Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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La lezione dell’Islanda

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La lezione dell’Islanda

 

Non tutto va male al mondo: l’Islanda ci ha dato una bella lezione, grazie a una svista dei suoi governanti. Invece di far votare su cose contorte e lontane dalla gente, hanno ammesso un referendum che poneva ai cittadini una questione elementare: dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci?

Stupisce che “solo” il 93% si sia espresso nettamente per il rifiuto di pagare, e che quindi ci sia stato un 7% di fessi che hanno detto: “si, dobbiamo pagare noi questi 40.000 euro a testa…”

 

Questa d’altra parte era la logica delle manifestazioni argentine dell’inverno 2001-2002 (inverno per noi, lì era estate, naturalmente). Piqueteros e signore distinte con le casseruole chiedevano questo, che se ne andassero tutti i ladri al governo e nella magistratura: Que se vayan todos…Ma alla fine invece hanno accettato di votare per scegliere il presidente tra un furfante e l’altro… e l’economia ha ricominciato a camminare (i profitti sono tornati, ai piqueteros solo qualche elemosina, in cambio del voto).

Per ora anche in Grecia, nonostante il vecchio partito comunista si sia assurdamente astenuto sulle misure che tagliano pensioni e salari, e che aumentano l’IVA, tassa sui poveri, la maggior parte della popolazione si è scatenata contro i palazzi del potere politico ed economico. Compresi i militanti di quel partito comunista così cauto e pilatesco. Non si devono fermare. Non devono credere alla menzogna che sia “l’Europa” a imporre i sacrifici e a rifiutare un aiuto solidale. Quella che chiamano “Europa” è un pugno di politicanti e di burocrati superpagati (alcuni anche con milioni di euro all’anno, ma tutti con almeno qualche centinaia di migliaia di euro). Tutti con pensioni da favola, per fare il mestiere di ripeterci come un disco rotto: fate i sacrifici, tagliate le pensioni, allungate l’età pensionabile, ecc. ecc.

 

Allora smettiamola di discutere di cavilli, di liste e listini, e di altre questioni che appassionano solo gli avvocati e avvocaticchi che abbondano in Italia, anche nelle liste e nelle direzioni dei partiti. Di avvocati in Italia ce ne sono più che in tutta l’Europa, e sono loro più che i magistrati (pochi e senza mezzi) a far andare alle calende greche le sentenze.

Cominciamo a dire: La vostra crisi non la paghiamo noi!

Le nostre vite valgono più dei vostri profitti!

 

E cominciamo a fare i conti in tasca alla FIAT, alla Fastweb, alla Merloni, all’Alcoa, e chiediamo che i padroni, se non ce la fanno a guadagnare abbastanza, se ne vadano SENZA INDENNIZZO: hanno già avuto, abbiamo già dato… A chi ha paura che tornino i vecchi carrozzoni delle “partecipazioni statali” (soldi pubblici e gestione privatistica, con manager superpagati) diciamo che non è questo che proponiamo.

Le aziende le possono gestire benissimo i lavoratori: dall’ultimo manovale al tecnico e alla contabile, tutto il lavoro è fatto da persone oneste che eseguono ordini di chi senza di loro non saprebbe fare niente. I lavoratori sarebbero perfettamente in grado di gestire la fabbrica nell’interesse della collettività. Sarebbe l’unico modo per bloccare l’evasione, ma soprattutto solo a partire dal collegamento tra aziende autogestite dai lavoratori si potrebbe realizzare quella pianificazione democratica necessaria per orientare la produzione.

 

Ma se “le fabbriche non rendono”, i lavoratori si dovranno accollare il deficit? Non è vero: le aziende che davvero “non rendono” sono pochissime, i capitalisti dicono che “non rendono” quando hanno adocchiato un’altra parte del mondo in cui andare a sfruttare la miseria offrendo salari di fame. Chiudono in Italia, e comprano imprese intere in tutto il mondo, perfino negli USA, come fa il “capitalista moderno” che piaceva tanto a Bertinotti, Marchionne. Rinvio a quanto scriveva Franco Turigliatto in Lezioni di capitalismo

E un’ultima cosa: parlando con compagni della sinistra istituzionale (o aspirante tale) ci si sente dire a volte, anche da chi si definisce ancora comunista, che “non si può sempre dire NO”, e bisogna fare “proposte costruttive”. Intanto, dire NO a un’ingiustizia è un dovere, e non è vero che si fa “troppo”, si fa troppo poco, alcuni della “scuola di Napolitano” si sono dimenticati la parola stessa… Se ti stanno derubando, che fai, devi dire SI?

E per giunta la “proposta costruttiva” c’è, c’era, ed era condivisa da un bel pezzo della sinistra e del movimento sindacale, che l’ha buttata via per compiacere i padroni, i loro partiti e i sindacati “fiancheggiatori”. Era ed è la ridistribuzione dell’orario tra tutti. Riducendolo non a 35 o 34 ore e mezzo, ma anche a 30, o 24 o 20 ore settimanali.

È assurdo? NO: per decenni la produttività si è raddoppiata più volte, i salari reali sono calati o nel migliore dei casi sono rimasti fermi, e tutti i vantaggi di questi aumenti della produttività sono andati ai profitti. È ora di dire basta!

Non bisogna illudersi, o c’è una svolta, o il peggio deve ancora cominciare. Finite le misure anestetiche (gli “ammortizzatori sociali, la Cassa Integrazione, ecc), la maggioranza dei lavoratori saranno buttati fuori, tanto più facilmente quanto più sono stati lasciati soli a pensare a sé stessi, a mendicare qualche aiutino dagli enti locali nel migliore dei casi.

Berlusconi ripete che la crisi sta finendo: non è solo la sua abitudine a mentire sempre, c’è qualcosa di vero. La crisi per i padroni, per i finanzieri, per gli speculatori, sta attenuandosi, stanno cavandosela.

La borsa ricomincia a salire, proprio quando l’occupazione diminuisce, anzi proprio perché per i capitalisti è un buon segnale che la resistenza dei lavoratori si è dispersa e frammentata, lasciando soli i lavoratori di ciascuna azienda a protestare su una torre, o una gru o un’isola. Centinaia di aziende in crisi con le loro bandiere (non a caso sempre meno rosse, sempre più spesso della CISL o UGL), una accanto all’altra, ciascuna a pensare a sé stessa, a sperare, a illudersi…

 

Occorre una lotta generale, che saldi occupati minacciati, precari abbandonati, pensionati che rischiano una sorte “greca” (taglio secco della già misera pensione), disoccupati cronici, giovani senza speranza di lavoro (a parte quello di arruolarsi in una cosca o in una cricca di politicanti corrotti), italiani e immigrati, tutti uniti su parole d’ordine semplici:

 

La vostra crisi non la paghiamo noi!

Le nostre vite valgono più dei vostri profitti!

Ridistribuzione del lavoro esistente tra tutti!

Esproprio senza indennizzo dei padroni che vorrebbero chiudere!

(a.m. 9/3/2010)

 

Una precisazione sull’Islanda

 

Prima di tutto, mi scuso per un’inesattezza: è vero che il 93% degli elettori ha votato no alla proposta di restituire il debito, come ho scritto, ma solo l'1,7 per cento ha votato sì, e il resto delle schede sono state annullate o erano bianche. Quindi la percentuale si abbassa al punto da far pensare che a votare per il si fossero solo i ricchissimi, per i quali 40.000 euro da restituire sono una sciocchezza…

Va detto che l’effetto del voto è stato sorprendente: il referendum è servito a spingere Gran Bretagna e Olanda a fare subito offerte migliori all'Islanda, e i negoziati dunque continueranno. Meglio poco che niente, hanno pensato. Anche il ministro del Tesoro britannico, Alistair Darling, è stato realistico: "Il punto fondamentale per noi è riavere indietro quei soldi, ma i termini e le condizioni per riaverli sono negoziabili, su quello siamo flessibili. Non è nel nostro interesse mettere in ulteriore difficoltà l'Islanda, vogliamo che sia parte del processo di integrazione europeo. Non puoi andare da una piccola nazione e pretendere che ripaghi immediatamente tutti i suoi debiti, stiamo cercando di essere ragionevoli".

Insomma va detto che la decisione paga… Tutti i discorsi terroristici fatti prima per influenzare il voto (vi mettete contro l’Europa, ora metteranno l’Islanda al bando, ecc. ) si sono rivelati un bluff.

La rabbia della gente per il modo in cui banchieri, speculatori e un capitalismo senza regole hanno messo in pericolo e poi messo in ginocchio un intero paese, è stata tale che ha portato i creditori a escludere le misure forti. Per giunta il presidente della repubblica islandese, Olaf Ragnar Grimsson, era stato il primo a dire di no alla proposta di legge sul rimborso e, a differenza di quel che fa il nostro Presidente, si era rifiutato di firmarla, diventando il portavoce del diffuso malcontento popolare: durante le operazione di voto, sabato, molti hanno esposto cartelli con slogan come "salviamo il paese, non le banche" e "no al capitalismo strozzino". Mandare le cannoniere in Islanda in questa situazione avrebbe voluto dire attirare di più l’attenzione su questo piccolo paese.

Naturalmente  è difficile il paragone tra l’Italia e un paese così piccolo (circa 300.000 abitanti), che possono essere informati più facilmente di quanto accada da noi (e quindi possono votare consapevolmente). Ma la lezione serve lo stesso: una cosa sono le minacce fatte dai pennivendoli, altra la loro concretizzazione…

I metodi duri servono sempre: poche settimane fa uno sciopero della Lufthansa, annunciato come sciopero totale di quattro giorni, quindi in grado di paralizzare il paese, ha avuto pieno successo, e ha spinto l’azienda e il governo a cambiare atteggiamento prima della fine del primo giorno di lotta, accettando di riaprire la trattativa. Così si fanno gli scioperi, non con le fermate simboliche che portano danno alle tasche dei lavoratori in lotta senza colpire la contro parte! Se si vorrà salvare l’occupazione, portare avanti il programma di lotta a cui accennavo nella prima parte, bisognerà riscoprire la forma del vero sciopero generale, a oltranza, esteso a tutti i servizi, compresi trasporti, energia elettrica, fino alla paralisi completa del paese, per far vedere che quando i lavoratori si fermano, il paese si blocca… Ne riparleremo…