Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> La Quarta Internazionale fa il punto sulla Palestina

La Quarta Internazionale fa il punto sulla Palestina

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da Sinistra Anticapitalista

DICHIARAZIONE “PALESTINA”, SITUAZIONE E COMPITI

1. L’anno 2014 è stato segnato, in Israele e nei territori palestinesi, dall’approfondirsi di quei dispositivi già in opera da due decenni: il rafforzamento della morsa su Gaza e la Cisgiordania, la prosecuzione e l’accelerazione della colonizzazione ebraica, la repressione permanente nei confronti dei Palestinesi, i puntuali attacchi militari di estrema violenza, di cui è stata superata una nuova tappa durante l’attacco sanguinario contro Gaza nell’estate del 2014, lo strangolamento politico e economico della società palestinese, la radicalizzazione della società e del campo politico israeliano.

2. Se questi dispositivi si iscrivono nelle dinamiche precedenti agli accordi di Oslo (1993-1994), caratterizzati da un lungo processo di spossessamento territoriale e di pulizia etnica, su scala e ritmi diversi a seconda della congiuntura, la situazione attuale non può essere compresa se non integrando quelle modifiche successive all’approdo del cosiddetto periodo della “autonomia palestinese”: fine dell’occupazione diretta da parte dell’esercito israeliano delle principali concentrazioni demografiche palestinesi; esistenza di un apparato politico-amministrativo e repressivo palestinese (l’Autorità palestinese); marginalizzazione dei rifugiati palestinesi dell’ “esterno”.
3. Le contraddizioni proprie del “processo di pace” e, dunque, attinenti ai compiti dell’autorità palestinese, vale a dire il contenimento delle rivendicazioni e della resistenza palestinesi tramite la redistribuzione di aiuti internazionali e tramite la repressione senza l’ottenimento di alcun guadagno politico reale, sono esplose nel settembre del 2000 con la seconda Intifada. Il movimento di rivolta schioccato nel settembre del 2000, espressione del rifiuto da parte larghi settori della società palestinese di rimanere in silenzio di fronte ad processo di riorganizzazione dell’occupazione israeliana chiamato in maniera fraudolenta “processo di pace” e di fronte all’accelerazione senza precedenti della colonizzazione, ha reso ancora più visibili le divisioni in seno alla direzione dell’Autorità palestinese: una parte, sostenitrice di un improbabile equilibrio tra lotta contro l’occupazione e cooperazione con le autorità dell’occupazione e, l’altra parte sostenitrice dell’integrazione al dispositivo coloniale.
4. La violenza della repressione israeliana, con la liquidazione o l’arresto di migliaia di resistenti, in maggioranza provenienti da Al Fatah, hanno rafforzato le correnti più arrendevoli della direzione palestinese. La morte di Yasser Arafat e l’avvicendamento di Mahmud Abbas hanno sancito in maniera visibile questi nuovi equilibri. Dal 2005, l’Autorità palestinese, diretta da Abbas e dalla sua intima cerchia (vecchia e nuova), ha assunto pienamente il suo ruolo di collaboratore delle forze d’occupazione israeliana, in particolare attraverso la ristrutturazione dei servizi di sicurezza palestinese sotto tutela degli Stati Uniti. Inoltre, l’Autorità palestinese, sotto la spinta del Primo ministro Salam Fayyad (vecchio alto funzionario del Fmi), ha accelerato e completato il processo di integrazione e di sottomissione dell’economia palestinese al sistema capitalista mondializzato e al suo principale rappresentante locale: Israele. Se sono ancora presenti alcuni settori nazionalisti all’interno dell’apparato dell’Autorità palestinese, provenienti da Al Fatah, ostili alla cogestione con la potenza occupante, questi sono sempre più marginalizzati.
5. La vittoria di Hamas alle elezioni legislative del 2006 è da considerarsi una nuova espressione difforme del rifiuto della maggioranza della società palestinese di sottomettersi al comando degli occidentali e degli israeliani e di sostenere in qualsiasi modo la capitolarda e corrotta direzione dell’Autorità palestinese. Quest’ultima, agli occhi della popolazione, non viene assimilata ad Al Fatah, dal momento che durante le elezioni sono stati sconfitti i dirigenti più in vista dell’Autorità palestinese (voto su base circoscrizionale), e non al Fatah, che ha ottenuto a livello nazionale un risultato di poco inferiore a quello di Hamas (voto di lista).
6. La vittoria di Hamas e la conquista totale del controllo della striscia di Gaza in risposta al tentativo di colpo di stato fomentato da Mohammad Dahlan (dirigente di Al Fatah) e sostenuto direttamente o indirettamente dagli Stati Uniti, l’Egitto e Israele, hanno esposto Hamas stessa alle contraddizioni di Oslo. In seno al Movimento di resistenza islamica, le divisioni sono sempre più visibili: da una parte vi sono coloro che sostengono la continuazione della resistenza, compresa quella armata, contro Israele (e, dunque, di conseguenza lo scontro con la direzione di Abbas); dall’altra parte, vi sono coloro che sostengono il riavvicinamento con la direzione di Abbas ( e di conseguenza, la pace fredda con Israele).
7. Hamas deve confrontarsi con gli stessi problemi con cui si è dovuta imbattere Al Fatah durante i primi anni dell’autonomia: l’incompatibilità tra la cogestione delle strutture integrate al dispositivo di occupazione e la prosecuzione della lotta contro l’occupazione. Hamas è riuscita a mantenere la sua unità combinando la gestione clientelare del mini-apparato statale a Gaza e l’impegno nella lotta armata (a fianco delle altre organizzazioni palestinesi, ma in maniera molto più visibile e estesa) nel caso di un’aggressione israeliana. Hamas ha così potuto così legittimarsi, da una parte, tra coloro che hanno beneficiato direttamente dell’istituzionalizzazione del movimento, i beneficiari della rendita del mini-apparato, sostenitori di una pacificazione delle relazioni con Israele, ma anche tra alcuni settori più ai margini (in particolare tra i rifugiati nei campi) che si oppongono a questa pacificazione.

8. Questo improbabile equilibrio poggia tra l’altro su un discorso che permette di unificare soggetti sociali i cui interessi materiali sono divergenti, contraddittori: l’utopia reazionaria di uno Stato islamico in Palestina, il cui quadro territoriale e temporale rimane volontariamente fluido. Il riferimento religioso non è monopolio di Hamas e non è lo spartiacque politico centrale nel campo politico palestinese, ma la sua centralità e le sue traduzioni nel progetto e nelle pratiche di Hamas (marginalizzazione delle donne, sostituzione della religione alla politica, porosità tra antisionismo e antisemitismo, … pongono alla luce sempre più la necessità, al di là della necessaria unificazione nella lotta quotidiana delle diverse correnti di resistenza, di una direzione politica alternativa.

9. La sinistra palestinese (Fplp, Fdlp, PPP, corrente di Mustafa Barghuthi), non è ancora oggi capace di rappresentare questa alternativa. Divisa tra sostenitori di un’integrazione totale (PPP – Partito popolare palestinese) o parziale (Fdlp – Fronte democratico per la liberazione della Palestina) all’Autorità palestinese e i sostenitori dell’unità nazionale tra Hamas e la direzione di Abbas (Fplp – Fronte popolare per la liberazione della Palestina), la sinistra palestinese paga il prezzo delle sue ambiguità nei confronti del “processo di pace”: se, contrariamente al Ppp, il Fdlp e il Fplp si sono formalmente opposti agli accordi di Oslo, legittimando l’Olp, le direzioni sono state indotte a tacere una parte delle loro critiche e a rifiutare di assumersi l’impegno a costruire una “terza via”, lasciando così apparire Hamas come la sola opposizione credibile a Arafat, poi a Abbas. Di fronte all’assenza di prospettive, numerosi quadri e militanti della sinistra palestinese hanno deciso di impegnarsi nelle Ong, che, nonostante la loro attività sia sovente essenziale, partecipano, nella misura in cui questo lavoro non è indirizzato alla costruzione di un’alternativa politica, al processo di spoliticizzazione e di “ongizzazione” della società palestinese.

10. In Israele, avanza la radicalizzazione della società e della politica. Gli ultimi governi, dominati da forze di estrema destra, razziste e antidemocratiche, hanno proseguito e accelerato le politiche di colonizzazione, di repressione e di pulizia etnica contro i Palestinesi, in Cisgiordania, a Gaza, a Gerusalemme ma anche nella stessa Israele. Il centro e il centro sinistra hanno accompagnato questa evoluzione, partecipando ai governi di coalizione oppure rimanendo in silenzio e, dunque, complici di queste politiche. Il “movimento per la pace” paga il prezzo del suo allineamento al partito laburista, e solo alcuni piccoli gruppi anticolonialisti si sono realmente assunti l’impegno della lotta contro l’insieme delle politiche coloniali israeliane e la solidarietà effettiva con i palestinesi. Essi, purtroppo, sono oggi molto minoritari nella società israeliana e devono sempre più fare fronte alla repressione e alle intimidazioni provenienti dallo Stato e da gruppi di estrema destra.

11. L’insieme di questi processi e la degradazione dei rapporti di forza in sfavore dei palestinesi non possono essere compresi e analizzati pienamente senza contestualizzarli nel contesto regionale e internazionale. Lo Stato di Israele è in effetti pienamente integrato politicamente e economicamente all’ordine imperialista mondiale, e beneficia del pieno sostegno o dell’appoggio indiretto della quasi totalità dei paesi occidentali. Le tensioni che esistono tra l’amministrazione Obama e il governo Netanyahu non si traducono in alcuna pressione su Israele: gli Stati uniti, indeboliti nella regione, non possono avviare un confronto aperto con l’alleato israeliano. Alcuni stati più critici della politica israeliana (Brasile, Turchia, e la Cina stessa) sviluppano comunque delle crescenti relazioni militari e commerciali con lo stato di Israele. I recenti voti, nei diversi paesi europei, di un riconoscimento dello Stato palestinese, se testimoniano un’irritazione di fronte alla violenza, l’arroganza e l’ostinazione israeliana e dell’isolamento sempre più marcato dello Stato di Israele, non sono affatto la traduzione di una modifica reale dei rapporti di forza diplomatici. Il processo rivoluzionario arabo, che aveva aperto la possibilità di una rottura dell’isolamento regionale dei palestinesi, attraversa un periodo di riflusso con lo sviluppo della controrivoluzione in tutte le sue forme ( si tratti di regimi o di integralismo islamico). Il processo non è stato sconfitto e la regione è lungi dall’essere stabilizzata; è possibile che vi siano nuovi sviluppi, in particolare in Siria e in Egitto, che potranno avere un impatto sulla situazione palestinese. Il riflusso, tuttavia, favorisce attualmente lo stato di Israele, vi sono forti rivalità tra i paesi arabi ed è stata intensificata la collaborazione tra alcuni di essi (Egitto, Giordania, paesi del Golfo,…) con Israele. L’isolamento dei palestinesi di fronte allo stato di Israele che gode di sostegni molteplici e potenti mette in luce ancora di più la necessità e la centralità della solidarietà internazionale per modificare i rapporti di forza.

I COMPITI

12. Dopo quasi tre anni, assistiamo ad un’inflessione tattica da parte della direzione palestinese (Abbas), che ha fatto la scelta di fare appello direttamente alle istituzioni internazionali emancipandosi parzialmente dal quadro costringente di Oslo: domanda di adesione all’Onu e ai diversi organismi ad esso legati, adesione alla Corte penale internazionale, tentativo di fare adottare una risoluzione dell’Onu che imponga la calendarizzazione del ritiro dell’esercito israeliano dai territori occupati dopo il 1967…  Lo scacco di quest’ultimo tentativo dimostra i limiti di questa inflessione tattica, così come le minacce di sanzioni finanziarie che pesano sull’Autorità palestinese, principalmente da parte degli Stati Uniti e di Israele, in particolare nel caso di un ricorso approfondito alla Corte Penale Internazionale, che paralizzerebbe il funzionamento delle istituzioni palestinesi.

13. Bisogna con forza constatare che questi ricorsi sono rivelatori, da parte della direzione palestinese, di una presa di coscienza dell’impasse a cui sono giunte il “processo di pace” e le negoziazioni bilaterali sotto l’arbitrio statunitense, anche se lo stesso Abbas e la sua cerchia non si augurano esplicitamente per il momento una rottura formale con gli accordo di Oslo, quanto piuttosto un miglioramento dei rapporti di forza nei confronti di Israele. Questi ricorsi amplificano in maniera difforme, d’altro canto, l’aspirazione di una parte sempre più consistenze della popolazione palestinese dei territori occupati: uscire dalla camicia di forza del “processo di pace” che allontana ogni giorno sempre più la prospettiva del godimento dei diritti nazionali dei Palestinesi.

14. È proprio questa constatazione che ha ispirato gli iniziatori palestinesi dell’appello Bds (Boicottaggio Disinvestimento e Sanzioni), lanciata nel luglio del 2005 che, senza prendere posizione su soluzioni a lungo termine, prende atto dello scacco della strategia del negoziato e dello squilibrio dei rapporti di forza, fissandosi come obiettivo di isolare, politicamente, economicamente, diplomaticamente, lo Stato di Israele, fino al raggiungimento dei diritti nazionali dei Palestinesi. Si tratta, in effetti, con il Bds, di uscire dalla logica dei negoziati bilaterali e del compromesso “accettabile” al fine di sviluppare dei meccanismi di costrizione nei confronti dello Stato di Israele che si ostina a comprendere un solo linguaggio, quello della forza. Si tratta egualmente di rompere con la logica dello scontro militare con Israele, una strada senza via di uscita per i Palestinesi, e di combinare la pressione esterna con il ridispiegamento del movimento popolare all’interno.

15. La solidarietà internazionale ha nel Bds uno strumento essenziale per denunciare e mettere sotto pressione non soltanto lo Stato di Israele, ma anche gli Stati complici dell’occupazione, così come le grandi società capitaliste multinazionali che traggono beneficio dalla partecipazione diretta o indiretta allo sfruttamento economico dei territori palestinesi. Da una decina di anni, e soprattutto dopo i massacri di Gaza dell’inverno 2008-2009, Bds ha conosciuto uno sviluppo considerevole su scala internazionale, divenendo un’attività centrale del movimento di solidarietà, che ha conseguito alcune vittorie visibili, principalmente nell’ambito del boicottaggio e dei disinvestimenti.

16. Gli iniziatori palestinesi della campagna Bds si appellano alla creatività e al senso tattico dei movimenti di solidarietà internazionali perché declinino nei rispettivi paesi i diversi aspetti e livelli della campagna in funzione delle realtà nazionali e regionali. A seconda dei paesi e delle regioni, diverse rivendicazioni possono essere portate avanti, privilegiando le rivendicazioni che potrebbero avere un impatto reale su Israele: la sospensione dell’accordo Ue – Israele, la fine immediata della partecipazione egiziana al blocco di Gaza e l’apertura del valico di Rafah, l’embargo sulle armi, la fine della cooperazione militare e delle collaborazioni economiche (ad esempio nello sfruttamento del gas nel Mediterraneo), la liberazione dei prigionieri – in particolare dei prigionieri bambini, … . Si tratta, al di là degli adeguamenti tattici , di rifiutare ogni tipo di concessione: Bds non cesserà se non con il raggiungimento pieno e intero dell’insieme dei diritti nazionali dei Palestinesi, che si tratti dei Palestinesi dei territori occupati dopo il 1967, dei Palestinesi di Israele o dei Palestinesi dell’esilio.

17. Attraverso e al di là della campagna Bds, dobbiamo mettere particolarmente l’accento sul rafforzamento dei contatti, dei legami e della cooperazione tra le diverse componenti del movimento sociale e del movimento operaio con i loro omologhi palestinesi, che si tratti di sindacati operai, di movimenti contadini, di movimenti femministi, dei movimenti Lgbti, di movimenti per i diritti umani, di movimenti cristiano-progressisti... Da questo tipo di cooperazione non possono che trarre beneficio direttamente i Palestinesi che romperebbero la logica dell’isolamento e permetterebbero tra l’altro ai movimenti di solidarietà di ancorarsi più profondamente alle dinamiche sociali e politiche nazionali e regionali, allargando la propria platea e il proprio raggio di ascolto. Il caos creato dalle controrivoluzioni nella regione ha rafforzato il processo di espatrio dei rifugiati palestinesi soprattutto in direzione dell’Europa: ne deve tener conto il movimento di solidarietà, legandosi ai movimenti in difesa dei diritti dei migranti e dei rifugiati. La criminalizzazione del movimento Bds e più ampiamente del movimento di solidarietà, soprattutto in Francia, costituisce egualmente un nuovo dato di cui si deve tener conto nella costruzione delle manifestazioni le più ampie e massicce possibili.

18. Dobbiamo evidentemente combattere ogni forma di razzismo in seno al movimento di solidarietà con i Palestinesi, si tratti di islamofobia o di antisemitismo, così come ogni forma di collaborazione con le forze di estrema destra. I recenti avvenimenti di Parigi e di Copenaghen, nel corso dei quali alcuni ebrei sono stati deliberatamente assassinati, evidenziano ancor di più la necessità di lottare contro ogni forma di stigmatizzazione su basi religiose o etniche e l’importanza della presenza dei movimenti e delle reti ebraiche contro l’occupazione in seno al movimento di solidarietà. Questo comporta lo sviluppo di un movimento di solidarietà fermo sui principi, ma che non rinunci al contempo, nei paesi imperialisti, ad essere inclusivo e attivo verso le popolazioni di cultura araba e/o musulmana, che rappresentano sovente una delle principali fucine del movimento di solidarietà. Si tratta quindi di prospettare (o di approfondire) la collaborazione con le forze rappresentative di queste popolazioni, comprese le forze e le associazioni musulmane, nella misura in cui l’unità è possibile senza rinunciare ai principi fondamentali, come il rifiuto di ogni confessionalizzazione della questione palestinese e il rifiuto di ogni strumentalizzazione religiosa della solidarietà.

19. Infine, è importante tessere e sviluppare dei legami con le forze della sinistra palestinese, nella loro diversità, senza porre condizioni a priori. Un tale dialogo dovrà incentrarsi, da una parte, sulle forme di collaborazione possibile in seno al movimento di solidarietà nazionale e, dall’altra parte, sulle prospettive di ricomposizione della sinistra anti imperialista su scala regionale e internazionale e sul contributo che possiamo apportarvi in particolare difendendo il nostro punto di vista marxista rivoluzionario. A questo proposito le riunioni e le dichiarazioni congiunte di organizzazioni della sinistra rivoluzionaria della regione, per quanto si possano giudicare imperfette e/o insufficientemente rappresentative, costituiscono un punto di appoggio importante: tocca a noi popolarizzarle, rafforzarle e ampliarle, nel rispetto del pluralismo e dei disaccordi tattici. Nel movimento di solidarietà con i Palestinesi, dobbiamo combattere ogni tentativo di contrapporre il processo rivoluzionario regionale alla lotta palestinese, ricordando, in particolare, l’ostilità storica dei regimi della regione alle rivendicazioni palestinesi, e sottolineando la complementarità tra la lotta contro Israele e la lotta contro tutti i regimi. La combinazione tra la lotta palestinese e le altre lotte per l’emancipazione deve essere oggetto di una valorizzazione particolare nella nostra formazione, in particolare nell’ambito delle scuole dell’IIRE:

20. In tutte queste lotte e discussioni, noi avanzeremo le rivendicazioni fissate nella risoluzione del Congresso mondiale del 2010:

– ritiro, totale, immediato e incondizionato dell’esercito israeliano dai territori occupati dopo il 1967, ivi compresa Gerusalemme;

– smantellamento dell’insieme delle colonie di popolamento costruite dopo il 1967;

– distruzione del muro di separazione;

– liberazione dei prigionieri politici detenuti da Israele;

– ritiro immediato e senza condizioni del blocco contro Gaza;

Come primo passo verso una soluzione politica fondata sull’eguaglianza dei diritti, noi sosteniamo tutte le forme di lotta del popolo palestinese in vista del soddisfacimento dei propri diritti:

  • diritto all’autodeterminazione senza ingerenze esterne;
  • diritto al ritorno dei rifugiati o alla compensazione per coloro che lo desiderano;
  • diritti eguali per i Palestinesi del 1948.

Al di là di ciò, noi riaffermiamo qui la necessità, in vista dell’emancipazione dei popoli arabi, dello smantellamento dello Stato sionista, incarnazione di un progetto coloniale e razzista al servizio dell’imperialismo, a favore di una soluzione politica attraverso la quale tutti i popoli della Palestina (palestinesi e ebrei israeliani) possano vivere insieme nell’eguaglianza totale dei diritti.

(febbraio 2015, traduzione a cura di Sinistra Anticapitalista)

Comitato Internazionale della IV Internazionale

 



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