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Tanuro riflette sulla parola d'ordine del Grexit

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Ancora su euro e “Grexit”: «Il futuro è aperto»*

di Daniel Tanuro

lcr-lagauche.org

e europe-solidaire.org/

 

Dopo aver considerato a lungo l’uscita dall’euro come un tabù, la sinistra europea cade dall’altro lato del cavallo e ne fa la lezione da ricavare dalla sconfitta greca, la rivendicazione chiave della fase, il passaggio quasi obbligato dell’alternativa all’austeritàperlomeno in paesi periferici come la Grecia o il Portogallo. La questione, a mio avviso (questo contributo impegna soltanto me stesso), non è così che va abbordata.

Lo specifico contesto greco

La Lega comunista rivoluzionaria belga (LCR [di cui Tanuro è membro]) si è pronunciata in favore del “Grexit” (“uscita della Grecia”, vale a dire “uscita dall’euro”) nel luglio scorso, in un contesto molto specifico, di cui vanno richiamati gli elementi principali: 1) il popolo greco si era dotato sei mesi prima di un governo diretto da Syriza, che aveva promesso di farla finita con l’austerità; 2) il rifiuto dell’austerità era confortato dal magnifico risultato del referendum (62% di “No” alle pretese dell’Unione Europea); 3) i creditori ponevano i dirigenti greci di fronte a una scelta chiarissima: o rispettare i loro impegni con la popolazione e farsi buttare fuori dall’euro, oppure rimanere nell’euro e gettare i loro impegni nella spazzatura; 4) il popolo greco rimaneva molto isolato nella sua lotta, soprattutto a causa del completo coinvolgimento della socialdemocrazia al fianco dei creditori… e del ruolo di crumiro svolto dalla Confederazione Europea dei Sindacati.

In un contesto del genere, abbiamo ritenuto che Syriza dovesse (essere spinto a) mantenere una completa intransigenza nel rifiutare qualsiasi austerità… e perciò preparare attivamente l’uscita dall’euro, che ne derivava inevitabilmente. Non in nome del ripiegamento sullo Stato nazionale, ma in quello della lotta per un’altra Europa. Per noi, il Grexit era (purtroppo) l’unico modo concreto di continuare quella battaglia in quelle sfavorevoli circostanze di desincronizzazione delle lotta anti-austerità. Abbiamo quindi sostenuto l’idea di un “Grexit” da sinistra, che combinasse 1) la radicalizzazione anticapitalista sul piano interno (indispensabile per far fronte alle grandi difficoltà economico-sociali derivanti dallo stesso “Grexit”) e 2) un chiarissimo appello internazionale rivolto agli/alle sfruttati/e e oppressi/e del resto dei paesi europei (tanto per ricordarlo, Tsipras non ha mai lanciato un appello del genere).

Grexit da sinistra, quindi internazionalista

Questa presa di posizione sottendeva il seguente giudizio: la capitolazione di Tsipras sarebbe una grave sconfitta per la sinistra “radicale”, in Grecia e in tutta l’Europa, mentre il Grexit avrebbe permesso di continuare la lotta, non solo in Grecia, ma anche rivolgendosi al movimento sindacale e agli altri movimenti sociali nel resto d’Europa. Una lotta difficilissima, certamente, ma tutto era pur sempre meglio della capitolazione.

Come ho scritto sul mio blog: (il “Grexit” da sinistra) «è un modo, per i/le lavoratori/lavoratrici e i/le giovani della Grecia di dire ai loro fratelli e alle loro sorelle di tutta Europa: spiacenti, non abbiamo più altra scelta che quella; speriamo di scatenare una lotta comune contro questa Europa del capitale, ma ci rendiamo conto delle vostre difficoltà, della disparità delle situazioni e dei ritmi, degli ostacoli che dovete affrontare; tuttavia, non c’è equivoco sulle nostre intenzioni; la nostra prospettiva resta quella di rovesciare l’UE insieme a voi per costruire insieme un’altra Europa; per questo restiamo solidali con le vostre lotte e vi chiediamo di esserlo con la nostra; ne avremo molto bisogno, perché andiamo verso prove difficili».

Abbiamo insistito sul fatto che «la necessità di rompere con l’euro non significa fare dell’uscita dall’euro l’asse centrale del programma alternativo. Nella stessa Grecia, dove pure la questione si pone in modo brusco e immediato, l’asse del programma alternativo deve essere il rifiuto di qualsiasi austerità e l’attuazione di una politica sociale, ecologica, anticapitalista e democratica, che migliori direttamente la sorte dei/delle lavoratori/lavoratrici dei/delle giovani, delle donne, delle vittime del razzismo e dei contadini».

E adesso?

Non lo si ripeterà mai abbastanza: il sostegno della LCR [belga] al Grexit era una posizione tattica dettata dalla congiuntura eccezionale. Essa era contrassegnata soprattutto dal fatto che il governo “di sinistra” era messo spalle al muro, per un verso e, per altro verso, dall’isolamento internazionale della classe operaia greca. Ora, il contesto è in parte mutato. In Grecia, la sconfitta c’è, è indiscutibile. Quali conclusioni ricavarne?

Nella penisola, le forze di sinistra che rifiutano la capitolazione di Tsipras ne ricavano la lezione. In particolare, si pronunciano per l’uscita dall’euro e promettono il referendum sull’Europa. È tanto più logico in quanto il terzo Memorandum ha tutte le probabilità di sprofondare ulteriormente il paese nel marasma, e quindi di portare comunque, prima o poi, alla sua espulsione dalla moneta unica… in condizioni ancor peggiori di oggi. Tuttavia, le prese di posizione del portavoce di Unità Popolare ci lasciano perplessi. La dichiarazione programmatica di UP fa appello a «un fronte popolare e patriottico» contro  «l’attuale UE tedesca». La denuncia delle istituzioni europee non sembra legata alla lotta per un’altra Europa. È un punto che merita di essere discusso perché, senza la costruzione di un’altra Europa“gli Stati socialisti d’Europa” – lo sviluppo disuguale del capitale condanna la Grecia (come altri paesi e regioni ) a rimanere in condizioni di sottosviluppo.

Al di fuori della Grecia, i “sovranisti di sinistra” fanno dell’uscita dall’euro la chiave della rottura con l’austerità. È una posizione che non va oltre il feticismo del denaro, si limita a rovesciarlo. Per noi, il Grexit si imponeva in un determinato momento nel caso greco, come conseguenza dell’intransigenza sulle rivendicazioni sociali. Per i “sovranisti di sinistra”, al contrario, l’uscita dall’euro sposta sullo sfondo le rivendicazioni anticapitaliste e spinge a cercare alleati… di destra. Balza agli occhi la pericolosità di questa dinamica, che può deportare la sinistra sul terreno della destra e addirittura dell’estrema destra. La Francia dimostra come questo pericolo non vada assolutamente sottovalutato. Come diceva la risoluzione della LCR [belga]: «Fare dell’uscita dall’euro (o dall’UE) l’asse della battaglia significherebbe fare il gioco della destra e dell’estrema destra, diffondendo l’illusione che uno sviluppo sociale-economico-ecologico armonico sarebbe possibile nel quadro nazionale. Un’illusione come questa nuoce alla solidarietà internazionalista. Questa, invece, è cruciale non solo per la lotta in Grecia, ma anche perché l’integrazione delle economie sul continente richiede una prospettiva anticapitalistica europea per soddisfare le esigenze sociali e rispondere alle urgenze ecologiche».

Il futuro è aperto

L’assenza di solidarietà attiva con la classe operaia greca era il motivo di fondo della nostra presa di posizione “per” il Grexit. Si deve però, essere prudenti. La crisi di legittimità del neoliberismo è profonda. Essa si traduce in crisi di legittimità dell’UE, quindi degli stessi Stati nazionali che la costituiscono. La frammentazione nazionale delle lotte può essere invertita. La brutale offensiva coordinata di distruzione dell’ambiente, delle conquiste sociali e delle libertà democratiche che infuria sul continente non spinge esclusivamente a destra le coscienze, verso la restaurazione dei propri confini.

Vi possono essere sorprese quando meno uno se le aspetta e possono all’improvviso dischiudere la strada per una convergenza internazionale delle mobilitazioni. Ne è prova la magnifica reazione di solidarietà con i profughi, in tutta l’Europasoprattutto in quella Germania che il sovranismo (di sinistra e di destra) descrive incessantemente come il bastione della reazione! Ne potrà essere prova, tra qualche mese, la mobilitazione per il clima, contro la COP21 [Conferenza sul clima, Parigi 2015] venduta alle multinazionali. Vedremo.

La frustrazione, l’umiliazione e la paure accumulate in profondità di fronte alle ingiustizie e alle innumerevoli devastazioni di una società capitalista sempre più disumana possono trasformarsi molto in fretta in indignazione e in rivolta. L’individualismo e il ripiegamento entro i propri confini possono cedere il posto alla collaborazione. Il senso di impotenza, oggi predominante, può essere superato non appena si presentino elementi di autorganizzazione. Agitare l’uscita dall’euro indipendentemente da questa possibilità equivale ad escluderla in partenza. Un simile disfattismo è fuori luogo.

Il futuro è aperto. Anziché decretare ex cathedra che, dopo l’esperienza greca, il Portogallo, la Spagna o un altro paese esca dall’euro, teniamo ferma la barra sul “tutti insieme” contro l’austerità, sull’“austerexit”. Non si tratta solo di temperare il pessimismo della ragione con l’ottimismo della volontà. Si tratta di capire che l’ottimismo della volontà, se corrisponde alle esigenze dello sviluppo sociale, può anche cambiare le condizioni che spingono la ragione al pessimismo.



*[http://www.lcr-lagauche.org/encore-une-fois-sur-leuro-et-le-grexit/ (9 settembre 2015). Traduzione di Titti Pierini].



Tags: Grecia  Syriza  Grexit  

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