Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Obama nucleare

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Obama, che sorpresa! Anche il nucleare!

 

Tra le assurdità del PD, che sono tante, c’è l’esaltazione acritica degli Stati Uniti. È stata soprattutto la componente ex PCI, poi PDS e DS, e in particolare quel quartetto di amici (i “compagni di scuola”, come li ha definiti un libro di Andrea Romano), che hanno traghettato i resti di quello che era stato un partito comunista nella melma attuale. D’Alema, Veltroni, Fassino e Mussi, hanno sempre civettato molto con i “valori” della “cultura americana”. Veltroni è stato il più candido: aveva raccontato che si era iscritto al PCI perché gli piaceva il Berlinguer del compromesso storico, e che, nella sua formazione, “l’URSS era nemica e gli Stati Uniti erano la cultura di riferimento”. Questo diceva nel 1995, nel suo libro La bella politica (Rizzoli), dimenticando tranquillamente gli innamoramenti per l’impossibile autoriforma di Gorbaciov di pochi anni prima.

Il mito fondante era l’associazione di Berlinguer con i due Kennedy, John Fitzgerald e soprattutto Bob: “le caratteristiche che uniscono Kennedy e Berlinguer sono il coraggio, la capacità di anticipazione (…). Nel caso di Berlinguer, dalla questione morale all’austerità, lui ha visto prima degli altri. Lo stesso vale per Kennedy”, scriveva Veltroni.

Va detto che c’era parecchia fantasia anche nella ricostruzione della politica di Berlinguer, dato che si sorvolava sul fatto che la sua esaltazione dell’austerità in realtà finiva per giustificare e nobilitare l’attacco padronale ai salari e la politica rinunciataria delle confederazioni sindacali; ma era soprattutto sui due Kennedy che il mito era del tutto campato in aria.

Il primo aveva avallato da presidente, sia pur fermandosi a metà una volta verificatone il fallimento, l’impresa banditesca dello sbarco a Playa Girón; l’altro era stato a lungo il coordinatore di quella “Alleanza per il progresso”, che era stata concepita dal fratello maggiore come un’operazione anticomunista finalizzata a contrastare in America Latina l’influenza della rivoluzione cubana. Bob, peraltro, era stato anche per anni stretto collaboratore del senatore ultrareazionario Joe McCarty.

Ma nel corso degli anni l’imitazione negli slogan (Yes we can!), e la stessa scelta del nome di Partito Democratico, che dava per scontata l’affinità dei progetti politici, hanno determinato una totale sopravvalutazione delle elezioni negli Stati Uniti.

Ogni volta il “popolo della sinistra” tifava appassionatamente per il candidato democratico, che pure era indistinguibile da quello repubblicano. Figuriamoci quando il candidato è nero (come se non fossero stati neri Colin Powell e Condoleezza Rice, per non fare che due nomi). Il tifo per Obama rasentava il delirio.

Eppure contavano molto di più la continuità dell’apparato e le caratteristiche dei consiglieri e collaboratori scelti, da Rahm Emanuel alla Hillary Clinton. Su questo rinvio a un analisi abbastanza articolata inserita nel sito fin da luglio: Il ruolo di Barack Obama. Magari integrato dall’appendice: Stati Uniti: la Israel Lobby.

Ma veniamo alla novità di questi giorni. Barack Obama ha aperto anche al nucleare. Per alcuni ingenui è una sorpresa, di cui non mancheranno di approfittare i rappresentanti di commercio della Areva o della EDF interessati a piazzare in Italia un po’ di centrali invendute. Ma è una “sorpresa” come quella di scoprire che, subito dopo aver ricevuto il Premio Nobel per la pace, Obama intensificava la guerra in Afghanistan, aumentava le minacce all’Iran e garantiva ad Haiti un indesiderato “aiuto umanitario” sotto forma di invasione di un gran numero di marines, assolutamente impreparati a qualsiasi compito di soccorso.

Ne ho parlato in vari articoli, da Obama è in buona compagnia a Obama e Haiti, più che sufficienti per gettare un po’ d’acqua fredda sulla stupida fiducia riposta dal centrosinistra nel presidente degli Stati Uniti. Ma è anche necessario capire cosa vuol dire oggi questa scelta.

Marcello Cini ha spiegato lucidamente sul manifesto del 19/2 quanto poco questa decisione di Obama sia utilizzabile per i propagandisti italiani del nucleare: la prima differenza tra l’Italia e gli Stati Uniti, riguarda la possibilità di controllo sulle centrali. Gli Stati Uniti dopo l’incidente di Three Mile Islands hanno fissato norme così severe e costose che hanno smesso per trent’anni di costruire centrali.

In Italia, domanda maliziosamente Cini, “affidereste la costruzione della centrale nucleare […] agli impresari che hanno messo la sabbia al posto del cemento nella Casa dello Studente e nell’ospedale dell’Aquila?” E prosegue per un po’ con altri esempi terrorizzanti: “Affidereste la gestione degli appalti a Bertolaso? Vi fidereste della competenza dell'Impregilo che per anni ha riempito la Campania di ecoballe di spazzatura indifferenziata destinate a un termovalorizzatore incapace di bruciarle? E sareste soddisfatti se dello smaltimento delle scorie si occupassero gli amici dei casalesi?”

Ma quello che conta è un’altra cosa. Bisogna notare che “Obama non ha sostenuto che il costo del chilowattore nucleare sarà inferiore a quello delle altre fonti”. Tanto più se il petrolio dovesse continuare a scendere. I costi saranno presumibilmente maggiori delle altre centrali termoelettriche, o di una moltiplicazione di piccoli impianti basati sulle energie rinnovabili.

Cini non ha dubbi: “Qualunque raffronto oggi a favore del nucleare è dunque pubblicità ingannevole. Del resto, l'impegno di Obama a intervenire per la realizzazione delle due nuove centrali nucleari con un finanziamento pubblico significa che il mercato da solo non ritiene economicamente conveniente investire in questo settore”.

Questo però è un argomento che in Italia non conta molto: dovrebbe valere anche per tutte le altre grandi opere, come il Ponte sullo Stretto o la TAV. Il concorso dei privati è inesistente, ai privati interessano solo le commesse per i lavori, pagate dallo Stato, così più si spende meglio è.

La ricaduta occupazionale delle grandi opere, centrali nucleari incluse, è per giunta minima. Obama ha parlato, per i due reattori previsti, di un impiego di 3.500 persone nella fase di costruzione, mentre ne prevedono solo 800 nella fase di funzionamento. Numeri irrisori rispetto agli 8 miliardi di dollari stanziati, e ancor più se confrontati con i dieci milioni di posti che sarebbero necessari per riassorbire la disoccupazione dilagante. Ben altro risultato occupazionale si avrebbe puntando su fonti rinnovabili e impianti decentrati.

La scelta di Obama non serve dunque né a creare posti di lavoro, né ad assicurare una sostanziale indipendenza energetica: le centrali attualmente in funzione negli USA (ne sono rimaste 104 delle 253 costruite in passato, in gran parte disattivate per seri problemi di sicurezza) assicurano solo l’8% del consumo di energia, e l’apporto, tra qualche anno, di altri due reattori sarà sostanzialmente irrilevante.

E allora perché questa decisione? Si deve solo a una “scelta strategica che ha l'obiettivo prioritario di mantenere la leadership tecnologica e la posizione egemonica degli Stati Uniti nei confronti dei paesi emergenti”, osserva Cini, che sottolinea anche le sinergie col settore militare.

Insomma, non si tratta di un errore, di una svista, di una deviazione da una linea sostanzialmente corretta e “progressista”. Obama, rinnovata l’immagine degli Stati Uniti con una serie di bei discorsi senza conseguenze concrete come quello del Cairo, e con la iniziale presa di distanza dal golpe in Honduras, ha ripreso alla grande la politica imperialista, non solo in un Medio Oriente in cui le reali intenzioni si capivano dal silenzio sulla strage di Gaza, e dall’accresciuto impegno in Afghanistan, ma in un America Latina presidiata ormai dalla IV Flotta, in cui proliferano le basi militari, e si moltiplicano i paesi che riconoscono il governo golpista dell’Honduras.

Questa grinta Obama la manifesta anche con le provocazioni, non più solo all’Iran, ma anche alla stessa Cina. Non solo e non tanto ricevendo il Dalai Lama (dato che è assurdo che Pechino pretenda di metterlo al bando come terrorista e secessionista, mentre Tenzin Gyatso continua a rivendicare solo l’autonomia del Tibet), quanto con l’invio della portaerei Nimitz a Hong Kong e, peggio ancora, con la fornitura di missili a Taiwan. Non è cambiato Obama, è cambiata la fase, e l’imperialismo degli Stati Uniti si sta preparando ad affrontarla con i vecchi metodi. (a.m. 20/2/2010)