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Conta in Israele la vita dei neri?

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Sarah Levy

 

Oltre 5.000 persone, per la maggior parte ebrei etiopi israeliani, lo scorso 3 maggio hanno bloccato un’autostrada e le principali vie di Tel Aviv per protestare contro la brutalità poliziesca e la discriminazione che subiscono come neri in Israele.

I manifestanti sono riusciti a bloccare la città per ore prima di arrivare in corteo a Piazza Rabin, dove la polizia è ricorsa a decine di granate assordanti, cannoni ad acqua e polizia a cavallo[1] per disperdere con violenza la manifestazione. È stata una scena senza precedenti nella storia recente[2] dalla parte israeliana della linea verde e più ancora nella zone centrale di Tel Aviv.

La scintilla della protesta è stata un video[3] reso pubblico il 26 aprile in cui un soldato nero israeliano di origine etiope viene aggredito e colpito da vari agenti di polizia senza alcun apparente motivo. I manifestanti dicono che il video è stato solo la goccia che ha fatto traboccare il vaso dopo anni di rabbia e frustrazione patiti da tanti ebrei etiopi in ragione della discriminazione che subiscono in Israele, nonostante siano ebrei e cittadini israeliani.

Ad esempio Waga, una ragazza etiope, mi ha detto in un’intervista fatta durante le proteste:

Noi [ebrei etiopi] ci sentiamo discriminati in Israele. Sentiamo che la gente non ci ascolta, non ci accetta in molti posti solo perché siamo neri… (…) se siamo abbastanza bravi da entrare nell’esercito e morire per questo, allora dovremmo essere abbastanza bravi da ottenere posti di lavoro anche al di fuori dell’esercito e perché la gente ci affitti una casa…

Per questo motivi siamo scesi in piazza e diciamo: “Bastatrattateci da uguali”. Stiamo qui in Israele e abbiamo scelto di venirci – non di scappare dall’Africa, ma per stare tra il popolo ebraico. Non siamo venuti qui perché la gente creda che non siamo ebrei e per trovarci di fronte al fatto che conti il colore della pelle… quando si tratta con una persona. È triste che nel 2015 dobbiamo ancora scontrarci con un razzismo che si immaginava non esistesse più.

In un paese di immigrati che, per ironia della sorte, è pieno di odio verso chi ha un’ascendenza africana – i richiedenti asilo africani, ad esempio, sono qualificati semplicemente come un “cancro”[4] dai politicigli etiopi hanno diritto a un trattamento diverso, per una ragione: sono ebrei.

I primi ebrei etiopi arrivarono in Israele nel 1973, dopo che un gran rabbino ebbe approvato una legge halajica che li riconosceva come ebrei.[5] Arrivarono in tre grandi migrazioni, due delle quali orchestrate dal governo israeliano, dopo essere stati costretti a camminare per mesi, disperati, per sfuggire alla guerra e alla grande fame in Etiopia, cercando un’esistenza migliore in quella che credevano fosse la loro patria ebraica. Migliaia di persone morirono durante il viaggio o aspettando di entrare in Israele.

«Abbiamo perso 4.000 anime nel viaggio verso Israele», scrive Fentahun Assefa-Dawit,[6] il capo di un’organizzazione per i diritti etiopi in Israele. «Sicuramente andiamo avanti per realizzare il nostro sogno centenario di ritornare nella nostra patria. Siamo patrioti e, indipendentemente dalla terribile guerra, a nessuno capitava di chiedere perché arrivassimo».

Sicuramente, ancor prima di arrivare in quella che speravano fosse la terra promessa, i migranti ebrei etiopi si trovarono di fronte a un trattamento disumanizzante da parte dello Stato ebraico – in contrasto con l’esperienza degli ebrei europei che arrivarono prima di loro. Quando alla fine Israele mandò aerei per farli uscire dall’Etiopia, ad esempio, i migranti furono ammucchiati in velivoli cui erano stati tolti i sedili, quasi fossero merci o bestiame.

All’arrivo, gli etiopi si videro costretti a sottoporsi a procedure aggiuntive per assicurarsi della loro “ebraicità”ancora un’umiliazione che non subirono mai gli immigrati ebrei europei.[7] Gli uomini vennero circoncisi a forza una seconda volta, e alle donne ebree etiopi furono somministrate iniezioni anticoncezionali senza il loro consenso alcuna informazione.

«Quando i nostri genitori giunsero qui, erano tanto ingenui da pensare, visto che questa era la terra proclamata del popolo ebraico, che non importasse da dove venissi, sempre se si era ebreo, e se si veniva a vivere in Israele», mi dice Wega. «Tuttavia, la verità è che, poco dopo che arrivassimo qui, ci rendemmo conto che il colore continua ancora a contare».

Attualmente, la comunità etiope in Israele conta almeno 135.000 persone, molte delle quali sono nate in Israele e parlano in modo fluido l’ebraico. È questa seconda generazione è stata quella che ha manifestato esigendo, anche dopo trent’anni e dopo aver servito nelle unità scelte dell’esercito distinguendosi, che sia posta fine alla discriminazione.

* * *

Le conseguenze dei pregiudizi contro gli etiopi in Israele si possono misurare in molti modi. Stando a un rapporto del 2012 del Brookdale Institute,[8] il 41% delle famiglie di israeliani di origine etiope vive in povertà, di contro al 15% della popolazione ebraica in generale. Il rapporto osservò inoltre che le famiglie guadagnano il 35% meno della media nazionale, e solo la metà dei giovani della comunità raggiunge diplomi di scuola secondaria, rispetto al 63% del resto della popolazione.

Sempre lo stesso rapporto riferiva che molti proprietari si rifiutano di affittare le loro case agli etiopi per questioni “di razza”, e i giornalisti hanno notato certe pratiche degli israeliani bianchi per costringere gli ebrei etiopi ad abbandonare i loro quartieri.[9]

I manifestanti hanno inoltre messo in rilievo che, in modo analogo a quanto avviene negli Stati Uniti, gli ebrei neri sono sproporzionatamente rappresentati nella popolazione carceraria, costituendo il 30% dei minori israeliani in prigione, pur rappresentando soltanto il 2% della popolazione.

Un altro rapporto ha rivelato che un sorprendente 40% degli uomini etiopi che servono nell’esercito subiscono la prigionia militare durante il loro servizio.[10] Le misure disciplinari sono spesso il risultato di “assenze ingiustificate” per ritardi nel rientrare in casermauna cosa difficile da evitare se tanti etiopi sono costretti a lavorare a tempo pieno per sopravvivere, visto che i soldati percepiscono solo 100 dollari mensili.

Tutti questi fattori contribuiscono all’ingiusto trattamento che gli etiopi dicono di subire ad opera dei poliziotti israeliani bianchi.

In una dichiarazione che richiama le voci angosciate di Baltimora, Ferguson ed altre comunità afroamericane negli USA, una madre etiope presente nella protesta[11] dichiara al quotidiano israeliano Haaretz:

È molto difficile per me. I ragazzi escono di sera, e non sappiamo in che condizioni tornano – a volte dopo essere stati bastonati, a volte telefonano dalla stazione di polizia perché andiamo a riprenderli. Sono preoccupata per loro… Se anche fanno qualcosa di male, non è una ragione per picchiarli o insultarli».

«Non c’è un altro gruppo che abbia subito tanti pestaggi, che sia rimasto in silenzio nella sua sofferenza e che cerca di sopravvivere», dice Ziva Mekonen-Dagu, dell’Associazione Israele per gli ebrei di Etiopia, presente anch’essa nella protesta. «Va benissimo che ora questo silenzio si stia spezzando».

* * *

La liberazione di questo risentimento accumulato è stata catalizzata dalla distribuzione del video che mostra il soldato etiope mentre viene picchiato dalla polizia. Qualche giorno dopo l’emissione del video, gli etiopi effettuarono il 30 aprile una protesta a Gerusalemme che radunò 1.000 persone, disperse violentemente dalla polizia, anche se non in modo così brutale come il 3 maggio.

Alla luce della rivolta di Baltimora, negli USA, che si stava svolgendo contemporaneamente, i manifestanti etiopi stabilirono immediatamente la connessione tra la propria lotta in Israele e quella degli afroamericani negli Stati Uniti, al grido di “Baltimora è qui!” e con cartelli che dicevano: “Le vite dei neri contano”.

Naturalmente, al di delle analogie, vi sono anche grandi differenze con il movimento degli USA, soprattutto perché la lotta degli etiopi israeliani si svolge nel quadro di uno Stato etnocratico ebreo che si basa sulla esclusività razziale – in particolare, sull’emarginazione dei palestinesi.

La differenza più importante è che le proteste in Israele sono state salutate con entusiasmo sia dai politici di destra sia da quelli di “sinistra” israeliani, che hanno ricevuto i manifestanti a braccia aperteletteralmente e in maniera figurativa.

Il giorno successivo alle proteste del 3 maggio, il Primo ministro Benjamin Netanyahu ha incontrato il soldato del video, Damas Pakada, per chiedere scusa e ha pubblicato una foto degli abbracci su Twitter.[12] «Sono molto sorpreso dal video», ha scritto Netanyahu. «Non lo possiamo accettare… la politica dovrà fare quello che serve per cambiare comportamento….Dobbiamo cambiare anche la società israeliana in questo senso».

Il 4 maggio, il presidente israeliano, Reuven Rivlin, ha detto che l’esplosione delle proteste etiopi[13] aveva «esposto una ferita aperta nel cuore della società israeliana» e che il paese doveva rispondere alle loro lamentele. «Dobbiamo guardare direttamente questa ferita», ha detto. «Abbiamo commesso un errore. Non guardiamo ascoltiamo a sufficienza… Non siamo estranei gli uni agli altri, siamo fratelli, e non dobbiamo arrivare a un punto di cui tutti ci pentiremmo»

Naftali Bennett, leader del partito di destra Famiglia ebraica nonché uno degli alleati della coalizione di Netanyahu, ha addirittura partecipato alla concentrazione a Tel Aviv del 3 maggio.

Come ha scritto più tardi  Zack Beauchamp,[14] la presenza e il sostegno di Bennett – un politico noto per il suo dichiarato razzismo contro i palestinesipuò sembrare una contraddizione agli esterni, «ma gli etiopi sono ebrei, e in questo sta tutta la differenza». Beauchamp prosegue:

I partiti di destra più scettici al momento di far concessioni ai palestinesi hanno guadagnato una base di sostegno tra gli ebrei meno privilegiati di Israele. Il Likud di Netanyahu, in particolare, dipese per molto tempo dai voti degli ebrei di ascendenza araba del Nord dell’Africa, che a lungo sono stati emarginati rispetto agli ebrei ashkenaziti di origine europea. Persone che possono non avere alcuna simpatia per i palestinesi in Cisgiordania o i cittadini arabi di Israele sentono in modo assai diverso rispetto alle minoranze ebraiche… Questa ideologia sionista fa che la maggioranza della società israeliana prenda sul serio le preoccupazioni della comunità etiope. Il male inflitto loro è un male fatto ad ebrei, cosa che non può essere tollerata dallo Stato ebraico».

* * *

Questa mentalità popolare era presente il 3 maggio quando la manifestazione percorse le strade principali di Tel Aviv. Le macchine che passavano vicino facevano suonare i clacson a sostegno, e gli israeliani applaudivano e facevvano segni di “evvuva” dalle finestre degli appartamenti. Camminando per Arlozov, sono stata testimone di come un ciclista apparentemente ashkenazi si unì anche lui alla manifestazione.

Come mi disse un manifestante antisionista mentre avanzavamo con la manifestazione verso Piazza Rabin: «è strano manifestare e vedere gente che inneggia dalle finestre e autisti che fanno suonare il clacson. Quando si tratta di una dimostrazione in appoggio alla Palestina ci tirano uova».

Nella manifestazione ho parlato con Michael Mashian, un israeliano bianco di mezza età che portava una kipà e un abito intero, che si distingueva come uno dei pochi manifestanti bianchi che erano stati fin dall’inizio nella manifestazione e non sembrava essere un anarchico. Mi disse che credeva che il maltrattamento degli ebrei etiopi in Israele è qualcosa che va corretto, ma che vedeva la sua protesta come parte del “travaglio del parto” di uno Stato relativamente giovane.

Quando gli chiesi se era sorpreso che in Israele si discriminassero ebrei, mi rispose:

Israele non discrimina gli ebrei in nessun caso. Per questo stiamo qui tutti insieme. Non lo si deve al razzismo ma alla mancanza di integrazione sociale, perché [gli etiopi] sono in Israele gente relativamente nuova. Questo è parte dell’integrazione. È un processo. A volte ci sono problemi, ma faremo bene le cose».

Secondo Guy Ben-Porat, professore associato all’Università Ben Gurion e autore di una recente indagine sui rapporti tra polizia e minoranze in Israele, il sostegno popolare israeliano e le proteste degli etiopi hanno a che vedere con il modo in cui le loro rivendicazioni si incastrano nello Stato ebraico.

A parte il fatto di sentirsi discriminati e maltrattati, gli etiopi «hanno ancora una forte fiducia e credono nelle istituzioni israeliane», ha dichiarato Ben-Porad a Vox Notizie. [15] «Il paradosso si spiega col fatto che vogliono veramente integrarsi nel paese. Vogliono essere parte della comunità ebraica». In altri termini, gli etiopi in Israele stanno lottando per una fetta equa della torta sionista, non per farla finita con il sionismo.

* * *

I limiti delle proteste etiopialmeno per oraimposti dal progetto sionista spiegano anche l’assenza di solidarietà dei manifestanti con altri gruppi non ebrei oppressi in Israele – in particolari i richiedenti asilo dell’Africa, che ammontano a circa 60.000 e vengono soprattutto dall’Eritrea e dal Sudan.

Come segnala Sheen nel suo articolo: “Ethiopian-Israelis Protest Police Brutality. But do Black Lives Matter, if they’re not Jews?” (“Gli etiopi israeliani protestano contro la brutalità poliziesca. Ma che importano le vite dei neri se non sono ebrei?”), non c’erano quasi ebrei etiopi in una protesta a Tel Aviv, intermedia alle due etiopi, contro la deportazione forzosa dei richiedenti asilo africani, malgrado le circostanze apparentemente simili delle due comunità di immigrati africani.

Sheen aggiunge:

In Israele, gli ebrei neri sono così propensi a sostenere le espulsioni dei richiedenti asilo come gli ebrei bianchi, e a volte di più. Anche se qualcuno potrebbe credere che gli etiopi simpatizzino con altri gruppi oppressi in Israele – specie i loro compatrioti africani neri – non è stato così. Per quanto deludente, non deve stupire: i palestinesi segnalano abitualmente che di tutte le forze d’occupazione con le quali si scontrano, i soldati israeliani di origine etiope commettono alcuni degli abusi più crudeli.

Come mi ha detto un antisionista che partecipava alla manifestazione per solidarietà, «gli etiopi stanno dicendo che non devono essere discriminati in base al colore della pelle se servono nell’esercito, dove discriminano e brutalizzano altri gruppi di persone per il loro colore della pelle. È una contraddizione».

Queste dinamiche pongono direttamente la domanda: «Una società che rivolge il proprio razzismo contro un nemico ‘esterno’ può essere davvero antirazzista sul fronte interno?».

Anche se i politici promettono di farla finita con il razzismo contro gli ebrei neri israeliani, la società israeliana continua ad essere molto incline al razzismo internamente. Vi sono di fatto tutta una serie di inquietanti politiche razziste in Israele, cosa che non dovrebbe sorprendere in uno Stato ebraico che dipende da stranieri per i lavori meno ambiti. Solo un esempio: nel 2003 i lavoratori cinesi assunti da una compagnia israeliana furono costretti a firmare nel loro contratto che non “avrebbero fatto sesso” si sarebbero sposati con donne israeliane durante il loro soggiorno nel paese.[16]

Che le proteste degli ebrei d’Etiopia dell’ultima settimana siano state ispiratrici ed emozionanti non è la questione. Il fatto che siano state in grado di porre il problema del razzismo e della discriminazione nel dibattito generale della società e che degli ufficiali di polizia che nel video picchiano il soldato nero siano in carcere sta avendo un impatto.

Naturalmente, in quale misura le proteste possono fare passi avanti e non semplicemente disperdersi, come è avvenuto con il boicottaggio della ricotta[17] o con Occupy nel 2011  dipenderà dal fatto che i manifestanti possano uscire dalla bolla sionista e affrontare la questione della solidarietà con altri gruppi oppressi in Israele.

Come ha scritto Sheen:

Dato che i 130.000 etiopi costituiscono in Israele più o meno solo il 2% della popolazione, la campagna contro il razzismo sistemico richiederà di costruire alleanze con altre persone di colore, qui e all’estero. Non è ancora chiaro come risponderanno gli attivisti nordamericani di Black Lifes Matter alle notizie che gli etiopi israeliani adottano le loro grida di protesta. Ma se gli ebrei africani sperano di ottenere alleati negli Stati Uniti dovranno affrontare il difficile problema del perché non stiano cercando soci di colore anche qui.

 

[Da www.sinpermiso.info ]



* Sarah Levy è corrispondente a Tel Aviv della rivista statunitense Socialist Worker. All’articolo ha contribuito Daphna Thier.

[1]http://www.aljazeera.com/news/2015/05/israel-ethiopian-jews-rally-police-brutality-150503155817247.html

 

Israele: la gerarchia delle discriminazioni

Michel Warschawski

[da Hebdo L'Anticapitaliste - 289 (14/05/2015) - 13 maggio 2015]

 

Ebrei etiopi, cristiani eritrei, palestinesi di tutte le confessioni… Se si parla di Israele, in genere si sa che vi sono ebrei ed arabi, con un rapporto tra loro di dominazione coloniale dei primi sui secondo, e un conflitto di cent’anni frutto di questa stessa aggressione coloniale. Quel che si conosce molto meno sono le contraddizioni interne ad entrambe le società. Israele è una società divisa non solo in classi, ma anche in gruppi etnici fortemente gerarchizzati.

 

Al vertice della piramide, gli Ashkenazi, vale a dire gli ebrei originari dell’Europa e del Nord-America: sono stati i loro antenati a dar vita allo Stato e alla società israeliana, a loro immagine. Sotto, gli ebrei originari del mondo arabo e del bacino mediterraneo (Sefarditi), costretti ad “occidentalizzarsi” per diventare veri israeliani. In fondo, esclusi dalla collettività nazionaledefinendosi Israele come “Stato ebraico” – e vittime di una discriminazione strutturale, gli arabi di Palestina. Anche i palestinesi sono divisi nell’attribuzione, o meglio nella soppressione, dei diritti: cittadini, per quelli che vivono entro i confini di prima della guerra del 1967, sudditi dell’occupazione militare in Cisgiordania e nella Striscia di Gaza, dunque privi di diritti civici, e profughi, che si possono ulteriormente suddividere tra quelli che, nel loro esilio, conducono un’esistenza “normale” e quelli che risiedono nei campi.

 

Un razzismo depurato da complessi

 

Nelle ultime settimane, sono gli ebrei etiopi ad essere al centro dell’attualità: essere nero, non fa molto ebreo, e questa comunità è oggetto di un razzismo depurato da complessi, in particolare di violenza poliziesca nei quartieri del Sud di Tel Aviv dove sono concentrati. È contro questa violenza che gli etiopi sono venuti a protestare in massa la scorsa settimana a Tel Aviv., e la loro manifestazione è stata repressa con metodi utilizzati in genere contro i palestinesi. “Ci hanno trattati da arabi”, lamentava uno dei loro portavoce, avendo lui stesso prestato servizio militare nella sinistra polizia di confine, specializzata nella repressione dei palestinesi. Giusto contrappasso, direbbero alcuni… Ma, come per qualunque società di apartheid, la strutturazione gerarchica dei gruppi è senza fine. Ci sono i non-ebrei e i non-arabi, i lavoratori immigrati legali (filippini e indiani per il lavoro domestico, thailandesi per il bracciantato agricolo) e illegali, cui vanno aggiunti i profughi (essenzialmente del Sud-Sudan, dall’Etiopia e dall’Eritrea) richiedenti asilo. Questi ultimi vengono considerati come “infiltrati” e subiscono la caccia all’uomo di un’unità speciale di polizia, sono rinchiusi in un campo di detenzione per il tempo di attesa per la richiesta di riconoscimento come profughi.

 

Uno Stato che non rispetta le convenzioni internazionali

 

Pur avendo infatti Israele sottoscritto le convenzioni internazionali sui profughi, le sue istanze respingono sistematicamente le richieste d’asilo, rispedendoli in paesi africani (è ben noto: tutti i neri sono fratelli!)…, e comunque non riconosce loro alcun diritto. Colmo dell’ipocrisia, sotto la minaccia di detenzione illimitata, si fa loro firmare una dichiarazione di “partenza volontaria”. Investita dalle organizzazioni di sostegno ai profughi e da quelle in difesa dei diritti dell’uomo, la Corte suprema ha riconosciuto come legali la detenzione e l’espulsione “volontaria”, come pure il mancato rispetto delle convenzioni internazionali sui rifugiati.

Il trattamento di questi ultimi ad opera del regime israeliano è tanto più ributtante in quanto non troppo tempo fa i nostri stessi nonni erano spesso degli apatridi, privi dei diritti concessi a quanti mettevano in atto la soluzione finale. Si sarebbe sperato che i nipoti ne ricavassero insegnamenti di tolleranza e di accettazione del diverso. Ma, per parafrasare Benyamin Netanyahu, “hanno dimenticato che cosa sia essere ebrei”…

 

Traduzione di Titti Pierini



Tags: Israele  razzismo  sionismo  Etiopia  

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