi dominanti svolgono un ruolo crescente dal punto di vista dei prodotti che offrono. Ma la sua base teorica non può essere sistematizzata: che in certe condizioni storiche particolari l’espansione imperialista sa un elemento importante, se non decisivo, dell’accumulazione del capitale, è una cosa; ma fare di questa constatazione una legge assoluta, come fa Rosa Luxemburg per la quale «il plusvalore non può essere realizzato né dai lavoratori salariati né dai capitalisti, ma solo da strati sociali o da società con modi di produzione precapitalistici», è un salto che non si può fare.

«Se si dovesse definire l’imperialismo il più brevemente possibile, si dovrebbe dire che è lo stadio monopolistico del capitalismo».[7] Vediamo dunque come Lenin prenda come punto di partenza il modo di funzionamento dei paesi capitalisticamente più sviluppati. Ha un duplice intento: da un lato, prendere atto delle trasformazioni intervenute in questo funzionamento, dall’altro spiegare come le rivalità inter-imperialiste abbiano condotto alla Prima Guerra mondiale.

L’imperialismo fase suprema del capitalismo, scritto nel 1916, riprende da Hobson ed Hilferding le loro analisi classiche del capitalismo finanziario, ma allarga la definizione alle seguenti cinque categorie: 1)concentrazione della produzione e del capitale giunta a un grado di sviluppo così elevato da creare i monopoli, il cui ruolo è decisivo nella vita economica; 2) fusione del capitale bancario e di quello industriale, e creazione sulla base di questo “capitale finanziario” di un’oligarchia finanziaria; 3) l’esportazione dei capitali, a differenza dell’esortazione di merci, assume un importanza tutta particolare; 4) formazione di unioni monopoliste internazionali di capitalisti che si dividono il mondo; e 5) fine della spartizione territoriale del globo delle maggiori potenze mondiali capitaliste.[8]

Bucharin[9] propone una presentazione dell’economia mondiale più sistematica di quella di Lenin, insistendo sulla contraddizione tra l’internazionalizzazione delle forze produttive e l’appropriazione del plusvalore che continua a svolgersi su scala nazionale. Effettua la critica alla teoria dell’ultra-imperialismo di Kautsky, secondo cui la concentrazione del capitale potrebbe portare a un funzionamento armonioso dell’economia mondiale. La sua teorizzazione, tuttavia, si basa in fin dei conti su un modello adeguato alla sua epoca ma ormai superato: ciascun capitalista nazionale risolverebbe i suoi problemi grazie alla formazione di una sorta di Capitalismo Stato, e le contraddizioni del capitalismo sarebbero trasferite sul piano mondiale, manifestandosi solo in forma di rivalità inter-imperialiste.

Da parte sua, Trockij ha delineato una «legge dello sviluppo ineguale e combinato» che significa sostenere che se il capitalismo tende ad espandersi al mondo intero, non lo fa in modo lineare e armonico. Questo approccio consente di evitare due semplificazioni arbitrarie. La prima consisterebbe nel presentare il capitalismo, malgrado la violenza dei suoi metodi, come un agente del progresso storico presentando alla fine un bilancio globalmente positivo: Ma la formulazione della legge si distingue anche da una tesi che si potrebbe definire terzomondista, secondo la quale il capitalismo sarebbe radicalmente incapace di sostenere un qualsiasi sviluppo nei paesi dominati.

Queste acquisizioni accumulate a poco a poco dai classici del marxismo saranno dilapidate dalla controrivoluzione staliniana. Per ragioni di convenienza politica della burocrazia sovietica, la teoria marxista si troverà ridotta a una visione schematica che cerca di affermare il ruolo progressista delle borghesie nazionali rispetto a un imperialismo interessato esclusivamente alla conservazione delle strutture locali, chiamate feudali, per giustificare la politica della Terza Internazionale.

 

La teoria della dipendenza

 

Dovendo semplificare, sotto la parola “dipendenza” si possono raggruppare numerosi contributi che compaiono dopo la Seconda Guerra mondiale e che si ricollegano alle teorie classiche dell’imperialismo. La novità importante è che si ragiona dal punto di vista dei paesi dominati, insistendo sulle deformazioni che implica lo sviluppo capitalistico mondiale. Nonostante la fioritura di approcci assai diversificati, si può tuttavia considerare che esiste un nocciolo comune, riassumibile nella seguente definizione di dipendenza di Theotonio Dos Santos: «Per dipendenza intendiamo una situazione in cui l’economia di certi paesi è condizionata dallo sviluppo e dall’espansione di un’altra economia cui è subordinata. Il rapporto di interdipendenza tra due o più economie, tra queste e il commercio mondiale, assume la forma della dipendenza quando alcuni paesi (quelli dominanti) conoscono l’espansione e l’autosufficienza, mentre altri (quelli dipendenti) non possono sperare di arrivarvi se non come sottoprodotto di questa espansione (…). Vediamo come i rapporti instaurati dal mercato mondiale siano ineguali e combinati».[10]

L’eco delle formulazioni di Trockij è un po’ più di una coincidenza e segna il ritorno delle teorizzazioni dell’economia mondiale presa nella sua globalità. Ma è un ritorno tirato verso il “terzomondismo” che tende a sopravvalutare alcuni tratti della struttura dell’economia-mondo.

Le tesi di André Gunder-Franck[11]sono un buon esempio di questa tendenza al passaggio al limite. Il punto di partenza è il contesto corretto della polarizzazione dell’economia mondiale: lo sviluppo del capitalismo non è omogeneo, esiste quel che Frank e Samir Amin chiamano Centro e Periferia. L‘intento di liberarsi dello schematismo staliniano porta Frank a a spingere fino in fondo la sua logica alternativa per quanto concerne l’America Latina. Poiché si tratta di rifiutare tesi “dualiste” sommarie che contrappongono un settore “feudale” e un settore capitalista, Frank insisterà sulla predominanza capitalista sostenendo che l’America Latina è capitalista, fin dai primi anni della conquista.

La tendenza a saltare da uno schema estremo all’altro si ritrova in maniera ancor più marcata in un approccio che è stato predominante negli anni Sessanta e che si potrebbe riassumere sommariamente così: Il capitalismo saccheggia il Terzo Mondo,[12], riporta integralmente in patria i suoi profitti, è perciò incapace di assicurare lo sviluppo industriale dei paesi dominati. Non esiste quindi nessuna differenza di natura tra la rivoluzione antimperialista e la rivoluzione socialista. Che questa conclusione sia coerente con la teoria della rivoluzione permanente va da sé. Quel che è meno convincente retrospettivamente è il carattere unilaterale dell’analisi economica, fondata soprattutto sul concetto di scambio ineguale.

L’immagine del saccheggio era molto diffusa e ha trovato il suo modello con il libro di Arghiri Emmanuel.[13]Per lui, quel modello ha il pregio della semplicità: i paesi della periferia sono contraddistinti da salari e livelli di produttività inferiori. Esiste tuttavia un mercato mondiale di cui si forma, per perequazione dei saggi di profitto, un unico prezzo. L’unicità di prezzo, riferita alle differenti produttività, comporta trasferimenti di valore, in altri termini lo sfruttamento della periferia ad opera del centro. L’errore di fondo consiste nel confondere paesi e capitali, e approda immancabilmente a questa paradossale visione di una solidarietà d’interessi tra la classe operaia e la borghesia dei paesi imperialisti, che, per dir così, collaborerebbero allo sfruttamento dei lavoratori dei paesi dipendenti. Non c’è da stupirsi che si sia potuto parlare all’epoca di “nazioni proletarie”, cosa che porta nonostante tutto a uno slittamento sorprendente, visto che il radicalismo della teoria dello scambio ineguale tende alla fine a recuperare l’idea del nazionalismo antimperialista.

Questa rapida panoramica non dà conto della ricchezza e del rigoglio delle discussioni. La principale critica che si può comunque rivolgere alle versioni radicalizzate delle teorie della dipendenza è quella di aver costituito un ostacolo alla comprensione dei processi di industrializzazione che si sviluppavano proprio negli anni Sessanta. In vari paesi capitalistici dipendenti, quali il Messico, l’Argentina o il Brasile in America Latina, la Corea o l’India in Asia, l’Algeria o la Costa d’Avorio in Africa, si è assistito a processi di industrializzazione dopo la Seconda Guerra mondiale, fino agli inizi degli anni Settanta. I saggi di crescita raggiunti mediamente nei paesi del Sud sono equivalenti, quando non superiori, a quelli dei paesi imperialisti, in quel periodo.

Le versioni più estreme e/o più banalizzate delle teorie della dipendenza non hanno consentito, all’epoca, di cogliere correttamente la realtà dello sviluppo locale basato sulla crescita dell’industria di sostituzione che rimpiazzava progressivamente i beni importati. La visione troppo unilaterale delle cose rimandava all’eccessivo ruolo attribuito alla sfera della circolazione e popolarizzava l’immagine di paesi la cui ricchezza era continuamente pompata dall’esterno, con la tendenza simmetrica a esagerare l’importanza di questo trasferimento per i paesi imperialisti.

 

Il grande cambiamento dell’economia mondiale

 

La mondializzazione ha condotto, come effetto “boomerang”, a un vero e proprio capovolgimento dell’economia mondiale. Lo si può misurare in tanti modi ma il criterio più significativo è sicuramente il grado di industrializzazione. Tra il 2000 e il 2013, la produzione manifatturiera mondiale (industrie, esclusa l’energia) è progredita del 37%, ma il suo aumento, quasi per la totalità, è stato realizzato nei cosiddetti paesi emergenti, dove è più che raddoppiato (+112%), mentre ristagnava nei paesi avanzati (+1,5%). Metà  della produzione manifatturiera mondiale è realizzata dai paesi emergenti (v. Grafico 1)

Produzione manifatturiera mondiale

 

In  miliardi di $ USA – Fonte: CPB World Trade Monitor

 

Il fenomeno ha assunto tutta la sua ampiezza fin dall’inizio del XX secolo e ha portato a questa imprecisata categoria di paesi cosiddetti “emergenti”. In senso lato, indica il complesso dei paesi “non avanzati” (come si vede nella scomposizione della produzione industriale). Questa ripartizione, tuttavia, nasconde il fatto che esistono paesi che non sono né “avanzati”, né “emergenti”. È comunque sufficiente a dare l’idea del grande cambiamento.

La domanda che si pone è se la forte ascesa dei paesi emergenti rimetta in questione gli approcci “classici” o “dipendentisti” all’imperialismo. Non c’è, al riguardo, da aver timore di essere iconoclasti (almeno in un primo tempo) e di mettere in rilievo quel che può esservi di inedito nella nuova configurazione.

 

Una nuova configurazione dell’economia mondiale

 

Secondo i classici, i paesi dipendenti costituivano i ricettacoli dei capitali esportati dai paesi imperialisti. Abbiamo visto che Lenin faceva dell’esportazione di capitali uno dei criteri di definizione dell’imperialismo. Basta tuttavia ricordare che gli Stati Uniti sono attualmente importatori netti di capitali per dimostrare che le cose sono cambiate. Pierre Dockès[14]riassume così l’attuale configurazione: «I capitali non si spostano più dal Nord al Sud, e non semplicemente dal Sud a Nord, come spesso si dice, ma si spostano dai paesi emersi di recente verso i paesi maturi e verso quelli ancora in sviluppo (un flusso ben più modesto)». Dockès arriva persino a parlare di imperialismo «al rovescio» o di «emersione» che «si esercita, da un lato, verso i vecchi paesi sviluppati, con l’esportazione di prodotti industriali e di capitali, dall’altro sui paesi in via di sviluppo (Africa, Asia sottosviluppata), con appropriazione di risorse in materie prime, prodotti energetici ed anche terre».

 

L’indicatore più esplicito di questi cambiamenti è quello appena ricordato, vale a dire l’industrializzazione dei paesi periferici, un’industrializzazione non più confinata all’industria di assemblaggio (tessile o elettronico) ma che segna la “rimonta delle filiere” verso prodotti ad alta tecnologia, quando non a beni di produzione. Le cosiddette “Tigri” [asiatiche] di qualche tempo fa, soprattutto la Corea del Sud, avevano aperto la strada che oggi sta seguendo la Cina, in maniera ancor più massiccia.

L’economia mondiale si sta attualmente strutturando attraverso un intricato concatenamento di capitali che definiscono le cosiddette “catene globali di valore”. Questa formula sta a indicare la suddivisione dei vari segmenti dell’attività produttiva su più di un paese, dallo stadio dell’ideazione a quello della produzione e della consegna al consumatore finale. Questo significa che si è passati dall’internazionalizzazione alla mondializzazione del capitale, che porta all’organizzazione a cavallo di vari paesi. L’immagine dell’economia mondiale non deve più essere, quindi, quella di un faccia a faccia asimmetrico tra paesi imperialisti e paesi dipendenti, ma quella dell’inglobamento di segmenti nazionali sotto l’egida delle compagnie multinazionali, le quali tessono la vera e propria tela che racchiude l’economia mondiale.

Un recente studio[15] ha stabilito la cartografia esatta delle interconnessioni tra multinazionali (v. Grafico 2). Essa mostra come la maggior parte (80%) del valore creato dalle 43.000 società prese in esame sia controllata da 737 “enti”: banche, compagnie d’assicurazione, o grandi gruppi industriali. Esaminando più da vicino la complessa rete dellle forme di partecipazione e di controllo diretto, ci si accorge che 147 multinazionali possiedono il 40% del valore economico e finanziario di tutte le multinazionali del mondo intero.

 

 

Grafico 2

La rete delle multinazionali

 

 

La nuova configurazione si traduce in un impressionante dinamismo del capitalismo nei paesi emergenti, i cui bruschi se non schiavistici metodi di intervento evocano le forme violente assunte dalla rivoluzione industriale in Inghilterra nel XIX secolo. Si può dire che le fonti della dinamica del capitale si trovano oggi nei paesi emergenti, come dimostrano la loro resilienza nella crisi, e soprattutto il fatto che ottengono importanti incrementi di produttività , mentre questi ultimi tendenzialmente scemano nei vecchi paesi capitalistici.

Questa dinamica non è più il semplice riflesso della congiuntura nei paesi del Centro. Naturalmente, non vi è “sconnessione”, visto che i paesi emergenti dipendono dalle loro esportazioni verso il Nord. Essi tuttavia accedono progressivamente a una loro autonomia basata sugli scambi Sud-Sud e sulla crescita del loro mercato interno

La prima implicazione del nuovo panorama è che occorre lasciar cadere la rappresentazione dell’economia mondiale come la semplice giustapposizione di economie nazionali e sostituirla con il concetto di economia mondiale integrata. Le società multinazionali sono il soggetto di quest’integrazione, la cui geografia coincide sempre meno con quella degli Stati. Questo crescente intreccio rende obsoleti i classici strumenti d’analisi e cambia le rappresentazioni dell’economia mondiale. Ad esempio, il 15% dei lavoratori francesi, vale a dire due milioni di persone, lavorano in imprese sotto controllo straniero, mentre tre milioni e mezzo di persone in varie parti del mondo sono assunti da filiali di imprese francesi. In una nota recente, Robert Reich dimostra che il concetto di nazionalità di un’impresa è sempre meno pertinente: Ricorda che solo un lavoratore dell’IBM su cinque lavora negli Stati Uniti e che molte multinazionali statunitensi hanno stretto rapporti di co-investimento con ditte cinesi, concludendo: «Smettiamola di chiederci se le grandi multinazionali sono “americane”. È un gioco che non possiamo vincere. Concentriamoci piuttosto su quel che vogliamo che le multinazionali, indipendentemente dalla loro nazionalità, vengano a fare in America, e sul modo in cui possiamo spingerle a farlo».

L’intreccio mondializzato offre ai grandi gruppi vie d’uscita, procurando loro un mercato molto più largo del mercato interno dei loro porti d’approdo (per non parlare dell’evasione fiscale). Si può misurare quest’effetto nel caso francese comparando l’andamento dell’investimento realizzato in Francia con quello effettuato all’estero. Quest’ultimo, relativamente debole agli inizi, , è aumentato in maniera considerevole nel periodo della “nuova economia” fino al tracollo borsistico del 2000, che lo fa scendere, prima che l movimento al rialzo riprenda nel 2005. L’investimento interno delle società, finanziarie e non, rappresenta, da parte sua, una quota del PIL pressappoco stabile. La forbice tra mercato interno e mercato mondiale può anche misurarsi con la divaricazione della produttività tra i grandi gruppi internazionalizzati e le altre imprese. Tra il 2000 e il 2006, i profitti delle imprese del CAC 40 sono raddoppiati, passando da 46 a 96 miliardi di euro, mentre il profitto dell’insieme delle imprese francesi è aumentato solo del 20%: Questo si spiega con il fatto che la maggior parte dei profitti dei grandi gruppi si è realizzata all’estero. In altri termini, si assiste alla dissociazione della dinamica dei capitali a seconda del loro grado di inserimento nel mercato mondiale. Questo significa anche che la debole crescita del mercato interno di un paese è sopportabile dalle imprese di questo paese, a partire dal momento in cui esse dispongono di sbocchi alternativi sul mercato mondiale.

 

Stati e capitali

 

A partire dal momento in cui la carta degli Stati e quella dei capitali procedono sempre più disgiunte, vanno pensati diversamente anche i rispettivi rapporti. Certo, i legami privilegiati tra una multinazionale e il suo Stato di base non sono spariti e il “suo” Stato cercherà di difendere gli interessi delle sue industrie nazionali. La presa di distanza deriva piuttosto dal fatto che le grandi imprese hanno come orizzonte il mercato mondiale e che una delle fonti della loro redditività sta nella possibilità di organizzare la produzione su scala mondiale così da minimizzare i costi. Non hanno alcun obbligo di ricorrere all’occupazione domestica, e i loro sbocchi sono in gran parte sconnessi dalla congiuntura nazionale del loro punto d’attracco. Il maggiore indizio di quest’asimmetria sta sicuramente nell’ascesa del discorso sull’attrattività: per gli Stati, e vale soprattutto per l’Europa, non si tratta più di sostenere i loro “campioni nazionali” ma di fare di tutto per attrarre gli investimenti stranieri sul proprio territorio.

La mondializzazione porta dunque all’intreccio di rapporti di potere che si organizzano secondo quella che potremmo chiamare una duplice regolazione contraddittoria. Da, un lato, gli Stati devono combinare gli interessi divergenti dei capitali rivolti al mercato mondiale – e che organizzano la produzione di conseguenza – e quelli del tessuto di aziende che producono per il mercato interno. La distinzione tra settore “esposto” e settore “al riparo” assume un rilievo crescente nell’analisi dei capitalismi nazionali. Dall’altro lato, questi stessi Stati cercano sia di garantire una regolazione nazionale coerente sia le condizioni per l’inserimento ottimale in un’economia sempre più mondializzata.

In queste condizioni, i rapporti tra Stati capitalisti si articolano attorno a due obiettivi contraddittori: ogni Stato cerca classicamente di assicurarsi il proprio rango nella scala delle egemonie, ma deve anche garantire le condizioni di funzionamento del capitalismo mondializzato. Le istituzioni internazionali, come ad esempio l’OMC, funzionano allora come una sorta di “sindacato di Stati capitalisti” che mette in opera la totale libertà di circolazione dei capitali. Ma se si prendono in considerazione i negoziati in corso sul trattato transatlantico (Tafta), la posta per gli Stati Uniti è chiaramente quella di appoggiarsi sul “partner” europeo per riaffermare la propria egemonia di fronte all’ascesa della Cina. Oggi, quindi, non esiste né “ultra-imperialismo” né “governo mondiale”, il che fa del capitalismo contemporaneo un sistema che sfugge per sua natura a qualsiasi regolazione effettiva e funziona caoticamente, sballottato tra una concorrenza esacerbata e la necessità di riprodurre un quadro di funzionamento comune. Questo naturalmente non impedisce che, d’altro canto, continuino pratiche tipicamente imperialiste. Un esempio molto attuale è dato dal progetto d’accordo di partenariato economico (APE) firmato lo scorso 10 luglio in Ghana, tra l’UE e 16 paesi dell’Africa occidentale. Esso punta ad eliminare il 75% dei diritti doganali sulle loro importazioni provenienti dall’UE e a ridurre la propria autonomia in materia di politica commerciale al di là delle esigenze dell’OMC.[16]

Il reciproco incrocio di rapporti di potere rende probabilmente impossibile un ragionamento in termini di successioni di potenze dominanti, quasi che l’egemonia della Cina dovesse meccanicamente raccogliere il bastone degli Stati Uniti. Senza addentrarsi in un’analisi geostrategica che esula dal quadro di questo articolo, si potrebbe pensare che questi rapporti di potere siano oggi strutturati secondo due assi: un asse “verticale” classico che contrappone le grandi potenze, e un asse “orizzontale” che corrisponde alla concorrenza tra capitali. Per questo l’economia mondiale non si può più analizzare secondo il solo rapporto gerarchico che contrappone paesi imperialisti e paesi dominati. Spingendo fino in fondo questo ragionamento, si potrebbe arrivare a parlare di un “imperialismo al rovescio”, come fa Pierre Dockès, che ha comunque ragione a insistere sulla crescente concorrenza esercitata non solo per la conquista dei mercati ma anche per il controllo delle risorse.

 

Una configurazione instabile

 

Se ci si deve renderei conto dell’entità di questo grande capovolgimento dell’economia mondiale, occorre anche cercare di svelarne limiti e contraddizioni, senza limitarsi a protrarre le tendenze dell’ultimo decennio. Le seguenti riflessioni sono piuttosto ipotesi di lavoro che non “previsioni”. Tuttavia, è forse utile dopotutto partire da quelle dell’OCSE, che ha appena pubblicato uno studio prospettico delle previsioni sull’economia mondiale all’orizzonte del 2060.[17]

Vi si prevede che «la crescita anche più sostenuta nei paesi emergenti che non in quelli dell’OCSE, rallenterà malgrado tutto a causa del progressivo esaurimento del processo di recupero e di una meno favorevole demografia». L’OCSE scompone classicamente la crescita in tre elementi: il capitale, il lavoro (aumentato del “capitale umano”) e la produttività globale dei fattori.

Quest’audace contabilità vale quel che vale, ma fa il punto comunque su un fenomeno centrale quale è quello del marcato rallentamento della produttività, cosi definita nei paesi emergenti: passerebbe da oltre il 5% nel corso dell’ultimo decennio al 3,2 durante quello successivo (2010-2020, e a 2,1% all’orizzonte del 2060 (v. Tabella1).

 

 

 

Tabella 1 - Le previsioni di crescita dell’OCSE

 

 

2000-2010

2010-2020

2020-2030

2030-2040

2040-2050

2050-2060

 

 

 

Paesi’OCSE

 

 

 

PIL

1,41

1,42

1,81

1,67

1,48

1,41

Produttività

0,76

1.10

1,50

1,38

1,28

1,24

Capitale

0,18

0.06

0,15

0,06

-0,007

-0,11

Lavoro

0,49

0,30

0,16

0,23

0,26

0,30

 

 

 

Paesi G/7 fuori da OCSE

 

 

 

PIL

6,46

4,86

3,71

3,22

2.51

2.34

Produttività

5,13

3,23

2,77

2,57

2,34

2,14

Capitale

0,15

0,97

0,31

00,6

-0,05

-0,10

Lavoro

1,18

0,70

0,62

0,59

0,21

0,30

 

La constatazione secondo la quale gli incrementi di produttività – che sono, ancora una volta la base materiale della dinamica del capitale -  avvengono oggi nei paesi emergenti, potrebbe dunque essere contraddetta probabilmente in tempi più brevi delle previsioni dell’OCSE. È tanto più vero in quanto queste si basano sull’ipotesi di incrementi di produttività fondati per i tre quarti sulle tecnologie informatiche, ipotesi che lo stesso rapporto taccia d’ottimismo «rispetto alla storia recente». Il caso della Cina porta a sviluppare l’argomento come segue: la ripresa delle filiere, in altri termini la capacità di produrre merci ad alto livello tecnologico, dipende dal co-investimento internazionale, o riflette la crescente autonomia dell’apparato produttivo cinese? L’analisi delle catene di valori mostra che esistono importanti trasferimenti di valore aggiunto. La situazione si complica con la tendenza alla sovraccumulazione di capitale che porta alla riduzione della redditività dei capitali,[18]cui si aggiunge la crescente dipendenza in fatto di energia, scarsità di terre, ecc. I dirigenti cinesi sono consapevoli dei limiti del modello e hanno pianificato un ricentraggio sul mercato interno. Quest’ultimo, però, si scontra con due ostacoli di fondo: Da un lato, l’apparato produttivo non è immediatamente adattabile alla domanda interna e soprattutto ricentrare su questa richiederebbe un importante cambiamento nella ridistribuzione dei redditi.[19]

Gli interrogativi sono ancor più legittimi per quanto riguarda gli altri BRICS. Ad esempio, nel caso del Brasile, Pierre Salama può parlare di “ri-primarizzazione” e di deindustrializzazione.[20]In linea generale, i paesi emergenti sono entrati in una fase di instabilità cronica dei loro bilanci esteri. E, soprattutto, l’economia mondiale non si può analizzare secondo l’approssimativa divisione tra paesi “avanzati” e paesi “emergenti”, dimenticando altre categorie di paesi, come ad esempio quelli “redditieri”. Una parte rilevante della popolazione mondiale vive in paesi, o in segmenti di paesi, tenuti ai margini della dinamica della mondializzazione capitalistica. Gli spartiacque attraversano le formazioni sociali e contribuiscono a destrutturare le società.

 

Ipotesi di lavoro a mo’ di conclusione

 

La legge dello “sviluppo disuguale e combinato” è sempre d’attualità. A condizione di capire bene che non riguarda più economie nazionali relativamente omogenee: ancora una volta, la carta dei capitali non si sovrappone più a quella degli Stati e il capitale finanziario internazionale ha acquisito un’autonomia senza un precedente storico.

La questione teorica più ardua, e che di certo non è possibile elucidare in questa sede, è sapere fino a che punto i cosiddetti paesi emergenti abbiano acquisito la reale padronanza dei processi di produzione o in che misura restino ancora dei subappaltanti sottoposti alla volatilità dei capitali internazionali. La risposta è sicuramente diversa a seconda dei paesi e dei settori e, da questo punto di vista, occorre rimettere in questione l’omogeneità della categoria di “paesi emergenti”. Dalla risposta a questa questione dipenderà in fin dei conti il grado di ridiscussione indispensabile delle concezioni classiche dell’imperialismo.

Un secondo interrogativo riguarda il carattere durevole della nuova configurazione dell’economia mondale. Da un lato, l’esaurirsi della crescita al Nord finirà probabilmente per frenare quella del Sud e, dall’altro lato, le tensioni sociali al Sud peseranno nella direzione di una crescita autocentrata e quindi rallentata.

Molte di queste questioni verranno risolte sul terreno non strettamente economico, ma sociale ed economico. L’attuale organizzazione dell’economia mondiale porta infatti alla permanente fuga in avanti verso l’arretramento sociale. D’altro canto, è quel che implicano le previsioni dell’OCSE sopra riportate, che prevedono l’ascesa universale delle disuguaglianze, e il cui messaggio è così riassumibile: “Se volete una crescita più forte, secondo l’OCSE, dovete accettare una maggiore disuguaglianza E viceversa. Anche per raggiungere un mediocre saggio di crescita del 3% per l’economia mondiale, il lavoro deve diventare ‘più flessibile’, e l’economia ancor più globalizzata”.[21]

Sovrastante le precedenti considerazioni, per finire, vi è la sfida  del cambiamento climatico che implicherebbe la collaborazione internazionale e la divaricazione verso un altro modello di sviluppo. Ma le due condizioni sono incompatibili con la logica di fondo del capitalismo, che è un sistema basato sulla concorrenza tra capitali e la ricerca del profitto.

Occorre dunque rivedere la teoria dell’imperialismo. Questo, però, passa anche per la costruzione paziente di un nuovo internazionalismo fondato sull’oggettiva comunanza di interessi dei lavoratori messi in concorrenza attraverso il mondo, al di là delle rispettive differenze di condizioni di vita. In ultima analisi, è nelle lotte che può emergere una migliore comprensione dell’avversario comune.

 

Traduzione di Titti Pierini

 

 



[1] John Hobson, Imperialism, (1902), (tr. it.: L'imperialismo, Isedi, Milano 1974).

[2] Karl Marx, Il Capitale, libro III, tomo VI, (, p. 341 delle Editions Sociales, dalla versione in francese da cui cita l’A.)

[3] Ivi (p. 250).

[4] Ivi (p. 251).

[5] Ivi (p. 314).

[6] R. Luxemburg, L’accumulazione del capitale, (1913), In Oeuvres, vol. IV, (p. 25, Petite Collections Maspero).

[7] Lenin, L’imperialismo fase suprema del capitalismo, (p. 113, Editions de Moscou).

[8] Ivi, (p. 114).

[9] Cfr. Nikolaj Bucharin, L’economia mondiale e l’imperialismo (Anthropos, 1967.

[10] Theotonio Dos Santos, « The structure of dependence », American Economic Review, maggio 1970.

[11] Si veda ad esempio Capitalismo e sottosviluppo in America Latina, (Maspero, 1968).

[12] Pierre Jalée, Il saccheggio del Terzo Mondo (Maspero, 1965) ; Il Terzo Mondo nell’economia mondiale, (Maspero 1968).

[13] Argiri Emmanuel, Lo scambio ineguale, (Maspero, 1999). (Unequal Exchange, Monthly Rewiew)

[14] Pierre Dockés, in Wladimir Andreff (a cura di), « Mondialisation et "impérialisme à l’envers"La mondializzazione stadio supremo del capitalismo? (Presses universitaires de Paris Ouest, 2013).

[15] Simona Vitali, James B. Glattefeld, Stefano Battiston,…………., in ONE6(10), 2011.

[16] Jean Gadrey, « STOP-APE : un appel aux organisations de la société civile et aux élus “Un appello alle organizzazioni della società civile e agli eletti, in Europa e in Africa”, 26 luglio 2014.

[17] Policy challenges for the next 50 years, OCSE, luglio 2014.

[18]Cfr. Mylène Gaulard, Karl Marx a Pechino. Le radici della crisi nella Cina capitalista, Demopolis, 2014.

[19]Si veda Chiara Piovani, « Class Power and China’s Productivity Miracle », Review of Radical Political Economics,

2014, Vol. 46(3), 2014.

[20] Pierre Salama, Le economie emergenti latinoamericane, Armand Colin, 2012.

[21]Paul Masson, , « The best of capitalism is over for rich countries – and for the poor ones it will be over by 2060 in The Guardian, 7 luglio 2014.

 

Bibliographie sur les théories « classiques »

Boukharine N. (1916) Imperialism and World Economy.

Boukharine N. (1916) L’économie mondiale et l’impérialisme (extraits).

Boukharine N. (1924) Imperialism and the Accumulation of Capital.

Hilferding R. (1910) Le Capital financier.

Hobson J.A. (1902) Imperialism, A Study.

Lénine V.I. (1916) L'impérialisme stade suprême du capitalisme.

Luxemburg R. (1913) L'accumulation du capital.

Luxemburg R. (1921) The Accumulation of Capital- An Anti-Critique.

Mummery A., Hobson J. (1889), The Physiology of Industry.

 

Mi scuso per la fretta – sono in partenza per alcuni giorni - che mi impedisce di aggiornare le note e di completarle indicando le edizioni italiane. È anche possibile che alcune tabelle e grafici saltino nell’inserimento. Saranno ripristinati successivamente. (a.m.)

 

 



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