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Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Brasile – La crisi del PT nel quadro della riorganizzazione della destra nel continente (II)

Brasile – La crisi del PT nel quadro della riorganizzazione della destra nel continente (II)

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Intervista diValérie Nader e Gabriel Brito aRicardo Antunes

Correio da Cidadania

A l'encontre

 

Lo scorso 15 marzo, oltre 1 milione di persone sono scese in piazza contro il governo di Dilma Rousseff; una mobilitazione politicamente di destra, in un quadro sociale, politico ed economico avvelenato dalla corruzione del governo del PT (e dei suoi alleati) e dalla sua politica social-liberista.

Di seguito pubblichiamo la seconda parte della lunga intervista al sociologo Ricardo Antunes, che costituisce un punto di riferimento riconosciuto in Brasile (e in America Latina) per quanto riguarda l’analisi del “metabolismo” delle classi popolari e del lavoro nella società brasiliana. La prima parte è già sul sito col titolo: Brasile – La crisi è profondissima. «Non vedo alternative al PT»

 

* * *

Parte seconda

 

Correio da CidadaniaChe cosa pensa, specificamente, della politica economica adottata dal governo sotto la direzione di Joaquim Levy [l’attuale ministro delle Finanze]?

Ricardo Antunes– Totale subordinazione all’egemonia della borghesia finanziaria. Il governo di Dilma Rousset, del PT, è completamente scavalcato dagli eventi. Quel che dirò è frutto di pura intuizione, perché in Brasile non si può neanche parlare di quel che accadrà nei prossimi giorni. Non credo però che questa borghesia sia favorevole a mettere sotto accusa Dilma. Questo potrebbe infatti provocare una crisi sociale e politica ancor più profonda e nessuno sa quando questa si chiuderebbe. Anche quelli più di sinistra, che non appoggiano Dilma, sanno che un colpo inferto a lei favorirebbe i settori ancor più a destra. E, a quel punto, si vivrebbe un neoliberismo allo stato puro. Il PT, come ho già detto in altre occasioni, è una variante social-liberista: molto al liberismo, briciole per la sfera sociale. Che cosa significa la Bolsa Familia a confronto del pagamento degli interessi del debito? Basta questo semplice confronto. Quale quota del Pil va alla Bolsa e quanto all’avanzo primario[1]per garantire la remunerazione dei profitti finanziari?

Un esempio tipico. La prima scelta per il ministero delle Finanze era caduta su Luiz Carlos Trabuco, il cui nome diceva già diceva tutto [trabuco = trabocchetto]. È stato respinto, e allora si è ripiegato sul “Trabuco secondo”, Joaquim Levy, che è letteralmente cresciuto nelle alte sfere dirigenti delle banche. Il suo rimedio è tagliare i diritti sociali, eliminare le conquiste salariali e mantenere intoccabili gli interessi dei profitti finanziari e, in secondo luogo, quelli dei principali settori industriali, infine quelli dell’agrobusiness.

A questo punto dobbiamo aprire una parentesi. Molti dicono che il capitale finanziario è separato da quello industriale e dell’agrobusiness. Ormai, invece, c’è un intreccio profondo tra questi settori e il capitale presente da una parte lo è anche dall’altra. Sono così profondamente intrecciati che la stessa Bolsa Familia procura profitto al capitale finanziario. Le banche che detengono il controllo delle risorse assegnate alla Bolsa beneficiano di soldi del governo. Infatti, la conversione della Bolsa in carta di credito è al servizio del capitale finanziario, sia questo la Banca pubblica (che lavora in una logica privatizzata), o si tratti di banche del settore privato, come ha già dimostrato la professoressa Sara Granemann del’UFRJ (Rio de Janeiro).

Lo scenario si presenta così: le politiche guidate dal duo Levy-Dilma (perché in causa non c’è solo Levy, dal momento che Dilma ha avuto 54 milioni di voti ed è stata lei a nominarlo), queste politiche retrograde attaccano i diritti dei lavoratori. Stanno determinando l’aumento della disoccupazione e rafforzano le posizioni della destra, che ora esige ed attua misure in favore del subappalto. La destra ha già preso in mano il progetto di legge n. 4330 ed ora intende farlo votare. Eduardo Cunha[2]si è già ripromesso di farlo. Questo nefando PL (Partito liberale) liberalizza il subappalto non solo tramite questo meccanismo, ma anche con un obiettivo preciso: trasformare la classe lavoratrice in una massa di schiavi in cui tutti si possono subappaltare.

Tutti sanno che Dilma potrebbe ulteriormente cedere agli interessi del capitale finanziario. Chi è al corrente della politica “interna” sa che durante la campagna elettorale diceva di essere anti-neoliberista, anti-privatizzazioni, ecc. Ora che le elezioni sono finite, si ritorna al vero Brasile. Ha preso lei tutte le misure che avrebbero potuto prendere Aécio Neves (il candidato del PSDB). Che differenza c’è tra Levy e Arminio Fraga?[3]Nessuna, sono fratelli siamesi.

 

Correio da CidadaniaAnche considerando che l’idea di una destituzione è complicata per la stessa opposizione, crede che si vada preparando quella che potremmo chiamare una crisi istituzionale? Quali conseguenze avrebbe la destituzione di Dilma?

Ricardo Antunes– Stando ai sentimenti comuni della piazza, la destituzione (l’impeachment) è già pronta per essere applicata. Idem per quelli che conoscono ben poco al riguardo. Ma vi sono altri elementi complicati. Larghi settori della sinistra (la sinistra del PT) sanno ormai che la destituzione avrebbe come conseguenza la vittoria della destra, vittoria che avrebbe la natura di un putsch. Le manifestazioni del 15 marzo scorso svoltesi in numerose città ne sono state la perfetta espressione. In quell’occasione, numerosi settori di ceti medi conservatori e frange padronali hanno appoggiato la destituzione con un carattere chiaramente putschista. È evidente che siamo di fronte a un movimento di destra, che va dai nostalgici della dittatura alla destra attuale.

La nostra è una costatazione angosciante ed amara: quelli che, a distanza di quasi due anni, sperano di politicizzare le rivendicazioni della sollevazione del giugno 2013 sono varie componenti della destra che sfruttano la corruzione unicamente per esaltare l’odio contro il PT, le sinistre, i lavoratori, i poveri, i neri, gli omosessuali, gli immigrati, ecc. Quelli che approfittano politicamente della crisi apertasi nel governo di Dilma oggi si trovano a destra. Quest’ultima ha fatto della corruzione il centro del proprio movimento.

È evidente che questa uscita dalla crisi determina una situazione in cui la destra potrà pretendere che a cadere sia stata la sinistra, non Dilma. In questo preciso momento, ci si trova dunque di fronte al vero e proprio fallimento della sinistra. È naturale che vasti settori della sinistra che sono all’opposizione di Dilma non se ne stiano zitti di fronte a un putsch fomentato dalla destra. Un putsch contro la corruzione,certo, ma soprattutto e di fatto anche un putsch contro tutta la sinistra in generale.

A mo’ di confronto, va ricordato il momento in cui Collor[4]ha chiesto alla popolazione di andare in piazza vestita di verde e di giallo contro la corruzione e i putschisti. La popolazione – soprattutto i giovani – è andata in nero e ha avviato un movimento spettacolare che ha destituito Collor. Quel governo, all’epoca, era una sorta di governo molto sradicato dalla popolazione e senza un nucleo organizzato di simpatizzanti. Collor era un avventuriero. Il PT, viceversa, ha molti alleati politici, con la CUT ed altri settori sociali che mantengono ancora legami con il partito. Non accetterebbero questo putsch, che creerebbe una grandissima scissione nel paese, con conseguenze imprevedibili. Molti dei detrattori e la sinistra del PT non lo accetterebbero neanche loro passivamente questo putsch della destra.

Inoltre, non credo che una borghesia che sta guadagnando terreno e sta per arrivare a governare e a poter ridistribuire le carte desideri correre un rischio incalcolabile come questo. La mia ipotesi, in occasione della crisi del mensalão,[5]nel 2005, era che i settori dominanti non volessero far cadere Lula in quel momento. La crisi dovuta al mensalão, per quanto riguarda la forza delle critiche, era ancor più profonda di quella attuale, almeno finora, perché tutti i membri del nocciolo duro del governo dell’epoca erano direttamente coinvolti. Nel 2005, José Dirceu (dirigente storico del PT, espresso dalla “sinistra”) era coinvolto direttamente, visto che era il capo-gabinetto (vale a dire il braccio destro) di Lula. Oggi non è così, il caso è molto più frammentato. È come se i tentacoli dello scandalo toccassero tutte le parti, ma non direttamente il nocciolo del governo di Dilma.

Per altro verso, la destituzione non è facile per la destra. Se lo scandalo del Lava Jato (l’indagine della Polizia  federale sul sistema di corruzione legato a Petrobras) si espande e si estende fino all’era di Fernando Henrique Cardoso (il predecessore di Lula) – che è il minimo che ci si possa aspettare – esso toccherà ancor di più il PSDB. Per rendersi conto del livello di corruzione di questo partito, basti dire dello scandalo legato al cartello della metropolitana di San Paolo, per esempio, che ha la stessa caratteristica della crisi alla Petrobras.

È tutto imprevedibile, lo ripeto. Sembra tuttavia che i settori dominanti, gli alti strati borghesi, preferiscano lasciare Dilma da parte, per riuscire a vincere le elezioni  nel 2018, come pensavano sarebbe successo nel 2006. Lasceranno infatti Lula al quarto piano sottoterra invece di metterlo direttamente fuori gioco. Dilma non ha vinto casualmente le elezioni: aveva l’appoggio della regione Nordeste (dove la Bolsa Familia ha un ruolo rilevante) e ha goduto di un massiccio voto popolare. La maggioranza della popolazione si è espressa: «Questo governo è brutto, ma quello che potrebbe sostituirlo è ancora peggio, quindi teniamoci Dilma. È l’alternativa “meno peggio”». Si tratta, quindi, di una crisi molto profonda.

Infine, e lo ribadisco ancora una volta, nessuno sa dove potranno andare l’operazione Lava Jato e i suoi strascichi giudiziari. Evidentemente, quel che posso dire oggi si basa sulle informazioni attualmente disponibili sulla stampa. Domani, o fra sei mesi, tutto può cambiare. Ma il problema è che c’è un vuoto nell’offerta di alternative a sinistra, capite?

Si può fare un parallelo con il caso della Grecia. Guardate Syriza. È diventato un partito che ha vinto in Grecia dopo la devastazione neoliberista e finanziaria – grazie alla trojka europea – che ha quasi annientato, letteralmente e fisicamente, interi gruppi di lavoratori greci, soprattutto quelli del settore pubblico, ma anche di quello privato, che hanno perso il posto di lavoro, il salario e la previdenza e assistenza sociale. Questo ha portato a incanalare le tensioni e le alternative in un nuovo partito di sinistra, Syriza, che ha gridato: «Non saremo più complici di questo». In Brasile non abbiamo ancora niente di simile. E il seguito, in Grecia, va ancora sperimentato…

 

Correio da CidadaniaVale a dire: nessun progetto realmente alternativo che possa raggiungere l’immaginario di un vasto pubblico?

Ricardo Antunes– Abbiamo avuto un’elezione da cui è uscita vincente una figura della sinistra. Non ho paura di dire che Luciana Genro[6]è risultata vincente, con una leadership di sinistra unita ai giovani che nessun partito di sinistra era riuscito a ottenere in queste elezioni con una visibilità così grande agli occhi dell’opinione pubblica. Ha ricevuto 1,6 milioni di voti, onorando gli oltre 800.000 voti che Plinio Sampaio (ex candidato del PSOL, deceduto) aveva ottenuto nel 2010. Luciana ha quasi raddoppiato questo contingente di voti in una campagna coraggiosa, come era stata anche quella di Plinio. Vediamo che il PSTU (Partito socialista del lavoratori uniti) è ben radicato nel sindacato e in alcuni settori popolari. Abbiamo anche il PCB che cerca di riorganizzarsi e arriva anche a fare una positiva autocritica concernente i suoi problemi passati, in particolare quelli relativi alle pratiche concilianti che ha conosciuto.

Tuttavia, siamo ancora troppo minoritari, molto divisi, disuniti, incapaci di saldare più in profondità i legami con ampi movimenti sociali che sono chiaramente in opposizione a sinistra del governo di Dilma. Basterebbe dire che arriveremo a capirci, non foss’altro che per il tempo di una campagna elettorale, in cui ovviamente non abbiamo alcuna speranza di vincere, ma in occasione della quale potremmo perlomeno offrire una posizione alternativa e cominciare a incoraggiare un nuovo movimento sociale e politico di base che contenesse una formulazione e alcune proposte di sinistra. Purtroppo, non ci riusciamo.

C’è una ribellione popolare. Il paese sta conoscendo uno sciopero degli insegnanti come quello del Paranà (al Sud del paese) che merita di essere ricordato qui. C’è una resistenza eroica ed erculea degli insegnanti della scuola primaria, secondaria e superiore, che dimostra come il governo “tucano” (PSDB) del Paranà sia un vero e proprio disastro. Abbiamo anche scioperi nell’industria automobilistica in varie parti del Brasile. Alcune settimane fa ve ne sono stati parecchi: ad esempio, quello della Volkswagen, decisivo per impedire l’avvio di licenziamenti in massa. C’è anche stato lo sciopero dei metalmeccanici a São José dos Campos (São Paulo).

Ora assistiamo alle manifestazioni degli autisti di mezzi pesanti, che hanno statuti assai diversificati. Dobbiamo quindi sapere di quale categoria di trasportatori di carichi pesanti parliamo. Il termine include sia i dipendenti delle grandi imprese sia i trasportatori autonomi proprietari del loro veicolo e che sono quasi una sorta di proletari «di se stessi» («autosfruttamento»). Chi ha solo il suo camion paga caro il suo diesel o i pedaggi e deve lavorare intensamente per sopravvivere. Quindi, è un po’ sbrigativo mettere tutto in un unico sacco.

In realtà, i malcontenti ci sono da tutte le parti. Il MTST (Movimento dei senza tetto) ha fatto poco fa importanti manifestazioni. Del pari, immaginate questo: abbiamo avuto, dal periodo di carnevale fino ad ora, piogge torrenziali. Eppure, tutto sta ad indicare che in questo mese d’aprile le piogge cesseranno e rivivremo di tutta evidenza un periodo di siccità. La periferia non ha più acqua da un anno. Abbiamo ascoltato tutti le testimonianze di lavoratori delle periferie che sono rimastiti senz’acqua per 10-12 giorni di fila. Questo dovrà pure trovare un limite. Fino a quando la popolazione sarà costretta a sopportare di pagare la bolletta della luce? La tariffa è esplosa. Sentiamo dire per giorni che è partito il livello di allerta, ma la bolletta continua ad aumentare. Non parliamo dell’aumento di un 2%, ma del 28,5% in media.

Tutto questo dovrà trovare qualche limite. Penso che si stia giocando col fuoco. Nel 2013, le manifestazioni sono esplose per ben meno di questo.

 

Correio da CidadaniaHa ricordato le manifestazioni del 15 marzo (per la destituzione di Dilma). Pensa che possano di fatto diventare un movimento con caratteristiche davvero putschiste, ma che conterrebbero anche una forte risonanza sociale?

Ricardo Antunes– Certamente. Le manifestazioni hanno realmente un carattere putchista. Alcuni settori di destra si sono impegnati anima e corpo per la candidatura di Aécio, uomo di destra. Non hanno digerito la sconfitta. Alcuni settori di ceto medio, specie del Sudest, detestano i migranti del Nord, cosi come uomini e donne neri/e adorano, invece, il mondo dei supermercati e il cagnolino che mangia filetto mignon. Di contro, credo che questo non abbia alcuna dimensione popolare e concerna o riguardi i lavoratori delle periferie.

Bizzarramente, il governo di Dilma, che tanto ha coltivato l’idea sbagliata di una «ampia e operosa classe media» stia per essere duramente fustigata da vasti settori di vecchio ceto medio conservatore e tradizionalista che segue gli ideali delle destre, siano esse di obbedienza liberal-conservatrice o di obbedienza fascista e di estrema destra, che si sviluppa anch’essa in Brasile.

Siccome la crisi sociale è profonda, quel che ho detto sopra va preso con precauzione. Questa estrema destra comincia a fare proselitismo politico in modo pericolosamente conservatore e anche fascista (ad esempio, il movimento che sostiene il ritorno dei militari della dittatura). Questi settori di destra sono usciti dal bosco e sono ogni volta più aggressivi.

Non parlo al riguardo del legittimo malcontento per il governo di Dilma, ma di quei settori che vogliono la destra al governo a tutti i costi.

Naturalmente, la distanza tra la vita istituzionale e il popolo di strada è brutale. Il malcontento è profondo, se si pensa alle dimensioni e alle ripercussioni sociali della crisi: aumento del costo della vita, sempre più disoccupazione, lavoratori che pagano solo loro le conseguenze della crisi di cui non hanno la minima responsabilità né la colpa.

Sul piano istituzionale, il parlamento va ripensato. Ha senso avere una camera dei deputati e un senato con una configurazione elitaria ed escludente come sono oggi le due camere in Brasile? Ha senso avere un mandato di 8 anni per il senato? Il parlamento, che doveva essere la cassa di risonanza della strada è, di fatto, la cassa di risonanza delle banche, dell’agrobusiness, dei grandi settori industriali e del pensiero conservatore che si riversa in molti settori, ad esempio in quello dei religiosi, degli ultraconservatori che detestano sia gli omosessuali sia i neri.

Il fenomeno non si limita al Brasile. Abbiamo visto ora è poco a Parigi un gruppo di razzisti inglesi impedire l’ingresso in metropolitana a un nero francese. Ci troviamo cioè in uno scenario difficile. Sia sul piano nazionale sia su quello internazionale.

 

Correo da CidadaniaSupponiamo che a medio termine l’idea di una destituzione si dissolva e che Dilma arrivi in fondo al quarto mandato [del governo del PT. Il secondo per lei]. Come immagina il suo quarto mandato?

Ricardo Antunes– Più o meno come il mandato di Sarney (1985-1989), disfatto, deforme, con molte manifestazioni sociali, manifestazioni popolari, e molta repressione.

Il PT alla testa del governo dimostrerà che reprime come gli altri. Avremo molta repressione, molto malcontento, molte disubbidienze e dei morti. Quando, infatti, la popolazione della periferia esce a manifestare è così che vanno le cose. Qualche mese fa c’è stata una rivolta per l’acqua a Itu, all’interno di São Paulo. Una rivolta popolare; come si fa infatti a vivere senz’acqua? Come si vive se la bolletta della luce costa 200 riais e la gente ne guadagna 800 al mese? Non pagherà la bolletta e allora arriva un’impresa e taglia l’elettricità in periferia. Come si può pensare che si possa vivere con la mancanza quotidiana di acqua ed elettricità? Sono componenti che riguardano dimensioni cruciali della vita quotidiana, e questo è diverso dalla rivolta contro la corruzione. Quando la periferia si ribella per il prezzo delle derrate alimentari, dell’acqua, dell’elettricità, il carattere sociale ha una portata diversa.

Le cose sono così complicate, nell’ipotesi di una caduta di Dilma, il PMDB ne prenderebbe il posto, mentre è parte integrante e decisiva di questa tragedia. Il vicepresidente? Oppure, in sua mancanza, il presidente del PMDB alla Camera? Il PMDB è un partito decapitato da decenni. Opera e vive all’insegna del motto: «È donando che si riceve». In questa ipotesi, sarebbe improbabile cambiare quel che non va con qualcosa che va peggio.

D’altro canto, è possibile assistere al ritorno in auge di Dilma? In piena crisi economica, politica e sociale profonda, la scelta che ha fatto è stata quella di porre in atto una politica distruttiva, finanziarista e antisociale. Il PT sta affrontando i malcontenti interni. La CUT – per filogovernativa che sia la sua politica, alla fine rientra nella stessa famiglia del PT – ha anch’essa le sue basi e comincia anche lei a sentire la pressione dal basso. E mentre la CUT non fa l’opposizione a Dilma, la Forza Sindacale si sta addormentando. Idem l’UGT (Unione generale dei lavoratori). È quindi un contesto difficilissimo.

 

Correio da CiudadaniaDi fronte a questo contesto e prendendo ad esempio lo sciopero dei servizi pubblici del Paranà, intravede uno spiraglio per un movimento analogo a quello del giugno 2013?

Ricardo Antunes– Giugno 2013 non è stato una ribellione delle sinistre. È stata una rivolta sociale e popolare sospinta in un primo tempo da una fortunatissima combinazione di movimenti ribelli della gioventù, come il MPL (Movimento “Passe Livre”, trasporto gratuito), sommato a un vastissimo malcontento popolare, che comprendeva anche gruppi sociali di sinistra emersi, in particolare, dai giovani. Questa convergenza ha subito una profondissima repressione poliziesca, e ha fatto esplodere il paese.

Attualmente, ci sono molti più ingredienti: c’è lo sciopero degli insegnanti, dei dipendenti pubblici, dei lavoratori della sanità. Vedete bene l’esempio greco. Quando la medicina neoliberista finanziarizzata e distruttiva si fa più dura, è devastante per i diritti sociali dei lavoratori, e questo fa esplodere la funzione pubblica. È così che la funzione pubblica diventa una categoria politicizzata, nel senso che le sue rivendicazioni e le sue lotte si trasformano rapidamente in uno scontro diretto. Il Paranà ne è l’esempio-tipo, ma ve ne sono altri.

Quante categorie di funzionari pubblici sono in sciopero oggi? Centinaia. I settori operai, metalmeccanici, industriali in genere, appoggiano più o meno il governo di Dilma. Sono più o meno scontenti, non accettano i colpi quando capiscono che il paese sta per crollargli addosso e che sarà solo la classe lavoratrice a dover pagare il conto. Per la gioventù, è qualcosa di simile.

Lo scenario futuro più verosimile è che ci troveremo di fronte a manifestazioni chiaramente diversificate: da un lato quelle di destra e, dall’altro, quelle di sinistra. La sfida si riassume così. Chi riuscirà a guadagnarsi la stima popolare? Chi riuscirà a far passare parole d’ordine sulla realtà concreta della popolazione lavoratrice e povera del Brasile? Prendiamo la Rivoluzione francese: nel suo slogan: «uguaglianza, libertà e fraternità» c’erano molte cose che riguardavano i sans-culottes, i poveri, perché le ricchezze restavano nelle mani dell’aristocrazia e del clero. Durante la Rivoluzione russa del 1917, la parola d’ordine «pane, pace e libertà» toccava l’esperienza quotidiana del popolo russo, perché soffriva la fame, i figli dei poveri morivano nelle guerre – i ricchi non mandavano i loro figli a combattere – e i popoli non sopportavano più il regime autocratico zarista. È così che c’è stata la rivolta popolare che ha dato luogo alla Rivoluzione d’Ottobre.

Con questi esempi non sto dicendo che ci troviamo in una situazione rivoluzionaria in Brasile. Niente di tutto questo. D’altronde, il malcontento emerge quando si vivono penurie, bisogni e sofferenze intollerabili. Siamo molto vicini a una situazione del genere. E su uno scenario del genere che la sinistra deve riflettere. Le destre hanno già schierato le proprie forze in piazza il 15 marzo. Sono forze offensive ed esaltate.

 

Correio da CidadaniaPer finire, in che rapporto mette quel che si è vissuto in Brasile in questi ultimi mesi con la situazione in America latina, soprattutto nelle esperienze argentina e venezuelana, che conoscono forti tensioni sociali, e i cui presidenti sembrano in una posizione insicura?

Ricardo Antunes– In primo luogo, abbiamo bisogno di lavorare con cautela. A due o tre livelli. Innanzitutto c’è una riorganizzazione della destra su scala dell’America latina; soprattutto perché la riorganizzazione della destra è nei fatti mondiale.

In secondo luogo: il Venezuela, l’Argentina e il Brasile sono tre realtà molto diverse. Ad esempio, il Brasile non ha un governo che somigli, anche solo minimamente, a quello che è stato il governo di Chávez in Venezuela. Quest’ultimo ha preso profonde misure di riforme nel suo paese; altra cosa è la loro applicazione efficace ed efficiente. Ha smantellato la giustizia oligarchica, il sistema oligarchico bipartitico e ha infine smantellato, o ha almeno tentato di farlo – non lo sappiamo ancora – l’esercito imperialista. Tutto questo lascia credere che l’esercito sotto il comandante Chávez sia stato trasformato, non sappiamo però in che misura. E noi, che siamo dell’America latina, non potremo mai dimenticare il ruolo che ha l’esercito nell’apparato repressivo dello Stato.

Infine, non vi sono somiglianze tra il governo di Dilma e quello di Maduro (che succede a Chávez), né tra quello di Dilma e quello di Kirchner, anche se, là, la distanza in questo caso è meno evidente. La rivoluzione bolivariana ha cercato di toccare alcuni punti nevralgici della dominazione oligarchica in Venezuela. Kirchner, e ancor più Dilma, sono ben lungi da un obiettivo del genere.

Il caso del Venezuela è un processo di grande complessità, perché si tratta di un tentativo di avanzare in un processo di de-istituzionalizzazione rivoluzionaria, in gran parte dall’alto. È un contesto delicato e difficile che ha cercato, e ancora cerca, un cammino alternativo. Non vi è niente di simile a quel che Dilma e il PT hanno fatto durante i loro precedenti mandati.

Il Venezuela cerca un percorso alternativo, ma la morte di Hugo Chávez è stata una tragedia che, al contempo, ha mostrato una delle principali debolezze di quel percorso. La sinistra latinoamericana spesso dipende dal suo leader, ma i leader non sono mai eterni. È un grave problema dell’America latina: è sempre stata dipendente dalla convinzione che sia un leader a guidare la rivoluzione, anche se questa ha una grande partecipazione popolare, come nel caso di Cuba. E va messo in rilievo che in Venezuela non c’è stata rivoluzione: quel che si è verificato è stato un processo di profonda trasformazione, a partire da un processo elettorale che ha avuto come risultato la vittoria di Chávez.

 

 



[1]L’avanzo primario è la somma eccedente del bilancio prima del pagamento dell’interesse del debito. [Redazione di À l’encontre]

[2]Cunha è un economista che sarebbe diventato ministro delle Finanze in caso di vittoria di Aècio Neves alle presidenziali del 2014. [Redazione di À l’encontre]

[3]Economista, ex governatore della Banca centrale del Brasile – NdT.

[4]Collor è stato il primo presidente eletto dopo la dittatura. Nel 1992, scoppia uno scandalo per corruzione e mette in evidenza l’implicazione del presidente. Per dimostrare che ha l’appoggio popolare, lancia l’appello a manifestare il 16 agosto di quell’anno. Per l’occasione, chiederà alla gente di vestirsi di verde e giallo. Sono comunque manifestazioni senza precedenti quelle che ne chiedono la destituzione, che ci sarà. Per ostentare la propria opposizione, la popolazione si veste di nero e si dipinge il viso di verde e di giallo. Vengono chiamati «os caras pintadas», le facce dipinte. Si tratta soprattutto di sindacalisti (tra cui Lula) e delle associazioni degli studenti ad essere stati alla testa di quel movimento. [Redazione di À l’encontre]

[5]Mensalão = mensile. Si tratta del fatto che il PT al potere distribuì somme mensili di denaro a deputati del PTB per ottenerne il voto a favore dei progetti di governo. [Redazione di À l’encontre]

[6]Membro del PSOL (Partito per il socialismo e la libertà) (Si veda una delle sue interviste tradotta e pubblicata il 6 settembre 2014 su À l’encontre). [Redazione di À l’encontre]

Traduzione di Titti Pierini.



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