Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Vigilia di guerra?

Vigilia di guerra?

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La frenetica corsa delle diplomazie a cercare di riparare i danni già fatti, non sembra premiata dal successo. Bene comunque ha fatto la Merkel a scavalcare la valletta Mogherini, degna emula dell’inconsistente baronessa Caterine Ashton che l’aveva preceduta, e bene ha fatto a portarsi come copertura Hollande, ma a che titolo sono andati a Kiev e a Mosca, e forse domani a Minsk? Chi li ha investiti di compiti che sarebbero formalmente dell’ONU? Naturalmente se questo esistesse davvero e non fosse ridotto (da quando esiste) a un puro registratore di decisioni prese altrove… Dico che ha fatto bene, solo perché auspico che tutte le finzioni di “comunità internazionale” vadano dove meritano (cioè dove l’assistente segretario di Stato Victoria Noland aveva spedito l’UE, con il suo Fuck the EU!).

La scena mondiale è assolutamente priva di strumenti reali di mediazione. In realtà è stato sempre così, nei momenti cruciali, ma veniva variamente mascherato. Oggi si direbbe che si sta tornando alla situazione del 1914, in cui frenetici contatti bilaterali tra gli Stati accrebbero i sospetti reciproci più che abbozzare una soluzione.

Una serie di gesti irresponsabili ha provocato conflitti a catena in tutto il mondo; non parlo qui e ora del Medio Oriente o dell’Africa, ma solo perché voglio concentrarmi sulla crisi tra Russia e Ucraina. Tuttavia è chiaro che tutto quel che accade di orribile da quelle parti è conseguenza dello strapotere e dell’ottusità dell’imperialismo statunitense (beninteso con il suo corteggio di imperialismi europei) che sono intervenuti in tutti i modi possibili, senza sospettare neppure le possibili conseguenze. Dovremo riparlarne, perché Nigeria e Iraq o Siria sono assai meno lontane da quel che appare dalle vicende di casa nostra, ma intanto restiamo all’Europa.

Ho sempre polemizzato con coloro che accecati dalla propaganda russa hanno negato l’esistenza di una crisi profonda in Ucraina, e hanno ridotto l’apparizione di Jevromajdan al puro frutto delle manovre della CIA, e hanno quindi ignorato la dinamica che ha portato alla crescita al suo interno di formazioni paramilitari fasciste capaci di fronteggiare le squadracce di Janukovic. Era una menzogna presentare tutto il movimento ucraino come fascista, tanto più che non pochi fascisti si aggiravano nello stesso tempo per la Russia, e si sono affollati poi nelle regioni secessioniste dell’Ucraina. Ma certo il degenerare della situazione è sicuramente attribuibile a crescenti e non occulti interventi di alcuni paesi europei e degli USA. Hanno offerto (senza essere per giunta in grado di mantenere le promesse) finanziamenti e sostegno militare, nella speranza di beneficiare di una crisi endogena per aggiungere un’altra perla alla corona degli Stati Europei accanitamente antirussi, capeggiati da Polonia e Paesi Baltici, che hanno antichi e fondati risentimenti per reali esperienze storiche, ma che hanno beneficiato dell’assenza di una politica comune dell’UE. E hanno imposto all’UE la loro linea, che assurdamente dimentica che la Russia fa parte dell’Europa!

La Merkel ha tolto il velo alla politica estera dell’UE, assumendosene la rappresentanza. Per qualsiasi motivo l’abbia fatto, possiamo ringraziarla solo per aver rinunciato all’ipocrisia della “comunità internazionale”. Probabilmente è preoccupata di veder esplodere a breve distanza una guerra vera e non isolabile, come conseguenza di scelte non collettive. Gli Stati Uniti, non paghi di quel che hanno provocato irresponsabilmente in Iraq, Afghanistan e dintorni, e dopo aver cancellato unilateralmente uno strumento di possibile mediazione come il G8 cacciandone la Russia, hanno continuato a provocarla e minacciarla di un ulteriore accerchiamento, offrendo per giunta forniture di armi letali all’Ucraina impegnata in un conflitto complicatissimo, in cui ci sono torti e ragioni da tutte le parti.

Infatti chi ha deciso che la Merkel e Hollande fossero i migliori mediatori? E chi ha autorizzato il vicepresidente americano Biden o il segretario di Stato Kerry a intervenire su queste questioni? Perché questi signori possono intimare ultimatum a paesi lontani migliaia e migliaia di chilometri dagli Stati Uniti? Perfino il ministro degli Esteri britannico, nel suo piccolo, può minacciare i sostenitori dello Stato Islamico di cacciarli entro due anni. Ma possibile che non si renda conto che la maggior parte di quelli che vorrebbe cacciare, in quelle terre sono nati e cresciuti, e che è lui il corpo estraneo? Tutto sempre senza che i protagonisti della diplomazia conoscano o sospettino l’antefatto, le ragioni lontane che stanno a monte della crisi. Siamo tornati alle più brutali manifestazioni dell’imperialismo. E pensare che nella sinistra italiana per molti anni l’imperialismo appariva invece un concetto obsoleto caro solo a pochi veteromarxisti…

La crisi ucraina ha a monte certo il modo con cui era stata assemblata l’Unione Sovietica in epoca staliniana, con confini a volte indipendenti da criteri etnici rigorosi, dato che l’esistenza di repubbliche era puramente formale, più o meno come il loro diritto all’autodeterminazione e alla separazione sancito dalla costituzione. Certo nel risentimento antirusso dell’Ucraina occidentale pesò soprattutto il modo con cui fu annessa al momento della quarta spartizione della Polonia concordata con Hitler, e la successiva persecuzione di massa dei possibili oppositori. Pesò anche, in gran parte del paese, l’interpretazione nazionalista dello sterminio dei contadini con la grande fame del ‘32, come tentativo antiucraino di Mosca, mentre in realtà ne soffriva gran parte dell’Unione, Russia compresa. Tuttavia tutte queste cose rendevano diffidenti molti ucraini nei confronti del grande vicino, per le stesse ragioni che determinano l’ostilità polacca e dei Baltici. Ma non avrebbero mai portato a una guerra.

La guerra sta arrivando ora, ma per molte ragioni recenti. Il tentativo di conquistare la Crimea, anche senza rispettare troppo le forme (tempi brevissimi per organizzare il referendum, nessun controllo rigoroso degli aventi diritto al voto, ecc.) è riuscito facilmente perché nella penisola c’era comunque effettivamente una maggioranza russa e prorussa vera, a parte i tatari, ancora una volta esclusi e in parte autoesclusi dal referendum. Ma l’annessione ha suscitato logicamente qualche allarme in molti Stati postsovietici con forte presenza di popolazione russa, dalla Bielorussia al Kazakistan, soprattutto quando si è visto che l’esperimento veniva riproposto per staccare dall’Ucraina le zone orientali a maggioranza russofona, e anche che l’annessione, pur commentata duramente da tutte le capitali occidentali, non aveva comportato significative conseguenze pratiche.

Viceversa in Russia la “riconquista” della Crimea ha avuto l’effetto di far risalire l’indice di gradimento di Putin dal 60% al 70 e poi oltre l’80%. Sintomatico il giudizio del nazional-bolscevico Eduard Limonov: non stimava molto il presidente durante i primi mandati, perché gli sembrava troppo “impegnato a gestire il suo complesso di inferiorità del piccolo ufficiale del KGB”, ma ora Putin “fa ciò che è necessario” e di cui i russi avevano bisogno dopo il “suicidio assistito” dell’Unione Sovietica. Limonov lo descrive così: “Per 23 anni siamo stati in piena depressione collettiva. Il popolo di un grande paese ha un costante bisogno di vittorie, non necessariamente militari, ma deve vedersi vincente. La riunione della Crimea con la Russia è stata vista dai russi come la vittoria che ci era mancata per tanto tempo”. E questo ha incoraggiato la tentazione russa di recuperare qualche altro pezzo dei territori facendo leva su una propaganda forsennata contro “i fascisti di Kiev”. Recuperare una striscia di terra che consenta un collegamento con la Crimea, oggi incastonata nell’Ucraina, se realizzato facendo leva sui sentimenti di parte della popolazione, non è “espansionismo”. Può solo essere allarmante per altri Stati con minoranze russe, specialmente se nel Donbass intervengono non pochi “volontari” russi, come denunciato più volte dai comitati di madri contro la guerra. Ma è più probabile che annettere un pezzetto di territorio con fabbriche obsolete semidistrutte non sia l’obiettivo neppure simbolico di Putin, ma solo una carta per ottenere una Ucraina finlandizzata e disarmata.

È questo che sfugge alla maggior parte degli osservatori occidentali. Non si può umiliare e mettere all’angolo un grande paese che ha visto sottrarsi una parte notevole dei territori di un impero costruito da secoli, e di cui un nucleo importante era sopravvissuto all’assedio imperialista dei primi anni della rivoluzione. Quel paese era l’Unione sovietica, ma nella percezione dei russi in epoca staliniana si era identificata e confusa con la Russia. È vero che l’ampliamento successivo alla Seconda Guerra Mondiale, che recuperava direttamente o come sfera d’influenza tutto quel che era stato compreso negli antichi confini, era avvenuto con i metodi rozzi e brutali di Stalin, che avevano generato risentimenti, spinte centrifughe e in definitiva i germi dell’esplosione del 1989, arrivata dopo molti segni premonitori ignorati (Berlino Est 1953, Poznan e Budapest 1956, Praga 1968, Polonia 1981…). Ma era comunque una vicenda interna all’impero, in cui il ruolo sovvertitore dei servizi segreti occidentali aveva inizialmente pesato relativamente poco, mentre fu poi interpretata da Washington, Londra e Parigi come una propria vittoria che dava il diritto a imporre ai “vinti” una Versailles strisciante. È soprattutto dopo l’esplosione che l’intervento dell’imperialismo occidentale diventa determinante, impedisce ogni ricostruzione dell’Unione su basi nuove e democratiche, e si concretizza in un saccheggio senza precedenti, con la complicità attiva di gran parte della vecchia burocrazia riciclatasi come capitalista. In ogni parte dell’ex impero, compreso il suo antico centro dominato dagli oligarchi nati dalla nomenklatura.

Dal punto di vista di chi continua a riferirsi all’impostazione di Lenin sulla questione nazionale, il conflitto non sarebbe insolubile, se non ci fossero interventi esterni. Anche se a breve scadenza il timore della maggior parte degli ucraini di vedersi strappare a pezzo a pezzo un terzo del paese, e anche di finire per essere un “satellite” della Russia, li spinge nelle braccia dell’occidente, mentre dall’altra parte il comprensibile timore di un accerchiamento più stretto con basi NATO che assedierebbero l’unico sbocco russo in mari caldi (Sebastopoli), porta  a far pesare la preponderante forza militare, bisognerebbe rilanciare il principio di autodeterminazione, accettatode facto anche dall’UE per il precedente della Crimea. Ma non sarà certo questa la proposta della Merkel, anche se è l’unica che potrebbe risolvere un conflitto in cui ci sono ragioni e torti in abbondanza dalle due parti, che ha già provocato migliaia di morti, e che inasprendosi e incancrenendosi scaverebbe solchi profondi non solo tra i due popoli, ma in tutta la periferia dell’ex Unione Sovietica. Bisogna far sentire in tempo le voci di chi si oppone alla guerra, e denunciare le tutele interessate!

(a.m.9/2/14)

Post scriptum. Più di uno tra i tanti commentatori che imperversano sui quotidiani ha accennato alla conferenza di Monaco del 1938, che “salvò la pace” accettando che Hitler smembrasse la Cecoslovacchia. Un’altra evocazione è quella dello scarso entusiasmo dell’opinione pubblica francese e britannica per l’idea di “morire per Danzica”. Quindi ora il dilemma sarebbe: morire per Kiev? Anche a me era venuta in mente la conferenza di Monaco ma non perché, come viene spesso suggerito, Putin sarebbe il nuovo Hitler, come ieri lo era Saddam Hussein, bensì per un’altra analogia: a discutere sulla situazione e trovare l’accordo non fu la Società delle Nazioni, ma 4 capi di Stato o di governo autoinvestiti del compito. En passant la Cecoslovacchia non fu neppure invitata… E mi è venuto in mente, a testimonianza che l’inganno ai propri concittadini non è una novità di questi tempi che, quando l’aereo che riportava a Parigi il premier francese cominciò la discesa su Orly, Daladier pensò che quella grande folla che riempiva l’area del campo di aviazione lo aspettasse per linciarlo. Sapeva bene cosa aveva fatto… Invece i parigini lo accolsero esultanti e lo portarono in trionfo, gridando Vive la paix! Evidentemente la disinformazione giornalistica funzionava altrettanto bene nelle democrazie che negli Stati totalitari. Appena un anno dopo cominciava la guerra, facilitata da quel regalo a Hitler.



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