Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Belgio: dopo lo sciopero del 15

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Belgio, dopo l’enorme successo dello sciopero del 15 dicembre: verso una prova di forza di grande portata

 

Daniel Tanuro

 

Lo sciopero di 24 ore che ha mobilitato la classe operaia belga lunedì 15 dicembre, è stato un enorme successo. Tutto il paese è stato completamente paralizzato: in Fiandra, in Vallonia e a Bruxelles, nel privato e nel pubblico, nell’industria e nei servizi, nei trasporti e nel commercio, nelle grandi e nelle piccole imprese. Un movimento così massiccio non si era più visto dopo lo sciopero del novembre 1993 (sciopero di 24 ore contro il «piano globale») ma, a differenza di quello, lo sciopero del 15 dicembre non dovrebbe rimanere senza seguito.

 

Organizzato in fronte comune sindacale, (FGTB, CSC, CGSLB), questo scioperoè in effetti (per ora) l’ultima tappa di un piano di azione contro l’austerità del governo di destra uscito dalle elezioni del 25 maggio scorso. Lanciato fin dall’entrata in caricadella coalizione diretta da Charles Michel, il piano di azione è iniziato con una manifestazione di massa (130.000 partecipanti) il 6 novembre a Bruxelles, ed è proseguito con una serie di scioperi a ventaglio per provincia (il 24/11, 1/12 e 8/12). La mobilitazione è andata crescendo a ogni tappa.

 

Nel 2011 il governo diretto dal PS ha colpito duramente il, mondo del lavoro

 

Per capire gli avvenimenti, bisogna richiamare il contesto politico. In Belgio, gli attacchi contro il mondo del lavoro sono condotti da governi a partecipazione socialdemocratica. Dopo la lunga crisi politica seguita alle elezioni del 2010, segnata dalla vittoria in Fiandra della NVA [Alleanza Neo-Fiamminga], il primo ministro PS valutò che doveva «salvare il paese», indurire ancor più gli attacchi, affinché la destra fiamminga tradizionale potesse battere i liberal-nazionalisti e che la coalizione con la socialdemocrazia potesse essere continuata.

Questa politica – che è costata al mondo del lavoro la bagatella di 20 miliardi di euro – è stata un terribile fiasco. Lo scorso maggio, la continuazione della coalizione sembrava il pronostico più probabile. Ma, con generale sorpresa, il partito liberale francofono, messo in sella dal Palazzo, ha formato una coalizione di destra omogenea con i cristiano democratici fiamminghi, i liberali fiamminghi e la NVA. Questa ha accettato di mettere in sordina le sue rivendicazioni separatiste in cambio di un programma ultra liberista.

 

Oggi il governo di destra vuole rottamare il modello sociale esistente dal 1945

 

Sul piano economico-sociale, il governo diretto da Charles Michel prolunga e approfondisce l’austerità imposta dal suo predecessore. Viene somministrata una nuova cura di regressione, per un ammontare di 11 miliardi di euro.. Salariat.e.i , funzionar,i.e , beneficiar.i.e di prestazioni sociali, pensionat.e.i, malat.e.i, invalid.e.i, persone in cerca di lavoro e di asilo: tutte e tutti sono colpiti molto duramente, in particolare i giovani e le donne.

 

Bart De Wever, leader della NVA, si descrive come il braccio politico della VOKA, l’associazione del padronato fiammingo. Non è ministro, ma è lui che dà il tono. Tutto il governo appare al servizio dei padroni, con una missione essenziale: chiudere nell’angolo le organizzazioni sindacali, ridurre radicalmente il loro peso nella vita politica e nella società in generale. I grandi media collaborano attivamente al progetto: in occasione dello sciopero del 15 dicembre, in particolare, hanno rovesciato torrenti di propaganda carica di odio contro gli scioperanti e i sindacati.

 

Il movimento sindacale belga è poco politicizzato, impostato sulla collaborazione di classe (la «concertazione»), ma estremamente di massa (3,5 milioni di iscritt.e.i su una popolazione di 10 milioni) e molto ben organizzato. Nell’attività quotidiana, si basa sull’attività di decine di migliaia di militanti, di delegat.e.i, e di responsabili. Quest.e.i hanno capito che si trovavano di fronte qualche cosa di nuovo: un tentativo di cambiare qualitativamente i rapporti di forza nella società. Viene rimesso all’ordine del giorno il vecchio progetto di Stato forte, con al centro una volontà di svuotare di contenuto il diritto di sciopero.

 

Molte decine di migliaia di militanti sindacali organizzano la lotta sul campo

 

La coscienza di questo pericolo e l’indignazione de.i.lle militanti di fronte alla regressione sociale, ha spinto le direzioni sindacali a unirsi e a proporre un vero piano di azione, e a sua volta il piano ha incoraggiato i/le militanti a passare all’azione con un’energia e un entusiasmo crescenti. Decine di migliaia di uomini e donne sono mobilitat.e.i, e organizzano picchetti volanti, blocchi stradali, blocchi delle zone industriali, in tutte le regioni del paese.

 

Il movimento beneficia di un sostegno molto ampio nell’opinione pubblica. Lo si è constatato fin dalla manifestazione del 6 novembre, e da allora non ha fatto che aumentare. Tale sostegno si concretizza in particolare nella formazione di coalizioni ampie di artisti, intellettuali e operatori delle associazioni, che contribuiscono a delegittimare la politica di austerità. Il vento sta cambiando sul piano ideologico. Le rivelazioni sul passato di estrema destra di parecchi ministri della NVA hanno svolto un ruolo a questo livello, ma l’essenziale è il rifiuto dell’ingiustizia sociale, simboleggiata dal fatto che il Belgio è un paradiso fiscale per i ricchi e un inferno fiscale per gli altri. 

 

Sei mesi dopo le elezioni, il governo regionale fiammingo diretto dalla NVA (che impone anch’essa drastici tagli di bilancio) è sostenuto solo dal 35% circa della popolazione. Tutti i livelli di governo sono screditati, compreso l’esecutivo vallone, diretto dalla socialdemocrazia, la cui politica di «rigore» non si distingue per niente dall’«austerità» federale. Il PS sognava di rifarsi una verginità all’opposizione, ma l’attuale clima di radicalizzazione e coscientizzazione glie lo impedisce.

 

Il fronte comune sindacale pone quattro rivendicazioni:

1°) il mantenimento e il rafforzamento del potere d’acquisto con la libertà di negoziare e la soppressione del salto d’indice [1];

2°) una forte sicurezza sociale federale;

3°) un investimento nella ripresa di una occupazione durevole, incluso in servizi pubblici di qualità, e

4°) una giustizia fiscale.

 

Questa piattaforma è insufficiente (non contesta la pensione a 67 anni né le misure di esclusione in massa dalle liste di disoccupazione, prese dalla coalizione precedente). Ma il governo non può permettersi di cedere su nessuna di esse. Da un punto di vista economico potrebbe rinunciare al salto d’indice, il cui interesse per le imprese è minimo. Ma da un punto di vista politico, tale arretramento sarebbe interpretato come un segno di debolezza che comprometterebbe il suo progetto. Potrebbe anche promettere un riequilibrio della pressione fiscale, ma sarebbe solo una giustizia elementare, e non permetterebbe di giustificare i nuovi sacrifici imposti al mondo del lavoro.

 

Gli apparati sindacali, dal canto loro, non possono presentarsi senza progressi reali davanti alla loro base che ha acquistato fiducia grazie alla lotta. Attualmente, tentano di riannodare la concertazione con le associazioni padronali, alle quali propongono di adottare, e presentare insieme al governo, una «tabella di marcia», in particolare sulla competitività delle imprese, i salari, la fine del rapporto. Ma questo scenario ha ben poche possibilità di concretizzarsi. Ad ogni modo, il governo è molto chiaro: se anche fosse, questa tabella di marcia dovrà iscriversi strettamente nel quadro del suo programma.

 

Verso uno scontro di grande portata

 

Tutto punta dunque in direzione di uno scontro di grande portata. Lo scatenamento semispontaneo di uno sciopero generale sul modello del 1960-61non è lo scenario più probabile a breve termine. Ma se il governo fa votare le sue misure al Parlamento nei prossimi giorni, le organizzazioni sindacali dovranno proseguire e radicalizzare il loro piano di azione, che per loro significherà cavalcare la tigre. In tal caso, e a condizione che venga mantenuta l’unità sindacale, molte cose diventeranno possibili.

 

La sinistra radicale beneficia di un’eco non trascurabile, ma la dinamica di convergenza avviata dalle elezioni del 25 maggio non è proseguita. In parte, è il risultato di una scelta del PTB di puntare soprattutto sulla propria costruzione, in una relazione di tipo socialdemocratico con i sindacati (prendendo le distanze dall’appello della FGTB di Charleroi). Ma ci sono anche orientamenti e rivendicazioni differenti nel movimento: contrariamente al PTB, la LCR sostiene la posizione che bisogna cacciare il più presto possibile il governo Michel, e aprire nei sindacati il dibattito su un piano d’urgenza anticapitalista, nella prospettiva della lotta per un governo sociale.

 

16 dicembre 2014

Daniel Tanuro

Traduzione di Gigi Viglino

 

[1] In Belgio esiste ancora un meccanismo di indicizzazione dei salari, a differenza dell’Italia. Il governo propone un “salto d’indice”, cioè sospenderlo, nel 2015. Anche se la sospensione sarà di un solo anno, ma questo non è per niente sicuro, i suoi effetti saranno su tutto il resto della vita lavorativa, con perdita significativa di salario e pensione.[NdT]

 

 

 

 



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