Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Ecuador. Correa contro i movimenti sociali

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Timore della società organizzata

Il governo di Rafael Correa ha fatto un altro passo, avventato e polemico, verso lo scontro con i movimenti sociali. Quello che è in discussione è il progetto di paese, una specie di sviluppismo basato sul settore minerario, il petrolio e grandi impianti idroelettrici, coperto sotto il mantra del “buen vivir”.

Raúl Zibechi, da Quito

Brecha, Montevideo

http://brecha.com.uy/

“L’espulsione della CONAIE dalla sua sede è un atto ingiusto e politicamente insensato”, si può leggere in una lettera aperta che il sociologo portoghese Boaventura dos Santos ha inviato al presidente Rafael Correa. La Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE) è il più importante movimento sociale del paese, e uno dei più rilevanti in America Latina. Occupa la sua sede all’angolo tra le avenidas 6 de Diciembre e Granados dal 1991, quando il presidente Rodrigo Borja firmó un contratto di comodato con l’organizzazione.

“Dovranno sloggiarci”, ha dichiarato la veterana dirigente quichua Blanca Chancoso. “Questo è un diritto storico dei popoli indigeni”. La CONAIE è stata protagonista di varie mobilitazioni, dal giugno 1990, che hanno paralizzato il paese per mettere la questione indigena al centro delle agende di tutti i governi che si sono succeduti. La confederazione, che raggruppa più di 5.000 comunità della Sierra, della foresta e della costa, ha svolto un ruolo principale nella caduta dei governi di Abdalá Bucaram nel 1997 e di Jamil Mahuad, nel gennaio del 2000, defenestrati nel corso di manifestazioni di massa.

Nell’aprile del 2005 un mobilitazione giovanile urbana appoggiata anche dalla CONAIE e conosciuta come “los forajidos” [letteralmente “i foraggiati”, dal termine dispregiativo usato dal presidente nei primi giorni della contestazione, NdT], costrinse alle dimissioni il colonnello in pensione Lucio Gutiérrez, arrivato alla presidenza due anni prima. In Ecuador il protagonismo indigeno e popolare ha avuto un ruolo notevole nella delegittimazione del modello neoliberista, aprendo la strada a governi progressisti e a una nuova costituzione nel 2008. Dal 2007 governa Rafael Correa, che domina ampiamente il parlamento e conta su un potere giudiziario affine.

Il timore dei movimenti

I rapporti tra Correa e i movimenti sociali non sono mai stati buoni. Da quando è arrivato alla presidenza ha spesso usato parole molto dure nei confronti della CONAIE ma anche degli ambientalisti e ultimamente anche dei sindacati. Nel marzo del 2009 il governo tolse il riconoscimento della personalità giuridica alla ONG Acción Ecológica, che esiste da oltre venti anni, per essere “venuta meno ai fini per cui era stata creata”. Una dura lettera di Eduardo Galeano e un’estesa solidarietà internazionale convinsero il presidente a lasciare la misura senza conseguenze.

Vale la pena di ricordare che ci sono quasi 200 dirigenti e militanti indigeni accusati di disordini e perfino di terrorismo per aver fatto quello che hanno sempre fatto i movimenti di fronte a un modello neoliberista (bloccare strade, interrompere mercati, realizzare marce e manifestazioni), un tipo di attivismo di cui hanno tratto giovamento quelli che oggi fanno parte dell’Esecutivo. Di conseguenza la diffidenza ed ostilità reciproca non è nuova, ma si è acutizzata negli ultimi anni.

La CONAIE sostiene che il comodato della sua sede è valido fino al 2021, ma il governo vorrebbe sloggiarla dal 6 gennaio 2015. In un comunicato del 15 dicembre l’organizzazione denuncia il carattere “colonialista” della misura, dato che la sede era stata consegnata dallo Stato come parte della riparazione storica che spettava agli indigeni.

L’atteggiamento di Correa appare in contrasto anche con i rapporti che i movimenti sociali mantennero con alcuni governi durante il periodo neoliberista. Ad esempio il socialdemocratico Borja reagì dopo la sollevazione indigena dell’Inti Raymi nel 1990 dialogando e promuovendo la distribuzione di terre alle comunità, ma anche l’alfabetizzazione e l’educazione bilingue.

Nelle ultime settimane l’allontanamento si è trasformato in un miscuglio di repressione e persecuzione il governo ha deciso di mettere fine all’Iniziativa Yasuní ITT, che aveva comportato la sospensione dello sfruttamento delle risorse petrolifere nel parco nazionale che porta quel nome, come impegno del paese contro il riscaldamento globale. Si era pensato che le entrate non ottenute dall’Ecuador sarebbero state compensate da contributi internazionali. Il 15 agosto 2013 il governo ha deciso di sospendere l’iniziativa, cosa che ha messo in marcia un ampio movimento che ha raccolto 700.000 firme per convocare un plebiscito, che non è stato ammesso però dal Consiglio Nazionale Elettorale.

In novembre la CONAIE ha deciso di appoggiare le proteste del Frente Unitario de Trabajadores (Fut) contro la riforma del lavoro proposta dal governo e contro l’intenzione di Correa di attuare una riforma delle costituzione [che lui stesso aveva voluto, NdT], per ottenere la possibilità di una rielezione presidenziale immediata. Il 4 dicembre il ministero degli Esteri ha negato l’entrata in Ecuador a un gruppo di parlamentari tedeschi che avevano richiesto di visitare diversi progetti nel paese, e in particolare il Parque Nacional Yasuní.

Scalata o crisi?

Nel giugno scorso l’Ecuador ha consegnato a Goldman Sachs la metà delle sue riserve auree per garantire un credito di 400 milioni di dollari. In questo modo è tornato al finanziamento esterno, senza il minimo rischio per chi presta, esattamente per il pegno in oro. Il governo ha bisogno di fondi, per ben 700 milioni di dollari per saldare obbligazioni estere e altri mille milioni (un miliardo) per investire in centrali idroelettriche.

Secondo l’economista Óscar Ugarteche, “i cambiamenti nell’economia internazionale stanno colpendo le economie latinoamericane che si pensavano ormai libere da costrizioni esterne” (Alai, 9-VI-14). Per il momento uno dei paesi più colpiti sarebbe l’Ecuador, ma nel pacchetto entrano anche Argentina, Venezuela e più recentemente Brasile. La caduta dei prezzi del petrolio è un problema acuto per i primi tre.

Fino al pegno in oro, quasi l’unico prestatore all’Ecuador era la Cina, che aveva posto alcune condizioni, tra le quali anche lo sfruttamento del petrolio dello Yasuní. Ma i problemi non si fermano qui. “Finché il fondo di emergenza del BRICS non sarà firmato e non si strutturi il suo osservatorio economico per seguire e appoggiare le economie emergenti, è poco probabile che ci sia un altro attore che non sia lo stesso Fondo Monetario Internazionale a dare questi avalli”, sostiene Ugarteche. Insomma si direbbe che le difficoltà siano appena cominciate.

In questo scenario poco propizio, tutto indica che il governo vuole una stretta sul fronte interno. Le domande di De Souza, che ha mostrato il suo appoggio ai governi progressisti, appaiono allora pertinenti: “Perché sprechiamo in un modo così insensato una opportunità unica di trasformare l’Ecuador in una società più giusta, interculturale e plurinazionale? Come è possibile non vedere che una opportunità come questa non si ripresenterà per molti decenni?”, scrive nella sua lettera. E aggiunge: “Come è possibile trasformare così facilmente degli avversari con cui dovremmo discutere, in nemici che si vuole abbattere? Come è possibile che il codice genetico razzista della sinistra latinoamericana ci distrugga quando meno lo immaginiamo?”

La sociologa Natalia Sierra sostiene che “il governo ha presentato come nemici del suo progetto i popoli e le comunità indigene-contadine e i collettivi ambientalisti” (Plan V, domenica 14). È possibile, come sostiene, che i movimenti sociali abbiano cominciato a trasformarsi in “ostacoli” per i progetti modernizzatori e sviluppisti dei governi progressisti. Questo permetterebbe di capire le ragioni per cui questi puntano le loro batterie contro di loro, con maggior ardore che contro le destre. Sembra che non si rendano conto che, facendo così, non fanno altro che distruggere le basi sociali che gli hanno permesso di arrivare al governo.

da Correspondencia de Prensa Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo.

A l’encontre – La Breche www.alencontre.org



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