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Il manifesto e l’Islanda

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Il manifesto e l’Islanda

Chissà dove la redazione del “Manifesto” ha scovato un raro esemplare di cerchiobottista islandese, Haukur Mar Helgasson, che ha spiegato, su un’intera pagina del quotidiano del 18/3, che non si sa se è stato un bene o un male il voto nel referendum del 6 marzo. Dico raro esemplare, perché il 93% degli islandesi non ha avuto dubbi e ha capovolto la decisione del parlamento, mentre Helgasson è incerto se abbia un po’ di ragione la primo ministro Johanna Sigurardotting (di centro sinistra) che dà la colpa ai cittadini che avrebbero comprato troppi televisori, yacht o escort, e che ora dovrebbero “fare un esame di coscienza e mostrare maggiore umiltà”, o l’ex primo ministro David Oddsson, e capo dell’opposizione di destra, che dice che “certo, qualcosa è andato storto, ma ora non è tempo di scavare nel passato”. Haukur Mar Helgasson è sicuro che “nessuna di queste due ricostruzioni è completamente falsa”. Beato lui!

Per giunta, con uno stile che conosciamo, per minimizzare la portata del voto aggiunge che è stato inutile perché “l’accordo sottoposto al referendum era già obsoleto, perché l’Islanda aveva già ricevuto un’offerta migliore”. Certo, i creditori si sono ammorbiditi già quando la legge approvata a larga maggioranza in parlamento non è stata firmata dal presidente delle repubblica (beati islandesi, che ne hanno uno capace di dire no, invece di fare l’equidistante tra aggressori e aggrediti, tra furfanti e magistrati….) e soprattutto quando tutti i sondaggi hanno indicato come si sarebbe votato. Ma non sarebbe successo nulla se non ci fosse stato un movimento deciso contro il pagamento del debito.

Haukur Mar Helgasson, considera che le cose comunque andranno male perché nulla è cambiato, il FMI (per lui evidentemente è dio in terra) potrebbe negare crediti, e l’opposizione di sinistra che non vorrebbe collaborare col FMI sarebbe naturalmente perdente: “i loro ragionamenti non raggiungono una grande audience”, e la colpa sarebbe nientepopodimeno che… di Asterix, che sarebbe “stato disponibile in finlandese molto prima di Immanuel Kant”. Controllare per credere. Ma dove l’hanno trovato ‘sto Haukur Mar Helgasson? Negli scarti del PD?

In realtà con queste sciocchezze (e ripetendo nei sottotitoli redazionali che “sembrava una rivolta anticapitalista. In realtà nulla è cambiato”) si nasconde che l’Islanda ci ha dato una bella lezione. Grazie alla divisione delle due più alte cariche dello Stato, invece di votare come al solito su cose contorte e lontane dalla gente, hanno avuto di fronte un referendum che poneva ai cittadini una questione elementare: dobbiamo pagare noi un debito che altri hanno contratto, senza chiederci il parere e senza informarci? (si veda sul sito La lezione dell’Islanda)

L’ineffabile Haukur Mar Helgasson sostiene che “soltanto grazie ai media internazionali e alle loro ipersemplificazioni” il referendum è stato interpretato in termini di principio universale anti-capitalistico”. Una sciocchezza pura e semplice, perché al contrario una cortina di silenzio si è stesa subito sulla vicenda, che poteva dare un “cattivo esempio” al mondo; intanto si sono precipitati a valanga i consiglieri della cosiddetta “comunità internazionale” (dei banchieri e dei burocrati superpagati) per suggerire come aggirare il referendum (vedi esempi di Irlanda e Francia sulla costituzione europea…).

Lo stesso Haukur Mar Helgasson riferisce, senza capirne l’importanza, e mettendola nel conto delle allucinazioni dei media internazionali, un secca ammissione del “Financial Times”, che ha perorato una nuova trattativa e la ricerca di un accordo accettabile dai cittadini islandesi, perché la loro “collera può rendere concreta la prospettiva che altrove nel mondo ci si rifiuti di pagare debiti pubblici considerati responsabilità di altri”. Viva la franchezza!

E se non c’è stata una rivoluzione, c’è stato certo un bello schiaffo al ceto politico, con un voto così clamorosamente lontano da quello truccato e su finte alternative del parlamento.

Non sappiamo se riuscirà a crescere nonostante i profeti di sventure, ma ci sembra già un bel risultato che nella lotta di questo anno e mezzo, dall’ottobre 2008 in cui le tre principali banche islandesi fallirono, all’opposizione violenta che bloccava il Congresso mentre votava a fine 2009 il rimborso ai creditori stranieri, sia nato un movimento molto deciso, “Voci del popolo”, che non ha esitato a scontrarsi più volte con la polizia. Nato da un pugno di intellettuali marxisti e di personalità della cultura, ha saputo conquistare una parte dei lavoratori socialdemocratici con la sua tenacia, organizzando per mesi ogni sabato delle marce sotto la sede del governo. Uno dei suoi portavoce, Niklas Svensson, ha scritto in polemica con la primo ministro: “Il debito esterno dell’Islanda non lo ha contratto la popolazione islandese. Non è il risultato di acquisti di automobili di lusso  (…) ma della speculazione di una minuscola camarilla che ora se ne va nelle sue lussuose case all’estero”. Ad esempio, uno di questi personaggi, Jon Asgeir Johannesson, in pochi anni ha acquistato alcune delle più esclusive catene di grandi magazzini in Danimarca e Gran Bretagna, capeggiando un gruppo di investitori. Un altro, Bjorgolfur Gudmundsson, si è impossessato del club di football inglese West Ham. La denuncia di questi capitalisti e del carattere truffaldino delle banche fallite ha permesso la crescita del movimento.

La vittoria, come sempre, non è sicura, ma non c’è dubbio che questo referendum sia stata una delle più belle notizie ricevute, da parecchi anni a questa parte.

 

In conclusione, checché ne pensino al “manifesto”, vorrei richiamare un involontariamente profetico Jorge Luis Borges: "Qué dicha para todos los hombres, Islandia de los mares, que existas” (Che fortuna per tutti gli uomini, Islanda dei mari, che tu esista…).

 

 

Consigli di lettura: molti articoli utili si possono trovare soprattutto nel sito del CADTM e in quello di Europe solidaire

 

 



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