Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Una voce controcorrente: Karl Liebknecht

Una voce controcorrente: Karl Liebknecht

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La maggior parte dei libri sulla Prima Guerra Mondiale tacciono sul ruolo di Karl Liebknecht e di Rosa Luxemburg, che ebbero il merito di cogliere in tempo la dinamica che avrebbe portato all’esplosione del conflitto.

Karl Liebknecht tuttavia il 4 agosto 1914 aveva ceduto per un momento al consolidato mito dell’unità del partito come valore supremo e, dopo essersi battuto energicamente nel gruppo parlamentare della SPD contro la proposta di votare a favore dei crediti di guerra, aveva finito per accettare di votarli disciplinatamente insieme agli altri. Ma si era reso conto ben presto della barbarie della guerra a cui era costretto a partecipare come ufficiale, e anche della necessità di non separarsi dalla eroica minoranza internazionalista raccolta intorno a Rosa Luxemburg: così alla successiva votazione del 2 dicembre dello stesso anno, aveva deciso di votare no ai nuovi crediti, anche se tutti gli altri deputati che si erano detti contrari alla guerra tra cui il capogruppo Hugo Haase, Karl Kautsky, ed altri dirigenti prestigiosi, non avevano osato seguirlo. Impiegheranno due anni per cominciare a differenziarsi pubblicamente, ma per giunta, una volta espulsi dalla SPD, si limiteranno a costituire un inutile gruppo parlamentare autonomo, riducendo al minimo la battaglia contro la direzione opportunista e filo imperialista del partito. La loro formazione (USPD, partito socialdemocratico indipendente) arriverà in tempo per esercitare un ruolo ambiguo e frenante nella rivoluzione di novembre, proponendo un’improbabile “terza via” che ingannò la base proletaria che li aveva seguiti, e facilitò la repressione statale e socialdemocratica che colpì gli spartachisti. Anche con l’assassinio politico, che colpì tra i primi proprio Rosa Luxemburg e Karl Liebchnecht. Dopo pochi anni tutti i dirigenti “centristi” della USPD rientrarono docilmente nell’ovile socialdemocratico, contribuendo alla tragica sconfitta del proletariato tedesco di fronte all’ascesa del nazismo.

Liebknecht, di cui riporto qui di seguito il discorso del 2 dicembre al Reichstag, si rifaceva al patrimonio storico del partito e della stessa Internazionale socialista, che cominciava da tempo a essere dimenticato o svuotato dal gruppo dirigente. Ad esempio ancora il Congresso straordinario di Basilea del novembre 1912 aveva denunciato che leguerre balcaniche minacciavano di estendersi a tutta l'Europa e che quindi era “un dovere della classe operaia dei paesi coinvolti, e dei loro rappresentanti in Parlamento, con l’assistenza dell’Ufficio internazionale, di compiere ogni sforzo per impedire la guerra con tutti i mezzi che si ritengono più opportuni”. È vero che poi si evitava di precisare quali fossero i mezzi più adatti, aggiungendo che questi “variano naturalmente in base all’acutezza della lotta di classe e dalla situazione politica generale”, lasciando in questo modo aperta la strada a scelte opportunistiche di singoli paesi. Un argomento contro lo sciopero generale che stava diffondendosi nella SPD denunciava ad esempio il pericolo che lo sciopero generale riuscisse bene solo in Germania, dove il movimento operaio era più forte e organizzato, facilitando così l’offensiva della Russia zarista e dei suoi alleati.

Liebknecht, che aveva al suo attivo una lunga battaglia contro il militarismo, si riallacciava tra l’altro alla denuncia dei pericoli di guerra fatta con straordinaria lungimiranza da Friedrich Engels, che riporto più avanti.

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Dichiarazione di Karl Liebknecht al Reichstag. 2 dicembre 1914

 

“Motivo il mio voto al progetto che ci è oggi sottoposto nel modo seguente.

“Questa guerra, che nessuna delle popolazioni coinvolte ha voluto, non è scoppiata per il bene del popolo tedesco o di altri popoli. Questa è una guerra imperialista, una guerra per la dominazione capitalista del mercato mondiale e per il dominio politico dei paesi importanti per portarvi il capitale industriale e bancario. Dal punto di vista del rilancio degli armamenti, è una guerra preventiva causata congiuntamente dai partiti della guerra tedeschi e austriaci nella oscurità del semi-assolutismo e della diplomazia segreta.

“E’ anche un’impresa di carattere bonapartista tendente a demoralizzare, a distruggere il movimento operaio in crescita. E’ quello che hanno dimostrato, con chiarezza sempre maggiore e, nonostante una cinica messa in scena destinata ad indurre in errore le coscienze, gli eventi degli ultimi mesi.

“La parola d’ordine tedesca: ‘contro lo zarismo’, proprio come la parola d’ordine inglese e francese: ‘contro il militarismo’, è servita come mezzo per attivare gli istinti più nobili, le tradizioni e le speranze rivoluzionarie del popolo a vantaggio dell’odio contro i popoli. Complice dello zarismo, la Germania, fino a ora modello della reazione politica, non ha nessuna qualità per svolgere il ruolo di liberatrice dei popoli.

“La liberazione del popolo russo, come del popolo tedesco deve essere l’opera di questi popoli stessi.

“Questa guerra non è una guerra difensiva per la Germania. Il suo carattere storico e la sequenza degli avvenimenti ci vietano di fidarci di un governo capitalista, quando dichiara di chiedere i crediti per la difesa della patria.

“Una pace rapida e che non umili nessuno, una pace senza conquiste, questo è quello che bisogna esigere. Ogni sforzo diretto in questo senso deve essere ben accolto. Solo l’affermazione continua e simultanea di questa volontà in tutti i paesi belligeranti potrà fermare il sanguinoso massacro prima del completo esaurimento di tutte le popolazioni interessate.

“Solo la pace basata sulla solidarietà internazionale della classe operaia e sulla libertà di tutti i popoli può essere una pace duratura. E’ in questo senso che il proletariato di tutti i paesi deve compiere, anche durante la guerra, uno sforzo socialista per la pace.

“Acconsento ai crediti fin tanto che siano richiesti per opere capaci di superare la miseria esistente, anche se li trovo del tutto inadeguati.

“Sono anche d’accordo con tutto ciò che è fatto in favore della sorte dei nostri fratelli sui campi di battaglia, in favore dei feriti e dei malati per i quali io sento la più ardente compassione. Anche in questo caso, niente che venga chiesto sarà troppo ai miei occhi.

“Ma la mia protesta va contro la guerra, contro quelli che ne sono responsabili, quelli che la dirigono; va alla politica capitalistica che l’ha generata; la mia protesta è diretta contro i fini capitalisti che la guerra persegue, contro i piani di annessione, contro la violazione della neutralità del Belgio e del Lussemburgo, contro la dittatura militare, contro l’oblio completo dei doveri sociali e politici di cui si rendono colpevoli, anche oggi, il governo e le classi dominanti.

“Ed è per questo che respingo la richiesta dei crediti militari.”

Karl Liebknecht
Berlino, 2 dicembre 1914

Questa dichiarazione, che gli costò la libertà, potrebbe far pensare che Liebknecht avallasse la tesi che attribuiva tutta la responsabilità per la guerra alla Germania e ai suoi alleati, ma in realtà il suo intervento testimonia solo della coerenza del grande rivoluzionario, che combatte prima di tutto il proprio imperialismo. Lo stesso spirito che troviamo in molti scritti di Engels, che per la stessa ragione concentrano la polemica contro il militarismo prussiano, pur rilevando che esso ormai veniva imitato in tutti i grandi Stati del continente:

“il sistema prussiano ha soppiantato il sistema dell’arruolamento limitato”, ma “non è riuscito a realizzare un esercito popolare. L’esercito prussiano divide i cittadini in obbligo di leva in due categorie. La prima è destinata al fronte, mentre la seconda è subito collocata nella riserva o nella milizia territoriale. Quest’ultima non riceve nessuna o quasi nessuna formazione militare; la prima però rimane sotto le armi 2 o 3 anni, il tempo sufficiente a farne un esercito ubbidiente, domato fino a perdere ogni volontà, un esercito sempre pronto alla conquista all’estero e alla repressione violenta di tutti i moti popolari interni. Infatti non dimentichiamo che tutti i governi che hanno adottato questo sistema temono i lavoratori in casa propria molto più dei governi rivali al di là dei confini”.

Aggiungerei solo che anche la ferma prolungata (ben oltre il tempo necessario a dare un minimo di formazione militare) delle stesse milizie territoriali aveva lo stesso scopo di creare un esercito addestrato all’obbedienza cieca a qualsiasi ordine anche insensato e criminale.

Ma la conseguenza dell’estensione del modello prussiano ad altri paesi europei (e anche all’Impero Ottomano e al Giappone) era anche “una corsa sfrenata per avere l’esercito più grande e più forte. Ogni incremento delle forze armate di un paese – scriveva Engels - costringe gli altri Stati a compierne uno uguale se non maggiore. E tutto questo costa somme folli di denaro. I popoli sono rovinati dal peso delle spese militari, la pace diventa quasi più costosa ancora della guerra, tanto che alla fine la guerra, invece di apparire uno spaventoso flagello, sembra una crisi salutare, che pone fine a una situazione insostenibile.”

Questo scriveva Engels in una lettera del 13 febbraio 1887 al Comitato organizzativo della Festa Internazionale di Parigi, a cui parteciparono delegati di diversi paesi europei.[i] La lettera si concludeva contrapponendo al modello prussiano “un vero esercito popolare, che è una semplice scuola in cui viene inserito ogni cittadino, non appena è in grado di portare le armi, e per il tempo strettamente necessario ad imparare il mestiere di soldato”, e pronto a mobilitarsi in 24 ore in caso di pericolo. Un “esercito che è tutt’uno con la nazione” e “tanto poco adatto alle conquiste all’estero quanto è invincibile nella difesa del suolo del proprio paese”. Ed Engels nella conclusione aggiungeva, sottolineandola, questa frase significativa: “Quale governo oserebbe attaccare la libertà politica se ogni cittadino avesse in casa un fucile e cinquanta bei proiettili acuminati?”

In un altro scritto dello stesso periodo Engels aveva preannunciato che sarebbe stata possibile “una guerra mondiale di estensione e intensità mai viste prima, se il sistema di reciproco rilancio degli armamenti, portato all’estremo, darà i suoi frutti…”

Da otto a dieci milioni di soldati si massacreranno gli uni con gli altri e spoglieranno l’Europa come nessuno sciame di locuste ha mai fatto prima. Le devastazioni della guerra dei Trent’anni condensate in tre o quattro anni e sparse su tutto il continente: carestie, epidemie, imbarbarimento generale di eserciti e masse, provocato dalla mera disperazione; caos assoluto negli scambi, nell’industria e nel commercio, il cui esito è la bancarotta generale; crollo dei vecchi Stati e del loro tradizionale discernimento in un modo tale che le corone rotoleranno a dozzine nei canali di scolo e non ci sarà nessuno a raccoglierle; assoluta impossibilità di prevedere come finirà tutto questo e chi saranno i vincitori di questa lotta; solo un risultato assolutamente certo: esaurimento delle risorse e creazione di una situazione favorevole alla vittoria finale della classe operaia.[ii]

Qualcuno potrà oggi sorridere della fiducia riposta da Engels nella “vittoria finale della classe operaia”. In realtà Engels aveva ragione nel prevedere la “creazione di una situazione favorevole”, ma non poteva immaginare che nello stesso partito socialdemocratico tedesco le sue previsioni e le sue indicazioni avrebbero presto cominciato ad essere censurate e falsificate come avvenne nel 1895 alla sua introduzione alla prima ristampa di Le lotte di classe in Francia, mutilata in modo da utilizzarla “in difesa della tattica ad ogni costo pacifica e contraria alla violenza”, rifiutando poi di pubblicare la sua rettifica.

La “situazione favorevole” si creerà effettivamente nel 1917, nel corso di quella guerra di distruzione reciproca, ma solo il relativamente piccolo e semiclandestino partito bolscevico volle e seppe utilizzarla, mentre l’ipocrisia dei leader socialdemocratici della Germania e degli altri paesi europei riuscì a bloccare e deviare la dinamica rivoluzionaria e a stroncarla con la controrivoluzione preventiva.

La vittoria era possibile, ma per il nuovo tradimento dei leader della Seconda Internazionale la rivoluzione rimase confinata in una Russia arretrata, affamata, assediata, costretta a una tremenda guerra civile che l’avrebbe stravolta e costretta a concentrare le proprie forze in una lotta per la sopravvivenza, mentre corpi franchi mercenari e truppe dell’Intesa provvedevano a soffocare nel sangue le repubbliche dei consigli di Ungheria e di Baviera. Quello fu il più grande crimine della socialdemocrazia, dimenticato da quei dirigenti del PCI che hanno assurdamente traghettato verso di essa il più grande partito comunista dell’Occidente. (a.m. 8/12/14)



[i] La lettera è pubblicata alle pp. 442-444 del volume: Friedrich Engels, Lettere aprile 1883-dicembre 1887, Edizioni Lotta Comunista-Classici, Genova, 2009.

[ii] Citato in Nial Ferguson, Il grido dei morti, Mondadori, Milano, 2014, p.36.



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