Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Evo parla di Evo

Evo parla di Evo

E-mail Stampa PDF

Due errori USA hanno dato un a spinta

al “MOvimento al socialismo” (MAS)

Intervista di Cambio a Evo Morales

 

 

Questa intervista è stata concessa da Evo Morales al quotidiano boliviano Cambio il 17 gennaio, ed è a mio parere interessante sia per la ricostruzione del suo itinerario politico, sia per gli accenni alle difficoltà esistenti attualmente nel MAS, dovute alle contraddizioni tra quadri di diversa provenienza, in un partito diventato rapidamente molto grande: “In Bolivia, i nuovi dirigenti che non hanno partecipato alle marce, ai blocchi, alla resistenza, che non conoscono i lacrimogeni, il piombo, le pallottole, hanno una mentalità diversa”, dice verso la fine Evo, che peraltro ammette che anche lui non era  stato inizialmente “tra i dirigenti che si sono battuti contro la dittatura”.

 

 

Cambio -Come si è svolto il suo primo incontro con l’ambasciatore degli Stati Uniti?

E. Morales – Nei primi due incontri mi ha detto che non dovevo avere rapporti diplomatici né con l’Iran né con il Venezuela. Ma lui chi è, per dirmi di non avere rapporti con il Venezuela, con l’Iran? Noi apparteniamo alla cultura del dialogo. Vogliamo avere rapporti diplomatici con tutti, e li avremo. Vogliamo rapporti che non si riducano alla sottomissione politica, o che subiscano condizionamenti. In seguito, sono arrivati alcuni parlamentari statunitensi e mi hanno ripetuto che non potevo avere rapporti con l’Iran. Ho chiesto perché. Mi hanno risposto: “Per le armi nucleari”. Io allora ho insistito dicendo: “Non ne avete per caso anche voi?”. Le hanno, e migliori di quelle iraniane, ammesso che l’Iran le possieda. Si sono corretti e mi hanno detto che erano antimperialisti. Allora, in modo diretto, ho ritorto che, in tal caso, avrei volentieri intrattenuto rapporti diplomatici con loro.

Un esempio: quando Goni [soprannome di Gonzalo Sanchez de Lozada, per due volte presidente della Bolivia, costretto a scappare nel 2003 da sommosse popolari represse nel sangue, attualmente esule a Miami. al pari dell’ex prefetto di la Paz, José Luis Pareda, esule in Argentina, e del potente imprenditore leader dell’opposizione di estrema destra a Santa-Cruz, Marin Brankovic, fuggito in Brasile] stava agonizzando politicamente, l’ambasciatore statunitense gli ha fatto visita al Palazzo di Governo e, all’uscita, ha detto che gli avrebbe messo a disposizione 10 milioni di dollari per sostenerlo. Era denaro proveniente da fondi riservati. Ormai, in occasione delle visite diplomatiche statunitensi, non mi parlano più di questo, ma mi dicono: “Rispettiamo le sue decisioni, sosterremo il suo governo”. Non so se lo faranno o meno, ma continuano comunque a cospirare. Immaginatevi come stessero cospirando per promuovere colpi di Stato. Ritiriamo l’ambasciatore statunitense, e la destra non ha più direzione.

Anche se possono continuare a chiedere istruzioni fuori. In questi giorni, ad esempio, Mario Cossio [prefetto di Tarija, membro del MNR, il partito di Sanchez de Lozada] si è recato negli Stati Uniti. Non lo ha forse fatto per chiedere consigli? E i delinquenti se la svignano [dopo la vittoria di Evo, nel dicembre 2009, Manfred Reyes Villa, dell’estrema destra, coinvolto in un processo per la sua gestione del municipio di Cochabamba, è scappato a Miami]. Quelli che non verranno eletti governatori (nella tornata prevista nell’aprile 2010), alcuni dei quali coinvolti in processi, sicuramente fuggiranno. Ricordatevelo.

Io avevo detto, ad esempio, che Manfred sarebbe scappato, e lo ha fatto e mi dispiace molto che il Ministro del governo [equivalente del Primo ministro] non ne abbia controllato i movimenti. Voglio essere onesto con il popolo; se ci sono imputazioni, controllateli, questo ho detto. Non ci sono ordini di arresto, perché questo spetta alla giustizia, ma compito dell’esecutivo è controllare dove stiano. Adesso, visto che è scappato, è reo confesso. Quanti altri seguiranno? L’impero statunitense ne è la pattumiera: Gonzalo Sanchez de Lozada, Carlos Sánchez Berzan [ministro della Difesa del governo de Lozada, fautore delle maniere forti nelle sommosse del 2003], Ernesto Asbún [ex presidente della compagnia aerea LAB], Alfonso Revello [ex delegato della Bolivia alla Banca Mondiale, incaricato della supervisione della privatizzazione nel paese], e adesso Manfred, mentre altri si trovano in Perù. Non so quanti criminali fuggiranno, ma ora, perlomeno, grazie alla legge, possiamo indagare sui patrimoni indebiti o sospetti, perché il peggiore nemico del popolo è la corruzione.

 

Prima del 2002 avete avuto pressioni da parte dell’ambasciata degli Stati Uniti.? Che percezione avete avuto del rapporto di questa missione diplomatica con il MAS?

Credo che gli ambasciatori abbiano i propri consiglieri politici, soprattutto economici, è l’Ambasciata USA segue questo modello. Quello che mi hanno detto, ad esempio, nel 2002, è che il sondaggio dell’Ambasciata statunitense ci dava vincenti [alle presidenziali] e per questo Manuel Rocha [l’allora ambasciatore USA] è stato il primo ad accusarmi di essere “il Bin Laden andino”, e i cocaleros dei “talibani”. La seconda minaccia, poi, era: “Se Evo è presidente, fine dell’aiuto internazionale”, per poi annunciare, travolto dalle sue dichiarazioni, che non si doveva votare per me! E, in risposta alle sue dichiarazioni, abbiamo visto apparire manifestazioni del Partito Comunista, del Partito Socialista, dei movimenti sociali che dicevano: “Vota per Evo Morales”, e là ho sentito che il popolo era antimperialista. Di fatto, tutto questo ci ha aiutato e io ho detto che il leader migliore della campagna era Manuel Rocha, ambasciatore degli Stati Uniti!-

 

Credo che, un po’ prima, vi abbia attaccato parecchio l’ambasciatrice Donna Hrinak.

Era nel 1995, durante la campagna elettorale. Nel 1995 e nel 1996 ci ha attaccato parecchio durante le marce delle donne, e mi ricordo che una compagna mi ha detto: “Se è un’ambasciatrice, si comporti da ambasciatrice, non da khatera [pescivendola]”

Secondo me, gli Stati Uniti hanno commesso due errori: la mia espulsione dal Congresso Nazionale, un 22 gennaio, e precisamente il prossimo 22 gennaio io presterò giuramento come presidente (risate). L’altro errore, è stato avere imposto di forza come presidente Gonzalo Sanchez de Lozada, nel 2002. Quella volta eravamo secondi. Il MNR [Movimento Nazionalista Rivoluzionario, di destra, il partito di Goni], Bolivia Libera e i cinque partiti alleati ci hanno battuto per meno dell’1%. Essendo secondi, con lievissimo scarto, il Congresso avrebbe potuto assegnarci la presidenza. I compagni parlamentari piangevano e dicevano “Sei tu che devi essere presidente”. Io non volevo, ero spaventato e colto di sorpresa, tremavo per la paura che mi nominassero presidente. È stato un grave errore della destra e dell’Ambasciata.

Se fossi stato l’ambasciatore degli Stati Uniti, avrei messo Evo Morales alla presidenza, con  la destra maggioritaria al Congresso. Io, con altri 27 deputati e 8 senatori contro 130, che cosa avrei potuto fare? Niente. Si sarebbe purtroppo ripetuta l’epoca dell’UDP [Unione Democratica Popolare, un’alleanza di partiti di sinistra, tra cui il MIR – Movimento di Sinistra Rivoluzionaria - il Partito Comunista. L’UDP ha vinto le elezioni con 78 a 82, ma senza riuscire a governare, in mancanza di accordi con gli altri partiti. Questo ha creato nel paese una crisi economica, che l’UDP non è riuscita a risolvere tra il 1982 e il 1985, quando è riuscita a governare]. Non so quanti parlamentari ci fossero tra il MIR, il PCI e il MNRI (i partiti dell’UDP), ma la maggioranza era quella del MNR e di ADN [Azione Democratica Nazionalista, di estrema destra, il partito dell’ex Presidente e dittatore Hugo Banzer Suárez e di Tuto Quiroga, suo successore alla testa del partito e alla presidenza della Bolivia dopo la morte di Banzer], e alcuni dirigenti disorientati politicamente facevano campagna contro l’UDP. La maggioranza parlamentare di destra, più dirigenti smarriti o venduti che vivevano di prebende, contro l’UDP, sono costati al popolo boliviano 20 anni di lotta.

Quando mi hanno buttato fuori, me ne sono andato soddisfatto perché avevo conquistato una notorietà. Nel 2002 hanno sbagliato; peraltro, io ho dichiarato, quando protestavo facendo lo sciopero della fame, che non sarei tornato con solo 4 deputati, ma che sarei tornato con 30, 40, 50, 60 deputati. Ora abbiamo 88 deputati. Sono tornato con 27, poi con 76 e adesso con 88, in rappresentanza di diversi settori sociali, per queste elezioni.

 

Com’è passato, da direttore di calcio, a dirigente del MAS?

Esserci riuscito partendo dalla base è una conquista storica. Quando ho cominciato ad essere dirigente sindacale, nel 1988, ed anche quando partecipavo ai Congressi della CSUTCB (Confederazione Sindacale Unitaria dei Lavoratori Contadini di Bolivia), quando Genaro Flores ne era alla testa, nelle discussioni si dibatteva sul potere e il territorio. Lo slogan diceva: “Per il potere e il territorio”. Perché il territorio? Il territorio sono le nostre risorse naturali, nel sottosuolo, sul suolo o sopra il suolo, o lo spazio: tutto questo è nostro. Quando si parlava della terra, si parlava della terra da coltivare, è questo la terra.

E perché il potere? Come proprietari di questa terra da millenni, dobbiamo governarci da soli. Come? Io, noi, possiamo governare noi stessi. Negli anni 1989 e 1990 è cominciata la campagna per i 500 anni della resistenza popolare india, si parlava dell’invasione spagnola, europea, del 1492. Prima, l’America Latina si chiamava Abya Yala.

Nel 1991 sono stato invitato a Quetzaltenango, in Guatemala, per partecipare a un evento per i 500 anni di resistenza popolare india. La discussione era: fino a quando continuerà la resistenza? Perché non si prende il potere? Si è trattato di un dibattito importante per il movimento indigeno in Perù, in Messico, in Guatemala, in Ecuador. Là si è decisa la presa del potere nel 1992, esattamente 500 anni dopo l’invasione. Io ho organizzato una marcia da Sacaba a Cochabamba: ho dei video, delle foto, era piena di wiphalas [bandiere fatte di quadrati con i colori dell’arcobaleno, simbolo delle popolazioni andine]. Geniale quella marcia!

In ottobre, in occasione  dei 500 anni di resistenza, l’intenzione di creare un movimento politico è stata in parte ripresa dal Movimento Bolivia Libera, con alla testa Antonio Aranibar. Ricordo anche Paulino Guarachi. Ho trascorso il 1992 e il 1993 nel Chapare [la regione di produzione della coca, dove Morales si era trasferito per trovare lavoro e dove ha iniziato la sua esperienza sindacale] e a La Paz. Volevamo creare il nostro partito, il nostro movimento politico, ma nessuno ha preso l’iniziativa.

Sull’altro fronte, Goni, per vincere le elezioni, ha proposto l’“opzione zero” per il Chapare. Che cosa significa? Zero coca, ma anche zero terra per i piantatori. La proposta andava ben oltre quanto annunciato. Si chiedevano: come possono questi contadini, questi indios!, avere con la loro forza sindacale il controllo del percorso bio-oceanico e il possesso di terre che contengono petrolio e gas? La stessa cosa è accaduta nel 1985, quando i minatori  sono stati remunerati con un compenso di 1.000 o 2.000 dollari per ogni anno lavorato ed hanno allora abbandonato la loro miniera.

Nel Chapare, il governo ha detto che avrebbe pagato la terra senza indicare una cifra, ma si parlava di 1.000 dollari l’ettaro per cacciare i piantatori di coca. Poi hanno deciso di lasciare la regione in mano a otto imprenditori privati, da Bulo Bulo, che è il confine con il Brasile, tra Santa Cruz e il Beni, per coltivare cinque prodotti pilota, soprattutto ananas, banane e palme da cocco. Non sono però riusciti a trovare i soldi per l’indennizzo e non hanno potuto cacciarci.

Nel 1994 hanno provato a cacciarci con la forza nel corso dell’operazione “Nuevo amanecer” (“New Dawn”, “nuova alba”, nome sintomaticamente scelto oggi da Obama per la nuova fase della “Missione” in Iraq). Per resistere, abbiamo organizzato d’urgenza una riunione e hanno dovuto arrestarmi. Alla fine abbiamo deciso di organizzare una marcia dal Chapare a La Paz. Si trattava di un primo avvertimento! […]

Che cosa può salvarti? La forza sociale, il potere del popolo, la forza sindacale. Se non esistesse questa forza sindacale, ti manipolerebbero legalmente, politicamente e, una volta in galera, potrebbero arrivare a liquidarti. Pensate se mi avessero ucciso nel Chapare: la gente, tutta, avrebbe fatto una sollevazione. Non so quante volte mi hanno salvato la vita.

 

Quando ha avuto la sensazione che non avrebbero smesso di perseguitarla?

Nel 1988 ho accettato la direzione sindacale, ben conoscendo i rischi che avrei corso; ero consapevole di arrivare alla Federazione per servire il popolo. Sapevo che avrei lasciato le mie terre, le mie coltivazioni, per andare a battermi. Ero deciso. Ma dopo l’operazione Nuova alba, lanciata dagli agenti del CEIP [i servizi segreti della polizia] ho cominciato lo sciopero della fame quando ero detenuto nelle celle della polizia di Cochabamba. La marcia ha proseguito e, dopo 10 giorni mi hanno tirato fuori dalla galera grazie alla forza sindacale. Perché racconto questo? Perché all’epoca parlavano di un movimento politico. All’arrivo della marcia a La Paz, siamo entrati dalla Zona Sud (quella dei quartieri ricchi della capitale) e la gente ci ha accolto con offerte di cibo. Impressionante.

Grazie alla marcia, abbiamo firmato un accordo con il governo di Goni, che temeva che la mobilitazione si trasformasse in rivoluzione. Il ministro degli Esteri era Antonio Aranibar. Il governo ha accettato di promuovere una campagna internazionale per la depenalizzazione della coca, ma dopo due settimane Anibar ha dichiarato: “La coca significa cocaina”. Allora, a cosa serviva l’accordo? Poi, la marcia è cresciuta. C’erano Felix Santos, Zenón Garcia, Gisela Ortega. Abbiamo fatto il bilancio della marcia e dell’accordo tradito. In quel momento, ci siamo detti che delle rivendicazioni si sarebbe tenuto conto solamente quando fossimo arrivati al potere. Occorreva creare uno strumento politico, tutti insieme. Ho chiesto che si stabilisse una data e un luogo per il primo Congresso dello “Strumento Politico della Terra e del Territorio”.

 

Cosa è successo a Eterazama?

Eterazama, nel dicembre 1994. Abbiamo deciso, per consenso, che si sarebbe tenuto il Congresso, a Santa Cruz. I miei compagni vi si sono recati in carovane di biciclette. Io non ho potuto esserci perché mi trovavo in Europa. Felipe Sánchez, Modesto Condori c’erano. Sono i fondatori del MAS-ISP, il che significa che il MAS ha sangue cruceño [Santa Cruz, bastione della destra, ora conquistato dal MAS], perché è là che è stato fondato.

Ma si è presentato un problema: bisognava dare dei capi allo strumento politico, o organizzare una commissione? Ci siamo divisi. La maggioranza ha proposto di dar vita a una direzione, mi hanno proposto di essere il presidente di questo strumento, ma io ho rifiutato. L’incarico è andato a Guido Tarqui, e più tardi abbiamo deciso che ogni organizzazione poteva inviare un rappresentante nella direzione; fra questi, Alejo Veliz [candidato alle elezioni del 2009, ha ottenuto intorno all’1% dei suffragi: pur dichiarandosi di sinistra, i suoi accordi con il partito di destra di Manfred in parlamento gli sono costati la credibilità presso la sua base tradizionale]. Quelli del PC hanno abbandonato l’avventura.

 

Qual’è la differenza con quelli che vi hanno abbandonato?

Questi avevano già il loro strumento politico, per alcuni era CONDEPA [Coscienza di patria, fondato da Carlos Palenque, tra i primi indios boliviani politicamente impegnati; morto nel 1997, è tuttora oggetto di culto in Bolivia], il MNR. Abbiamo creato la direzione e scelto il nome di ASP, Assemblea per la Sovranità dei popoli. Abbiamo raccolto firme nel Chapare, espletato le procedure per il riconoscimento legale. Prima ASP, poi IPSP. Ma la Corte elettorale non ha mai riconosciuto legalmente l’ASP. Dopo vari anni, i membri della Corte elettorale hanno dichiarato: “Se Evo non ne è il capo, riconosceremo legalmente l’IPSP”. Per i compagni, la Corte aveva posto delle condizioni e non era il caso di sottomettersi ad esse. In seguito, ex portavoce della Corte elettorale ci hanno detto che l’Ambasciata degli Stati Uniti aveva imposto loro il non riconoscimento, anche se non erano d’accordo. Poiché l’Ambasciata finanziava la Corte elettorale, questa era dipendente e sottomessa.

 

Quali sono state le motivazioni del rifiuto della registrazione?

Hanno semplicemente detto: “È un partito degli indios”, è un partito antimperialista, in sostanza. Gli ex portavoce mi hanno detto che l’Ambasciata opponeva il rifiuto, ma che avevano l’autorizzazione di dividere il movimento indigeno. Nel 2002, ho trattato con la squadra di Felipe Qjuispe. Io ero favorevole a una candidatura comune, ma lui mi ha risposto che io non potevo presentarmi, che ero solo un llok’alla (ragazzino) e che lui invece aveva la statura per essere candidato alla presidenza (risate). La mia proposta era quella di effettuare un sondaggio giornalistico, e che la gente si pronunciasse sul candidato che preferiva. E Quispe mi ha detto “Io sono più vecchio di te, tu sei solo un ragazzino e potrai presentarti un’altra volta. Ma questa volta il candidato sarò io”.

 

È stato deluso da quel colloquio?

No. Per fare politica ci vuole molta pazienza, ma anche molto fiuto politico. Era importante presentarsi insieme, quella volta. Ma, pur essendo auspicabile, non era decisivo. La Corte ha riconosciuto la legalità della sua candidatura e, da quel momento, non mi ha ha più seccato. Il MIP, il Partito di Quispe, non aveva tutte le condizioni richieste per il riconoscimento legale, ma la Corte ha approvato, ancora una volta su istruzione dell’Ambasciata, per dividere le forze contadine nella campagna elettorale.

Se fossimo stati alleati nel 2002 avremmo vinto di gran lunga: noi avevamo il 21% con i nostri 27 deputati del MAS. Con il 4% del MIP, saremmo arrivati al 25%, mentre Goni, il MNR, il MBL e gli altri 5 partiti alleati hanno vinto con il solo 21%: Ci hanno battuto per meno dell’1%.

I portavoce della Corte elettorale hanno giustificato l’approvazione illegale del MIP con il fatto che Quispe avrebbe organizzato blocchi. Ma in questo modo ci hanno diviso.

 

Una strategia di divisione?

Di fatto, una divisione. Perché se Quispe non avesse ottenuto la personalità giuridica avrebbe fatto campagna insieme al MAS. La Corte ha respinto 5 volte il nostro riconoscimento giuridico come ASP e poi IPSP. Allora il MAS era il partito di David Añez Pedraza, riconosciuto dalla Corte elettorale e membro della Sinistra Unita (IU), ma non aveva militanti, nessuna base. Padraza ci ha offerto la sigla del MAS. Grazie al suo aiuto, noi ci siamo iscritti legalmente al MAS, abbiamo organizzato un congresso per fare le cose in regola e così abbiamo recuperato la proprietà del MAS.

 

Come avete cominciato?

Il nostro è un partito senza ONG né fondazioni. Nel 1995 queste avevano partecipato alle elezioni con IU. All’epoca, i partiti tradizionali compravano voti a Cochabamba, oggi no. Offrivano alcol, regali e coca ai contadini per convincerli. Sono pratiche che si ripetono, del resto, ancora oggi nella regione orientale. Allora, a Cochabamba abbiamo coniato lo slogan: “Prendete dalla destra, ma votate per la sinistra”. Quando sono arrivate le elezioni, abbiamo ottenuto 4 deputati con IU a Cochabamba.

Nel 1997, con l’arrivo di rinforzi della CSUTCB, quasi all’unanimità e nel bel mezzo della festa, mi hanno nominato candidato alla presidenza. Al ritorno da Cochabamba non ho dormito e mi sono chiesto: come posso mai diventare presidente? si sono presi gioco di me? Ho convocato l’assemblea e ho detto loro che non mi sarei candidato alla presidenza. Ho invece accettato di essere candidato uninominale della circoscrizione C-27 e abbiamo avviato la campagna.

Voglio oggi ringraziare Herminia Mamani de Carrasco che, non avendo noi i soldi per le bandiere dell’IU, che somiglia alla bandiera boliviana, ha recuperato delle bandiere del MBL [raggruppamento di organizzazioni indie, contadine, native], cui ha aggiunto il verde, e così avevamo le bandiere di IU.

A Uyuni mi hanno quasi fatto piangere. Compagne venute dai campi con i loro abiti tradizionali, continuavano a cucire bandiere del MAS in pieno raduno. Una dimostrazione di come il popolo contribuisca, perché questo partito non è di un singolo individuo ma appartiene al popolo. Invece i partiti neoliberisti sono diretti da un padrone o finanziati da padroni.

 

Queste spiegazioni smentiscono le versioni di un MAS sorretto da Organizzazioni non governative (ONG)

Quando abbiamo cominciato non c’era nessuna ONG, nessuna Fondazione, nessun mecenate: a finanziare era il popolo. A volte, quando arrivavano nuovi dirigenti, militanti o candidati mi chiedevano soldi. Ma il denaro non c’è, è il popolo a dare soldi.

Nel 2002 ho incontrato militanti di Manfred che mi hanno chiesto: “Quanto prendono i vostri militanti per fare la campagna elettorale”? Ho risposto che da noi non esisteva niente del genere. Nei partiti neoliberisti, è il proprietario a finanziare la campagna, e dopo intende recuperare il suo investimento rubando il denaro del popolo. È l’avvio della corruzione, la campagna è all’origine della corruzione, di là provengono le prebende, i regali.

Nel MAS, la gente contribuisce, cuce le bandiere, vi sono contributi sindacali, la gente si mobilita incondizionatamente. Là dove questa coscienza manca ancora è nel Beni e nel Pando, dove ancora si comprano voti. Un compagno del Pando mi ha raccontato che prima compravano voti con alcool e coca, ma che oggi offrono roncole, asce, tronchesi e carne per le grigliate. Così i nostri avversari hanno vinto nel Beni e nel Pando, ma ci stiamo radicando rapidamente.

Nel MAS, a volte, nel 1995 e nel 1997 alcuni compagni rifiutavano tutti i laureati, perché si sono verificati precedenti di avvocati che hanno fatto molto male al movimento contadino. Ad esempio, io stesso sono stato vittima di un avvocato che si chiamava Iriarte, a Cochabamba, per delle pratiche concernenti titoli di proprietà. Per questo, prima, alcuni compagni dicevano che non si deve accettare nessun laureato, ma ormai, per fortuna, rompiamo con questa regola e costruiamo un tessuto di rappresentanti dei diversi strati sociali. Così abbiamo proceduto nel nostro movimento politico.

 

Quali sono le chiavi del successo del MAS?

Il MAS-IPSP non si è mai discostato dai movimenti sociali. Finora, ci riuniamo regolarmente con tutti i dirigenti per accogliere le loro proposte, le loro preoccupazioni. È il grande vantaggio del MAS. E adesso vi entrano in molti. È una delle chiavi. La seconda, è accogliere sempre nuove proposte; ad esempio, la modifica della legge sugli idrocarburi è stata elaborata insieme al MAS, al Patto di Unità e ad organizzazioni come quella dei pensionati. Un’altra chiave è stata dire chiaramente che siamo anti-imperialisti, anti-neoliberisti, anti-colonialisti.

Perché, adesso, siamo riconosciuti dai ceti medi? Perché restituiamo alla Bolivia la dignità. Adesso, non solo si presta attenzione alla Bolivia, ma la si rispetta anche nella comunità internazionale. Nei miei primi interventi in riunioni di capi di Stato nessuno mi stava a sentire, mentre ora, quando parlo, tutti mi ascoltano in silenzio.

Ecco alcune delle chiavi per spiegare a che punto siamo.

Per le prossime elezioni [aprile 2010, elezioni dei governatori delle otto regioni ed elezioni comunali], si farà un’altra esperienza. Il mio motto è: “Governare sottoposti al popolo”. In questo momento c’è un solo problema che si presenta: vincere è facile, governare è abbastanza difficile, ma la cosa peggiore è la designazione dei candidati. Prima non voleva candidarsi nessuno, ma ora non si fanno più pregare, si battono per candidarsi. Ci sono compagni che non hanno ancora capito che occorre essere un soldato, un lottatore. Questi scontri per la candidatura demoralizzano una parte dei compagni. Voglio chiedere scusa al popolo per queste lotte interne. Ci saranno sempre scontri personali, ma non sarà mai come nei governi di destra. Mi ricordo quando i militanti del MIR e del MNR hanno fatto a pugni e tirato fuori le pistole. Perdura purtroppo questo retaggio dello Stato coloniale e dei partiti d’indirizzo colonialista.

Saluto i presidenti del MAS, quasi nessuno dei quali è candidato. Se uno dei presidenti del MAS ha il consenso generale, può candidarsi, ma non può dividere o manipolare pur di essere candidato. Lo hanno capito perfettamente: non essendoci unanimità, non è candidato nessuno. Un’altra raccomandazione è che quando un compagno lascerà l’incarico di direzione, gli si dovrà dare la priorità.

 

In un partito così grande è difficile esprimere dirigenti di fiducia, e se vi accorgete che certi dirigenti vengono meno all’impegno, allora esiste una debolezza, no?

A mio avviso, ci sono due questioni: i dirigenti dello scontro frontale contro le politiche neoliberiste hanno incarichi di responsabilità, non tutti. Poi ci sono questi nuovi dirigenti, che non sono antiliberisti, ma che sono dentro un processo di rivoluzione democratica, culturale, con una mentalità diversa, ma non una vera mentalità ideologica. Sono dirigenti del processo, ma cercano solo incarichi di responsabilità, fanno imbrogli, e nel frattempo non lottano.

Questo, però, succede anche a livello internazionale. Per esempio, dopo avere ascoltato il discorso del presidente sudafricano io ero molto preoccupato. Mandela è una cosa, è la lotta contro la discriminazione, ma il discorso di questi nuovi presidenti è diverso, è raramente quello di Mandela. Lo dico, e chiedo scusa se li denigro, perché non sono io a dover dire l’ultima parola, ma sono molto preoccupato perché in questa lotta contro il surriscaldamento climatico non ho scorto alcun indirizzo politico a livello mondiale per la difesa della Madre Terra. Prima sentivo il Sud Africa offrire una linea politica a livello mondiale.

In Bolivia, i nuovi dirigenti che non hanno partecipato alle marce, ai blocchi, alla resistenza, che non conoscono i lacrimogeni, il piombo, le pallottole, hanno una mentalità diversa. Dobbiamo risolvere questo problema. Io stesso non sono stato tra i dirigenti che si sono battuti contro la dittatura. Ma a tutti i livelli – movimento sociale, direzione – si deve garantire la democrazia e continuare con questo processo per impedire assolutamente che si ritorni alla dittatura.

 

Ritiene che il MAS possa estendersi ad altri paesi?

Di fronte al monopolio, all’egemonia del capitalismo, all’imperialismo con a capo gli Stati Uniti, è necessaria la rivolta dei popoli, una sollevazione dei popoli, contro i governi filo imperialisti, capitalisti, colonialisti. Prima, i vari imperi, i romani, gli inglesi, garantivano le democrazie; gli Stati Uniti, invece, garantivano le democrazie se i liberisti vincevano le elezioni e, se le perdevano, c’era automaticamente un colpo di Stato. E le autorità della Chiesa cattolica sono complici; nel corso della colonizzazione e della Repubblica, si sono serviti della Chiesa-

Com’è che si sono serviti della Chiesa?

Come mai la Chiesa può essere complice della dominazione, del saccheggio, della discriminazione, dell’umiliazione, della povertà? Quando non sono riusciti a dominare con la croce, lo hanno fatto con la legge, e quando non sono riusciti a dominare con la legge, hanno dominato con la spada. A La Paz, ad esempio, in una famiglia dell’oligarchia un fratello era prete, un altro avvocato e il terzo era militare. Queste famiglie ci sono tuttora a La Paz. Così ci hanno dominato.

Ammiro e saluto la base della Chiesa; in certe province il prete è come il sindaco, fa costruire ospedali, scuole, è sano, onesto. Le suore pregano. Insieme, con me, abbiamo offerto un’ambulanza.

Ho vissuto abbastanza. Quando i governi neoliberisti ci hanno uccisi, maltrattati, quale gerarchia ecclesiastica ci ha difesi? Nessuna. Ma quando abbiamo marciato o fatto blocchi e siamo arrivati vicini alle mura del palazzo del governo, allora la Chiesa cattolica e i mediatori hanno fatto la loro comparsa. Ad esempio, un sacerdote di la Paz arrivava in aereo per farmi lasciare il Chapare per dialogare a Cochabamba, un altro arrivava per portarmi a Santa Cruz, davanti al cardinale, mentre il popolo si sollevava e bussava alle porte del governo neoliberista. Ma quando ci siamo fatti ammazzare, non c’era nessuno.

Tutto il nostro rispetto va all’Assemblea per i Diritti dell’Uomo. Poi è apparsa la Difensora del Popolo, Ana Maria de Campero. Ana Maria de Campero è molto radicata nel Chapare. Una volta, mi ricordo, alcune persone erano detenute in un hangar dell’Aeronautica a Cochabamba, ed è apparsa Ana Maria e si è piantata là, per fare uscire tutti i detenuti.

Allora, pensando a queste lotte dall’inizio della colonizzazione, prima c’era soltanto Fidel Castro ad affrontare il capitalismo, ma poi sono comparsi Hugo Chávez ed altri e la lista si sta allungando. E il colpo di Stato in Honduras è un avvertimento per coloro che Bush chiama “l’asse del male”. Per me, non si tratta dell’asse del male, ma di quello per l’umanità, che cresce un po’ dappertutto nel mondo. Dall’altro lato, il Congresso honduregno ha dichiarato deputato a vita Micheletti, che è adesso un altro Pinochet, e segue lo stesso stile di dittatura. È la ricetta di Bush prima e di Obama ora: proteggere.

In precedenza, in Bolivia ci sono stati parecchi colpi di Stato. Qui, anche se ogni anno ci sono elezioni, io sono molto soddisfatto: si tratti di un referendum di revoca, di ratifica delle scelte politiche, è un modo di governare insieme al popolo. Prima, in 24 ore, c’erano tre militari presidenti. Quando ho fatto il servizio militare, nel 1978, ho conosciuto tre presidenti in un anno: quando sono entrato, c’era Hugo Banzer, dopo Juan Pereda e ho finito sotto David Padilla. Ma questo si ripete anche con i governi neoliberisti. Negli ultimi cinque anni di governi neoliberisti, ogni anno abbiamo avuto un nuovo presidente.

Consolidare questa democrazia non è facile, ma siamo contenti perché lo stiamo facendo. Hanno tentato un colpo di Stato, ma è fallito. In modo democratico hanno puntato sul referendum di revoca, e oggi il popolo convalida il nostro modo di agire. La cosa che non era mai successa è che noi non solo rafforziamo la democrazia rappresentativa, ma anche quella partecipativa. Si tratta della coscienza del popolo; oltre alla stabilità macro-economica, ora occorre risolvere il problema della microeconomia: è questa la sfida. Abbiamo preso parecchie misure: le assegnazioni per i bambini, per gli anziani, le donne incinte, e questo ci aiuta, ma non basta.

Se l’esperienza è questa, perché non condividerla con gli altri movimenti sociali. Io sono contento di avere espulso l’ambasciatore statunitense, la DEA ora non ha alcuna importanza. La sua partecipazione è gradita, ma non è decisiva.

Ricordo, ad esempio, quando sono stato eletto: sono arrivati vari membri del Fondo Monetario Internazionale (FMI), e io ho detto loro che non avrebbero deciso la politica, che avremmo deciso noi. Mi hanno dato un’occhiata e se ne sono andati. Poi, non si sono più fatti vedere per sette mesi e poi sono ritornati e mi hanno spiegato che volevano approvare il Piano Nazionale di Sviluppo della Bolivia.

 

È venuto il FMI?

Sono arrivati, ma non abbiamo bisogno di ricetta. La migliore ricetta possibile viene dal popolo, siano le sue forze sociali civiche o sindacali. Il popolo sa quali sono le sue rivendicazioni, i suoi problemi, e quali sono le sue risposte.

Allora, perché non continuare ad andare avanti? Qui, un partito legato ai movimenti sociali antimperialisti ha vinto le elezioni, e oggi non c’è più base militare, e la DEA statunitense è stata buttata fuori. Succederà lo stesso in Colombia.

In questo aeroporto di Chimoré, dove persino il presidente e il vicepresidente dovevano chiedere il permesso di entrare all’Ambasciata degli Stati Uniti, ora si accolgono Lula, Chávez. Prima era vietato. Una volta, Carlos Mesa [Presidente dopo la fuga di Goni, fino al 2005] mi ha invitato ad andare a discutere in televisione (alla rete televisiva PAT) e mi ha detto al telefono: “Ho chiesto il permesso all’Ambasciata perché un aereo possa entrare e portarti qui a dialogare”. Ma, visto che era tutto bloccato, non sono riuscito ad arrivare all’aeroporto.

Vorrei organizzare un grande incontro con i movimenti sociali di tutto il mondo, non solo per protestare contro le basi militari, ma anche per recuperare, difendere i diritti della Madre Terra, che è un’altra delle bandiere della lotta anticapitalista [un accenno alla conferenza che Evo pensa di organizzare in aprile in Bolivia, a mo’ di controvertice rispetto al vertice di Copenhagen].

Obama ha parlato di rapporti e di rispetto reciproci, un rapporto da pari a pari. In un rapporto di rispetto reciproco non si possono installare basi militari, né inviare truppe per uccidere. Lottare contro il capitalismo significa lottare per la pace sociale: è questa la nostra lotta alternativa.

 

(Traduzione di Titti Pierini, dall’originale, in cambio, le note esplicative tra parentesi hanno utilizzato in parte quelle della versione francese sul blog di Michel Collon,   Questo indirizzo e-mail è protetto dallo spam bot. Abilita Javascript per vederlo. )



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Evo parla di Evo