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Syriza, o il ritorno della questione politica in Europa

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di Michel Vakaloulis*

da Europe solidaire 

 

«Il nome Syriza spinge a superare

il pessimismo dell’intelligenza

 

per recuperare  l’ottimismo della volontà»

 

Vincere nel contesto della crisi

 

La vittoria di Syriza alle elezioni anticipate del 25 gennaio 2015 rovescia la scacchiera politica greca e interpella l’Europa. Si potrebbe parlare di una vittoria storica, salvo il fatto che le conseguenze dell’onda d’urto suscitata ci sfuggono largamente. L’effetto Syriza è indubbio. È in primo luogo un messaggio di speranza che dischiude prospettive inedite. Costituisce la delegittimazione in atto delle politiche di austerità e l’affermazione della possibilità di farne un’altra, facendo politica diversamente. La consacrazione della sinistra radicale in Grecia attesta che le élites dirigenti non sono invincibili. Se acquista coscienza dei propri interessi e agisce con determinazione, un piccolo popolo può avere una grande voce.

Lungi dall’essere un mero fenomeno di alternanza dovuto all’impopolarità del governo di Antonis Samaras, il successo di Syriza inaugura un nuovo ciclo politico. Manda in pezzi oltre un quarantennio di bipartitismo, durante il quale il Movimento socialista greco, il PASOK, e il partito di destra Nuova Democrazia si spartivano a turno le redini del potere e raccoglievano tra l’80% e l’85% dell’elettorato. Con la Costituzione che concede un potere molto ampio al Primo ministro, quest’ultimo usava ed abusava della nomina dei suoi subordinati negli apparati dello Stato e nelle imprese pubbliche. Su questa base si è costituito un sistema clientelare di massa sorretto dalle grandi famiglie emblematiche: i Caramanlis e i Mitsotakis per la Nuova Democrazia: i Papandreu per il PASOK. Questo sistema ha generato la corruzione endemica che mina l’autorità dello Stato. Clientelismo politico e favoritismo di parte, i mali principali. Mediocrità al posto della democrazia.

La crisi del bipartitismo si è bruscamente aggravata allorché, nel 2011, sullo sfondo della crisi del debito e dell’austerità rafforzata, il PASOK si è alleato, in posizione minoritaria, con Nuova Democrazia. Il PASOK ha allora avallato la politica di austerità concepita dalla trojka (formata dagli esponenti dell’Unione Europea, del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Centrale Europea). Il bilancio è stato disastroso: diminuzione del Prodotto Interno Lordo di oltre il 25% in sei anni, tasso di disoccupazione triplicato nello stesso periodo, indebitamento pubblico passato dal 105,4% del PIL nel 2007 al 175% nel 2014.

L’aggravarsi del debito sovrano è stato utilizzato come arma terribile per smantellare lo stato sociale, del resto fragile e limitato in Grecia. La deregolamentazione del mercato del lavoro ha portato alla massiccia precarizzazione della società. I contratti collettivi, ad esempio, sono stati drasticamente rimessi in discussione, il salario minimo è stato abbassato del 22-32% per i giovani sotto i 25 anni. Le politiche di austerità hanno comportato nel paese una spettacolare svalutazione, che ha finito per schiacciare i ceti medi e sprofondare gli strati popolari nella miseria. La Grecia è entrata nella terza maggior recessione a livello mondiale degli ultimi cent’anni e la prima in durata, che supera la stessa grande crisi statunitense del 1929.

Questo sistema disumano comporta la distruzione di gran parte della società. La crisi ha preso d’assalto la popolazione, provocando inquietudine diffusa, demoralizzazione della gente, la perdita di punti di riferimento e della capacità di proiettarsi nel futuro. La violenza crescente, il generalizzarsi dell’insicurezza in tutte le sue forme, il rafforzarsi delle pieghe reazionarie, come evidenzia la penetrazione elettorale del partito neonazista Alba Dorata alle elezioni del 2012, sono divenuti fenomeni endemici ed inquietanti. Paradossalmente, constatiamo il successo degli obiettivi inconfessabili delle politiche del Memorandum, che sono riuscite a comprimere il valore della forza lavoro e ad aggravare le disuguaglianze sociali. Sono arretrate largamente le soglie storicamente determinate dei bisogni sociali, accentuando la polarizzazione di classe della società greca. In compenso sono falliti tutti gli obbiettivi dichiarati dell’agenda neoliberista, a partire dalla sostenibilità del debito.

 

Le ragioni della vittoria

 

La prima ragione della vittoria di Syriza attiene al rigetto di quarant’anni di bipartitismo, che suscita tanta più collera in quanto i responsabili della corruzione, delle frodi e delle massicce evasioni fiscali non sono mai stati disturbatiti, tranne rare eccezioni, dalla giustizia.

La seconda ragione non dipende dall’adesione all’ideologia anticapitalista, ma – come dice Alexis Tsipras – da un voto motivato dal «bisogno». L’applicazione delle misure della trojka ha infatti buttato sul lastrico più di un terzo della popolazione. Questo significa: sottoalimentazione, impossibilità di scaldarsi, minaccia di confisca dell’abitazione da parte delle banche. E, soprattutto, la fuga all’estero di 200.000 giovani diplomati in cerca di una sorte migliore.

Di fronte a una situazione così preoccupante, Syriza propone urgenti misure umanitarie, come il riallaccio delle utenze elettriche tagliate a chi non è in grado di pagare le bollette, il salario minimo riportato al livello del 2009 (751 euro), la copertura sociale per i disoccupati senza più diritto all’assegno, Syriza dunque non si è limitata, come spesso avviene altrove, a criticare il governo in carica, ma ha concretamente risposto alle aspettative popolari. Ha eretto la lotta per la sopravvivenza della popolazione in condizioni più precarie a posta in gioco di fondo della sfida elettorale.

Il terzo fattore del successo di Syriza è connesso al nuovo modo di praticare la democrazia, coinvolgendo una generazione nuova esente dalle pratiche corruttrici dei gruppi dirigenti. La squadra di Alexis Tsipras, che ha solo 40 anni, ha avviato un lavoro di fondo per riempire i vuoti della conquista dell’opinione pubblica e dell’alternativa politica. Sotto la spinta della realtà, Syriza ha subito un processo di “violenta maturazione”, per riprendere l’espressione di Giannis Dragasakis, vicepresidente dell’attuale governo. La sfida era quella di superare la concezione della sinistra come sommatoria di componenti e raggruppamenti protestatari ai margini del gioco politico, per costruire un nuovo partito unificato con vocazione egemone. Un partito che non vuole svolgere il ruolo di una forza suppletiva, ma rivendica apertamente il proprio diritto di diventare protagonista della vita politica. Un partito con democratico confronto di idee, non un sistema chiuso di micropoteri che funziona in modo inverosimilmente cacofonico. E, soprattutto, un partito in grado di costruire i suoi legami con la società, non in una logica da cinghia di trasmissione, ma attraverso un lavoro paziente e su più fronti di messa in rete con movimenti, iniziative di cittadini, mobilitazioni collettive. Il nuovo partito è stato messo in cantiere al Congresso di fondazione di Syriza nel luglio del 2013.

I Greci, d’altro canto, si sono sentiti umiliati dalla pratica politica di una trojka strettamente legata ai gruppi dirigenti al potere. Non hanno più tollerato che si governi il loro paese via mail e tra le quinte. Il voto a Syriza è per loro uno strumento per restaurare una forma di dignità patriottica e di ristabilire la democrazia. Questa aspirazione corrisponde all’ammodernamento dello Stato che Alexis Tsipras intende avviare, per riuscire, tra l’altro, a battersi contro la corruzione, l’evasione e la frode fiscali. La trasformazione democratica passa anche per la riapertura della radio-televisione pubblica, chiusa d’autorità per ragioni politiche.

 

Il paesaggio post-elettorale

 

Durante la campagna elettorale, Syriza chiedeva ai cittadini greci di fornirgli i mezzi per portare fino in fondo il proprio programma politico. Chiedeva soprattutto un’ampia e netta maggioranza parlamentare, non per arroganza faziosa o per volontà di potenza, ma per poter rompere con il “vecchio e logoro” sistema senza gli ostacoli di un’alleanza instabile o compromettente. Secondo il modello di voto proporzionale che concede un premio di 50 seggi al primo partito e considerando che sette o otto partiti sarebbero entrati in parlamento (superando la fatidica soglia del 3% dei voti espressi), la soglia della maggioranza assoluta (151 seggi su 300) si poteva raggiungere con una percentuale tra il 36% e il 38% dei voti.

Alle elezioni del 25 gennaio 2015 Syriza ha riportato una vittoria di grandi dimensioni, ottenendo il 36,3% e 149 seggi, battendo il principale avversario, Nuova Democrazia (la destra), con uno scarto dell’8,5%. Eppure, la destra non è sprofondata, malgrado un calo del 2% rispetto alle politiche del 2012. Con il suo capofila e vari deputati in carcere da un anno e mezzo con l’accusa di “appartenenza a un’organizzazione criminale”, Alba Dorata arriva al terzo posto con il 6,3%, giusto sopra i “centristi” de Il Fiume (To Potamì, 6,05%). Dopo la sua perdita storica del 2012, il Partito Comunista Greco (KKE) si è piazzato al 5,5% (+1%), pur rimanendo nel suo inamovibile isolazionismo. I Greci Indipendenti (ANEL), una formazione di destra sovranista conservatrice sul piano dell’organizzazione della società, ma anti-austerità su quello socio-economico, messi sotto tiro dei media di sistema che ne pronosticavano il fallimento, resistono ed entrano in parlamento con 13 deputati (4,75%) Vestigia di un passato ormai concluso, il PASOK (socialisti) ottiene il 4,7%, ben lontano dal 12,3% del 2012, o dal 43,8% del 2009. Il suo declino elettorale è direttamente proporzionale al vero e proprio lavoro di demolizione della società greca che ha effettuato in questi anni di crisi in collaborazione stretta con la destra.

 

L’alleanza governativa di Syriza con i Greci Indipendenti

 

Non avendo la maggioranza assoluta in parlamento, Syriza ha rapidamente optato per l’alleanza con i Greci Indipendenti. La scelta è stata obbligata, visto che il KKE ha completamente respinto qualsiasi idea di coalizione, compreso su un programma minimo di uscita dalla crisi. Quanto a Il Fiume, una formazione liberale eterogenea uscita dalla decomposizione del PASOK, si preoccupa più di sostenere l’indirizzo “europeo” del paese nel «rispetto dei partner e degli accordi sottoscritti»” che non di indicare nuove prospettive oltre le politiche di austerità che hanno portato il paese nel vicolo cieco della recessione auto-alimentata. Non c’è troppo da stupirsi che Martin Schulz, presidente socialdemocratico del parlamento europeo, si sia affrettato a fustigare l’unità tra la sinistra radicale e i Greci Indipendenti, pur raccomandando insistentemente ad Alexis Tsipras di «disarmare sul piano verbale» (sic!) e di smetterla con gli attacchi ad Angela Merkel, con l’argomento che la retorica anti-tedesca ha la vista corta.

Vuol dire forse che si tratta di un’alleanza “contro natura”, o che si instaura una coalizione “rosso-bruna”, come dicono alcuni critici di Syriza? Il giudizio è sbagliato, per più di un motivo. Innanzitutto, ANEL non è un partito di estrema destra e non ha mai avuto simpatie per Alba Dorata, come le hanno invece avute collaboratori vicini all’ex Primo ministro Antonis Samaràs. Nato da una scissione di Nuova Democrazia nel 2012, dopo il rifiuto di sostenere il governo di Lukas Papadimos che applicava la politica del Memorandum, questo partito sostiene la rinegoziazione del debito greco, la restaurazione della sovranità nazionale confiscata dalla trojka, che vengano incriminati tuti i responsabili politici, alti funzionari ed uomini d’affari che hanno portato il paese alla catastrofe. Lungi dall’essere esenti da critiche, i Greci Indipendenti mostrano un certo gusto “complottista” nel dichiararsi contrari al “Nuovo ordine mondiale”, rifiutano il multiculturalismo e appoggiano la Chiesa Ortodossa. È in compenso impossibile accusarli di razzismo o di antisemitismo.

L’equilibrio delle forze tra le due formazioni, inoltre, è incontestabilmente favorevole a Syriza, il cui programma economico è accolto in blocco da ANEL. La sinistra radicale non è “ostaggio” dei Greci Indipendenti, che hanno una limitata influenza. Se il loro capofila, Panos Kammenos, diventa il nuovo ministro della Difesa, questa partecipazione permette ad Alexis Tsipras di comporre un governo che va oltre il perimetro del suo partito, ma anche di disporre di un interlocutore credibile agli occhi dei militari. In compenso, le delicate questioni dell’immigrazione sono affidate alla viceministra Tassia Christodulopulu, avvocato, militante da tempo in favore dei diritti degli immigrati.

Infine, la coalizione con i Greci Indipendenti invia un messaggio di fermezza ai sostenitori dell’austerità in tutt’Europa. È il segnale che Syriza rispetterà le promesse fatte ai suoi elettori, disposta a scontrarsi con le istituzioni europee. Il problema sociale è individuato chiaramente come prioritario: «siamo innanzitutto un governo di salvezza sociale, con unprogetto, la volontà politica e la forza del mandato popolare», dice Tsipras.

 

E ora?

 

Come gestire la vittoria elettorale? Nello spirito di Syriza, la risposta alla crisi umanitaria che colpisce la Grecia e la riforma dello Stato devono andare di pari passo con la trasformazione di un modello economico troppo dipendente dal turismo e dalle importazioni. In prospettiva, questo significa la trasformazione industriale del paese. È un programma con possibilità di successo? Buona parte della risposta dipende dalla rinegoziazione del debito, arrivato a 321 miliardi di euro e il rimborso dei cui interessi impedisce qualsiasi margine di manovra. Questo presuppone che i creditori della Grecia accettino di rinunciare a una parte dei loro crediti piuttosto che perdere tutto. È nel loro interesse, giacché la messa al bando dal lavoro di milioni di persone in Grecia, e più ampiamente, in Europa, è uno sperpero enorme che incancrenisce tutte le società.

Il programma di Syriza non è certo rivoluzionario. Tuttavia, nell’attuale contesto contrassegnato dalla negazione della realtà, reca in sé la rottura strutturale con le politiche regressive, portate avanti in nome del “buon senso economico”, che affondano il continente europeo nella recessione, confiscando la democrazia. Per un’astuzia della dialettica storica, per le sue stesse specificità come laboratorio a cielo aperto per testare politiche spaventose, oggi la Grecia parla la lingua dell’universale. Ci dice che la terapia d’urto applicata per uscire dalla crisi è un fallimento strepitoso. Economicamente catastrofico, socialmente iniquo. Che l’esplosione del debito sovrano a causa delle politiche punitive che si abbattono con ferocia sulle popolazioni, con la scusa di perdonare un ipotetico crimine, sovverte le basi di fondo della sovranità popolare e diffonde l’euroscetticismo. «Non si può continuare a spremere paesi in piena recessione», afferma il presidente degli Stati Uniti Barack Obama.

La vittoria di Syriza costituisce una sfida che consente di dischiudere lo sguardo sul mondo, di allargare l’orizzonte dell’aspettativa, di ripensare l’iniziativa collettiva. Purché non si soccomba alle semplificazioni entusiastiche della retorica faziosa, che non tengono conto dello stato calamitoso della sinistra istituzionale e dei duri compiti della ricomposizione politica che sono ancora da compiere. Restituire la fiducia nell’alternativa non sarà affatto una cosa da nulla. Il caso di Syriza non è per forza esemplare e le sue probabilità di riuscita restano incerte. Il futuro non va profetizzato ma costruito, in modo intempestivo, incarnando un’immagine di progresso, di trasformazione, di giustizia sociale. Tuttavia, il nome di Syriza incita a scavalcare il pessimismo dell’intelligenza per recuperare l’ottimismo della volontà. «In Grecia la primavera è precoce ed è forse l’annuncio di una primavera europea» (Georges Corraface nella trasmissione A’Live di Pascale Clark, France Inter, 2 febbraio 2015)

 

5 febbraio 2015

Traduzione dal francese di Titti Pierini



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