Movimento Operaio

La pagina di Antonio Moscato

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Una risposta su Togliatti

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·         Un commentatore del mio articoletto L’involuzione del “socialismo reale”. Da quando mi ha chiesto su FB: «Antonio, non sei un po' duro con la figura di Togliatti? Dalla autobiografia di Ingrao e da quella di Rossanda emerge la figura di un leader "piccolo" ed a volte perplesso e spaventato di fronte a Stalin». Gli ho risposto subito - con la brevità imposta da FB - che Togliatti “spaventato lo era stato come tutti i collaboratori di Stalin, compreso Molotov, a cui fu arrestata la moglie, ma collaborò attivamente ad elaborare la linea, o almeno a renderla presentabile. Se hai pazienza esplora i lunghi saggi su Togliatti inseriti in I GRANDI NODI DEL NOVECENTO”. Ma quando sono andato a rileggermeli, un po’ per scrupolo, un po’ per consigliarlo in modo che non si perdesse tra le molte centinaia di pagine raccolte in quella sezione, mi sono accorto che per aprire diversi testi ci voleva un po’ di fatica e di tempo (ad esempio bisognava salvarli sul proprio computer prima di poterli aprire): la ragione è che il sito invecchia con me, che per giunta sempre più spesso faccio errori tecnici. Quindi mi sono deciso a sceglierne uno che mi sembrava esauriente, salvarlo sul mio computer in pdf, e poi passarlo in word per rilanciarlo nel settore ATTUALITA’ E POLEMICHE che è facile da aprire e viene rinnovato più rapidamente. L’articolo ha esattamente 14 anni, ma i nodi storici sono sempre quelli… Ovviamente non ne ho cambiato una virgola, neppure nella frase in cui facevo credito a Bertinotti di avere la seria intenzione di aprire un dibattito “per sradicare l’eredità dello stalinismo” nel PRC. (a.m.)

 

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Il Gramsci di Togliatti (e di Magri)

di Antonio Moscato

 

Prendendo lo spunto dalla pubblicazione di un volume che raccoglie tutti gli scritti di Togliatti su Gramsci (nessuno inedito, anche se alcuni non erano apparsi nell'edizione curata da Ragionieri), Lucio Magri ha sistematizzato le sue idee sul rapporto tra Gramsci e Togliatti in un ampio saggio apparso sul n. 20 de la rivista del manifesto di settembre.

Come sempre Magri è ricco e articolato, e rifugge dalle banalizzazioni apologetiche circolanti in proposito anche in settori del PRC. Magri sa bene e scrive esplicitamente che non fu "innocente" la grande "operazione di mediazione" che fece Togliatti utilizzando Gramsci per la formazione ideologica del "partito nuovo". Secondo Magri Togliatti voleva "tenere insieme due elementi apparentemente contraddittori che egli riteneva però entrambi essenziali al suo progetto politico e al partito comunista che tentava di rimodellare": il collegamento con l'URSS e il campo socialista, e la linea dell'unità antifascista, della "democrazia progressiva", che sarebbe stata "elaborata in Italia dopo la svolta di Salerno".

Il problema è che quegli elementi non erano affatto contraddittori, neppure apparentemente, proprio perché la cosiddetta "Svolta di Salerno" non era stata elaborata in Italia, ma concordata a Mosca con Stalin, come per primo ha documentato uno storico rigorosissimo come Aldo Agosti, lavorando negli archivi di Mosca per la sua monumentale biografia di Togliatti; dopo di lui lo hanno fatto tanti altri (rifiutati dai vari Canfora, ma anch'essi rigorosi, come Zaslavskij o Narinskij).

Le loro opinioni possono essere discutibili, ma i documenti sono ineccepibili, e confermano che Togliatti cambiò idea sul rapporto con Badoglio e il re solo dopo un colloquio con Stalin e modificò radicalmente il testo del documento preparato pochi giorni prima per orientare il partito al suo ritorno: dapprima escludeva di appoggiare i due non solo per la loro passata compromissione col fascismo, ma perché in quanto punto di aggregazione dei ceti reazionari non potevano guidare efficacemente la lotta di liberazione. Invece cancellò il giudizio sulla loro natura di classe e scrisse che i comunisti erano pronti ad appoggiarli purché dichiarassero il loro impegno antifascista, che è come affidare un gregge al lupo, facendogli promettere di custodirlo bene.

Anche il "partito nuovo" di massa, e l'alleanza interclassista (già d'altra parte sperimentata col successo che sappiamo in Spagna e Francia nel 1936-1939), non erano una prerogativa del PCI e di Togliatti, ma figurano tra i consigli che Stalin diede a Thorez negli stessi giorni, e che Michail Narinskij ha riportato nel saggio su Stalin, Togliatti e Thorez, in Dagli Archivi di Mosca. L'URSS, il Cominform e il PCI (1943-1948), a cura di Francesca Gori e Silvio Pons, Carocci, Roma, 1998. Che poi i risultati siano stati a medio termine diversi, si può spiegare con la capacità di Togliatti, ex buchariniano e uomo coltissimo, di essere più a suo agio nei periodi di svolta a destra della direzione staliniana. Certo ha saputo ricollegarsi meglio di altri dirigenti comunisti europei alle tradizioni socialdemocratiche (ad esempio quelle emiliane) incorporandole nella linea del PCI, ma questo non toglie nulla al fatto che la scelta di spezzare la spinta anticapitalistica della resistenza, manifestatasi con gli scioperi del marzo 1943, non fu del solo Togliatti, ma di Stalin, ed era legata alla necessità di non irritare gli imperialisti nel quadro di una cinica spartizione del mondo in cui l'URSS lasciava agli infidi alleati mani libere, dalla Grecia all'Italia, perché non voleva ingerenze nel pezzo d'Europa che aveva conquistato con le armi.

Queste cose Magri, che è un uomo colto, le sa bene, e a tratti lo lascia capire, ma in una forma così sfumata e allusiva che appare chiara solo a chi conosce a fondo l'argomento, e quindi non smonta i più rozzi luoghi comuni consolidati dall'ideologia di partito per decenni. Così Magri allude, ma smorzando i toni e ridimensionandone il significato, alla lettera di Gramsci del 1926, immaginando che sia stata "forse" in qualche modo ripresa da Togliatti nel cosiddetto "memoriale di Yalta" (che è un mito a cui si allude volentieri senza rileggerlo, per non verificare la pochezza di quel testo pur riservato).

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Magri accenna a forzature, ma sorvola su vere e proprie falsificazioni (come quella di mettere in bocca a un Gramsci appena morto una frase che non aveva e non avrebbe mai detto: 'Trotskij è la puttana del fascismo", e che è stata invece riprodotta infinite volte fino a farla introiettare da gran parte dei vecchi militanti del PCI).

Magri ammette che la "lettura riduttiva" di Gramsci ebbe anche conseguenze politiche, che tuttavia attribuisce a un errore nel campo delle idee, "la convinzione che il capitalismo italiano era inguaribilmente arretrato". Invece era la conseguenza della divisione del mondo, e tutti i partiti comunisti del mondo occidentale dovettero inventarsi residui feudali da eliminare, naturalmente in alleanza a fantomatici settori "progressisti" della borghesia (a Cuba, rientrava nella categoria Fulgencio Batista), e ancora negli anni Settanta in Argentina il PC cercava la collaborazione con la Giunta militare assassina per le stesse ragioni dichiarate (in realtà per facilitare i rapporti con l'URSS per la vendita di grano). Per Magri era solo un errore di analisi, bastava avere idee migliori...

Magri ammette che "il partito come intellettuale collettivo, interlocutore di movimenti e di istituzioni autonome di classe, che lavora al superamento della distinzione tra governanti e governati, rimase nella penna e nelle aspirazioni di Gramsci", e che "la politica delle alleanze rimase al di qua della soglia del gramsciano nuovo blocco storico." Ma dice che "solo più tardi ciò sarebbe pienamente emerso", il che sta a dire che quelli come lui affascinati da Togliatti non lo capirono finché Togliatti fu in vita. Eppure ammette in altro punto che non si trattava solo di stare "al di qua", ma di tutt'altra cosa. Il "partito nuovo", scrive, era "di massa certo e non settario e non troppo intollerante della discussione" (cosa che a chi come me ha vissuto da dentro il ''terribile 1956", non sembra proprio: basti pensare all'atteggiamento verso la lettera dei 100 sui fatti di Ungheria o al modo sprezzante di liquidare dirigenti come Fabrizio Onofri, Antonio Giolitti e altri). E precisa che il "partito nuovo" era "sostanzialmente distinto tra un partito di quadri retto da un gruppo dirigente monolitico e cooptato, e un partito di popolo organizzato intorno a rivendicazioni immediate e fatto oggetto di una pedagogia spesso generica”.

Di fatto non era così "nuovo": anche le socialdemocrazie avevano costruito un partito di massa, appunto "intorno a rivendicazioni immediate". Quanto alla pedagogia, in un caso e nell'altro non era solo spesso generica, ma decisamente mistificante e fondata sul principio di autorità, sui catechismi, sull'indottrinamento.

La chiave dell'atteggiamento di Magri sta nella sua piena adesione, ribadita più volte a distanza di decenni e da mutate collocazioni politiche, alla linea del VII congresso dell'IC, che non sarebbe stato solo "un adeguamento tattico, ma una specie di rifondazione". E rivendica con orgoglio la linea dei Fronti Popolari e della cosiddetta "unità antifascista", di cui dimentica non solo l'aperto interclassismo, ma il bilancio terribile di sconfitte, a partire dalla Spagna del 1937 e dalla Francia del 1938. Se Magri definisce quella una "rifondazione", si può capire meglio la sua rottura con il PRC, per difendere la collaborazione con l'infame governo Dini!

Magri d'altra parte segue Togliatti nella stiracchiatura del povero Gramsci, facendone un anticipatore della politica del VII congresso e perfino della "democrazia progressiva", che doveva rivestire di una luccicante stagnola la democrazia borghese e la collaborazione di classe subordinata alla restaurazione.

E per fare questo tira in ballo, stravolgendolo, anche Trotskij, difendendo ancora oggi il "socialismo in un solo paese" e per giunta arretrato. Si vede che ancora non ha capito che non si discuteva di due "idee" per vedere quale era la migliore: Trotskij non diceva che non gli piaceva il socialismo in un paese solo, ma che era impossibile realizzarlo. Possibile che a tutt'oggi Magri non se ne sia accorto e non abbia riflettuto sul bilancio del crollo? Continua a sapere di Trotskij quel che si diceva nella vulgata ufficiale, come il filosofo Giuseppe Prestipino che su "l 'Ernesto" continua ad attribuire a Trotskij la ridicola menzogna staliniana dell'attesa del "simultaneo dilagare" della rivoluzione "in altri paesi, e al limite nel resto del mondo", dimostrando di non averlo mai letto. A Trotskij Lucio Magri tributa poi un omaggio ipocrita, isolando una frase in cui si interrogava drammaticamente sulle sorti del mondo, dicendo che sarebbe stato necessario ripensare tutto se la guerra appena iniziata si fosse conclusa senza una rivoluzione proletaria e una "riforma" dell'URSS (ma il termine fa sospettare che non si tratti di una citazione testuale). Ci sembra che Magri la tiri fuori un po' per giustificare la propria mancanza di speranze in una prospettiva rivoluzionaria (espressa come al solito con la banalizzazione del rifiuto dell'assalto al Palazzo d'Inverno), e soprattutto per insultare gratuitamente gli "epigoni" di Trotskij, evidentemente meno geniali di Magri perché continuano a credere nella possibilità della rivoluzione e a lavorare per crearne le condizioni.

 

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Non c'è spazio qui per una recensione sistematica del numero speciale de l'Ernesto sul "Socialismo realizzato" di giugno, a cui abbiamo accennato, ma in realtà non c'è neppure un vero interesse. Pur con diversi livelli, e qualche raro contributo più interessante (in genere di esterni al PRC e all'area "giustificazionista", come Agosti o Rescigno) prevale l'intento di una fronda di piccolo cabotaggio alle coraggiose prese di posizione di Bertinotti sullo stalinismo, senza un serio sforzo di analisi. Un solo esempio: fin dalla introduzione di Fosco Giannini, si lancia una periodizzazione assolutamente fantasiosa, che esalta il periodo 1928-1941 dell'URSS. Anni invece, di gravi sconfitte, e di una repressione così forsennata che proprio alla vigilia della guerra vi fu un crollo assoluto della produzione.

Anni di stragi sociali che hanno lasciato una traccia indelebile nelle campagne sovietiche fino all'ultimo. Anni di distruzioni dei migliori quadri, compresi quelli militari, col risultato di facilitare nei primi tre anni di guerra il compito a Hitler, che d'altra parte aveva vinto anche grazie alla insensata politica del "socialfascismo" che portò il partito comunista tedesco nel 1932 ad allearsi con i nazisti appoggiando il referendum contro il governo socialdemocratico della Prussia!

Quasi tutti i collaboratori del numero speciale, analogamente a Magri, e ovviamente a un livello ben più basso, discutono di idee, non dei fatti, che ignorano. D'altra parte un compagno della stessa area, Claudio Grassi, che a volte scrive anche cose pregevoli, ha avuto il coraggio di fare su "Liberazione" un'acritica apologia di Ernst Thaelmann, senza dire una parola sulle ragioni morali per cui era stato destituito da segretario della KPD, senza accennare al perché Stalin lo rimise alla testa del partito, avendolo in mano al punto di far cambiare la scelta iniziale di opporsi - come era giusto e ovvio - al famigerato referendum nazista.

 

La battaglia avviata da Fausto Bertinotti per sradicare l'eredità dello stalinismo è giusta, ma molto difficile, e le resistenze sono ben più grandi di quanto si potesse immaginare. Per questo non basterà un voto su un documento (necessario ma certo non sufficiente). Bisogna aprire un dibattito di lungo periodo, e a tutto campo, senza quelle preclusioni che, nonostante le reiterate dichiarazioni, permangono ancora sulla nostra stampa di partito proprio nei confronti dei compagni che hanno dedicato decenni allo studio di quelle società. (1/10/2001)

 

P.S.: Nel numero di ottobre della stessa "rivista del manifesto", Lucio Magri ritorna sull'argomento con un lungo articolo: "I cruciali anni '60. Il gramscismo alla prova”, e ne preannuncia un terzo

con una riflessione sull'XI Congresso del PCI, in cui egli insieme ad altri compagni iniziò la battaglia al fianco di Pietro Ingrao, imboccando tuttavia al termine un percorso che avrebbe portato a staccarsi dal leader per formare il gruppo del manifesto. L'articolo chiarisce molto poco su Gramsci e moltissimo su Lucio Magri, ma ha il merito di chiarire ancor meglio che il "gramscismo" in realtà è "la versione togliattiana del pensiero di Gramsci", e che a mano a mano che la situazione negli anni Cinquanta e Sessanta si modificava "perse centralità e spessore". Dalla stessa ricostruzione di Magri risulta tra l'altro che Togliatti evitò accuratamente di utilizzare Gramsci per capire "i temi drammaticamente aperti dal XX Congresso e dalla crisi ungherese", che furono del tutto assenti nella relazione che fece al Convegno su Gramsci del 1958. Quanto basta per togliere ogni dubbio sul carattere strumentale e "ideologico" dell'uso che Togliatti fece di Gramsci, trasformandolo in anticipatore della politica di graduale trasformazione del PCI in un partito socialdemocratico. Va detto, ma ci ritorneremo, che Magri liquida l'idea di questa trasformazione come "arbitraria e ingannevole", perché a differenza delle socialdemocrazie il PCI manteneva una "intenzione complessivamente anticapitalistica" che era "condivisa dai milioni dei suoi militanti e dei suoi elettori". Un argomento che si regge solo basandosi sui luoghi comuni della vulgata stalinista sulle socialdemocrazie, ignorandone la storia e il radicamento (basterebbe pensare a quella austriaca!). (3/10/2001).



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