Movimento Operaio

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Syriza di fronte all’accordo con i creditori

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C’è bisogno di una risposta chiara

Antonis Ntavanellos

da À l’Encontre

 

Negli ultimi giorni c’è stato un fuoco di sbarramento da parte della stampa nazionale e internazionale, con articoli in favore di “purghe” dentro Syriza, sostenendo che l’espulsione dei suoi militanti radicali[1] costituiva la condizione perché il governo Tsipras potesse sottoscrivere un accordo con i creditori.

Questa richiesta (che, sia detto di passata, avrebbe già dovuto ricevere un’adeguata replica da parte del “quartier generale” di Syriza) mette in guardia sulla natura di questo accordo, stando perlomeno alle anticipazioni e alle stime dei creditori.

Tuttavia, un analogo avvertimento si pone sia sullo stato d’avanzamento delle trattative, sia sull’informazione (dell’opinione pubblica) al riguardo.

Dopo l’accordo trappola del 20 febbraio 2015, le “istituzioni” hanno costretto il governo in uno stato d’asfissia di liquidità. Avendo la possibilità di fare la prima mossa, sembra siano quindi in grado di scegliere tra imporre un accordo-quadro (memorandum, con tutte le sue condizioni), oppure scatenare una crisi “momentanea” per contrastare o rovesciare la situazione politica creata dalle elezioni del 25 gennaio scorso.

Lo scenario migliore per quanto riguarda l’accordo, che - sembra – i creditori potrebbero accettare, comporta la seguente soglia minima di “concessioni” fatte dal governo greco: 1) un avanzo primario relativamente debole nei prossimi anni; 2) niente nuovi tagli a salari e pensioni.

Un accordo del genere permetterebbe di fissare un limite a Syriza nella gestione dell’attuale situazione, e cioè non richiedere formalmente l’aggravamento dell’austerità. Ma la situazione odierna è quella di una brutale superausterità, imposta dai Memoranda 1 e 2 (rispettivamente, 2010 e 2012). Poiché Syriza non è un partito che si “adegui” all’austerità, affronterebbe insormontabili difficoltà politiche se costretto ad accettarne la gestione, anche solo a medio termine.

Tra l’altro, l’accordo proposto non garantisce neanche la situazione attuale. Attraverso tortuosi percorsi, ne comporta il deterioramento, e ne patirebbero e lo percepirebbero le masse popolari, nel prosieguo delle loro difficili esperienze di ogni giorno. Ad esempio, i loro salari potrebbero anche non essere ridotti, ma se gli ulteriori salassi previsti tramite l’IVA ammontano a 800 milioni di euro ne deriverebbe la decurtazione del reddito effettivamente disponibile, in particolare nelle famiglie operaie. Il mantenimento effettivo dell’ingiusta tassazione sulla casa (ENFIA) – a prescindere dal futuro nome che avrebbepuò anche non essere una “misura nuova”, ma provocherebbe l’ulteriore ridimensionamento dei redditi dei/delle lavoratori/lavoratrici e di quelli dei ceti medi. Il consolidamento finanziario dei fondi di assistenza e previdenza sociale può anche non sfociare nella contrazione delle pensioni (che già sono state ridotte), almeno per i cosiddetti fondi “nobili”, ma può portare al fallimento di quel che resta del sistema sanitario. E soprattutto, ovviamente, le privatizzazioni (porti, aeroporti, suoli pubblici, ecc.) costituiscono per la sinistra altrettante “linee rosse” da non oltrepassare e che non possono assolutamente essere concesse.

L’accordo di cui parlano i creditori è un “memorandum of understanding” (vale a dire, un accordo-quadro che stabilisce un insieme di condizioni relative all’intera politica governativa). Molti compagni chiedono di proseguire i negoziati. Certo, possiamo continuare a farlo per qualche altro giorno. Secondo me, però, è ormai ora di affrontare la realtà: di pronunciare un chiaro “NO” su questo accordo e dedicare le nostre energie a costruire una soluzione politica alternativa.

In ogni caso, se accettiamo un simile accordo, dovremmo tener presente che sarà inevitabilmente connesso a determinati sviluppi politici: l’indebolimento dei rapporti di Syriza con la base operaia e sociale che rappresentatanto più se combinata con uno scenario che implichi “purghe” e la spaccatura dentro Syriza che auspicano i mezzi di comunicazione di massa - avvicinerà la necessità dell’“allargamento” del governo in direzione del “campo neoliberista” (To Potami? [Il fiume]), il che costituirebbe la prima tappa verso quel governo di unità nazionale che tanto vogliono le “istituzioni”, in risposta al voto delle masse lavoratrici il 25 gennaio 2015.

Il giorno successivo al Comitato centrale di Syriza (23-24 maggio), le dichiarazioni in proposito di Dora Bakoyanni [ex sindaco di Atene, membro di Nuova Democrazia, figlia dell’ex Primo ministro Constantinos Mitsotakis], guru neoliberista di centro-destra, non lasciano adito al dubbio al riguardo.

Lo scenario del “colpo” sferrato alla sinistra oggi assume due forme = 1) “Syriza-Allende”: in questo caso, il governo della sinistra va rovesciato al più presto, per effetto del ricatto e di un “colpo”, col guanto più o meno di “velluto”; 2) “Syriza-Prodi”: in tal caso, la prospettiva consiste nello spostare il governo verso una politica social-liberista, accettando un nuovo memorandum che porta al rovesciamento del governo, ma attraverso una crisi che dissolve il partito Syriza “combattivo” e “sociale”.

Dobbiamo uscire in tutta fretta da questo circolo vizioso. Le coordinate per questa uscita sono ben note a tutti noi: rifiuto del protocollo d’accordo; non pagamento degli interessi del debito a favore degli squali internazionali e locali, come prima tappa per orientarci verso il non pagamento della sostanza del debito, pesante gravame imposto dal capitale e dalla ricchezza accumulata; nazionalizzazione delle banche; abolizione della “libertà” di circolazione dei capitali che provino a sfuggire a queste misure.

Occorre mettere insieme tutte le risorse e le competenze per soddisfare i bisogni delle masse lavoratrici e popolari, per salvare gli ospedali pubblici e le scuole. Queste scelte vanno applicate con tutte le risorse del governo, diplomatiche, monetarie, mettendo in conto anche l’eventualità di un conflitto-rottura con l’Eurozona.

Un simile cambiamento in direzione di un’uscita dai negoziati e un indirizzo che apra la strada a una rottura strategica vanno spalleggiati da un mandato popolare, vale a dire da elezioni. Non per sfuggire ai dilemmi che ha di fronte il potere governativo, ma per chiedere ai cittadini e alle cittadine il potere, l’autorità e un mandato chiaro per concretizzare queste scelte della sinistra, fondate su una base politica radicale.

 

L’articolo, uscito sul quindicinale di DEA il 27 maggio, riprende come editoriale i temi presentati nell’intervento dell’autore al Comitato centrale di Syriza del 23-24 maggio 2015.

(Traduzione dal greco per À l’Encontre di Antonis Martalis - Traduzione dal francese di Titti Pierini).

 



[1] Sabato e domenica 23-24 maggio si riuniva il Comitato centrale di Syriza, in un contesto in cui gli “accordi con le istituzioni” (BCE, UE, FMI) sono continuamente oggetto di annunci (e voci) ad opera di vari mezzi di comunicazione. Il 30 maggio si sono ancora riuniti quelli che, per conto del governo, dovevano preparare il progetto d’accordo che avrebbero esaminato e accettato, o respinto, le istituzioni, le quali hanno il coltello dalla parte del manico. Di questo comitato, convocato da Tsipras, facevano parte Yanis Varufakis, Yannis Dragasakis, Euclid Tsakalotos, Giorgos Stathakis, Spyros Sagias, Tasos Koronakis et Christos Mantas. Nessuna informazione, solo qualche “fuga di notizie”. È forte la cesura tra queste riunioni al chiuso del governo e le istanze di Syriza, e per questo si moltiplicano “voci”, ipotesi e si delineano diversi scenari, sicuramente dettati dalle scelte più esplicite delle “istituzioni”, sia sul contenuto di un accordo sia sulle scadenze che, secondo alcuni, potrebbero protrarsi fino a settembre.

Viceversa, è stato piuttosto leggibile lo svolgimento del Comitato centrale di Syriza. Tra i/le171 delegati/e presenti provenienti da tutta la Grecia - su 220 in totaleil testo generale della direzione di Syriza, presentato da Tsipras, ha ottenuto il 55,55% dei voti: Quello della “piattaforma di sinistra” (comprendente Red-network e Corrente di sinistra) ha avuto il 43,85% dei voti. In termini di membri: 95 per la direzione e 75 per la “piattaforma di sinistra”. Tsipras, nella sua introduzione, non ha esposto con precisione le proposte di “riforme”, i probabili “passi avanti” su determinati punti delle trattative. L’orientamento generale si può riassumere così: bisogna accettare un compromesso, ma vanno rispettate quattro precondizioni. Che sono: il saldo di bilancio primario (prima del pagamento degli interessi del debito) non deve superare l’1,5% del Pil (in seguito, magari, il 2%); niente nuove riduzioni di salari e pensioni del settore pubblico; una ristrutturazione del debito (cosa che viene discussa dalle “istituzioni”); disponibilità di finanziamenti per investimenti pubblici in infrastrutture e “nuove tecnologie”. Secondo Tsipras, se si raggiungesse un accordo, si prevederebbe un’ulteriore fase di negoziati.

Il testo della “piattaforma di sinistra”, sottoscritto da 3 delegati di Red-network (il cui pilastro è DEA), 3 della Corrente di sinistra e 3 del KOE (Organizzazione comunista di Grecia, d’origine maoista), poneva l’accento su: 1) l’immediata nazionalizzazione delle banche per garantire lo sviluppo produttivo e sociale; 2) soppressione di qualsiasi protezione della corruzione; 3) eliminazione dei privilegi a vantaggio dei principali gruppi economici; 4) tassazione delle grandi proprietà, dei patrimoni e degli altissimi redditi, nonché delle imprese particolarmente redditizie; 5) reinstaurazione dei diritti dei/delle lavoratori/lavoratrici (contratti collettivi, ecc.).

Si aggiungeva a questo: la richiesta di una controffensiva del governo di fronte alla campagna dei media che istillano l’idea che un’interruzione del pagamento del debito porterebbe alla catastrofe; l’assoluta necessità per il governo in questa fase di far conoscere e spiegare alla popolazione il concreto stato della situazione, per battere in breccia l’idea che vogliono imporre la destra e le “istituzioni”: non c’è che un’unica via. L’urgenza infine che Syriza e il governo stimolino la mobilitazione, perché la lotta per l’alternativa ponga fine alla politica del fatto compiuto da parte dei creditori.

Un testo distribuito da Red-network il 22 maggio – non sottoposto al voto del Comitato centrale, in seguito alla conclusione di un accordo interno alla “piattaforma di sinistra”poneva in evidenza lo spostamento della direzione di Syriza (e del governo). Da un programma che si sarebbe applicato unilateralmente (come stabilito prima delle elezioni, nel settembre 2014 a Salonicco), il governo Tsipras ha imboccato una strategia di negoziati che lo ha continuamente sottoposto a ricatti. Poi sono state proclamate “linee rosse” (da non oltrepassare). Ora, il governo è passato di fatto a una politica di rinegoziazione dei memoranda. In termini di scelte, il testo di Red-network, intitolato “La via d’uscita sta in una politica radicale di sinistra” riprende, con maggiori dettagli, i temi sviluppati in questo articolo di Antonis Ntavanellos. (Redazione di À l’Encontre)



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