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Almeyra: Difendiamo il Venezuela in pericolo

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di Guillermo Almeyra

 

Complementare e non contrapposto al mio articolo di ieri (Nuovi problemi in America Latina? ) è questo articolo di Guillermo Almeyra, che riflette l’allarme di tutta la sinistra latinoamericana rispetto alle minacce di Obama. Complementare e non contrapposto, dicevo,  perché mentre mette al primo posto una mobilitazione di tutto il continente che renda più difficile agli Stati Uniti di approfittare degli errori tattici e degli eccessi verbali di Maduro, non rinuncia poi alla critica nei confronti del governo del Venezuela e di quelli di altri paesi “progressisti”. Una critica necessaria, perché se gli Stati Uniti sono oggi più aggressivi, non è perché si sentano minacciati più di ieri, ma perché pensano di poter approfittare di una momentanea inadeguatezza di Maduro nel fronteggiare un’opposizione da sempre faziosa e bugiarda, e forte dell’appoggio spudorato dell’imperialismo statunitense e di quello europeo. (a.m. 13/3/15)

 

Gli Stati Uniti preparano cinicamente l’ennesima avventura politico-militare, in questo caso contro il Venezuela. È ridicolo che questo (o qualsivoglia altro paese latinoamericano) possa costituire una “minaccia” per la sicurezza della principale potenza mondiale e giustificare l’emergenza nazionale. La presunta argomentazione per una simile misura – l’esistenza di prigionieri politici, restrizioni della libertà di stampa, corruzione di funzionari – è non meno aberrante, oltre che prepotente e in violazione della lex gentium e dei principi dell’Onu. La corruzione, che è vasta ma non diversa da quella che esiste nei paesi sudditi degli Stati Uniti, ad esempio il Messico, è una piaga che possono e devono risolvere gli stessi venezuelani. Quanto ai presunti prigionieri politici, stanno in carcere perché golpisti o terroristi, o per atti di comprovata delinquenza, e l’opposizione anti-chavista controlla la maggioranza dei quotidiani e delle emittenti radio-televisive del paese, e può diffondere tutte le menzogne che vuole.

Obama ricorda la favola di La Fontaine, quella del lupo e dell’agnello, in cui il lupo, che stava bevendo più in altro rispetto all’agnello, avendo intenzione di mangiarselo, lo accusa di intorbidargli l’acqua e, di fonte agli argomenti logici della vittima, le salta addosso.

La minaccia al Venezuela rientra nella medesima offensiva che attacca il governo brasiliano di Dilma Rousseff e quello argentino di Cristina Fernández. Venezuela, Brasile e Argentina sono il pilastro del Mercosur e dell’Unasur, di una politica distinta da quella del Dipartimento degli Stati Uniti. Gli Usa hanno bisogno di “ripulire e rimettere in ordine il cortile di casa” (vale a dire, spazzar via i governi che non siano, come quello del Messico, suoi agenti servili, pur portando avanti politiche capitalistiche piuttosto moderate), per avere così le spalle libere e affrontare la preparazione dello scontro bellico contro Russia e Cina.

La ripresa economica statunitense è debole, fragile, ed è minacciata dalla crescita della crisi razziale e sociale; l’Europa sta patendo le conseguenze dell’aumento del dollaro (che solo a più lunga scadenza favorirà le esportazioni tedesche, inglesi e francesi, ma accrescerà la crisi sociale nei paesi dell’Europa meridionale). Il rientro negli Stati Uniti delle divise precedentemente destinate alla speculazione su petrolio e materie prime, getta benzina sul fuoco nei paesi esportatori di questi prodotti (monarchie arabe, Bric, paesi “emergenti”). E, questo, mentre Washington è stato sconfitto in Iraq, non sta ottenendo niente in Siria, Libia, Afghanistan e in Ucraina, e perde quindi gradatamente la propria egemonia (che ancora conserva soprattutto sul piano militare).

Pur se in nessuna parte del mondo il capitalismo è minacciato da una rivoluzione socialista, lo è invece da parte dei movimenti nazionali in difesa della sovranità nazionale (coperti o meno che siano da veli razziali o religiosi), che etichetta come terroristici (mentre terrorista è chi invade, bombarda, minaccia, sabota e uccide in modo massiccio da vari decenni). Teme soprattutto le ripercussioni che potrebbe avere sulla decisione e la visione politica delle larghe masse una catastrofe mondiale di fondo (bellica od ecologica), provocata dalla bramosia di lucro dei monopoli contro tutti e tutto.

È questo il senso della minaccia contro il Venezuela: preparare un possibile blocco navale, o bombardamenti, o un’invasione di mercenari a partire dalla Colombia, se una controffensiva diplomatica dei paesi dell’area e un sostegno a Caracas da parte della Russia o di Pechino non ne ostacola la concretizzazione.

Maduro non è Chávez, che aveva maggiore sensibilità ed apertura nei confronti dei lavoratori: è rozzo, pretende di combattere l’estrema destra grazie al solo apparato e alle istituzioni, non affronta la burocrazia e considera operai e contadini pura e semplice fanteria, che a suo avviso vale ben meno dei comandi militari, educati secondo una mentalità verticistica e conservatrice.

A parte i suoi deliri con i passeri, preso dalla sua verbosità, non sa valutare gli effetti di quel che dice, regalando così pretesti ed armi ai nemici del processo venezuelano. Al tempo stesso, il suo cesarismo allontana gli amici, in una sinistra che non sa distinguere tra un processo sociale di trasformazione, confuso e inedito, e la sua direzione transitoria, ed è chavista acritica o anti-chavista cieca di fronte al fatto che l’imperialismo, se attacca il Venezuela, è per timore che altri paesi sudamericani vengano contagiati dalle esperienze venezuelane di autorganizzazione popolare, non per la goffaggine di Maduro.

Circa la metà degli elettori venezuelani non sono chavisti, e al loro interno solo un settore è filo-imperialista e fascista. Se Maduro accusa l’intera opposizione di terrorismo e di asservimento agli Stati Uniti, non fa che compattarla, mentre è fondamentale separare i settori semplicemente arretrati o conservatori da sfruttatori ed agenti della Cia.

I popoli, tuttavia, non si devono lasciare ingannare. I nemici di Washington non sono i governi “progressisti” (Maduro, Fernández, Rousseff), ma i settori popolari che costoro, di volta in volta, controllano, incanalano, subordinano e utilizzano come sostegno. L’azione di destabilizzazione di questi governi cerca di fare arretrare ulteriormente i lavoratori e le loro conquiste, per avere così mano libera ed accrescere sfruttamento e profitti. La minaccia non è rivolta contro Maduro, ma contro il livello di coscienza e di organizzazione conquistato da anni in alcuni paesi, ai quali si vuole imporre una situazione e un governo di tipo messicano. Si tratta di una minaccia contro tutti che, tra l’altro, fa parte di un piano selvaggio, che sfocia in una guerra terribile alla quale gli Stati Uniti si stanno preparando da tempo.

Dobbiamo contrapporre un saldo fronte alle intenzioni distruttive degli Stati Uniti. Quanti, come il governo uruguayano e il suo vicepresidente, Raúl Sendic, sono convinti che trarranno profitto dal loro vergognoso ruolo di leccapiedi, vanno ripudiati perché aiutano gli schiavisti moderni.

Traduzione di Titti Pierini



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