Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Renzi, un re Mida al contrario: il caso ILVA

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Ci avevano provato in molti a disinnescare e svuotare di significato la proposta della nazionalizzazione emersa spontaneamente durante la fase più acuta della crisi dell’ILVA. Anche Landini aveva ventilato l’ipotesi di un esproprio come misura eccezionale e soprattutto temporanea (ne avevo scritto in  Esproprio... e più organicamente in Nazionalizzazioni).

Ma ora è stato Matteo Renzi a lanciare in un’intervista a Repubblica l’idea di “rimettere in sesto l’azienda per due o tre anni, difendere l’occupazione, tutelare l’ambientee poi rilanciarla sul mercato”. Ha ammesso che un piano simile va contro la linea di privatizzazioni teorizzate e praticata finora, ma la ragione è semplice: per risanare l’Ilva, dice, “ci sono tre ipotesi: l’acquisizione da parte di gruppi esteri, da parte di italiani e poi l’intervento pubblico. Non tutto ciò che è pubblico va escluso. Io sono perché l’acciaio sia gestito da privati, ma non a costo di perdere le acciaierie di Taranto”.

Il piano è stato largamente commentato da diversi giornali come coraggioso e risolutivo, e illustrato più dettagliatamente su Repubblica, che rivela il progetto insidioso: “L'amministrazione straordinaria servirebbe a questo, a non cedere l'azienda, bensì gli impianti. Il modello di riferimento sarebbe quello dell'Alitalia dei cosiddetti "capitani coraggiosi": una bad company su cui scaricare il cumulo di macerie, controversie giudiziarie comprese, accumulato negli anni (…); una new company sulla quale costruire il futuro dell'acciaieria, con le banche creditrici, con nuovi soci privati, con un intervento pubblico attraverso il Fondo strategico. Una volta ripulita, insomma, l'Ilva avrebbe ben altro appeal”. (http://www.repubblica.it/economia/2014/12/01/news/ilva_ecco_il_piano_di_renzi_per_far_intervenire_lo_stato_commissario_e_cassa_depositi-101836619/)

Salvatore Cannavò ha commentato: chi pensa che la proposta di Matteo Renzi di nazionalizzare l’Ilva sia una prova delle sue già ricordate somiglianze con Amintore Fanfani, vecchio dirigente dc, si sbaglia. Il “cavallo di razza” della Dc, colui che la ministra Maria Elena Boschi dice di preferire a Enrico Berlinguer, caratterizzò il proprio governo, nel 1961, quando si facevano le prove generali di centrosinistra, con la nazionalizzazione dell’energia elettrica.Quella di Renzi, invece, rischia di nascondere il trucco. Quello di un nuovo “spezzatino” modello Alitalia, con la creazione di una “bad company”, come la chiama l’ecologista Angelo Bonelli, che mette i debiti e i guai sotto il tappeto lasciando il futuro a una nuova società fresca di capitali.   L’ipotesi è in discussione da tempo, nel quadro delle soluzioni per affrontare il problema di Taranto dove la situazione continua a essere esplosiva”.

A me la trovata di Renzi (che era stata anticipata da più parti alcuni mesi fa) ricorda piuttosto la nascita dell’IRI di Mussolini e Beneduce, che doveva fronteggiare le ripercussioni italiane della grande crisi economica mondiale. L’IRI (Istituto di Ricostruzione Industriale) nacque nel 1933, ed era stato concepito come una struttura provvisoria, ma durò fino al 2002, anche se a partire dal 1982 Romano Prodi iniziò il suo smantellamento, che sarà accelerato poi negli anni Novanta. Al momento della sua nascita l’IRI era diventato proprietario di più del 20% dell’intero capitale azionario italiano, e di fatto era il maggiore imprenditore italiano: passarono al settore pubblico l’Ansaldo, i Cantieri Riuniti dell’Adriatico, la SIP, la SME, la Terni, la Edison e l’ILVA. Si trattava in genere di aziende che già da molti anni erano vicine al settore pubblico, sostenute da politiche tariffarie favorevoli e da commesse belliche. Inoltre l'IRI possedeva le tre maggiori banche italiane. Rappresentava la quasi totalità dell’industria degli armamenti, gran parte dei servizi di telecomunicazione, alte percentuali della produzione di energia elettrica, della siderurgia e delle costruzioni navali.

La logica che aveva ispirato la creazione dell’IRI era stata definita “privatizzazione degli utili e socializzazione delle perdite”, ma la definizione era parzialmente inesatta. Rendeva l’idea dei salvataggi di aziende momentaneamente in difficoltà, e per questo pare simile alla proposta attuale di Renzi. Ma l’IRI servì anche in alcuni casi per il rilancio di alcuni settori chiave dell’industria italiana. Come la creazione dell’ENI nel secondo dopoguerra ebbe la funzione di garantire energia elettrica a un prezzo ragionevole all’industria, così alcuni impianti siderurgici moderni e costosissimi come il Quarto Centro Siderurgico (l’Italsider di Taranto, oggi, dopo la privatizzazione, divenuto ILVA) furono resi possibili solo grazie a un enorme sforzo finanziario pubblico, che nessun privato sarebbe stato in grado di sostenere.

Ma oggi Renzi sembra preoccuparsi solo di trovare una soluzione almeno apparente che eviti la chiusura totale dell’enorme stabilimento, e che addossi allo Stato il recupero ambientale. Lo ammette chiaramente quando dice: “se devo far saltare Taranto, preferisco intervenire direttamente per qualche anno e poi rimetterlo sul mercato ".

Ossia, se i privati non ci stanno, qualcosa devo fare, per evitare che la città salti (in aria). Da qui, l’idea della “nazionalizzazione”, che però si presenta in modo tale da non convincere neppure un sindacato da sempre filogovernativo, la FIM-CISL “Non vorremmo che fosse l’ennesima bad company che serve a far pagare i contribuenti e a deresponsabilizzare il capitalismo italiano”, ha spiegato al Fatto Quotidiano il segretario dei metalmeccanici cislini, Marco Bentivogli. La preoccupazione ha un fondamento perché l’operazione è affidata al commissario Piero Gnudi in collaborazione con la ministra dello Sviluppo economico, Federica Guidi, entrambi imprenditori di lungo corso. Gnudi, oltre a vari incarichi nel governo Monti, aveva esordito come dirigente dell’IRI, incaricato proprio della supervisione delle privatizzazioni, e ne è stato anche presidente e amministratore delegato, nonché presidente del comitato dei liquidatori dell’IRI nel 2002. Un bel curriculum.

Il secondo protagonista dell’operazione, oltre al governo, sarebbe la CDP (Cassa Depositi e Prestiti), che tende a trasformarsi, un po’ alla volta, in una nuova Iri, mettendo in gioco i risparmi depositati alle Poste da milioni di italiani, soprattutto pensionati. Il suo presidente, Franco Bassanini, è legato strettamente a Renzi e ha il cinismo necessario per un’operazione di scorporo delle attività produttive dell’ILVA dalla bad company che dovrebbe “nascondere sotto il tappeto tutti i dolori della città”, a partire dal contenzioso con il comune di Taranto, che ammonta a quasi 5 miliardi… 

Ma intorno alla CDP ci sono grandi manovre. Ad esempio l’intervento della attivissima magistratura di Trani potrebbe togliere di mezzo il suo Amministratore delegato, Giovanni Gorno Tempini, che è stato citato in giudizio per il reato di concorso in truffa compiuto quando era capo di una banca controllata da Intesa. Gorno Tempini non è renziano, ma legato a Bazoli di Intesa San Paolo, e potrebbe essere sostituito da Andrea Guerra, uomo di fiducia di Renzi. Ma il problema non è la magistratura, ma una contraddizione che sembra insuperabile: la CDP non può intervenire in aziende che sono in perdita e insolventi, mentre per avere pieni poteri il commissario (sia Gnudi, sia un altro) avrebbe bisogno di una modifica della legge Marzano, che attualmente prevede la procedura di amministrazione straordinaria solo per società insolventi o in crisi gravissima. Insomma non sono facili i giochi per realizzare quel mix di pubblico e privato che è auspicato da molti commentatori ed addirittura esaltato da Giulio Sapelli in un editoriale del governativissimo “Messaggero”, che assicura che “il modello delle vecchie Partecipazioni Statali ha fatto scuola nel mondo e fa scuola ancora oggi”. C’è una vera apologia dell’intervento “a fianco dello Stato dei privati che operano nelle attività correlate (pensiamo nel nostro caso ad Arvedi o Marcegaglia), così da costituire una sorta di imprese a prodotti correlati che vedano l’integrazione virtuosa tra pubblico e privato.”

Sembra un bel sogno. Tanto Arvedi che Marcegaglia, e anche Arcelor-Mittal, anche se si prenotano per una Newcompany stile Alitalia, non sembrano disposti a sborsare molto, o pongono condizioni inaccettabili nel caso di Mittal. Non si vedono insomma privati disposti a rischiare qualcosa in un’operazione che appare fin dall’inizio pasticciata.

Dispiace che in tutti i commenti da sinistra manchi un minimo accenno all’esproprio e alla confisca dei beni della famiglia Riva e degli altri azionisti minori, indispensabile premessa di un’operazione non catastrofica per i contribuenti, e tanto più necessaria in quanto il primo gesto di Gnudi appena nominato commissario fu invece lo sblocco di alcuni dei miliardi confiscati dalla magistratura.

È preoccupante che nel già ricordato editoriale del “Messaggero” si dica addirittura che la premessa di ogni nuovo assetto è “ripristinare lo Stato di diritto”, che sarebbe stato violato dalla magistratura. “In primis – scrive Sapelli - penso alle forme di esproprio effettuate dalla magistratura nei confronti dell’impresa come entità giuridica; poi all’annullamento di fatto dei diritti degli azionisti con una violazione lampante della proprietà, che ha nel commissariamento un atto gravissimo che deve immediatamente essere rimosso. (…) Sono dunque indispensabili la nazionalizzazione con risarcimento della proprietà (…) e le forme di neo-protezionismo simili a quelle che usano gli Stati Uniti per difendersi dalla concorrenza asiatica”.  Se questa sarà la linea del governo, la cosiddetta “nazionalizzazione” non sarà certo una soluzione. E prima di parlare di protezionismo, bisognerebbe avere il senso delle proporzioni, almeno nel giorno in cui la risposta di Putin alle sanzioni e alle manovre economiche dell’UE e della NATO ha mandato in tilt un’azienda di primo piano come la Saipem.

Ma questa sarà inevitabilmente la linea del governo, se da sinistra ci si accoderà alla CGIL, che non ha saputo dire una parola di critica a una proposta così evidentemente insidiosa e pericolosa per i lavoratori, e così pericolosa per i modesti risparmi dei pensionati affidati tramite le poste all’ambizioso arrembaggio della Cassa Depositi e Prestiti. È un compito difficile, ma va rilanciata la proposta dell’esproprio senza indennizzo, sotto il controllo dei lavoratori e dei comitati di cittadini che vigilano in difesa dell’ambiente. Per renderla credibile bisogna battere l’adattamento sindacale alla collaborazione di classe, e ripartire da una forte campagna che dimostri i disastri provocati in tutti i campi dall’ondata di privatizzazioni degli anni Novanta. (a.m.2/12/14)

 



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