Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Medio Oriente e mondo arabo-islamico --> Reazioni pericolose all’attacco di Tunisi

Reazioni pericolose all’attacco di Tunisi

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La maggior parte delle reazioni all’attacco di Tunisi sono assurde e pericolose: la Pinotti, ad esempio, scoprendo che due degli attentatori erano stati forse addestrati in Libia, si è impegnata a inviare più aerei e navi nel Mediterraneo. A che servirebbero? Non certo a prevenire altri possibili attentati di analoghi piccoli nuclei di terroristi locali. Sarebbero i poveri libici, ancora una volta, ad essere vittime di guerre altrui sul loro territorio, come accadde durante la seconda guerra mondiale, che lasciò in quel paese un lungo strascico di morti per gli innumerevoli ordigni inesplosi abbandonati dai due eserciti. E la loro presunta colpa di non essere stati capaci di governarsi da soli dopo la morte di Gheddafi, è senz’altro inferiore alla responsabilità di tutti i paesi (europei, USA o mediorientali) che hanno finanziato ciascuno una milizia armata per tutelare i loro interessi in quel paese.

Inoltre bisogna riflettere sulle dimensioni reali del fenomeno. L’ISIS (o Stato o Califfato Islamico) riesce efficacemente a farsi propaganda appropriandosi di ogni episodio di ostilità antieuropea o antiamericana, e utilizzando abilmente le tecniche di comunicazione di massa per costruire una propria immagine di successo. Ma non ha le dimensioni e la forza che gli si attribuiscono abitualmente. Dopo aver dimostrato che bastano pochissimi uomini mediocremente addestrati per mandare in tilt per molte ore o interi giorni polizie e servizi di sicurezza, non si capisce perché non abbiano moltiplicato attacchi come quello del Pardo, che utilizzando un minimo di combattenti gettano nel panico interi paesi e colpiscono pesantemente gli interessi dei paesi imperialisti, in questo caso l’industria del turismo e il business delle grandi navi da crociera. Basterebbero 5 o 6 nuclei di pochi combattenti per spezzare senza troppi rischi le linee di comunicazione ferroviaria e autostradale di paesi come l’Italia o la Francia, tenuto conto della pessima prova data dalle polizie non solo in Tunisia ma anche in Francia, e presumibilmente in altri paesi. La spiegazione di questa inefficienza è semplice: una polizia addestrata a bastonare studenti od operai inermi, non è altrettanto pronta ad affrontare terroristi bene armati. Lo si era visto chiaramente a Parigi, in vari filmati (la macchina della polizia che fa marcia indietro di fronte ai due terroristi in fuga indisturbata dalla sede di Charlie Hebdo; o le decine di teste di cuoio che non riuscivano a risalire un’aiola di fronte al supermercato ebraico in cui era asserragliato un solo terrorista), e nella conferma oggettiva del successo iniziale della fuga dei due fratelli Kouachi per due giorni in tutta la Francia, senza una rete di supporto: si rifornivano da soli di benzina e di panini alle stazioni di servizio!

È presto per sapere se effettivamente alcuni degli attaccanti di Tunisi sono riusciti a fuggire, come è stato annunciato in un primo momento dalla stessa polizia, ma non è difficile immaginare che sia vero, visto l’affannarsi in inutili esibizioni guerresche dei poliziotti che avrebbero dovuto vigilare non tanto sul Museo quanto sulla sede di un parlamento che stava per votare una delle tante inutili leggi “contro il terrorismo”, e che quindi offriva un bersaglio simbolico ideale anche a combattenti mediocremente addestrati.

Probabilmente questi attacchi non si ripetono a distanza di tempo ravvicinata solo perché i nuovi nuclei non sono pronti, in quantità e qualità soddisfacente, ma ogni risposta stupidamente provocatoria e irresponsabile ai singoli atti di terrorismo faciliterà il loro reclutamento tra i tanti disperati disponibili.

A monte dell’esplosione di questa nuova ondata antioccidentale, c’è il fallimento clamoroso di tutti i tentativi di costruire organizzazioni laiche nel mondo arabo-islamico, a partire dall’involuzione grave della direzione palestinese, che si è ripercossa anche in molti paesi non direttamente coinvolti, e si è sommata alla sparizione del nasserismo e dello stesso mediocre surrogato rappresentato dal Baath iracheno e siriano.

Per capire in quale spazio si è inserita la nuova forma di lotta all’Occidente, bisogna ricordare quante umiliazioni e vessazioni, al di là del mero sfruttamento, hanno colpito paesi che stavano tentando la strada della modernizzazione e dello sviluppo capitalistico, a partire dall’Egitto nel corso di gran parte del XIX secolo, fino allo strangolamento nel 1882 ad opera del comitato dei creditori, in un modo che ricorda molto quello che sta accadendo oggi tra una sedicente “Europa” e la Grecia. Il fenomeno riguarda molti altri paesi, dalla Tunisia all’Iran, allo stesso Stato Ottomano tra il 1839 e la Prima Guerra Mondiale, anche se in forme diverse. Ma basta ricordare il caso egiziano che presenta in modo emblematico il processo, usando le parole nettissime di Rosa Luxemburg: Rosa L. sul debito (per il testo completo di Rosa Luxemburg sul ruolo dei prestiti internazionali per ridurre in schiavitù un paese, si veda: https://dl.dropboxusercontent.com/u/1250209/Files%20Sito%20antoniomoscato.altervista.org/Luxemburg%20-%20Debito.pdf ).

E non si trattava solo del colonialismo brutale e senza reticenze del XIX secolo. Anche tutto il secolo trascorso dalle spudorate spartizioni che motivarono e accompagnarono la prima guerra mondiale, ha lasciato un gran numero di cicatrici tra gli abitanti di quest’area. Per quanto riguarda le vicende dell’Iraq, ad esempio, rinvio ai capitoli II e III di un mio libro - Tempeste sull’Iraq - inserito sul sito (Le contraddizioni dell’Iraq e L’Iraq cerca l’indipendenza) da cui risulta che le ingerenze occidentali erano ben precedenti a quelle delle guerre statunitensi del 1991 e soprattutto del 2003, a cui oggi lo stesso Barack Obama attribuisce l’origine della crescita di al Qaeda, premessa del successivo Stato islamico.

Ma ogni abitante dell’area ha memoria diretta o indiretta di una lunga storia di ingerenze e interventi militari e la sensazione di essere stato defraudato, non solo di beni materiali, ma anche della democrazia che stava costruendo: si pensi all’ormai confessato intervento della CIA per stroncare il governo del nazionalista, laico e riformista, Mossadeq in Iran nel 1953.

Non è male ricordare che gran parte dei paesi dell’area (e dell’Africa anche subsahariana) anche dopo l’indipendenza sono stati governati da complici e vassalli dell’imperialismo europeo e statunitense. Come fa oggi Syriza in Grecia tutti potrebbero dire: siamo ridotti così perché sotto la vostra tutela i governanti di vostra fiducia ci hanno spolpato fino all’osso.

Il risentimento per i molti torti subiti da gran parte del mondo sotto la dominazione imperialista può alimentare molte risposte sciagurate (orribili e al tempo stesso incapaci di assicurare la liberazione auspicata). Intervenire con le portaerei e i carri armati come propongono in tanti (dalla Pinotti a Gad Lerner) servirà solo a consolidare agli occhi di molti diseredati l’illusione di una liberazione attraverso movimenti che usino l’Islam come cemento ideologico, e trascinerà il mediterraneo in una folle e inarrestabile guerra di religioni. (a.m.20/3/15)



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