Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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L’involuzione del “socialismo reale”. Da quando?

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Mi ha colpito il fatto che alcune lettere su Ingrao scelte dalla redazione del “manifesto” contrastavano abbastanza nettamente con le riflessioni problematichenelle stesse pagine - di diversi compagni che erano stati protagonisti della nascita e della lunga e tormentata vita di quel “quotidiano comunista” e del suo intreccio con la politica italiana.

Ad esempio Luciana Castellina ieri aveva spiegato lucidamente che non pensava solo alla “reticenza [di Ingrao] nell’assumere posizioni più nette” al momento dell’espulsione dei redattori della rivista, ma anche a quando egli decise («per stare nel gorgo») di “restare nell’organizzazione, il PDS, che, già malaticcio, veniva alla luce”. E dice anche francamente che ritiene che “se Pietro si fosse unito alla costruzione di un nuovo soggetto politico, sarebbe stato diverso, molto diverso. La rifondazione comunista più ricca e davvero rifondativa, per via del suo personale apporto, ma anche di quella larga area di quadri ingraiani che costituiva ancora un pezzo vivo del PCI e sarebbero stati preziosi alla nuova impresa, e invece rimasero invischiati e di malavoglia nel lento deperire degli organismi che seguirono: il PDS, poi i DS, infine, ma ormai solo alcuni, nel PD”. Non capisco a chi alluda, quel “di malavoglia”, ma la critica a Ingrao è comunque esplicita.

Anche Aldo Garzia, che a Lucio Magri fu vicinissimo per anni, e che insieme a Famiano Crucianelli raccolse nell’ultimo anno di vita una lunga intervista confessione uscita postuma (Lucio Magri, Alla ricerca di un altro comunismo, il Saggiatore, Milano, 2012), ha ricordato che per fare arrabbiare Magri bastava citare Ingrao. “Io dicevo: «mi piace l’Ingrao poeta e amante del cinema, quello che vorrebbe chiedere a ognuno la propria storia, da dove vieni, dove vai?». Lucio replicava seccato: «Doveva fare quello, non occuparsi di politica. Non ne ha azzeccata una»”. Naturalmente il giudizio severo non toglieva nulla alla stima “per l’uomo Ingrao”.

Quello che colpisce per contrasto è invece il tono retorico e agiografico di alcune delle lettere scelte (altre ne verranno pubblicate nei prossimi giorni, vedremo). Tra esse spicca, in prima posizione, una lettera del “vicesegretario di Atene Est di Syriza”, Nikos Karadillon, che esalta l’influenza di Ingrao sulla formazione di Syriza: per “noi che veniamo e ancora siamo della corrente eurocomunista, e che perseguiamo la «Via democratica per la trasformazione socialista della società», egli afferma, “il pensiero del compagno Ingrao ha illuminato le menti”. Mi ha colpito che questo compagno è convinto che Ingrao sarebbe stato “il primo a capire che l’URSS sarebbe crollata se non si fosse rinnovata”. Decenni di pensiero critico nel movimento comunista cancellati!

È un vero discepolo greco del gruppo dirigente del manifesto, che ha sempre datato l’involuzione dell’URSS da quando se ne sono accorti loro, con decenni di ritardo. Con l’unica eccezione di Aldo Natoli, che non a caso si distaccò molto presto dagli altri per dedicarsi a un serio impegno di ricerca e divulgazione storica, e che ha testimoniato onestamente di come, nel PCI, anche dirigenti e intellettuali come lui avevano per anni rifiutato di leggere libri come Mezzanotte nel secolo di Arthur Koestler, solo perché era stato messo all’indice dal partito.

Non a caso nelle memorie di Rossana Rossanda l’involuzione del sistema sembra cominciare più o meno con la repressione del tentativo di autoriforma del PC cecoslovacco nel 1968, che in effetti è l’unica delle tante crisi che aveva colpito anche Ingrao, anche se ci sarebbero voluti tanti altri anni perché ne tirasse le conseguenze andando oltre l’ambigua formula berlingueriana della “fine della spinta propulsiva dell’Ottobre”… Altro che anticipatore!

Anche il sofisticato Lucio Magri ha spesso tessuto le lodi del VII congresso dell’Internazionale comunista, senza accorgersi che non riscopriva il “Fronte unico proletario” ma introduceva quel “Fronte Popolare” interclassista che avrebbe portato alla sconfitta tragica della rivoluzione spagnola, subordinandola agli interessi della burocrazia sovietica quando, dopo aver contribuito con la sua linea settaria all’ascesa di Hitler, cercava tardivamente un accordo con l’imperialismo franco-britannico. Con ripercussioni gravi anche sulla rivoluzione dei paesi coloniali, perché in base a quella linea sia il governo spagnolo che quello francese rifiutarono di affrontare la questione coloniale, e anzi il governo di Leon Blum nominò governatori in Vietnam e nelle colonie africane dei generali quasi tutti ultraconservatori, che si sarebbero poi schierati con il governo collaborazionista di Petain dopo la sconfitta del 1940.

Nella cultura del “manifesto” e degli ingraiani in genere (compreso quelli di Syriza) non c’era posto per chi aveva rotto con le illusioni sull’URSS già negli anni Trenta, come Alfonso Leonetti o Pietro Tresso, o il catalano Andreu Nin, e tanto meno per compagni come il segretario del PC grecoPantelis Pouliopoulos, che aveva aderito al movimento trotskista, e fu fucilato nel giugno 1943 dalle truppe di occupazione italiane. Neanche il compagno di Syriza sembra conoscerlo.

In realtà, non si trattava solo di ritardi nel capire, ma di vera impossibilità di comprendere la dinamica che portava verso il crollo finale, dovuta al rifiuto di considerare i primi sintomi chiarissimi della crisi: i consigli operai dell’Ungheria del 1956, la rivolta operaia di Poznan in quello stesso anno e quella di Berlino Est nel 1953, la più calunniata, perché attribuita falsamente a presunti rigurgiti neonazisti.

Ma soprattutto (e questo spiega molte delle conseguenze) sfuggiva che la responsabilità più grave dello stalinismo non era solo aver identificato l’idea di socialismo e di comunismo con il terrore, le forche, il GuLag, o aver represso in un bagno di sangue le proteste operaie, ma avere fatto accettare a partiti comunisti fortemente eterodiretti le idee socialdemocratiche di collaborazione di classe, spacciandole per nuova e originale strategia, con i fronti popolari in Spagna e Francia prima, poi in Italia, in Grecia, di nuovo in Francia nel ’44, e in tanti altri paesi, col risultato di tragedie come quella – spaventosa e dimenticata - dell’Indonesia del 1965 o del Cile del 1973.

Dogma assoluto negare che la cosiddetta “Svolta di Salerno” con cui il PCI cambiava la sua linea e accettava la collaborazione con forze reazionarie e compromesse col fascismo, fosse un’estensione della strategia proposta da Stalin: eppure fin dal 1991 uno storico comunista rigoroso come Aldo Agosti aveva trovato a Mosca le prove del cambiamento del testo preparato dallo stesso Togliatti, subito dopo l’incontro con Stalin. Ne ho parlato in vari scritti. Da uno di essi riprendo questo stralcio:

 

“Ai feticisti del documento scritto, gli archivi sovietici hanno comunque riservato negli ultimi anni diverse sorprese. Per quanto riguarda il mito di un Togliatti autonomo e originale anticipatore di una via democratica e pluralista fin dal VII Congresso dell’IC nel 1935 e poi sperimentatore in Spagna della linea di quella nuova democrazia progressiva  praticata in Italia nel 1944-1947, un documento ritrovato fin dal 1991 da Aldo Agosti negli archivi di Mosca toglie ogni illusione (almeno a chi vuole prenderlo in esame). Si tratta di un documento, scritto da Togliatti e datato 1° marzo 1944, con sue correzioni autografe estremamente significative. Di un punto chiave fornisco prima il testo originale e poi quello riveduto, per consentire il confronto tra le due argomentazioni radicalmente diverse e contraddittorie tra loro.

Ad esempio, la stesura originaria affermava che i comunisti

chiedono l’abdicazione del re, in quanto complice della costituzione del regime fascista e di tutti i crimini di Mussolini, e in quanto centro di unificazione nel momento attuale di tutte le forze reazionarie, semifasciste e fasciste, che oppongono resistenza alla democratizzazione del paese e coscientemente sabotano gli sforzi di guerra dell’Italia. In considerazione di ciò [...] rifiutano di partecipare all’attuale governo Badoglio e denunciano nella politica di questo governo un ostacolo a una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania.

 

Tutto giusto, e soprattutto bene argomentato; ma l’intero periodo venne cancellato e sostituito di pugno di Togliatti, con quest’altro:

i comunisti sono pronti perfino a partecipare a un governo senza l’abdicazione del re, a condizione che questo governo sia attivo nel condurre la guerra per la cacciata dei tedeschi dal Paese.

 

La frase suona bene, ma è in stridente contraddizione con quanto affermato prima, e cioè che “in quanto centro di unificazione di tutte le forze reazionarie” quel governo era “un ostacolo ad una vera partecipazione del popolo italiano alla guerra contro la Germania”.[1]

Nessun dubbio dunque sul fatto che in Italia come in Spagna (e anche in altre mansioni di fiducia come la soppressione del partito comunista polacco nel 1938) Togliatti fu un esecutore della politica di Stalin. La sua intelligenza e duttilità lo fece emergere tra i quadri dell’IC stalinizzata, per cui fu a volte più collaboratore ed elaboratore che semplice esecutore subalterno, ma ciò non diminuisce, ed anzi per molti aspetti aggrava le sue responsabilità, soprattutto quando ripropone, in Italia e altrove, la stessa politica […]

Fin qui lo stralcio, tratto da un mio saggio su Togliatti in Spagna. Sicuramente non è condivisibile da gran parte della sinistra attuale. Ma il problema più importante non è tanto il bilancio della guerra di Spagna (che pure non è una vicenda particolare che si possa archiviare sbrigativamente, perché ha costituito il modello per tante altre esperienze analoghe, senza che mai se ne sia fatto un bilancio), ma quello del lascito complessivo della strategia staliniana abbellita e arricchita da Togliatti. Luciana Castellina parla della sorte della sua area (non “corrente”, per carità) rimasta invischiata nel troncone più grande del PCI, ma va detto che anche nel PRC, dove lei d’altra parte passò fugacemente, sarebbe stato utile un apporto di altre forze per ridimensionare il peso della subcultura cossuttiana e per arricchire la dialettica interna, che finì invece per essere rigidamente bloccata.

E anche gran parte della “sinistra diffusa” di oggi, anche se non fa parte di nessuna organizzazione e si ritrova solo in certe campagne e mobilitazioni a volte quasi rituali, ha mantenuto dell’ultimo PCI non poche idee forza: il mito dell’unità come bene supremo “a prescindere”; il conseguente disprezzo assurdo del “minoritarismo”, cioè di fatto delle minoranze; l’elusione di un’analisi di classe dei processi e delle forze in campo; la cancellazione di ogni dibattito sulla strategia, subordinata alla tattica più contingente escludendo ogni ipotesi di rottura rivoluzionaria; il timore del centralismo democratico, identificato con quello burocratico praticato nel PCI e nei suoi eredi; l’interpretazione dello scontro politico ed economico internazionale come scontro tra Stati senza distinguere mai all’interno di essi i diversi interessi di classe: vedi Germania contro Grecia (con analoga speculare impostazione da parte di un pezzo di Syriza, che così poteva dimenticare i compiti di lotta contro i propri capitalisti, banchieri, armatori…). Non per responsabilità del solo Ingrao, che avrebbe “illuminato le menti”, come sostiene il compagno Karadillon, ma certo per effetto della diffusione di quell’eurocomunismo che oggi quasi nessuno ricorda, ma che ha irradiato in diversi paesi la variante togliattiana dello “stalinismo dal volto umano”.

(a.m.1/10/15)

Per una trattazione più organica del problema dell'origine dello stalinismo, rinvio Il vicolo cieco. Trionfo, involuzione e tragedia del movimento comunista oltre che ai tanti saggi (e libri) contenuti nella sezione I GRANDI NODI DEL NOVECENTO



[1] Il documento è stato pubblicato da Agosti sull’“Unità” del 28 ottobre 1991. Le precedenti lettere di Togliatti presentate da G. Vacca al festival dell’“Unità” su cui ritorneremo confermano che fino al febbraio del 1944 Togliatti chiedeva l’abdicazione del re.



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