Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Attualità e Polemiche --> Imperialismi --> Reticenze e contraddizioni delle rievocazioni della Guerra

Reticenze e contraddizioni delle rievocazioni della Guerra

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Tra le molte pubblicazioni che inondano le edicole il recentissimo volumetto del Corriere della sera (24 maggio 1915. L’Italia è in guerra) curato da Antonio Carioti  e Paolo Rastelli si colloca abbastanza fuori del coro, e comunque in evidente contraddizione con il fascicolo  Lettere dal fronte,dal taglio volgarmente propagandistico, promosso dallo stesso “Corriere” in collaborazione con Posteitaliane che ho già segnalato nell’articolo  Il senso delle celebrazioni del “maggio radioso” . Sono relativamente condivisibili parecchi dei saggi, a partire dal primo introduttivo di Sergio Romano, dal titolo convincente, La guerra che non finì, che ammette che la guerra ebbe significati diversi: “per molti imprenditori era uno straordinario fattore di crescita e sviluppo”, mentre “per molti uomini politici era l’occasione per contrapporre l’union sacrée della nazione alle fastidiose rivendicazioni del mondo operaio e delle plebi contadine”, e “per i realisti era il prezzo da pagare per un posto al tavolo della pace e la partecipazione al rifacimento della carta d’Europa”. Naturalmente in questo modo si pari dignità e importanza a tutte queste motivazioni, nel complesso giuste anche se presentate in forma edulcorata, e messe sullo stesso piano e quasi alla pari con i sogni di gloria della dinastia sabauda e le mistificazioni di Mussolini e degli anarco-sindacalisti che parlavano di “guerra rivoluzionaria che avrebbe sepolto il nuovo Ancien Régime”. E quanto alle carte da rifare, si tace che non c’era solo quella dell’Europa, ma quelle di altri continenti. Come al solito al Patto di Londra si fanno riferimenti generici senza mai pubblicarlo o almeno segnalare che prevedeva compensazioni anche nella Turchia asiatica e in Africa, particolare essenziale per capire qual’era lo scopo generale della guerra, una nuova suddivisione del mondo coloniale, ben oltre i “cinque conflitti combattuti contemporaneamente” che secondo Romano erano quello franco-tedesco per la supremazia nel continente europeo, l’anglo-tedesco per la supremazia negli oceani, il russo-austriaco per i Balcani, l’austro-italiano per l’Adriatico, e il russo-turco per il controllo degli  stretti. Ma nel complesso Romano coglie che proprio la “modernità” della guerra, che accelerò lo sviluppo di industrie e rivoluzionò la logistica, fu all’origine anche dell’immenso numero di morti, senza paragone con quelli dei conflitti dei decenni precedenti.

Sergio Romano osserva che la fine della guerra viene commemorata dall’Italia il 4 novembre, dalle altre potenze dell’Intesa l’11 novembre, e si domanda: “Ma siamo davvero certi che la Grande Guerra sia finita il 4 e l’11 novembre?”. La guerra non terminò mai, spiega, perché “proseguì con i moti rivoluzionari di Amburgo, Monaco di Baviera, Vienna, Budapest, e su scala minore, nell’Italia del biennio rosso”, e soprattutto vide una costante instabilità nel dopoguerra, in cui “quasi tutte le clausole territoriali inflitte ai Paesi sconfitti vennero modificate da avvenimenti successivi”. La rivoluzione russa resta tuttavia sullo sfondo, sfiorata ma non analizzata e mai presa in considerazione come alternativa al massacro, e gli stessi moti spartachisti descritti come una continuazione della guerra, più che come causa fondamentale del crollo delle potenze centrali.

Alcuni saggi, come quello di Simona Colarizi su Come si giunse all’intervento sono ineccepibili e non nascondono nulla del peso politico raggiunto dai media, di cui avevano piena consapevolezza sia gli imprenditori dell’industria pesante che finanziavano i giornali nazionalisti, sia i gruppi industriali francesi che contribuirono alla fondazione del “Popolo d’Italia” di Mussolini. La Colarizi inoltre non tace l’insensatezza dei comandi italiani, che dieci mesi dopo l’inizio della guerra entravano in guerra senza rendersi conto che già per il Natale del 1914 “a est come a ovest si contavano le vittime a centinaia di migliaia: tra morti, feriti e mutilati era scomparso più del 60% degli uomini mobilitati in agosto dall’esercito francese”.

Altri capitoli, come quello di Andrea Guiso dedicato proprio al Corriere e al suo contributo al clima interventista non nascondono i fatti, ma li condiscono sia con frasi apologetiche che esaltano ossessivamente il ruolo di “direzione morale” e l’interventismo “etico” di quel giornale, contrapposto ai “gufi” e ai “predicatori di sventura”, sia con una identificazione totale con la linea di Albertini, che porta a liquidare il giolittismo riducendolo solo a una “spregiudicata tattica parlamentare”, che aveva “contribuito a estendere il raggio d’azione del deprecato trasformismo ben oltre i confini della legittimità costituzionale, imbastardendo lo spirito laico e liberale della classe dirigente italiana e rendendo ancora più minacciose le forze sleali e anti-sistema, socialisti in testa”. Sic! Alla presunta e indimostrata slealtà dei socialisti, Guiso contrappone il compito del “Corriere”: “Riaffermare il principio di autorità in politica e nella catena di comando”.

Va detto anche che sui socialisti il saggio di Marco Gervasoni (Perché fallì l’opposizione socialista) descrive correttamente la loro inconsistenza sulla scena politica italiana senza approfondire tuttavia le ragioni del grande fallimento dell’Internazionale socialista e della assoluta incoerenza tra le sue decisioni congressuali sulla ipotetica guerra futura e la rinuncia a qualsiasi iniziativa quando questa si delineava davvero.

Qualche dubbio suscitano due articoli speculari abbastanza bizzarri, che provano ad immaginare cosa sarebbe accaduto se l’Italia fosse rimasta neutrale (il saggio di Giovanni Belardelli) o se fosse entrata in guerra a fianco degli imperi centrali (quello di Franco Cardini). Il primo fa fantapolitica, entrando nei dettagli, e dando per scontato tra l’altro che in tal caso i bolscevichi non avrebbero potuto prendere il potere; ma ha una tesi di fondo ben precisa: la mancata entrata in guerra dell’Italia ne avrebbe ritardato il progresso, rappresentato per Belardelli dallo sviluppo industriale dovuto alla produzione di armamenti e dalla “nazionalizzazione delle masse” che forgiò - nelle trincee e nella corrispondenza con le famiglie lontane - la consapevolezza di essere italiani. Ma il “progresso” per Belardelli era rappresentato perfino dalla legge che consentì alle donne di accedere a “quasi tutte le professioni” che avevano già esercitato di fatto. Peccato che quella legge fu fatta nel 1919, a guerra finita e nel clima del biennio rosso: un altro sottoprodotto del clima rivoluzionario, non della guerra in quanto tale.

Meno fantasioso Cardini, che parte da una giusta polemica con chi usa il “logoro e conformistico dogma espresso da slogan tipo «la storia non si scrive al condizionale» o «la storia non si fa con i se e con i ma», e la ribadisce osservando correttamente che “a un’unicità del veramente successo corrisponde una vertiginosa pluralità di quel che viceversa, pur avendo potuto essere, non è stato”. Cardini comunque ipotizza che qualora ci fossimo schierati con il Kaiser, la guerra poteva finire un paio d’anni prima, probabilmente a Verdun: gli Stati Uniti non sarebbero intervenuti e “la loro egemonia mondiale sarebbe stata ritardata e attutita”. E soprattutto “sarebbero stati risparmiati all’Europa due anni di guerra, agli italiani la vergogna e la mattanza di Caporetto, al mondo intero l’infamia e la tragedia dei Trattati di Versailles, autentica «pace per porre fine a qualunque prospettiva di pace» e fonte di tutti i nostri mali per i successivi cento anni (…e oltre?), dai totalitarismi alla Shoah, alla fondazione dei petro-emirati arabi, alla lunga crisi israelo-palestinese. Perché, tanto per dirne una, Hitler non l’hanno inventato i miti wagneriani, le fumose birrerie di Monaco: l’hanno sinistramente evocato i demiurghi di Versailles che dopo aver vinto pretesero di stravincere, suscitando un vasto fronte europeo di scontenti e di revisionisti e riducendo i tedeschi a quella disperazione che li avrebbe indotti, di a poco, a salutare nel piccolo caporale austriaco il loro nuovo redentore”. Beh, sia pure in questo modo un po’obliquo, Cardini ha chiarito quale fu il terribile lascito di quella guerra!

Da segnalare positivamente un saggio di Paolo Rastelli che dice alcune scomode verità sulla condotta della guerra da parte del comando italiano, cominciando con lo smentire la frase iniziale del proclama di Diaz per la vittoria. Rastelli dice senza reticenze che è una “bugia bella e buona” affermare che l’esercito italiano fosse “inferiore per uomini e per mezzi”. Le cifre più accreditate “danno per l’esercito italiano uno schieramento iniziale nel maggio 1915 di almeno 400.000 uomini con 1.500 pezzi di artiglieria, cui si opponevano a malapena circa 100.000 austriaci (comprese alcune unità delle milizie territoriali, la Landsturm, male armata e con un addestramento sommario, con non più di 400 cannoni)”. Il saggio esamina severamente gli errori del comando, e si conclude smentendo di fatto anche la seconda parte della frase di Diaz, spiegando che la vittoria era solo apparente, dato che l’esercito austroungarico era sconfitto non sul campo, ma sul fronte interno.

Aldo Cazzullo parla con emozione del “popolo delle trincee”, con le scarpe di legno e cartone. I soldati vengono tranquillizzati a forza di alcool e bordelli inumani, e fucilati da carabinieri e ufficiali al minimo cedimento. È uno dei pochi che non tace questo aspetto orribile della guerra, che anzi ricostruisce nei dettagli, partendo dal caso atroce della brigata Ravenna, su cui si sofferma per tirare questa conclusione: “il fatto che la casta militare non avesse appreso la lezione della Rivoluzione francese, non fosse affatto convinta dell’uguaglianza tra gli uomini, considerasse la vita delle reclute a disposizione degli ufficiali, non fece che esasperare gli animi e scavare un solco profondo tra i cittadini e le istituzioni, o meglio tra le masse e le gerarchie. Il fascismo nacque anche così”.

A riprova che questa celebrazione non è dovuta a un semplice automatismo (tanti anniversari sono stati ignorati) ma corrisponde a una necessità politica attuale, c’è anche la verifica che, perfino nei lavori collettivi commissionati dai grandi organizzatori dell’opinione pubblica, si delinea a volte una differente impostazione, un rifiuto di accettare l’impostazione apologetica prevalente. Ne parleremo ancora. (a.m.30/5/15)



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