Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Israele e il terrorismo

Israele e il terrorismo

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Un compagno di Lecce che non sentivo da tempo mi ha scritto su Facebook: “Ti contatto perché volevo un tuo parere su una questione riguardante lo Stato Islamico. Non credi che i seguaci del califfo abbiano, con le dovute differenze, fatto propria la lezione del sionismo? Il principale obiettivo del IS è quello di costituire per i musulmani (sunniti) ciò che Israele è per gli ebrei: uno stato che li integri tutti e li protegga ovunque si trovino entro i confini della loro antica terra, ricomponendo l'unità e la purezza di una comunità idealizzata esistita in un mitico passato. Per molti giovani arabi e musulmani (anche quelli che risiedono ormai da generazioni in occidente, sempre più emarginati dalla crisi economica e dal pregiudizio razzista) che vivono in un presente fatto di frustrazione, ingiustizia, corruzione dilagante, nell'inadeguatezza di infrastrutture socio economiche, può rappresentare un messaggio potente e seducente, non credi? Del resto anche i sionisti reclutavano sulla base di un disagio reale dovuto alla mancata integrazione delle comunità ebraiche in Europa. Ovviamente si tratterebbe di uno stato governato secondo i rigidi principi della "sharia", ma che promette a tutti i musulmani un ritorno all'età dell'oro dell'Islam. L'uso della violenza è un mezzo per terrorizzare i nemici ed è parte integrante di qualsiasi organizzazione che voglia darsi un assetto statuale: Irgun, banda Stern o la più recente UCK erano forse più teneri? Semmai la differenza sta nell'uso spregiudicato che IS fa delle moderne tecnologie per diffondere la sua propaganda macabra, strumento che alla lunga potrà anche ritorcerglisi contro. Che ne pensi? “

 

Lì per lì gli ho risposto brevemente che “le analogie non vanno esagerate, ma ci sono”.

I sionisti hanno dato molti cattivi esempi, pericolosi perché hanno avuto successo. In primo luogo nel 1946-1948 con attentati terroristici ad ambasciate, alberghi, mercati, autobus, e si sono conquistati uno Stato. Hanno utilizzato sistematicamente una propaganda faziosa e menzognera. Stamattina ad esempio ascoltavo Netanyahu che parlava dell'Iran come di uno “Stato terrorista dotato di un terribile arsenale atomico” con le stesse parole che avrei usato io per descrivere lo Stato di Israele, che le atomiche ce le ha davvero e le ha costruite in collaborazione con il Sudafrica dell’apartheid... [Ne avevo parlato anni fa in un ampio Dossier su Israele e Sudafrica ora inserito nel sito.]

 

Ma se sono grato a Facebook perché mi ha fatto ritrovare tanti compagni e soprattutto miei studenti in anni lontani (l’ultimo, che mi ha scritto pochi giorni fa una bella lettera, mi aveva avuto come docente di italiano e storia all’Istituto tecnico Bernini di Roma nel lontano 1966!), non mi entusiasma la brevità a cui bene o male si è costretti per far leggere un messaggio. Così prendo spunto da quella domanda per riflettere più ampiamente ed evitare il rischio di schematizzazioni poco convincenti.

In realtà più che seguire la “lezione del sionismo”, il califfato o Stato islamico o le altre varianti del terrorismo che si manifestano nell’area, hanno avuto molti altri maestri, gli stessi che ha avuto il sionismo fin dall’inizio: prima di tutto le varie forme di dominazione coloniale. Lo Stato di Israele ha applicato nei confronti dei palestinesi non solo le rappresaglie sistematiche, a volte “preventive”, ma anche altre misure barbariche previste dalle leggi britanniche come la distruzione delle case dei parenti e vicini dei “terroristi” (come chiamano chiunque combatta l’occupazione). Misure applicate non solo in Palestina, ma per esempio dai britannici anche nel Kenia, dove la repressione del movimento indipendentista detto dei mau-mau fu condotta con tecniche spietate e molte migliaia di morti innocenti.

Gli Stati Uniti hanno fornito abbondanti esempi di esecuzioni più o meno mirate, in qualsiasi parte del mondo, dopo averle sperimentate inizialmente nel Nord America per sradicarne le popolazioni preesistenti (che spesso li avevano aiutati nella loro lotta per l’indipendenza dalla Gran Bretagna), e poi nel resto delle Americhe per imporvi il loro dominio.

L’uso della violenza senza limiti caratterizza ogni minoranza che vuole imporsi su una maggioranza: esempio chiaro è stato lo sterminio delle popolazioni indigene delle Americhe fin dalla conquista: mons Bartolomé de las Casas ha descritto le esibizioni di atrocità mostruose e le uccisioni senza il minimo pretesto, che non erano solo una manifestazione di perversione, ma una necessità assoluta perché poche centinaia di uomini potessero dominarne milioni. Ne ho parlato in diverse ricostruzioni della storia di Cuba, parlando di come avvenne la conquista a partire dal 1509. Scelgo una citazione dalla più breve, ora sul sito come Cuba. Cinquecento anni di storia:

Diego Velázquez comincerà la conquista con trecento uomini bene armati. Mezzo secolo dopo, i circa centomila abitanti di Cuba erano praticamente estinti. I bianchi liberi erano ancora soltanto settecento. I primi decenni dopo la conquista non avevano visto una vera colonizzazione. Rapinate le poche ricchezze trovate, gli spagnoli avevano usato l’isola solo come scalo. I pochi superstiti della popolazione originaria si rifugiarono nelle zone più impervie delle montagne dell’Oriente, dove nei secoli successivi si mescolarono con i cimarrones, gli schiavi neri fuggiti dalle piantagioni. Il saccheggio e lo sterminio erano stati deliberati e spietati. (…) Non furono quindi solo le malattie importate dall’Europa (che comunque fecero strage di una popolazione sprovvista di anticorpi nei confronti di esse), ma il ferro e la forca a completare l’opera. Stupri e violenze di ogni genere (ad esempio: il taglio delle mani, lasciate poi appese agli alberi) servirono da deterrente, sospingendo sui monti i pochi sopravvissuti, e consentendo a poche centinaia di spagnoli di dominare il paese. La resistenza eroica di alcuni gruppi capeggiati da Hatuey (che proveniva dalla vicina isola di Hispaniola, l’odierna Haiti) e dal cacique Guamá fu facilmente stroncata, grazie all’enorme superiorità tecnologica dei conquistatori, che avevano non solo armi da fuoco e spade d’acciaio e corazze (contro archi rudimentali e asce di pietra), ma anche cavalli e feroci cani da guerra, del tutto sconosciuti sull’isola.

Va detto che lo stesso monsignor de las Casas si preoccupava per la sorte delle popolazioni autoctone, ma come rimedio proponeva l’importazione di schiavi dall’Africa, perché più resistenti alla fatica e alle malattie, e soprattutto spaesati nel nuovo ambiente, sicché avevano maggiori difficoltà a tentare la fuga.

Le conquiste europee e lo stesse esplorazioni dell’Africa e dell’Asia furono condotte sempre con un’esibizione spietata della violenza, da parte di tutte le potenze coloniali, benedette dalle missioni cristiane che avevano preceduto l’occupazione militare, e che avevano ottenuto dovunque il monopolio dell’istruzione per trasmettere rassegnazione e subalternità ai dominatori. Dopo la decolonizzazione degli anni Sessanta, tutti i tentativi di ricolonizzazione più o meno avallati dalle Nazioni Unite (a partire dal Congo ex belga) furono accompagnati dall’uso di sanguinari mercenari bianchi e dall’utilizzazione - diretta da parte di una potenza imperialista o mediata da una potenza locale – di conflitti locali per innescare dinamiche separatiste e feroci guerre civili (dal Katanga nel Congo al Biafra in Nigeria, per arrivare ai recenti conflitti che hanno desolato i paesi dell’Africa occidentale in cui si è poi diffusa facilmente l’Ebola).

Il senso della precisazione è che tanto il terrorismo sionista (iniziato come strumento per conquistarsi uno Stato su un territorio opprimendo la netta maggioranza dei suoi abitanti, e proseguito nel quadro di un progetto di dominazione diretta e per conto terzi di una vastissima area) quanto quelli dei vari gruppi integralisti islamici, non sono solo speculari, ma lo sono perché hanno rifermenti comuni. È una responsabilità primaria che ricade su chi ha imposto questo assetto ingiusto e oppressivo al mondo intero, non tanto su chi reagisce malamente o disperatamente.

Ma distinguerei comunque il terrorismo di tipo statale e territoriale dell’IS, o di Boko Haram, dal fenomeno dell’attrazione che quello individuale e nichilista in nome di un ritorno a un mitico passato glorioso può rappresentare per molti giovani arabi e musulmani (anche quelli che risiedono ormai da generazioni in occidente, sempre più emarginati dalla crisi economica e dal pregiudizio razzista) che vivono in un presente fatto di frustrazione, ingiustizia, corruzione dilagante, nell'inadeguatezza di infrastrutture socio economiche.

Ancor più necessario vigilare contro l’uso diffuso dell’amalgama tra i gruppi terroristi più repellenti, e varie forme di legittima lotta contro un’oppressione etnica o religiosa. La Cina ad esempio bolla come terrorismo ogni forma di lotta degli ujguri del Xinjiang, e si fa riconsegnare da vari paesi asiatici (in particolare le repubbliche ex sovietiche del Kirghizistan, Uzbekistan e Tagikistan, ma ora anche la Thailandia) quelli che vi avevano cercato rifugio tentando di raggiungere la Turchia, a cui sono affini dal punto di vista linguistico.

L’Arabia Saudita e i suoi soci considerano terroristi gli Houti dello Yemen, solo perché sciiti. E così via, fino al tentativo del governo fantoccio di Ramallah di assimilare ai terroristi anche Hamas (vedi Dallo Yemen a Gaza ). Così passa a livello popolare la percezione del terrorismo come fortissimo e onnipresente, e da eliminare comunque a suon di bombe.

La premessa di ogni battaglia per sradicare questo fenomeno orribile e pericoloso, è la consapevolezza di cosa lo ha generato, e di quanto siamo corresponsabili noi tutti, cittadini di Stati imperialisti e con un turpe passato coloniale. Corresponsabili anche perché viviamo in società che assicurano una posizione preminente e una pretesa di egemonia morale a chiese cristiane che hanno avuto tutte un ruolo attivo nell’oppressione coloniale. E siamo corresponsabili per il sostegno che l’Europa dà allo Stato di Israele, avallandone l’ipocrita vittimismo, e finanziandolo e armandolo in mille modi. Non tanto, come si ripete, per una specie di complesso di colpa per la Shoà, ma semplicemente perché Israele rappresenta davvero quel “baluardo dell’Europa contro il mondo coloniale”, in nome del quale Theodor Hertz andava a chiedere appoggio e protezione per la causa sionista ai governi più reazionari e antisemiti.

Ed è davvero ancora un baluardo che, in mano a governanti senza scrupoli, può violare tutte le leggi e le risoluzioni dell’ONU, e quando occorre compiere azioni piratesche bombardando impianti e strutture in Tunisia, nel Libano, in Iraq, in Siria, ecc., facendo cioè quello che i suoi mandanti esitano a fare apertamente. E minacciando di farle anche in Iran, spudoratamente, come Netanyahu ha dichiarato dopo il pur modesto accordo di Losanna.

Molti sono terrorizzati dal martellamento dei media sui molti pericoli del terrorismo, da quello lontano del Nord della Nigeria a quello vicinissimo poco più che individuale, per molti aspetti più pericoloso perché può apparire improvvisamente dovunque, in modo imprevedibile e incontrollabile, scegliendo un obiettivo qualsiasi, come ce ne sono a migliaia. Tanto più che spesso per terrorizzare un intero paese sono sufficienti due o tre militanti, con poche armi e modestissimo supporto logistico, come ha dimostrato il successo degli attacchi a Charlie Hebdo o al supermercato kosher o al Museo del Pardo. Fino al giorno prima erano ragazzi sbandati e dediti al piccolo spaccio, come tanti altri, e senza una particolare preparazione militare, che a quanto pare non è indispensabile perché le ipertrofiche e armatissime polizie di cui ogni Stato si è dotato sono efficientissime nell’attaccare una manifestazione studentesca o un corteo operaio, ma impreparate ad affrontare un vero scontro armato.

La soluzione non può essere cercata quindi tanto nella prevenzione o nella repressione, ma dipende dalla capacità di combattere la putrefazione delle nostre società, in cui la maggior parte dei giovani (indipendentemente dal colore della pelle e dalla provenienza dei genitori) non hanno alcuna speranza o punto di riferimento. La soluzione non verrà da qualche elargizione (ammesso che sia possibile) di un modesto salario di cittadinanza, ma solo dalla ripresa delle lotte anticapitaliste per una diversa distribuzione del reddito, e per colpire quei profitti e quelle rendite che da almeno tre decenni si sono gonfiati illimitatamente a danno dell’occupazione e della condizione di vita della grandissima maggioranza della popolazione (chi lavora lo fa in condizioni sempre peggiori, e costretto a spremersi senza preoccuparsi della salute, come è stato osservato a proposito del pilota tedesco suicida che nascondeva da tempo il suo stato per timore di perdere il posto).

Intanto, come compito minimo, cerchiamo di evitare che col pretesto del terrorismo si introducano nuove divisioni tra gli oppressi e gli sfruttati. Come in tanti, difensori interessati di quell’1% che detiene tutte le ricchezze, tentano di fare ogni giorno coltivando l’islamofobia e l’odio per i diversi.

(a.m.6/4/15)



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