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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Le guerre non scoppiano più? E la Libia?

Le guerre non scoppiano più? E la Libia?

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Avevo suddiviso in due parti il commento al testo del generale Fabio Mini apparso sull’ultimo numero di LIMES ripromettendomi di tornarci su presto. Vedi Le guerre non scoppiano più?.Ma altri impegni più urgenti (come fornire un quadro articolato del dibattito all’interno di Syriza) e qualche problema stagionale di salute, hanno fatto slittare di un paio di settimane la seconda parte dell’articolo. Che tuttavia è urgente e necessaria, e in parte mi obbliga a lasciare in secondo piano alcune delle brillanti considerazioni di Mini, per soffermarmi sui guai in cui irresponsabilità, impreparazione e miopia della diplomazia italiana ed europea rischiano di cacciare il nostro sventurato paese. (a.m.15/2/15)

 

La seconda parte del saggio di Fabio Mini affronta soprattutto la questione del terrorismo, e delle guerre dichiarate col pretesto del terrorismo, partendo dalla brutale ammissione che “in Afghanistan non si cerca alcun nuovo ordine. Né si vuole inquadrare la regione in un progetto globale. In Afghanistan e in Iraq si tenta solo di salvare la faccia.E finora “i profitti privati e criminali sono aumentati”. Non c’è male come demistificazione delle nobili balle raccontate al mondo intero.

Fabio Mini ritiene che “la guerra globale al terrorismo islamico non altera e non promette alcun equilibrio globale. Anche la creazione di un nemico islamico non porta ad alcun cambiamento di equilibri globali. Non esiste un blocco islamista che possa influire sulle capacità globali (politiche, sociali, economiche e militari) degli Stati Uniti, dell’Unione Europea, della Cina e della Russia. La creazione prettamente ideologica di un tale nemico aggiunge soltanto fattori di rischio interni ai paesi più esposti alle ritorsioni terroristiche, ma di certo non ne minaccia né la sopravvivenza né la cultura né la civiltà”.

La frase è dura, perché dà per scontato che l’allarme per lo Stato Islamico sia frutto di una “creazione prettamente ideologica”, e per giunta aumenti anziché diminuire le possibilità di “ritorsioni terroristiche”. È una posizione condivisa largamente dalla redazione della rivista, e ripresa sia nel numero 9 del settembre 2014 dedicato a Le maschere del califfo, sia in un aggiornamento inquietante contenuto nel fascicolo 1 del 2015, dal titolo esplicito: Perché la Libia è un caso disperato. Ma certo contrasta nettamente con l’incredibile proclamazione di un imminente intervento militare italiano fatto dal ministro degli Esteri Paolo Gentiloni. Che dà per scontato che la non nobile crociata avrà l’avallo dell’ONU, che dovrebbe affidarne la guida all’Italia per meriti acquisiti sul campo...

Evidentemente Gentiloni non si rende neppure conto che – come scrive Mini - la “situazione dell’ordine globale è talmente intricata e complessa che non esiste una spiegazione convincente né per la guerra né per la pace e soprattutto non esiste una prospettiva di stabilità facilmente decifrabile. La presenza e la disponibilità praticamente illimitata di armamenti di distruzione di massa pone gli apparati più dotati nella stessa situazione dello stallo nucleare. La speranza dì limitare un conflitto regionale al suo livello non solo è irrealistica data la concatenazione globale degli interessi in gioco, ma lo stesso livello regionale è una macro-dimensione in termini umani. Un conflitto regionale in Europa, Asia, Oceania, America o Medio Oriente equivarrebbe a una guerra mondiale più distruttiva della seconda”.

Ma la “confusione e l’ansia globale hanno determinato la richiesta crescente di azioni forti e violente per le quali, a dispetto delle crisi, si trovano sempre lauti finanziamenti”.

Mini osserva che l’insicurezza istillata e alimentata non può rischiare di perdere il tacito consenso delle masse o di creare il panico. A fianco dell’alimentazione dell’incertezza e della paura si è perciò resa necessaria la manifestazione puntiforme o randomica di forme di violenza note, conosciute, tradizionali e quindi «rassicuranti». La guerra combattuta in qualsiasi forma violenta è l’evento più noto, tradizionale, giustificato e giusto agli occhi dell’umanità. Quindi è il più rassicurante.” Ogni spettatore e contribuente non può essere lasciato a lungo nell’incertezza assoluta che ne fiacca l’attenzione, ma “ha bisogno di riconoscere, identificare e incasellare ogni sommovimento, moto o fermento in un quadro conosciuto. Il nemico deve essere chiaro, lo scopo deve essere esplicito. Per la gioia degli speculatori, la rappresentazione della guerra è anche necessaria a perpetuarla, ad alimentarla e a renderla infinita”.

Mini, che scriveva prima di quest’ultima accelerazione della rappresentazione della minaccia terroristica alle nostre porte (combinata cinicamente dagli Alfano e simili miserabili con l’insinuazione infame che i terroristi possano arrivare “con i barconi”), osservava che “non sono pochi a credere che per favorire l’espansione economica sia necessario abbattere regimi ostili con la guerra. E più ancora sono quelli che credono di poter compattare la nazione e superare una crisi economica come quella che stiamo attraversando ormai da un decennio con una «bella» guerra. Una guerra in cui gli altri muoiano nell’ignominia e i nostri siano invece immortalati da eroi”.

E quello che si sta preparando con la irresponsabile dichiarazione di Gentiloni (anticipata dallo stesso Renzi) che “tende a rassicurare sulla liceità e la legalità della guerra ma allo stesso tempo a spaventare a sufficienza perché la guerra sia comunque una risposta violenta e non finisca mai”.

Si fa appello alle questioni territoriali sbandierando il pericolo d’invasione geografica o di sovversione delleistituzioni nazionali, all’etnocentrismo che crea la divisione fra simili e diversi, tra civili e barbari, tra bruti ed evoluti, all’ottimismo che propina la certezza della vittoria, della guerra giusta e dalla parte giusta: la guerra della libertà contro l’oppressione, della difesa contro l’aggressione, della razionalità contro l’irrazionalità, dell’ordine contro il caos, della legalità contro il crimine, del benessere contro lo sfruttamento, della pace contro la brutalità, del Bene contro il Male che comunque è sempre «assoluto». “Le questioni territoriali e l’etnocentrismo si trasformano in nazionalismo e xenofobia specialmente contro i migranti”.

Mini ce l’aveva proprio con il governo Renzi, quando lamentava i “discorsi di illustri responsabili di governo contro «gufi», iettatori, portasfiga e streghe degni della mentalità dei secoli bui”. E per evitare equivoci se la prende anche con i predecessori di Renzi, berlusconiani, montiani ecc. che hanno “interpretato alla lettera la frase attribuita a un leader africano: «Eravamo sull’orlo del baratro ma oggi abbiamo fatto un passo in avanti»”.

Al di là delle battute caustiche, è evidente lo sconforto di Mini, che non crede neppure che si sia di fronte alla “terza guerra mondiale a puntate citata da papa Francesco. Semmai è una delle appendici alla seconda o è la quarta, dopo la guerra fredda”.

Ma questa parte è meno convincente: Mini fa una panoramica delle “rappresentazioni che hanno fatto rischiare deflagrazioni più consistenti” e che erano dovute a miopia e imperizia degli stessi attori protagonisti. È sorprendente notare come la maggior parte delle operazioni intraprese all’insegna dell’ottimismo e dell’arroganza siano «sfuggite di mano» ai grandi attori. Ma qui si sbizzarrisce, mettendo sullo stesso piano l’esito riuscito del distacco della Crimea dall’Ucraina, e perfino le primavere arabe. A volte nelle ricostruzioni a tutto campo sembra più vicino alla propaganda putiniana, al punto di ridurre tutto ad effetto di manovre controproducenti dei neoconservatori statunitensi, compreso le manifestazioni di massa che avevano travolto Mubaraq, e scosso molti paesi in cui solo una brutale repressione ha bloccato per il momento le dinamiche rivoluzionarie. Ma Mini, che è un militare “democratico” e non certo un rivoluzionario, di rivoluzioni sembra intendersi poco. Si limita a concludere che “non si è salvato nessuno e quasi tutto è sfuggito di mano”.

* * *

 

Ma Mini affronta poi la questione dell’Is, lo Stato Islamico, che secondo lui è «sfuggito di mano» al dipartimento di Stato americano e alla Cia fortemente impegnati nella costruzione di un’opposizione armata al regime siriano. “In effetti, la stessa invenzione dell’Is è la rappresentazione canonica e circoscritta della più grande comparsata della guerra globale al terrorismo. Un gruppo molto agguerrito ma marginale nella lotta contro il regime di al-Asad, che avrebbe dovuto avere un ruolo di comparsa (…) è stato elevato al ruolo di grande e unico vero protagonista del terrorismo internazionale.”

L’ex segretario di Stato Hillary Clinton, ricorda Mini, ha ammesso pubblicamente: «L’Is è stato un fallimento. Abbiamo fallito nel voler creare una guerriglia anti-Asad credibile. Il fallimento di questo progetto ha portato all’orrore cui stiamo assistendo oggi in Iraq» (intervista a Jeffrey Goldberg su The Atlantic). La Clinton ritiene la . politica del presidente Obama eccessivamente cauta. Secondo lei i gruppi jihadisti come l’Is sfuggiti alle mani e al controllo americani «hanno la capacità di minacciare l’Europa e gli Stati Uniti. I gruppi jihadisti governano interi territori. Ma non si limiteranno a essi. Perseguono l’espansione, la loro ragion d’essere è contro l’Occidente, contro i crociati, contro coloro che intendono riempire i vuoti e noi tutti apparteniamo a una di queste categorie. Come affrontarli? Io penso intensamente al contenimento, alla deterrenza e alla loro sconfitta». È interessante notare che le critiche a Obama sono facili e scontate, ma che la proposta di soluzione non si spinge oltre l’idea di «contenere e dissuadere» l’Is. Sembra un po’ poco, ma probabilmente la Clinton sa che non è possibile «pensare» a qualcosa di più risolutivo perché forse l’Is non è solo quella scheggia impazzita che si vuole far credere.

La rappresentazione dell’Is e delle sue forze sembra creata apposta per il ruolo che attualmente svolge. “Deve destabilizzare la regione e consentire alle forze della coalizione (che comprende gli Stati che sostengono l’Is) di consolidare il potere contro l’Iran e contro gli sciiti iracheni. Una coalizione dei più e meglio armati paesi del mondo sembra essere impotente in un confronto con non più di diecimila combattenti distribuiti su un territorio vasto, ma non inaccessibile”.

Mini osserva anche che “chi riesce a raggiungere il centro di Parigi con armi in mano e cappuccio sul viso avrebbe potuto portare con meno rischi una bomba in un supermercato o un aeroporto. La scelta di un obiettivo preciso come la direzione di Charlie Hebdo indica il piano di un’esecuzione sommaria nei confronti di singoli individui. Il cappuccio sul viso e l’eliminazione dei testimoni significano l’intenzione di non sacrificarsi. E la scelta di un giornale satirico è rivolta a colpire il cuore individualista e libertario dell’Occidente ormai insensibile alle stragi. Qualcuno ha anche previsto che solo un atto simile in Francia avrebbe mobilitato milioni di persone e spostato l’attenzione sui rischi per la libertà posti dall’estremismo islamico.” Ma la conclusione che ne tira Mini non è chiara.

Altrettanto discutibile la panoramica sul conflitto intorno all’Ucraina: Fabio Mini non vede all’orizzonte un salto qualitativo verso la guerra guerreggiata, anche se sottolinea la necessità di assicurare alla Russia “un posto significativo e accettato nei rapporti con l’Occidente. Bisogna aiutarla a crearsi un futuro in tal senso invece di agire per allontanarla ed escluderla.”

Di un prossimo intervento in Libia, Mini non parlava per niente in questo saggio, se non indirettamente, smentendo molte attribuzioni all’Isis di varie manifestazioni integraliste in altre regioni. Non aiutava però il suo schema di fondo, che riconduceva questa organizzazione quasi solo al ruolo, che c’è stato, di finanziatori occidentali diretti o indiretti, tramite paesi della regione, mentre va capito anche che lo Stato Islamico ha potuto crescere e radicarsi grazie alla forza repellente delle monarchie del Golfo e al grande vuoto lasciato dalle cruente sconfitte delle rivoluzioni arabe.

A capire la Libia, oltre il saggio già ricordato, ci aiuta Romano Prodi, che da più parti era stato proposto come mediatore in quel paese. Difficile dire se nel far cadere la proposta, partita dall’interno della Libia e anche dal Forum dei capi di Stato e di governo africani presieduto da Thabo Mbeki, furono più determinanti le beghe interne italiane o le pressioni dei paesi “amici” e concorrenti, Francia e Gran Bretagna. Ma Prodi si toglie qualche sassolino dalla scarpa, ricostruendo la subordinazione alla Francia di Sarkozy, che portò l’Italia a pagare “per fare una guerra contro i propri interessi”, e ridicolizzando Alfano e soci, che immaginano che i terroristi possano arrivare con i barconi. “I terroristi sono organizzati, altro che barconi”. Ma dovrebbe dirlo anche alla ineffabile Roberta Pinotti, che conclude la sua ampia intervista al “Messaggero” di oggi considerando plausibile che i terroristi siano così malridotti da affidarsi ai gommoni rappezzati per arrivare sulle nostre sponde. Uno dei pochi studiosi che conosce alla perfezione la Libia e ha sempre dissentito dalla nostra politica avventurista, Angelo del Boca, definisce su “Il Fatto quotidiano” Renzi e Gentiloni “personaggi di quinto livello”, ma potrebbe benissimo aggiungere alla compagnia non solo la Pinotti ma la stessa Mogherini, piazzata in Europa solo per simulare un qualche ruolo dell’Italia. In ogni caso è assai difficile che Prodi accetti di entrare in scena a questo punto, dopo che troppi danni sono stati fatti su molti piani, compresi i toni da crociata, e la rivendicazione della guida militare dell’impresa, che con i tempi e le logiche dell’ONU è assai poco verosimile per lo meno come intervento di urgenza. Del Boca, vecchio socialista e partigiano, se la prende ancora con Napolitano, di cui si stupisce che a proposito del precedente intervento in Libia abbia violato la costituzione. Io non mi sorprendo affatto, conoscendo altre imprese criminali appoggiate da Napolitano e ribattezzate come “umanitarie”. Ma concordo con Del Boca che oggi c’è qualcosa in più: al punto in cui è deteriorata la situazione in Libia, con 140 gruppi che si contendono il territorio, e si spartiscono gli “arsenali immensi e micidiali” accumulati da Gheddafi (e forniti dall’Italia e altre potenze imperialiste), con il paese tornato indietro di due secoli, “o scendi in campo sapendo che ci saranno decine di migliaia di morti, o non fai nulla”.

È probabilmente troppo tardi per qualsiasi tipo di intervento. Certo ha pesato la mediocrità dei nostri ministri degli Esteri, con meriti acquisiti non si sa dove. Di  Gentiloni si sa: nel suo apprendistato politico in un gruppo maostalinista, poi proseguito con una lunga collaborazione col Manifesto.

Ritirarsi dal conflitto libico non è viltà. E a chi considera sacrosanto il debito, domandiamo: quanti miliardi sono stati già buttati in quello sventurato paese? E quanti se ne dovrebbero buttare, insieme a molte vite umane, per “riconquistarlo”? La sicurezza può essere assicurata solo da un ordine giusto, in tutta l’area, non da una guerra più o meno “umanitaria”. (a.m.15/2/15)



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