Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Il tramonto di una speranza

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Non avevo sperato molto nel M5S, nel senso che non mi ero mai illuso che potesse diventare un’alternativa al sistema politico esistente, ma mi auguravo comunque che riuscisse a dare una bella scossa a un PD non solo sempre più lontano dalla sua storia e dalle attese dei suoi militanti, ma ormai anche investito direttamente a molti livelli dalla corruzione dilagante.

Tuttavia mi sbagliavo. Non è bastato aver superato il PD in termini di voti, avergli strappato ampi settori del suo elettorato, aver provocato l’aggravamento della sua crisi politica interna, bisognava proporre qualcosa di convincente e di concreto per consolidare il successo. Occorreva avere una tattica non solo fatta di punzecchiature e di denunce di questa o quella malefatta, ma che indicasse una strada per uscire dalla crisi sociale ed economica ai molti che avevano votato il M5S magari “con la condizionale” (per la speranza di un possibile cambiamento, quale che fosse), e anche a molti di quelli che non l’avevano votato

I ripetuti insuccessi in elezioni locali hanno invece rivelato abbastanza presto che la crescita era bloccata e che anziché erodere le forze che avevano governato e continuavano a governare l’Italia, il M5S era stato vittima dello stesso “nuovismo” privo di contenuti di cui aveva inizialmente beneficiato: dopo pochi mesi appariva ripetitivo, “vecchio”, superato dal “nuovo” fenomeno Renzi. Che questo non fosse nuovo non contava molto, come non aveva contato quando c’era stato il balzo iniziale del fenomeno Grillo, anch’esso non così nuovo come appariva.

Non contavano le denunce assolutamente corrette fatte dal M5S nei confronti di molte porcate del governo che sarebbero altrimenti rimaste passate inosservate, a partire dalla modifica dell’art.38 della costituzione; non contavano molte altre iniziative condivisibili, come la difesa dei No TAV, l’opposizione agli F35, l’imposizione del voto palese per evitare che i PD nel segreto dell’urna graziassero Berlusconi, come aveva fatto il PCI quando sotto accusa era Andreotti. E si potrebbero elencare altre proposte ragionevoli, come quella di consentire alle piccole e medie industrie che hanno crediti nei confronti dello Stato di scalarli dai debiti. Tutte cose positive, che non hanno impedito la quasi generalizzata flessione elettorale nelle elezioni parziali. Quello che mancava era la realizzazione della promessa “li spazzeremo via tutti!”.

Per molti elettori conquistati da poco, questa flessione in elezioni parziali, che pur ridimensionando il movimento lo lasciava quasi sempre a livelli più che dignitosi, appariva invece catastrofica per una semplice ragione: il progetto del M5S che li aveva conquistati era quello di una crescita continua fino a “mandare tutti a casa”, senza delineare una tattica, un progetto di alleanze variabili su temi concreti per costruire un’egemonia. Solo a tratti si era tentato qualcosa che andava in questa direzione, ad esempio proponendo candidati alla presidenza della repubblica rispettabili (anche se senza un minimo riferimento alla classe operaia) ritenuti capaci di aprire un varco nella pur ridimensionata base del PD; ma alle prime difficoltà la tattica aveva ceduto il posto alla contestazione pittoresca e allo sberleffo.

Pesava la scarsa esperienza politica: sfuggiva alla maggior parte dei parlamentari a 5 stelle e probabilmente allo stesso Grillo che Rodotà ad esempio era un buon democratico, infastidito dalle trattative suicide di Bersani, ma non in nome di un’altra linea: non a caso aveva potuto essere presidente del PDS, che era un partito un po’ meno caotico, ma non molto più decente del PD. Prima di lui erano emerse nella lista dei candidabili due persone degne, l’una come giornalista davvero indipendente e capace di non farsi intimidire dalle querele, l’altro come chirurgo di guerra che agli occhi di una destra troglodita ha la “colpa” di non domandare al ferito prima di operarlo da che parte combatteva. Ma sia Milena Gabanelli, sia Gino Strada hanno coerentemente declinato sapendo bene di non avere le forze per fare qualcosa di utile anche in quel mondo politico istituzionale italiano che appare simile a una gabbia piena di serpenti, jene e sciacalli e altre belve.

Meno comprensibile che nella rosa di nomi del M5S ci fossero anche la Bonino e Prodi, ma è una prova in più che questo nuovo movimento è assai più vicino di quel che si creda a quel “popolo della sinistra” che finora ha continuato a ripetere sciocchezze sui “grillini complici della destra”. La Bonino è apprezzata dal PD ma è inequivocabilmente filoimperialista, e per Prodi, il discorso è più o meno analogo.

Soprattutto questi tentativi erano stati calati dall’alto, senza discussione. Le proposte apparivano incomprensibili soprattutto a quella grande parte dell’elettorato che aveva preso troppo sul serio la dichiarazione che il movimento non era né di destra né di sinistra, e che si stupiva che si tentasse un accordo con una forza che ancora si definiva e veniva considerata di sinistra. Idem per quanto riguarda i sindacati, liquidati in blocco senza tener conto delle loro storie diverse, e delle differenti possibilità di incalzarli, a seconda se fossero stati in origine classisti ma troppo deboli e concilianti come la CGIL o direttamente filopadronali come CISL e UIL.

Grillo ad esempio aveva liquidato in blocco i sindacati perché “vecchi come i partiti”, che era due volte sbagliata perché, come i partiti, anche i sindacati sono degenerati e sono diventati un’altra cosa “nuova”, ma che non serve a niente.

Nessuno rimproverava peraltro al M5S la esagerata importanza assegnata alle regole delle istituzioni parlamentari, ma certo non era di grande aiuto alla definizione di una immagine efficace del movimento il suo feticismo dei regolamenti, su cui si organizzavano seminari, senza neppure il sospetto che fossero stati concepiti prevalentemente per arginare e impastoiare un’opposizione poco docile.

Ma soprattutto, il fatto che la sinistra e la destra parlamentari siano indistinguibili, perché hanno lo stesso programma e la stessa moralità (la ex sinistra si è fatta conquistare dall’ideologia liberista e dal cinismo della destra, che non ha rinunciato invece a nessuna delle sue idee e dei suoi metodi), non significa che i concetti di sinistra e di destra non abbiano più ragione di essere, come erano state intese storicamente: la sinistra, anche quando non era rivoluzionaria, rappresentava la volontà di un cambiamento radicale, la destra quella della conservazione dell’esistente. Nel M5S erano confluiti, da varie provenienze, persone che potevano anche accettare di dichiararsi “né di destra né di sinistra”, ma si portavano in realtà appresso le idee che avevano avuto precedentemente. E questo emerge sempre più spesso, in varie forme. Quando due senatori del M5S Andrea Cioffi e Maurizio Buccarella, proposero con un emendamento presentato nella Commissione Giustizia di eliminare almeno gli aspetti più assurdi (e per giunta inutili) del reato di clandestinità, e trascinarono con sé SEL e PD, furono aspramente criticati da Grillo (che evidentemente guardava alla Lega Nord come possibile serbatoio di voti oltre che potenziale concorrente) ma furono difesi da una maggioranza schiacciante sia dei gruppi parlamentari sia dei votanti sul WEB: era evidentemente un conflitto tra due orientamenti contrapposti, nascosti malamente dietro la formula ambigua del né-né.

In quel caso non fu preso nessun provvedimento disciplinare. Interessante notare che tutti i parlamentari espulsi in varie occasioni sono finora rimasti indipendenti, pur lasciandosi a volte tentare dalle lusinghe del PD, in qualche votazione delicata. In genere aspettano che la crisi del M5S porti fuori altri potenziali dissidenti con cui costituire un gruppo parlamentare con cui pesare e trattare. Ma finora non hanno fatto nessun passo per definire meglio le loro posizioni politiche e anche concezioni organizzative diverse da quelle previste dal controverso (e spesso disatteso) “non-statuto”.

Eppure è indispensabile che nel M5S si apra una discussione politica aperta e non rissosa sui compiti immediati e di lungo termine, che non sono pochi e sono possibili anche dopo il relativo ridimensionamento dell’elettorato e dei gruppi parlamentari.

Altrimenti proseguirà lo stillicidio di espulsioni (per giunta a volte discutibili nelle motivazioni) e soprattutto la perdita di mordente, e la sorte del M5S sarà analoga a quella di un’altra meteora a cui è stato spesso paragonato, il Partito dell’Uomo Qualunque, che si disintegrò nello spazio di una sola legislatura. Ma sarebbe un peccato e anche un pericolo: in molti aspirano a recuperare una parte di quel 25% conquistato dal M5S nelle elezioni politiche, ma se varie forze potranno recuperare qualche senatore o deputato, difficilmente si potrà impedire che – come si è già visto in Emilia-Romagna e in Calabria – il grosso di quei voti vada ad alimentare ulteriormente la marea dei non votanti.

Una buona discussione, se si affronteranno i nodi finora elusi e si comincerà un bilancio franco dell’operato del movimento nelle istituzioni e di quello, ancor meno incisivo, nel paese, forse non sarà sufficiente a evitare una scissione. Ma una scissione non è sempre in sé negativa, se permette di evitare che due opzioni diverse e contrapposte presenti nel movimento si elidano e paralizzino a vicenda. E una volta definita una strategia e una tattica per incidere sulla crisi politica, economica e sociale, anche un movimento di dimensioni più ridotte di quelle attuali può avere un peso e gettare le basi per una nuova crescita, soprattutto se non avrà timore di contrapporsi nettamente a istituzioni irreparabilmente screditate. Il M5S tranne che in alcuni momenti lo ha fatto meno del necessario, ed è apparso assai meno sovversivo di quanto sarebbe stato necessario, in un paese in cui milioni di persone hanno perso il lavoro e vedono la beffa di una società sempre più ingiusta e ipocrita.

Per molto tempo ho dovuto difendere il M5S da inverosimili accuse di fascismo da parte del PD (ma anche di vari spezzoni di sinistra residuale), e sono stato considerato dagli sciocchi un “fiancheggiatore”. Ma l’ho seguito con attenzione e rispetto, anche se ho sempre sottolineato che il movimento correva seri rischi se non si dava regole meno fantomatiche di quelle del “non statuto” per organizzare il dibattito al suo interno, e se non riusciva a darsi una struttura meno “monarchica”. La misura introdotta ora, ancora una volta dall’alto, di un direttorio o segreteria o commissione di cinque è stata accolta con entusiasmo dal voto telematico, ma rimane solo un palliativo sia perché nominato come un consiglio della corona, sia perché non riflette e rappresenta le opzioni diverse che stanno di fronte al movimento per superare l’attuale stagnazione.

In un articolo di un anno e mezzo fa avevo commentato la richiesta innovativa della trasmissione delle trattative con Bersani in streaming, osservando che “era stata un’ottima idea, anche se in quel caso c’era poco da riprendere, essendo il colloquio in sé ben poco interessante, ma poteva e doveva essere riproposta sistematicamente per dare davvero una lezione di democrazia”. Invece è rimasto un semplice gesto propagandistico senza conseguenze. Lo dicevo

“partendo da una valutazione positiva dell’iniziale impatto del M5S sul quadro politico italiano, e con la speranza che possa avviare un dibattito che getti le basi per un’ulteriore crescita e per un consolidamento anche organizzativo. Il M5S può evitare infatti di chiamarsi partito, se il nome gli fa orrore, ma di fatto lo è, o è qualcosa di simile, e deve affrontare compiti nuovi: un partito non serve solo come amplificatore delle decisioni di un gruppo dirigente, ma in primo luogo per ascoltare e vedere, premessa delle decisioni. Internet e la rete possono fornire un supporto a nuove forme di democrazia ma non senza una strutturazione democratica dell’accesso. Ernest Mandel aveva parlato più volte, due o tre decine di anni fa, della possibilità di usare le nuove tecnologie per una forma di democrazia diretta in tempi reali. Sembrava un visionario: oggi è possibile, ed è stato sperimentato, sia pure nella piccola Islanda, almeno per varare una costituzione che in quel paese ha consentito di bloccare la crisi (per questo nessuno ne parla)”.

Non commento qui la questione delle espulsioni, su cui ero intervenuto più volte rifiutando l’ipocrita tono scandalizzato dei commenti che le dichiaravano “inaudite” o “senza precedenti”, ma sottolineando la pericolosità di motivazioni legate a violazioni formali delle norme (ad esempio sull’accesso alle TV), evitando di evidenziare le reali divergenze sottese. Ma riproduco volentieri su questo un commento di Aldo Giannuli, che ha seguito da vicino il M5S fornendo una sistematica consulenza tecnica sulle leggi elettorali, perché mi sembra equilibrato e ben argomentato. (a.m.30/11/14)

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Appendice

Espulsioni nel M5s: non credo aiutino.

di Aldo Giannuli

 Posted in Focus: Movimento 5 stellePolitica interna

Sono piuttosto sconcertato dalla piega che stanno prendendo le cose in casa M5s: i parlamentari Pinna ed Artini sono stati espulsi dal M5s con una consultazione on line, che ha dato un 69% di favorevoli al provvedimento. L’accusa riguarda comportamenti quali il mancato versamento di parte dello stipendio, come era nella dichiarazione sottoscritta al momento della candidatura.

Non intendo né prendere le difese di qualcuno o fare mie le ragioni dei dissidenti, né discutere della fondatezza delle accuse o della correttezza delle procedure seguite. E nemmeno indagare sulla possibilità che ci fossero altre più fondate ragioni. Mi limito a notare che i comportamenti contestati durano da parecchi mesi, per cui la prima domanda che uno si fa è “Ma perché proprio ora?”.

Il M5s è in un momento di difficoltà evidente, e non mi pare lo si possa negare, ed allora: è questo quello che serve? Non mi pare. Al di là delle questioni di merito, mi sembra evidente la totale inopportunità politica del momento: di fatto, questo sposta la discussione sull’eterno tema della democrazia interna al movimento, delle garanzie al dissenso ecc. sviandola dall’analisi del perché della sconfitta. Capisco che la preoccupazione di Grillo sia preservare l’unità del movimento ed il timore che il dissenso possa dare il via alla formazione di correnti interne, cordate e piccoli potentati che trasformerebbero sempre più il M5s in uno dei tanti partiti tradizionali. Una preoccupazione legittima, ma direi assolutamente eccessiva, che soffoca qualsiasi accenno di discussione. E che di discutere, nel M5s, ci sia bisogno è di una evidenza solare: senza confronto interno non c’è crescita politica dei parlamentari e degli attivisti, senza discussione non c’è elaborazione vera della linea, ma soprattutto non c’è correzione di eventuali errori. E si finisce per diventare simili ad altri partiti esistenti e fra i peggiori (ogni allusione è puramente voluta).

Del danno di immagine che ne consegue, del rischio di una scissione (che sarebbe una iattura ed invito chi ci stia pensando a ponderare bene la cosa) non c’è nemmeno bisogno di dire. Nel risultato negativo delle europee ha pesato anche la lunga serie di espulsioni fioccate  nell’anno precedente.

Per esperienza vissuta so quanto sia pericolosa l’ideologia della “falange tebana” e del “meglio pochi ma buoni e compatti”: quando si è preso un voto su quattro e poi si diventa pochi, non si è mai buoni, c’è qualcosa che non va. Troppe volte ho constatato come questo tipo di discorsi hanno preceduto il collasso finale delle formazioni in cui essi avevano preso piede. Attenti amici!

E probabile che in questa scelta “disciplinare” incida anche la stanchezza di Grillo e di Casaleggio che hanno retto il movimento in questi due anni. E forse anche la disillusione per il voto di maggio. E’ umanamente comprensibile, ma è anche molto pericoloso: stanchezza, delusione e nervosismo sono pessimi consiglieri in politica e fanno fare errori poco riparabili. Semmai questo dovrebbe consigliare la formazione di un gruppo dirigente collegiale che divida il peso della conduzione. Certo evitando le dinamiche che hanno segnato la burocratizzazione dei partiti tradizionali, evitando la formazione di correnti organizzate che diventano partiti nel partito…. Tutto quello che vi pare, ma comunque un assetto più razionale ed insieme democratico.

D’altra parte, è possibile anche discutere serenamente senza sbranarsi: non è detto che il dibattito interno debba coincidere con una guerra civile.

Su questi temi tornerò a scrivere, qui mi limito a concludere con una osservazione: forse non ci sarà nessuna scissione (come è augurabile), forse l’uscita di alcuni parlamentari renderà migliore il clima interno ai gruppi parlamentari che lavoreranno più distesamente e forse questo inciderà poco o nulla sulle sorti elettorali del M5s, e tutto si risolverà per il meglio. Ma se non fosse così? Facciamoci venire almeno il dubbio.
Pensiamoci tutti con più prudenza, cari amici, prima di fare frittate irreparabili.

Aldo Giannuli



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