Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Radiografia di un America Latina che resiste

Radiografia di un America Latina che resiste

E-mail Stampa PDF

 

Il presidente Obama si è presentato in tono dimesso al vertice delle Americhe. Sapeva che l’assemblea avrebbe applaudito entusiasticamente Raúl Castro, e che i pochi paesi vicini politicamente agli Stati Uniti (dal Cile alla Colombia e al Messico) avrebbero scelto un basso profilo e si sarebbero accontentati di ottenere che la riunione si concludesse senza un documento comune. Sapeva di dover ascoltare non poche critiche, per il passato e per il presente, anche da presidenti non certo comunisti come Cristina Fernández Kirchner, e sapeva che gli sarebbero state consegnate 13 milioni di firme su un appello con la richiesta di ritirare le sanzioni al Venezuela. Per questo ha preferito assentarsi per molte ore dal summit, e ha evitato di prendere impegni precisi nei due incontri con i presidenti di Cuba e del Venezuela.

In quello con Raúl Castro se l’è cavata veramente con poco, facendo una falsa autocritica che getta la colpa dell’embargo sulla guerra fredda, mentre il blocco di Cuba è cominciato come punizione per la riforma agraria, prima ancora che Cuba avesse ripreso le relazioni diplomatiche con l’URSS. C’entravano gli interessi statunitensi, non la guerra fredda! Anche l’invasione del Guatemala era stata organizzata nel 1954 senza che ci fosse il minimo pericolo comunista, se non il progetto di Arbenz di recuperare per distribuirle ai contadini le terre acquistate dalla United Fruit e mantenute incolte. Per non parlare delle decine di invasioni di paesi del centro e sud America cominciate ben prima che esistesse l’Unione Sovietica: basta citare la molte aggressioni al Messico, prima per strappargli immensi territori, poi per cercare di stroncare la rivoluzione del 1910.

Obama se l’è cavataevitando di prendere impegni precisi sulle date di un’eventuale riapertura delle ambasciate e perfino della cancellazione di Cubadalla assurda lista dei paesi protettori del terrorismo. Una lista che sarebbe da cancellare tutta, soprattutto perché gli Stati Uniti non hanno alcun diritto a giudicare altri paesi, e in ogni caso hanno avuto a che fare direttamente col terrorismo finanziandolo e proteggendolo in America Latina e in altre parti del mondo.

Per controbilanciare le modeste aperture distensive Obama ha ritenuto inoltre di incontrarsi a Panama, fuori del summit, anche con esponenti dell’opposizione di Cuba (come Manuel Cuesta Morúa, e Laritza Diversent) e con la venezuelana Rocío San Miguel, figura di secondo piano che Maduro accusa di essere coinvolta nei tentativi di colpo di Stato, e di aver ricevuto finanziamenti per dividere le Forze Armate.

Va detto che Raúl Castro ha ricambiato fin troppo generosamente le modeste e platoniche aperture di Obama, facendosi lui l’autocritica per un pregiudizio sul presidente statunitense, assicurando l’uditorio di essere certo della sua onestà ed estraneità alla logica del bloqueo; Obama ha subito confermato che non può essere considerato responsabile di cose fatte da un governo del suo paese quando lui non era ancora nato… Peccato che le minacce al Venezuela, la dislocazione della flotta nell’area, il finanziamento di gruppi di estrema destra e la protezione accordata a veri terroristi sono di oggi, non degli anni Sessanta.

In ogni caso, pur senza essere davvero rassicurante, la piccola distensione che c’è stata almeno con le strette di mano e le vaghe promesse, rappresenta il successo della mobilitazione a fianco di Maduro e in difesa del Venezuela che c’è stata un po’ in tutto il continente, promossa da presidenti come Evo Morales, Rafael Correa, Cristina Kirchner, e che ne ha trascinato altri a rimorchio. Alla fine al fianco di Obama, c’era solo il Canada, 33 paesi contro due… se si fosse votato.

Invece non si è votato, ma c’è stata una combattiva assemblea parallela ribattezzata Cumbre de los pueblos (vertice dei popoli), a cui hanno partecipato anche alcuni dei capi di Stato venuti per il VII Vertice, tra i quali spiccava Correa e soprattutto Evo Morales, che oltre a un discorso politico ha fatto anche una conferenza magistrale e ha organizzato una partita di calcio con squadre delle comunità indigene locali. A questa assemblea parallela meno formale non ha partecipato Raúl Castro, che ha inviato solo un messaggio di saluto. La delegazione cubana si è ritirata d’altra parte per protesta da un “Forum della società civile e attori sociali”, a cui invece ha partecipato Obama. La ragione è che come “attori sociali” erano stati invitati numerosi oppositori, definiti dalla delegazione cubana “mercenari legati a terroristi vigliacchi come Luis Posada Carriles e Félix Rodríguez Mendigutía”. Alcuni degli oppositori invitati per questo Forum nei giorni precedenti si erano scontrati fisicamente con sostenitori di Cuba. È probabile che prima che la riapertura dell’ambasciata all’Avana si concretizzi, Cuba dovrà subire non poche provocazioni di questo genere per “dar prova della sua maturità” sul terreno dei diritti umani... Speriamo che l’elogio all’onestà di Obama non sia che una delle formule diplomatiche di cortesia in uso nei convegni ufficiali, dato che nel rapporto col vicino del nord Cuba ha molto da perdere e poco da guadagnare. Ne avevo parlato a caldo in Todos somos americanos… e in Altri commenti sui nuovi rapporti tra Cuba e Stati Uniti ** e poi in Cuba: Riflettendo sullo “storico accordo”

Ho accennato già al ruolo combattivo e di protagonista principale (sia nel Vertice ufficiale, sia nell’assemblea parallela) di Evo Morales, ma va detto che sembra un po’ un recupero di prestigio su scala internazionale dopo una mezza batosta interna subita pochi giorni prima. Infatti il 29 marzo nelle elezioni municipali il MAS, pur rimanendo il primo partito della Bolivia, ha perso alcune roccaforti importanti, tra cui la capitale, el Alto e il municipio di Cochabamba, da cui era partito Evo per la conquista della presidenza. Per i dati sulle elezioni rinvio all’articolo di Maurizio Stefanini su Limes: http://www.limesonline.com/rubrica/per-il-mas-in-bolivia-senza-evo-ce-il-diluvio e a quello di Pablo Stefanoni su Sin Permiso: http://www.sinpermiso.info/textos/index.php?id=7879

Ma per le considerazioni più generali sui pericoli che corrono queste esperienze “progressiste” in questa fase di insidioso attivismo degli Stati Uniti, ricordo sia il mio articolo di marzo scorso: Nuovi problemi in America Latina? sia l’ampia e approfondita intervista a Ricardo Antunes pubblicata sul sito in due parti, e ancora scarsamente visitata: Brasile – La crisi è profondissima. «Non vedo alternative al PT» e Brasile – La crisi del PT nel quadro della riorganizzazione della destra nel continente (II) .

(a.m.13/4/15)



You are here Attualità e Polemiche --> L'America Latina --> Radiografia di un America Latina che resiste