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N. Klein sul debito di Haiti

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HAITI: UN CREDITORE, NON UN DEBITORE

Naomi Klein

(The Nation, 11-2-2010, ripreso da www.sinpermiso.info)

 

 

A prestar fede ai ministri delle Finanze del G-7, Haiti starebbe per ottenere una cosa che si meritava da tempo: l’annullamento totale del suo debito estero. A Port-au-Prince, l’economista haitiano Camille Chalmers ha seguito gli eventi con cauto ottimismo. La cancellazione del debito è un buon inizio, ha dichiarato ad Al Jazeera (versione inglese), ma «è ora di andare più in là. Dobbiamo discutere delle riparazioni e degli indennizzi per le devastanti conseguenze del debito». Secondo quanto ha detto, va abbandonata l’idea che Haiti sia un paese debitore. Haiti – spiega – è un paese creditore, e siamo noi occidentali ad essere in ritardo nel pagamento di quanto gli dobbiamo.

«Il nostro debito con Haiti deriva soprattutto da quattro fonti: la schiavitù, l’occupazione statunitense, la dittatura e il mutamento climatico. Non si tratta di rivendicazioni fantasiose o meramente retoriche. Si basano su tutta una serie di violazioni di norme ed accordi legali».

Di seguito, pur se brevemente, forniamo alcuni specifici elementi sulla vicenda haitiana.

 

Il debito della schiavitù – Quando gli haitiani hanno conquistato la loro indipendenza dalla Francia, nel 1804, avevano tutto il diritto di reclamare riparazioni dai poteri che avevano approfittato per trecento anni del lavoro rubato. La Francia, invece, era convinta che fossero stati gli haitiani ad aver derubato i padroni della proprietà degli schiavi, che si rifiutavano di lavorare gratis. Per questo, nel 1825, con una flotta di navi da guerra sbarcate sulla costa haitiana, minacciando di ridurre di nuovo in schiavitù l’ex colonia, il re Carlo X venne a rastrellare 90 milioni di franchi in oro – dieci volte quello che era allora il reddito annuo del paese. Non in grado di rifiutarsi, e impossibilitata a pagare, la giovane nazione si legò a un debito, per saldare il quale sarebbero occorsi 122 anni.

Nel 2003, il presidente haitiano Jean-Bernard Aristide, di fronte a un opprimente blocco economico, annunciò che Haiti avrebbe richiesto indennizzi al governo francese per il ladrocinio perpetrato in passato. «La nostra argomentazione – mi disse l’ex avvocato di Aristide, Ira Kuzban – era che il contratto fosse un accordo privo di qualsiasi validità, in quanto basato sulla minaccia di ristabilire la schiavitù, in tempi in cui la comunità internazionale la condannava». Il governo francese si era abbastanza preoccupato, tanto da inviare a Porto Prince un mediatore, per tenere fuori la faccenda dai tribunali. Alla fine, naturalmente, il problema sparì: mentre si stavano portando a termine i preliminari della causa, Aristide venne rovesciato. Il processo fu liquidato, ma per molti haitiani le richieste di riparazioni restano ancora in piedi.

 

Il debito della dittatura – Dal 1957 al 1986, Haiti è stata governata dal regime provocatoriamente “cleptocratico” di Duvalier. A differenza del debito francese, il caso di Duvalier è stato affrontato in vari tribunali, che hanno rintracciato i fondi haitiani depositati in un’elaborata rete di conti bancari in Svizzera, oltre a quelli spesi in fastose proprietà. Nel 1988, Kutzban vinse un processo chiave contro Jean-Claude “Baby Doc” Duvalier, allorché una Corte distrettuale di Miami stabilì che il governante deposto aveva compiuto «malversazioni per oltre 504 milioni di dollari di fondi pubblici».

Gli haitiani, tuttavia, stanno ancora aspettando la restituzione di quei soldi – ed era invece solo l’inizio di tutte le loro perdite. Per più di un ventennio, i creditori del paese hanno insistito che gli haitiani dovevano onorare i debiti astronomici contratti da Duvalier, stimati in 844 milioni di dollari, gran parte dei quali appartenenti a istituti come il FMI e la BM. Soltanto per gli interessi sul debito, gli haitiani debbono versare 10 milioni di dollari annui. Era legale che i prestatori stranieri riscuotessero i debiti di Duvalier, visto che la maggior parte di questi prestiti non erano mai stati spesi in Haiti? Molto probabilmente no. Come mi ha detto Cephas Lumina, l’indipendente esperto in debito estero dell’ONU, «il caso di Haiti è uno dei migliori esempi al mondo di debito odioso. Su questa sola base, dovrebbe essere cancellato senza alcuna condizione».

Tuttavia, anche se Haiti si vedesse cancellare l’intero suo debito (e sottolineo il se), questo non estinguerebbe il suo diritto ad essere risarcito per i debiti illegali contratti in precedenza.

 

Il debito climatico – Sostenuto da molti paesi in via di sviluppo al vertice sul cambiamento climatico a Copenhagen, il caso del debito climatico è semplice. I paesi ricchi, che hanno spettacolosamente fallito nel risolvere la crisi climatica che hanno causato, hanno un debito nei confronti dei paesi in via di sviluppo, che hanno contribuito poco alla crisi ma ne patiscono invece gli effetti in modo sproporzionato. In sintesi: chi contamina, paghi. Haiti ha dalla sua un argomento inconfutabile. Il suo contributo al cambiamento del clima è stato insignificante: le emissioni di carbonio pro capite ad Haiti rappresentano solamente l’1% di quelle degli Stati Uniti. Anche così, Haiti è tra i paesi più colpiti (in base agli indicatori stabiliti, soltanto la Somalia è più vulnerabile al cambiamento climatico). La vulnerabilità di Haiti non si deve solo – né certo soprattutto – alla sua geografia. Il paese affronta effettivamente tempeste sempre più devastanti. Ma ciò che trasforma situazioni d’allarme in disastri, e disastri in assolute catastrofi, è la fragilità dell’infrastruttura di Haiti. Il terremoto, anche se non è in rapporto con il cambiamento climatico, ne costituisce un esempio eloquente. Ed è ora che tutti questi pagamenti di debiti illegali possono avere il costo più devastante. Ogni pagamento a un creditore straniero è denaro sottratto alla costruzione di una strada, una scuola, una linea elettrica. E questo stesso debito illegittimo accresce il potere del FMI e della BM di imporre condizioni onerose per ogni nuovo prestito, richiedendo ad Haiti di deregolamentare la propria economica e di prosciugare ulteriormente il settore pubblico. Quando non è riuscito a rispettare queste condizioni, il paese è stato punito con il blocco degli aiuti dal 2001 al 2004: una campana a morte per la sfera pubblica haitiana.

Questa faccenda va affrontata subito, perché minaccia di ripetersi la stessa cosa. I creditori di Haiti stanno già approfittando del disperato bisogno di aiuto dopo il terremoto per esercitare pressioni perché si quintuplichi la produzione nel settore tessile, uno dei lavori più sfruttati del paese. Gli haitiani non hanno molto peso in questo tipo di trattative, perché considerati ricettori passivi di aiuti, non soggetti degni di partecipare a pieno titolo a un processo di riparazione e indennizzo.

Un calcolo sui debiti che il mondo ha con Haiti potrebbe cambiarne radicalmente la dinamica incancrenita. Ed è qui che comincia il vero cammino verso la riparazione, attraverso il riconoscimento del diritto ad essere risarciti.

(Traduzione di Titti Pierini)

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