Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

  • Full Screen
  • Wide Screen
  • Narrow Screen
  • Increase font size
  • Default font size
  • Decrease font size
Attualità e Polemiche --> All'ordine del giorno... i commenti a caldo --> L’altra faccia dell’enciclica

L’altra faccia dell’enciclica

E-mail Stampa PDF

 

Il recente articolo La forza del papa, la debolezza della sinistra   ha avuto un certo successo ed è stato ripreso da diversi siti, ma ha anche ricevuto qualche critica da chi forse teme di vedere incrinata la sua fiducia riposta in questo papa.

In realtà questo atteggiamento mi ricorda le grandi attese nei confronti di Barack Obama subito dopo la sua elezione, tanto grandi da aver reso possibile poi perfino l’attribuzione “sulla fiducia” di un Premio Nobel per la pace. Non avevo partecipato all’entusiasmo generale non per un atteggiamento pregiudiziale, ma per la consapevolezza che l’elezione di un presidente o di un papa non può modificare radicalmente la natura di istituzioni così consolidate come gli Stati Uniti o una Chiesa cattolica che ha assunto le sue caratteristiche fondamentali diciassette secoli fa (o se si vuole cinque secoli fa, se si vuole partire da quella controriforma che ha messo un po’ d’ordine limitando la spudorata esibizione di tutti i vizi al suo vertice, tanto diffusa nei secoli precedenti).

Su Obama gli entusiasmi e le concessioni di credito si sono fortemente ridotti, su questo papa no. Eppure in tutta la sua storia il papato è stata una forza inequivocabilmente conservatrice, che ha rappresentato un puntello per i ceti dominanti (schiavisti, feudali, capitalisti, ecc.) con cui peraltro spesso non si identificava del tutto, pur assicurandosi consistenti privilegi. Meno noto che in alcuni casi la Chiesa aveva stabilito un modus vivendi anche con i burocrati stalinisti meno rigidi: in Polonia ad esempio dopo il fallimento del tentativo repressivo più ottuso tra il 1947 e il 1953, la Chiesa aveva ottenuto dallo Stato sedicente “socialista” più edifici di culto di quanti ne avesse nel periodo 1918-1939. (Mi permetto di rinviare su questo al mio saggio su Polonia. Il ruolo della Chiesa).

Nell’ultimo secolo c’è stato un solo papa che apparentemente ha contraddetto questo mio giudizio: Giovanni XXIII. Indubbiamente la fiducia riposta in lui non è stata delusa. Ma occorre tenere presenti alcune questioni: 1) fu eletto come papa con la convinzione che – non foss’altro che per la sua età avanzata - doveva essere un papa di transizione, dopo che il vergognoso regno di Pio XII aveva portato la Chiesa in una crisi che soprattutto in America Latina e in Europa sembrava irreversibile. 2) Se ha lasciato una traccia profonda si deve non solo ad alcuni gesti simbolici da secoli dimenticati come la visita ai carcerati, ma al fatto che a sorpresa aveva promosso un Concilio, che dopo la promulgazione del dogma dell’infallibilità del papa nel Vaticano I si riteneva fosse diventato logicamente inutile.

Il suo passato non particolarmente riformatore di buon diplomatico non lo lasciava minimamente immaginare, ma Angelo Roncalli aveva saputo ascoltare le voci dei molti sacerdoti e anche vescovi che erano sul punto di staccarsi da una Chiesa che appariva allora indissolubilmente legata al potere e al capitalismo più rozzo, in anni in cui invece esplodeva la decolonizzazione, e si delineava una fase di grandi lotte, dall’America Latina all’Indocina. Il suo grande merito è stato quello di consentire che nel Concilio potessero esprimersi anche la voci di chi, come i teologi della Liberazione, erano più vicini a quei processi. Ma dopo quella parentesi, che durò in tutto cinque anni, di cui due del Concilio seguito personalmente da Giovanni XXIII, la restaurazione intelligente e prudente di Paolo VI (che solo un’ignorante come Fausto Bertinotti o chi gli scriveva i libri poteva scambiare per vero continuatore di papa Giovanni XXIII), e quella brutale e aggressiva di Karol Woitiła, avevano riportato la Chiesa all’ordine, estromettendo le punte più avanzate che auspicavano una “Chiesa dei poveri”.

Tornando agli Stati Uniti, c’è un mito altrettanto infondato sulla presidenza Carter, in parte dovuto alla proiezione nel passato del suo ruolo attuale come pensionato meritoriamente impegnato a monitorare elezioni dubbie o su cui pesa un pregiudizio fazioso, in parte alla sottovalutazione del contesto in cui era stato eletto: gli Stati Uniti dovevano leccarsi le ferite dopo la pesante sconfitta in Vietnam. Ma non erano cambiati, e lo si è visto subito dopo con la presidenza di Ronald Reagan. D’altra parte l’ ultimo gesto di Carter come presidente, fallito per molti fattori, compresa la sfortuna, era stata un’incursione su Teheran…

Ribadite queste premesse metodologiche della mia cautela sul significato complessivo del papato di Jorge Mario Bergoglio, vorrei precisare che mi ero limitato a sottolineare alcuni limiti dell’enciclica, in particolare perché attribuisce quasi sempre a un indeterminato “uomo” la responsabilità del dissesto, o sminuisce ogni affermazione parlando di “alcuni”, o presentando fenomeni consolidati e generalizzati da tempo come se si presentassero “a volte”, solo in alcuni casi. In sostanza discutevo la concretezza o meno della proposta politica su una crisi che riguarda tutta l’umanità. Se non si è capito in quel che ho scritto finora, dichiaro volentieri che nella descrizione della crisi ambientale il papa è stato più avanzato della maggior parte degli ambientalisti di mestiere, compresi certi scienziati di cui parla Tanuro nel suo resoconto: Tanuro: Ecologia: scienza, economia e società . E non mi nascondo che alcune sue denunce, pur prive di immediate concretizzazioni, possono essere utili per contrastare gli ambienti cattolici più retrivi, come quelli statunitensi, che non credono non solo al ruolo delle attività umane nella crescita del riscaldamento globale, ma neppure che questo esista. Ad esempio il neo cattolico Jeb Bush…

Non ero entrato comunque nel merito di una parte importante dell’enciclica, che riguarda solo i credenti, compresa la preoccupazione evidente di costruire un fronte comune con patriarchi ortodossi ed islamici moderati, che traspare dall’intreccio tra le citazioni (a volte un po’ forzate) di generiche dichiarazioni dei suoi predecessori con quelle del patriarca Bartolomeo o di saggi islamici come Ali Al-Khawwas, presentato come “maestro spirituale”. Ma mi preoccupa che persone di sinistra, che magari si dichiarano non solo “cattocomunisti”, ma comunisti tout court, non si rendano conto di molte altre implicazioni di questa enciclica

L’enciclica ribadisce infatti in molti punti l’elogio della “sobrietà”, che ricorda un po’ la ambigua apologia berlingueriana della “austerità”, in un periodo in cui si preannunciava l’attacco ai livelli di vita raggiunti con le grandi lotte degli anni precedenti.

223. La sobrietà, vissuta con libertà e consapevolezza, è liberante. Non è meno vita, non è bassa intensità, ma tutto il contrario. Infatti quelli che gustano di più e vivono meglio ogni momento, sono coloro che smettono di beccare qua e , cercando sempre quello che non hanno, e sperimentano ciò che significa apprezzare ogni persona e ad ogni cosa (sic), imparano a familiarizzare con le realtà più semplici e ne sanno godere. In questo modo riescono a ridurre i bisogni insoddisfatti e diminuiscono la stanchezza e l’ansia. Si può aver bisogno di poco e vivere molto, soprattutto quando si è capaci di dare spazio ad altri piaceri e si trova soddisfazione negli incontri fraterni, nel servizio, nel mettere a frutto i propri carismi, nella musica e nell’arte, nel contatto con la natura, nella preghiera. La felicità richiede di saper limitare alcune necessità che ci stordiscono, restando così disponibili per le molteplici possibilità che offre la vita.

Possibile che non si colga lo spirito della perorazione? Rinunciate alle “necessità che stordiscono”, accontentatevi di quello che avete, e consolatevi col contatto con la natura e soprattutto con la preghiera…

Eppure probabilmente c’è chi a sinistra si accontenta della genericità dell’elogio del lavoro, che dovrebbe essere organizzato “non in funzione del capitale e della produzione, ma piuttosto in funzione del bene comune”, formulazione tanto vaga e poco rivoluzionaria da poter essere applaudita anche da Sergio Marchionne che era presente all’incontro torinese di Bergoglio col “mondo del lavoro”, rappresentato simbolicamente da un’operaia, un agricoltore e un imprenditore… Rinvio alla efficace descrizione della giornata torinese di Bergoglio fatta da Luca Kocci sul Manifesto del 23 giugno, che accennava tra le righe a un’altra contraddizione, la visita ai valdesi con le scuse per i massacri di secoli fa, mentre contemporaneamente veniva avallata una “reliquia” come la Sindone, notoriamente costruita nel medioevo dalla fiorente industria che aveva sfornato anche il contenitore per il “sangue di San Gennaro”, e tanti altri strumenti di manipolazione per alimentare l’idolatria tra le masse più ignoranti... Si veda su questo l’interessante intervista allo storico Andrea Nicolotti sul “manifesto”, ripresa sul sito: La reliquia della discordia

Ma come ignorare tutto il resto? Gli attacchi alla regolamentazione o limitazione delle nascite, non solo all’abortoalle sperimentazioni sugli embrioni, la presunta cancellazione delle differenze sessuali, ecc.?

Non ne avevo parlato se non di sfuggita, dato che il mio bersaglio era il vuoto della sinistra, la sua incapacità di avere una propria visione del mondo e una propria proposta, che la portava ad accodarsi a un progetto di recupero dell’egemonia della Chiesa Cattolica, alla testa di una coalizione di religioni tutte ugualmente conservatrici. Impressionante l’articolo Un cantico forte e chiaro di Enzo Scandurra pubblicato ieri sul “manifesto” che, tirando in ballo perfino i fondatissimi dubbi di Marcello Cini sulla “presunta neutralità della scienza”, abbocca all’amo di Francesco:

D’altra parte qualsiasi soluzione tecnicaafferma Francesco – che le scienze pretendano di apportare sarà impotente a risolvere i gravi problemi del mondo se l’umanità perde la sua rotta, se si dimenticano le grandi motivazioni che rendono possibili il vivere insieme, il sacrificio, la bontà.

Incredibile che Scandurra non colga il senso complessivo del dubbio sulla scienza e l’umanità che “ha perso la rotta”, cioè che non riconosce più da un paio di secoli il “magistero della Chiesa”. Ma dato che Scandurra consiglia tutti “a leggere tutto il contenuto di questa straordinaria enciclica scritta di proprio pugno da Francesco” gli giro un esauriente rassegna di tutte le prese di posizione di questo papa, fatte di persona, in questi ultimi tempi; la selezione è stata curata dal vaticanista dell’Espresso, Sandro Magister (quello che ha messo in circolazione in anteprima l’enciclica, vedi http://speciali.espresso.repubblica.it/pdf/laudato_si.pd), e ha lo scopo di evitare che si continui a pescare dall’enciclica solo quello che corrisponde alle speranze e alle attese di chi legge, rimuovendo il resto. Vale la pena di leggere questa rassegna, per capire quanto sia poco fondata l’ubriacatura generale per  l’enciclica e lo stesso papa http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1351074



You are here Attualità e Polemiche --> All'ordine del giorno... i commenti a caldo --> L’altra faccia dell’enciclica